Augusto Franzoj, una vita come un romanzo d’avventura

Gli anni spericolati di un esploratore ribelle e maledetto

Felice Pozzo
Felice Pozzo

Appassionato di storia delle esplorazioni e di letteratura avventurosa, italiana e non, è considerato uno dei maggiori studiosi della vita e delle opere di Emilio Salgari. Ha dedicato all’argomento numerose pubblicazioni e ha curato l’edizione di alcune ristampe salgariane.

Antonio Augusto Franzoj, quarto di sei figli, è nato a San Germano Vercellese il 2 ottobre 1848 da Francesco, notaio, e Ottavia Cavalli, casalinga. Poiché anche uno dei suoi fratelli, nato nel 1844, si chiamava Antonio, adottò ben presto il secondo nome. Frequentò il ginnasio a Vercelli e già nel 1866 si arruolò volontario, spinto da ideali risorgimentali.

Questo articolo, con ulteriori approfondimenti, è presente anche nel numero 3 cartaceo di Rivista Savej.

 

Quando Mazzini scatenò il Patatrac

Con il grado di caporale maggiore, nel marzo 1870, a Pavia, contribuì a organizzare il tentativo insurrezionale contrario alla monarchia e di ispirazione mazziniana, noto come il “Patatrac”, che costò la condanna a morte per tradimento al caporale Pietro Barsanti.

A difenderlo dalla medesima accusa si attivò con successo l’avvocato Giuseppe Marcora, che non poté tuttavia evitargli la reclusione a Fenestrelle. In novembre, con altri reclusi, tentò invano di evadere, vedendosi così trasferito da un carcere all’altro: Rocca d’Anfo, Gaeta, Verona, Venezia. L’insopportabile regime carcerario lo indusse a tentare il suicidio e fu espulso dall’esercito.

Scarcerato nel 1872, si rifugiò a Ginevra, dove frequentò gli esiliati italiani che facevano capo ad Angelo Umiltà, attivo patriota, combattente garibaldino, cospiratore, scrittore, le cui idee repubblicane, democratiche e massoniche rafforzarono le convinzioni che il giovane Franzoj già coltivava.

Un giornalista D’Artagnan

Trasferitosi poi a Torino, iniziò l’attività giornalistica, che sarebbe diventata il mestiere della sua vita, e s’improvvisò anche tipografo, dando alle stampe due fogli antigovernativi, La Pulce e Il Ficcanaso. L’ambiente in cui operava era quello di colleghi quali il commediografo Luigi Pietracqua, ma soprattutto quali Giuseppe Beghelli e Domenico Narratone, patrioti che condividevano le sue irruenti istanze sociali e politiche.

I due giornali gli procurarono una lunga serie di sequestri, processi, multe e persino duelli.

“Fuga di Rochefort”, dipinto di Édouard Manet, 1881.
“Fuga di Rochefort”, dipinto di Édouard Manet, 1881.

Reduce appunto da cinque duelli in cinque giorni contro altrettanti militari che avevano invaso la sua tipografia, e ripetutamente ferito, si rifugiò nuovamente a Ginevra dove, nel 1875, sfuggì alle provocazioni di un sicario, che peraltro uccise Angelo Renaud, che con Franzoj aveva condiviso la prigionia a Fenestrelle.

A Ginevra, prima di ritornare a Torino, conobbe il giornalista politico Victor Henry Rochefort, evaso l’anno precedente dal carcere della Nuova Caledonia.

Confinato…tra amici

Nel capoluogo piemontese fu subito imprigionato, poiché nel frattempo lo aveva colpito una condanna a ventitré mesi di carcere per reati di stampa e di duello. Nell’ottobre 1876 fu liberato grazie ad una amnistia e, desideroso di lasciare l’Italia, iniziò una sorta di peregrinazione in Francia, Belgio e Spagna.

Ma il suo lavoro era a Torino e là ogni volta doveva tornare, senza peraltro aver cambiato abitudini o idee. Fu così che, nel gennaio 1881, subì una condanna a quattro mesi di confino a Vercelli e a 200 lire di multa per reato di duello. Il confino, peraltro, costituì un piacevole ritorno a casa, essendo nato in zona, e persino una gradita rimpatriata con amici, poiché il giornale vercellese La Sesia era allora diretto dal già citato Luigi Pietracqua e di quel giornale, tuttora esistente, sarebbe in seguito diventato collaboratore piuttosto assiduo.

