Alberto Maria De Agostini: trent’anni ai confini del mondo

Il missionario esploratore che cartografò la Terra del Fuoco

Davide Mana
Davide Mana

Laureato in Paleontologia e dottore di ricerca in Geologia, in passato è stato insegnante, ricercatore, conferenziere, venditore di auto usate, interprete, spaventapasseri, riparatore di biciclette. Da alcuni anni lavora come autore, divulgatore, traduttore e creatore di giochi.

Alberto Maria De Agostini è oggi più popolare nei paesi di lingua spagnola che non in Italia. Nato a Pollone, all’epoca in provincia di Vercelli, il 2 novembre 1883, è possibile che la vicinanza alle Alpi abbia contribuito alla sua passione per l’esplorazione e l’alpinismo almeno quanto la sua appartenenza a una famiglia che ha legato indissolubilmente il proprio nome alla geografia.

Questo articolo, con ulteriori approfondimenti, è presente anche nel numero 3 cartaceo di Rivista Savej.

 

Interessi senza confini

Mappa della Patagonia.
Mappa della Patagonia.

Alberto venne ordinato sacerdote salesiano nel 1909 e inviato come missionario in uno dei luoghi più selvaggi e inospitali del mondo: la Terra del Fuoco. In Patagonia e Terra del Fuoco da molti anni, in una località nota come Punta Arenas, a nord dello Stretto di Magellano, i salesiani si occupavano di tutelare gli ultimi sopravvissuti delle etnie Ona, Tewelce, Yaghan (Yamana) e Alakaluf.

Padre De Agostini si impegnò nell’attività missionaria, dedicandosi tuttavia nel (poco) tempo libero, all’esplorazione. Uomo dalla cultura vastissima, poeta e musicista oltre che uomo di fede, De Agostini si improvvisò di volta in volta etno-antropologo, geologo, botanico o fotografo, e cominciò a documentare le proprie avventure nella Terra del Fuoco.

E le sue avventure non furono poche.

De Agostini con una nativa Aonikenk, facente parte della popolazione indigena Tewelce.
De Agostini con una nativa Aonikenk, facente parte della popolazione indigena Tewelce.

Lo scalatore con la tonaca

Fra il 1913 ed il 1914, padre De Agostini scalò il Monte Oliva, la vetta che sovrasta Ushuaia, e da qui tentò per la prima volta l’ascesa del Monte Sarmiento (2.404 metri), senza tuttavia riuscire a raggiungere la vetta.

La cima più alta del Massiccio della Torres del Paine porta il nome di Alberto Maria De Agostini.
La cima più alta del Massiccio della Torres del Paine porta il nome di Alberto Maria De Agostini.

Nel 1914 e 1915 si dedicò all’esplorazione della catena dei Monti Darwin, il cui interno era ancora sconosciuto. Qui De Agostini tentò di scalare il Monte Italia e raggiunse la cima del Monte Belvedere. Nel territorio della Sierra Alvear, De Agostini scalò il Monte Carbajal, in vista del Lago Fagnano (che deve il proprio nome al fondatore della missione salesiana di Punta Arenas).

Rientrato in Patagonia, De Agostini dedicò il 1916 ed il 1917 a esplorare il gruppo del Balmaceda (presso la Baia dell’Ultima Speranza) e del Paine. Non solo il sacerdote scalò le cime della catena, ma eseguì anche rilevamenti geologici e geografici.

“Nei solitari recessi della Cordigliera, in mezzo a questo intricato labirinto di canali, appariscono i contrasti più sorprendenti, le più straordinarie manifestazioni del bello”.
Alberto Maria De Agostini, “I miei viaggi nella Terra del Fuoco”

La Cordigliera inesplorata

Padre De Agostini con la sua macchina fotografica.
Padre De Agostini con la sua macchina fotografica.

Sempre accompagnato da guide locali, il sacerdote divenne un personaggio semi-leggendario fra i gauchos, che rimasero impressionati da come De Agostini scalasse le montagne sempre indossando la tonaca, e carico delle sue pesanti macchine fotografiche.

Nella catena del Paine De Agostini sarebbe tornato solo nel 1929 per esplorarne la conca terminale. I rilevamenti e le osservazioni di De Agostini dimostrarono che l’originaria interpretazione, secondo la quale la conca perfettamente circolare sarebbe stata un cratere vulcanico, era infondata. Dal Paine, il sacerdote proseguì attraversando la Sierra de Los Baguales.

“A me non la contano. Io ho visto da vicino la vetta del San Lorenzo: è terribile, e se non l’hanno avvinghiata con il laccio, non è possibile che l’abbiano ascesa.”
Alberto Maria De Agostini, “Ande Patagoniche”

Fra il dicembre 1930 e il gennaio 1932, De Agostini, accompagnato dalle guide Evaristo Croux e Leone Bron e dal dottor Egidio Feruglio, visitò i fiordi Mayo e Spegazzini lunga la costa patagone, sempre con un occhio alla possibilità di scalare nuove vette. Approfittando di un periodo di clima particolarmente favorevole, i quattro attraversarono il ghiacciaio interno e scalarono il monte Mayo, raggiungendo la vetta a 2.430 metri, e sfruttando il panorama per cartografare i territori circostanti.

