Bruno Gambarotta si racconta

Dall’infanzia ad Asti agli inizi della sua carriera in RAI

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso lo University College Cork (Irlanda). Insegna lingua inglese e ha pubblicato diversi saggi sul multilinguismo negli scrittori piemontesi.

Curiosità, inteso nelle sue due principali accezioni, è forse il termine che meglio sintetizza la personalità e descrive la carriera di Bruno Gambarotta. Basta scorrere le attività svolte — cameraman, attore, conduttore televisivo e radiofonico, romanziere e pure doppiatore — per capire quanto Gambarotta sia “desideroso di conoscere, di sapere, di vedere, di sentire, per istruzione e amore della verità”.

Understatement sabaudo

Gambarotta è anche un individuo “singolare e fuori dall’ordinario” (e siamo alla seconda accezione): quanti, infatti, possono vantare un’attività lunga e articolata come la sua, e interessi così disparati? Ciononostante, Bruno Gambarotta è solito prendersi gioco della propria mancanza di qualifiche specifiche, divertendosi a cercare il titolo più adatto a sé: da “anziano Rai” a “scrittore artigiano”, fino all’azzeccatissimo, a suo dire, “specialista della piccola borghesia”.

Spesso minimizza i successi giocando la carta, tipicamente piemontese, dell’understatement. Ritiene, invece, che soprattutto il caso gli abbia dato una grossa mano, e va bin parej pare essere il motto che lo ha accompagnato tutta la vita. Tuttavia, dietro l’apparente natura remissiva, si nasconde un individuo appassionato, meticoloso in qualunque cosa faccia e attento agli altri. Provate, se ci riuscite, a fargli leggere un vostro scritto, e vedrete con quale cura esprimerà il suo giudizio!

Il direttore di “Sentieri e Pensieri”, Bruno Gambarotta, dialoga con Margherita Oggero.
Il direttore di “Sentieri e Pensieri”, Bruno Gambarotta, dialoga con Margherita Oggero.

Oltre a essere presidente dell’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, Gambarotta è da qualche anno direttore del festival Sentieri e Pensieri di Santa Maria Maggiore (Verbania). Questa lunga intervista — conversazione (divisa in due parti) è nata lo scorso agosto durante una pausa della rassegna vigezzina.

I genitori

La risposta alla prima domanda (“com’erano i tuoi genitori?”) rivela già molto dell’individuo: “erano persone semplici e le ho amate moltissimo”. Il padre, Mansueto, nacque ad Asti nel 1911. Ultimo di molti fratelli, dopo la quarta elementare riuscì a trovare lavoro presso un tipografo compositore in cambio di una paga modesta. La mamma, Nerina, era invece originaria di Costigliole d’Asti. Anche lei, dopo la quarta, fu mandata a lavorare. Faceva la domestica presso una pettinatrice di Sanremo. Una volta terminati i lavori di casa, le era permesso di scendere in negozio per imparare un nuovo mestiere. Come tutti gli apprendisti, Nerina iniziò a lavare i capelli, poi qualche cliente cominciò a preferirla, fino a quando ebbe la possibilità di aprire un negozio tutto suo ad Asti. Qui si fece aiutare dalla sorella e fu pentenoira per tutta la vita.

L’infanzia nel quartiere ebraico

Bruno è venuto al mondo il 26 maggio 1937, ad Asti, in via Ottolenghi.

Allora nessuno ci disse che quello era il ghetto ebraico. Lo seppi anni dopo leggendo un romanzo ambientato nel ghetto astigiano dell’Ottocento.

Il vantaggio delle case del quartiere ebraico era che erano collegate tra loro da corridoi sotterranei perché gli ebrei, al tempo, non solo dovevano rinchiudersi nel ghetto, ma non potevano uscire di casa dopo una certa ora. Per aggirare il divieto, furono quindi scavati questi tunnel.

Per noi ragazzi, nati diversi anni dopo, vivere in un ambiente simile era puro divertimento: passammo la nostra infanzia lì sotto, a nasconderci e a rincorrerci. Senza sapere che quel quartiere era stata una specie di prigione.
Asti, rione San Secondo, entrata del ghetto ebraico.
Asti, rione San Secondo, entrata del ghetto ebraico.

Il papà di Bruno trascorse parecchi anni sotto le armi. In questi periodi di assenza, il piccolo Gambarotta passava molto tempo nel negozio della madre.

Le donne arrivavano dai paesi vicini per farsi pettinare. La pagavano con conigli, uova, verdure. Trascorrevo tutto il giorno con loro ascoltando i loro racconti: i doppi e tripli tradimenti, le cattiverie e i pettegolezzi. Che meraviglia! Da lì è nata la mia passione per le storie.

Alla stessa epoca risale uno dei più vivi ricordi d’infanzia. Un lunedì, Bruno accompagnò la mamma all’ultimo piano del Seminario vescovile di Asti. Qui erano radunati gli ebrei destinati, presumibilmente a loro insaputa, ai campi di prigionia.