“Le rinnovo l’avviso che sono andato ad esumare, a Ghera, gli avanzi del compianto ingegnere G. Chiarini. Oggi sono diretto in Italia per accompagnarveli. Li consegnerò in Napoli alla famiglia od a quei rappresentanti della Società che Ella avrà debitamente delegati. Poscia proseguirò il viaggio verso il Piemonte — mia regione natale”.
Augusto Franzoj al Presidente della Società Geografica Italiana, 10 luglio 1884
“Aure africane” di Augusto Franzoj del 1892.
“Aure africane” di Augusto Franzoj del 1892.

Un viaggio nel viaggio

Stava intanto maturando in lui un’idea audace, che obbediva sia all’intenzione di compiere un’impresa da eroe solitario, sia al desiderio di allontanarsi da una patria che riteneva troppo ingrata coi propri figli più devoti. Ciò che stava per compiere, con spirito bohèmien e con una buona dose di incoscienza, avrebbe infatti richiesto alcuni anni di traversie e di rischi mortali.

Fu così che si imbarcò per l’Egitto, nel marzo 1882, con lo scopo dichiarato di scrivere note di viaggio ma con lo scopo nascosto di riportare in Italia, e precisamente a Chieti, i resti dell’esploratore Giovanni Chiarini (1849 — 1879), morto prigioniero, forse avvelenato, nel regno di Ghera, in Etiopia, dove era giunto durante una spedizione ai laghi equatoriali organizzata dalla Società Geografica Italiana.

Franzoj avrebbe in seguito narrato parzialmente la sua odissea in due libri, Continente Nero (Torino, 1885) e Aure Africane (Milano, 1892), peraltro invertendo la cronologia degli avvenimenti poiché il secondo libro è riferito in realtà alle fasi iniziali del viaggio e termina con le frasi:

Copertina della seconda edizione del “Continente Nero”, 1961.
Copertina della seconda edizione del “Continente Nero”, 1961.
Quanto durerà questo viaggio? E dove giungerò? Bah! Queste domande non debbo farmele. Andrò avanti — ecco tutto.
Giovanni Chiarini
Giovanni Chiarini

Continente Nero, invece, termina con la narrazione delle vicende immediatamente successive al recupero delle spoglie del Chiarini, ossia risalenti all’ottobre 1883. Poiché, in realtà, egli poté raggiungere Assab dove s’imbarcò per Napoli soltanto il 28 agosto 1884. Si avverte la mancanza di un terzo libro, che peraltro annunciò ma che non diede mai alle stampe. Avrebbe dovuto, tra l’altro, narrare le angherie cui era stato sottoposto dal conte Pietro Antonelli che, agendo dietro le quinte, tentò in ogni modo di ostacolarlo dopo aver assistito alla sua solitaria impresa, vedendosi precedere nel recupero della salma di Chiarini, poiché egli stesso intendeva organizzare una spedizione in grande stile con lo stesso scopo.

Da scapigliato ad eroe

Ad Assab, Franzoj era giunto in condizioni pietose, vestito di stracci, e per di più rischiando l’arresto a causa delle calunnie che l’Antonelli aveva trasmesso sul suo conto anche alle massime autorità italiane.

Cartina della Baia d’Assab.
Cartina della Baia d’Assab.

Fu tratto dai pasticci da Pietro Felter e dall’esploratore Antonio Cecchi, che aveva condiviso con il compianto Chiarini la prigionia a Ghera e che si prodigò dall’Italia affinché colui che aveva recuperato i resti del compagno di sventura fosse trattato adeguatamente.

Lo stesso Cecchi presenziò poi alle solenni cerimonie che, il 26 novembre 1884, si svolsero a Chieti, città natale di Chiarini, in occasione della consegna di quei resti.

Quaderno scolastico edito da Donzelli-Milano dedicato all’eroe Augusto Franzoj.
Quaderno scolastico edito da Donzelli-Milano dedicato all’eroe Augusto Franzoj.

La spedizione coloniale

Ritratto fotografico di Emilio Salgari
Ritratto fotografico di Emilio Salgari (primi anni del XX secolo).

Franzoj diventò così un eroe nazionale, e perciò prossimo ad essere ricevuto dal Re, nonostante il suo burrascoso passato repubblicano.

Nel 1885 ottenne di fatto l’incarico di compiere il viaggio esplorativo, con mire colonialiste, verso i laghi equatoriali che non era riuscito a Cecchi e a Chiarini e per finanziare in parte quella spedizione iniziò un lungo giro di conferenze nell’Italia del nord. Giunto in febbraio a Verona, conobbe un giovane redattore del quotidiano La Nuova Arena, Emilio Salgari, che aveva da poco scritto sulle appendici di quel giornale le avventure burrascose di un pirata malese.