Egidio Feruglio, Evaristo Croux e Leone Bron nel Ghiacciaio Upsala (Patagonia, 1931).
Egidio Feruglio, Evaristo Croux e Leone Bron nel Ghiacciaio Upsala (Patagonia, 1931).

Sempre in compagnia di Croux, Bron e Feruglio, De Agostini nello stesso periodo attraversò il Ghiacciaio Continentale e la Cordigliera patagonica australe. De Agostini sarebbe ritornato più volte nella Cordigliera negli anni successivi, scalando il massiccio del Fitz Roy. Nel 1937 trascorse gran parte del proprio tempo libero fra i monti attorno al lago San Martin, scalando il monte Milanesio e attraversando i ghiacciai circostanti.

Verso Nuovi Territori

"I miei viaggi nella Terra del Fuoco", pubblicato da Paravia nel 1928.

Nel 1940, dopo una seconda e rapida escursione nella regione di San Martin, De Agostini si diresse verso i Nuovi Territori. Il lavoro iniziò con l’esplorazione e le indagini geografiche e geologiche delle pendici meridionali, orientali e settentrionali del San Lorenzo, dai cui ghiacciai hanno origine il Río Lácteo, il fiume Platten e il fiume Tranquilo. Nel 1942 arrivò al Lago Colonia ai piedi del ghiaccio settentrionale, e nel 1943, all’età di sessant’anni, ottenne il suo più grande successo nell’arrampicata, conquistando la vetta del monte San Lorenzo (3.706 m). Con questo ultimo successo, padre De Agostini chiuse la propria carriera di alpinista — ma non la propria attività di geografo ed esploratore.

Nel corso degli anni trascorsi in Patagonia e Terra del Fuoco, padre De Agostini aveva scoperto e cartografato nuovi fiordi, corsi d’acqua, valli, montagne, golfi e isole come l’Isola degli Stati, già méta di una spedizione di Giacomo Bove. Aveva raccolto una quantità di osservazioni, materiali e dati che da una parte andarono a creare un museo antropologico a Punta Arenas, e dall’altra gli fornirono la base per i libri in cui avrebbe raccontato le proprie avventure — I miei viaggi nella Terra del Fuoco (1934), Ande patagoniche (1949), Trenta anni nella Terra del Fuoco (1955) e Sfingi di ghiaccio (1958).

“È una verità indiscutibile che la Terra del Fuoco possiede paesaggi e panorami tanto grandiosi da poter competere coi migliori delle nostre Alpi; […] essa si può annoverare fra le più pittoresche regioni del mondo”.
Alberto Maria De Agostini, “I miei viaggi nella Terra del Fuoco”

Tenacia senza età

Carlo Mauri
Carlo Mauri

Nonostante la sua età avanzata De Agostini continuò a lavorare attivamente, riorganizzando i propri studi e pensando sempre alla Patagonia. Era rimasto soprattutto in lui il desiderio insoddisfatto di conquistare la vetta del monte Sarmiento, che lo aveva sconfitto nei primi anni della sua permanenza in Terra del Fuoco. Il salesiano non si lasciò scoraggiare dal primo fallimento né dall’età: fu infatti Alberto Maria De Agostini, ormai settantatreenne, a guidare la spedizione italiana che nel 1956-57 conquistò la vetta con Clemente Maffei e Carlo Mauri, gruppo che in seguito scalò anche il Monte Italia.

Ritornato in Italia, dove svernava spesso, padre De Agostini morì il 25 dicembre 1960 nella sede dei Salesiani di corso Valdocco a Torino. Quando ai tempi del seminario il fratello maggiore Giovanni De Agostini (fondatore dell’Istituto Geografico di Novara) gli aveva chiesto di lavorare per lui come geografo, padre De Agostini aveva risposto:

si può essere un buon salesiano e anche un buon geografo.

Oggi, nel massiccio della Torres del Paine nella Patagonia cilena, si erge una cima di 2.850 metri, la più alta della zona che porta il nome di un padre salesiano: Alberto Maria De Agostini. Il nome del salesiano ritorna anche in un parco nazionale cileno e in molte altre località che Alberto De Agostini, buon salesiano e buon geografo, contribuì a mettere sulla mappa.

Ghiacciaio sul canale di Beagle nel Parco nazionale Alberto De Agostini.
Ghiacciaio sul canale di Beagle nel Parco nazionale Alberto De Agostini.
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Bibliografia

  • De Agostini A. M., I miei viaggi nella Terra del Fuoco, Torino, Paravia, 1934.
  • De Agostini A. M., Trenta anni nella Terra del Fuoco, Torino, SEI, 1955.
  • De Agostini A. M., Sfingi di ghiaccio: la scalata dei monti Sarmiento e Italia nella Terra del Fuoco, Torino, Ilte, 1958.
  • De Agostini A. M., Ande patagoniche. Viaggi di esplorazione alla cordigliera patagonica australe, Torino, CDA & VIVALDA Editori, 1999.
  • Garimoldi G. (a cura di), Ai limiti del mondo. Alberto M. De Agostini in Patagonia e Terra del Fuoco, Torino, Museo Nazionale della Montagna, 1999.
  • Gasparetto P. F., In processione sui monti di Oropa. Testimonianze di Alberto Maria De Agostini, Torino, Museo Nazionale della Montagna, 2006.
  • Pariani L., Le montagne di don Patagonia, Novara, Interlinea, 2012.

FILMOGRAFIA

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