In ottobre fu ricevuto a Monza dal Re per pianificare la nuova spedizione, che ebbe inizio il 1° maggio 1886 con partenza da Genova verso Aden. Erano con lui il tenente Armando Rondani e l’esploratore novarese Ugo Ferrandi. Ostacolata sul nascere da inglesi e francesi che non tolleravano ingerenze nella loro politica coloniale, la spedizione si arenò a Tagiura, protettorato francese sull’omonimo golfo dell’attuale Repubblica di Gibuti, dove già sostavano altre carovane in attesa di autorizzazione a proseguire. Fra esse era la carovana condotta da Arthur Rimbaud, impegnato in un traffico di fucili e non ancora noto in ambito letterario. L’interminabile attesa comune facilitò l’amicizia di Franzoj con il francese.

Inviato di guerra

Ben presto Rondani si ritirò, segnando il completo fallimento della spedizione. Tornato a Torino per le consuete conferenze, Franzoj annunciò un prossimo tentativo per la via di Zanzibar, ma la strage di Dogali (26 gennaio 1887) lo condusse invece sul teatro della battaglia quale inviato del Corriere di Roma. Giunto a Massaua l’11 marzo 1887, fu protagonista di intemperanze e ribellioni, che lo resero inviso alle autorità militari italiane. Addirittura, con il maggiore Federico Piano, effettuò un tentativo per catturare e uccidere Bambaras Kaffel, un personaggio che ras Alula voleva imprigionare in cambio della liberazione del conte Tancredi Savoiroux, catturato a Dogali. Fermati dal nostro esercito, Piano e Franzoj — per il quale si chiudeva così ogni possibilità di tornare in Africa quale corrispondente di guerra accreditato — furono espulsi.

“Per compire la spedizione di Ghera — lo dico subito — non ho dovuto affrontare il più piccolo pericolo. Senza che re Menelik e “ras” Gobonà conoscessero le mie intenzioni — ho chiesto a quest’ultimo il permesso di visitare il regno di Kaffa e gli altri regni che gli sono vicini. Dopo molte titubanze, egli rispose che ero libero di andarvi, ma a mio rischio e pericolo”.
Augusto Franzoj al Presidente della Società Geografica Italiana, 10 luglio 1884

Risarcimento materiale o morale?

Nel gennaio 1896, grazie all’amicizia di Alfred Ilg, ingegnere svizzero da lustri consigliere di Menelik, si propose quale osservatore in merito alla guerra italo-abissina allora in corso, ottenendo l’autorevole (e indispensabile) consenso di Francesco Crispi, noto per la sua dispendiosa politica coloniale, destinata a imminente catastrofe. Dopo aver intervistato Ilg, previde senza perifrasi la sconfitta dell’Italia, che puntualmente si verificò ad Adua il 1° marzo.

Itinerario di Augusto Franzoj in Abissinia
Itinerario di Augusto Franzoj in Abissinia, dal libro “Augusto Franzoj presentato ai giovani” di C. Giorchino, Vercelli, 1963.

Diede dunque inizio a una serie di incontri con le autorità italiane e non solo, compiendo viaggi a Roma, in Svizzera e in Francia, con lo scopo di organizzare il rilascio dei nostri prigionieri, ma l’espulsione del 1887 era tutt’altro che dimenticata, così che il suo ruolo fu affidato, per le trattative conclusive, al militare e diplomatico Cesare Nerazzini, ritenuto più affidabile. Intentò dunque causa al governo allo scopo di ottenere l’indennizzo per le spese sostenute e i servizi resi. La vertenza si trascinò per cinque anni, finché, previo obbligo di segretezza su ogni pratica e trattativa effettuata per le questioni africane, ottenne la somma di 16.000 lire a fronte delle 100.000 richieste.

La battaglia di Adua raffigurato da un celebre dipinto etiope.
La battaglia di Adua raffigurato da un celebre dipinto etiope.
“Menelik organizzava in quei tempi una spedizione contro gli Ittus-Galla. Alfieri doveva anche farne parte. Ed io otteni pure di essere con lui. […] Quando Menelik, che è sempre accompagnato da quasi tutta la sua armata, prende guarnigione in una “città”, quella “città” è dopo un mese letteralmente spogliata di ogni vettovaglia”.
Augusto Franzoj, “Continente Nero. Note di viaggio”

Dall’Africa all’Amazzonia

Nel 1899 fu incaricato da Gustavo Gavotti, armatore, commerciante e deputato di Nizza Monferrato, di comandare una spedizione in Amazzonia per conto della compagnia navale “Ligure — Brasiliana”, che aveva lo scopo di individuare nuovi insediamenti per i migranti italiani e di incoraggiarne l’espatrio.

Copertina de “La Bohème italiana”, 1919.
Copertina de “La Bohème italiana”, 1919.

Partirono con lui il giornalista Oreste Mosca, il medico Antonio Razzaboni, il torinese Guido Guidone, figlio dell’attrice Adelaide Tessero, e il geometra Quintino Pene, fraterno amico di Emilio Salgari, che ha rievocato questa spedizione nel romanzo autobiografico La Bohème italiana (1909). A seguito della morte per febbre gialla del giovane Guidone e del medico Razzaboni, la spedizione fu interrotta e rapidamente rimpatriata.

Schiavo di nessuno!

Nell’agosto 1902 fu a Zurigo presso Ilg, ex consigliere di Menelik, per una nuova intervista giornalistica: era un tentativo di lenire in qualche modo il suo irriducibile mal d’Africa, acuito dall’impossibilità di svolgere il proprio lavoro nel luoghi che, un tempo, lo avevano visto come un eroe della patria. Un tarlo implacabile che non lo abbandonava mai.

Nell’ottobre del 1906, non a caso, tenne un ciclo di conferenze nell’America del Nord sulle sue antiche avventure africane. Nel 1908 informò l’amico repubblicano Arcangelo Ghisleri, geografo, giornalista e politico, di aver abbandonato la fede repubblicana e di considerarsi socialista senza tessera e gli scrisse:

Non sono schiavo di nessuno, io, neppure della libertà.

Padre felice e misterioso

Si era intanto sposato con Ermelinda Angelucci. Con la giovane moglie si era stabilito a San Mauro Torinese, portando con sé il figlioletto Vincenzo, nato a Torino il 23 marzo 1901 da Luigia Ricciardi, nubile.

Un’immagine dal fumetto di “Corto maltese” dedicato a Franzoj.
Un’immagine dal fumetto di “Corto maltese” dedicato a Franzoj.

In quegli anni rafforzò l’amicizia con Jacopo Gelli, scrittore militare e autore del celebre Codice cavalleresco italiano, edito da Hoepli sul finire dell’Ottocento. Li avvicinava l’argomento duellistico, che in Franzoj aveva avuto un esponente sul campo di prima mano, tanto che in un successivo lavoro, Duelli celebri (1928), Gelli trascrisse alcune delle lettere che Franzoj ebbe a scrivergli poche settimane prima della sua tragica fine, definendosi tra l’altro “padre felice”, esaltato “nei folleggiamenti del suo bambino”.

Il figlio di Franzoj costituisce a tutt’oggi un mistero irrisolto, poiché non è noto quando e come sia deceduto. Lo studioso Renzo Masiero ha rintracciato il testamento di Ermelinda Angelucci, morta diciassette anni dopo il marito Augusto Franzoj, constatando l’assenza assoluta di lasciti al figliastro, di cui era peraltro stata matrigna affettuosa e che all’epoca avrebbe dovuto avere, se in vita, ventisette anni.

La tragica fine

Al povero figlio di Franzoj, secondo le cronache, toccò la terribile esperienza (non aveva che dieci anni) di scoprire il corpo senza vita del padre, che da qualche tempo aveva deciso di farla finita. Ufficialmente la causa scatenante fu un’artrite che lo aveva debilitato oltre ogni dire; secondo gli amici le ragioni vere andavano cercate nel suo irrisolto mal d’Africa e in un inclemente viale del tramonto, insopportabile per un uomo ribelle, per lungo tempo abituato ai clamori internazionali. Fatto è che il 13 aprile 1911, impugnò due pistole, se le portò alle tempie e sparò. È come se avesse pensato: “Non sono schiavo di nessuno, io, neppure della vita”.

La tomba dei coniugi Franzoj (dove non esiste traccia del figlio) è a San Mauro Torinese. Una lapide lo ricorda come “valoroso volontario nel 1866, fiero mazziniano”, sottolinea che “la passione africana ne alimentò l’avventurosa esistenza”, e aggiunge: “Con le sue azioni e i suoi scritti onorò l’Italia ben meritando l’incondizionato elogio di Giosué Carducci”. Per pura coincidenza 12 giorni dopo, il 25 aprile 1911, nella vicina Torino, anche Emilio Salgari rinunciò alla vita.

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Bibliografia

  • Danielli G., Esploratori italiani in Africa, Torino, Utet, 1960, II.
  • Del Boca A., Gli Italiani in Africa Orientale, Bari, Laterza, 1976, I.
  • Franzoj A., Continente nero. Note di viaggio, Torino, Roux e Favale, 1885.
  • Franzoj A., Aure africane, Milano, Galli, 1892.
  • Pozzo F., Un viaggiatore in braghe di tela. La vita avventurosa di Augusto Franzoj, Torino, CDA & Vivalda, 2003.
  • Umiltà A., Gli Italiani in Africa, Reggio Emilia, T M Associati Editore, 2004.
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