Ricordo un grande ambiente con un soffitto spiovente. Al centro si trovava una stufa. Dal tubo di questa partivano dei fili alle pareti. Sui fili erano stese lenzuola e coperte che servivano a dare a ciascuna famiglia un minimo di intimità. Sopra la stufa c’era un pentolino contenente acqua messa a bollire. Mia mamma vi era seduta accanto e, a turno, lavava e acconciava i capelli di donne e ragazze. Né mia mamma né tantomeno io sapevamo che quelle persone sarebbero state deportate e con ogni probabilità uccise.

Parlè nen an piemunteis!

Nel 1943 i genitori iscrissero il figlio alla Scuola Elementare “Umberto Cagni”.

Mi piaceva moltissimo andare a scuola. Mi dava molte gratificazioni e sono sempre andato bene. All’epoca praticamente tutti parlavamo in dialetto, che, come si sa, era vietato dalle autorità fasciste. Allora la maestra ci scoraggiava, esprimendosi, però, in dialetto: “Parlè nèn an Piemunteis!”

I primi furono anni scolastici per modo di dire poiché gli allarmi antiaerei costringevano alunni e insegnanti ad abbandonare le aule per ripararsi nei rifugi. Nonostante le bombe, le attività cittadine in qualche modo proseguivano. Bruno superò agevolmente l’esame di quinta e fu ammesso alle scuole medie.

Scuola elementare “Umberto Cagni” di Asti.
Scuola elementare “Umberto Cagni” di Asti.
Ho un ricordo commuovente di quel periodo. Era forse il 1951, quando arrivarono i documenti del censimento. Ero in cucina con i miei genitori, i quali m’incaricarono di compilare questi grandi fogli. Arrivò il momento di inserire il titolo di studio dei miei genitori. Ma loro, avendo frequentato solo la quarta elementare, non ce l’avevano. Allora mio padre, dandomi la schiena e vergognandosi un po’, disse di mettere “licenza elementare” per entrambi, anche se non l’avevano mai conseguita.

Quando ancora la TV non esisteva

Il signor Mansueto aveva intanto cominciato a pensare all’avvenire del figlio. In un primo momento voleva iscriverlo al corso di perito grafico a Torino, per continuare così la tradizione di famiglia; poi, però, ebbe una bella intuizione e optò per perito fotografo.

All’epoca leggeva una rivista nella quale si parlava di televisione, che negli Stati Uniti aveva già preso piede. Pensò che lo stesso sarebbe presto accaduto in Italia, e per allora il mio diploma sarebbe tornato utile. Ci aveva visto giusto.

Bruno fece il pendolare tra Asti e Torino per quattro anni. Nel 1955 si trasferì a Torino con tutta la famiglia e l’anno seguente si diplomò.

1948: Asti è invasa dell’acqua

Pochi anni prima, nel 1948, il Tanaro, il Bormida e alcuni torrenti erano esondati. L’alluvione fu la rovina per molti astigiani, incluso Mansueto Gambarotta.

Aveva fatto carriera come compositore a mano ed era diventato caporeparto nella ditta in cui lavorava. La ditta si trovava nel quartiere di Asti basso, e tipografia e magazzino furono invasi dall’acqua. Anch’io andai a dare una mano, ma il fango era ovunque. La ditta dichiarò fallimento e mio padre si trovò per alcuni anni disoccupato.

La madre, intanto, lavorava senza posa.

L’alluvione di Asti del 1948 (foto tratta dall’Accademia di Cultura Nicese “L’Erca” di Nizza Monferrato).
L’alluvione di Asti del 1948 (foto tratta dall’Accademia di Cultura Nicese “L’Erca” di Nizza Monferrato).
Abitavamo in un appartamento al secondo piano; sotto si trovava il negozio di mamma. Certe sere, sentivamo finalmente abbassarsi la serranda e speravamo venisse a preparare la cena. Però la serranda tornava ad alzarsi: si era presentata una cliente. Alle nove, quando finalmente rientrava, ci lamentavamo, ma lei diceva: “A l’è travaj!.

Per qualche anno, il signor Mansueto patì moltissimo la situazione. Faceva il casalingo: uno scandalo per quei tempi.

In piemontese, l’uomo di casa è definito “Giacufumna”. Anche a me arrivava questa sensazione spiacevole. Lui si dava da fare come poteva, tutto precisino, mentre mia mamma era energica ma arruffona. Metteva il cibo sul fornello e poi correva in negozio. Quando tornava, non si sa come, le capitava di azzeccare piatti meravigliosi!

Gli amici Paolo Conte e Giorgio Faletti

Ad Asti, Bruno è legato da due amicizie nate in periodi diversi e che riguardano personaggi pressoché antitetici. Il primo è Paolo Conte, classe 1937, come Bruno.

Non si è mai mosso da Asti, e ogni volta che deve spostarsi, è come se avesse un elastico che lo riporta indietro. Ho lavorato spesso con il fratello, Giorgio, che ha tutt’altro carattere: solare, divertente, mentre Paolo è l’opposto. Vive isolato ed è difficile raggiungerlo. Ha da poco comprato una grande villa a Portacomaro. In quella casa non invita nessuno, lavora mesi da solo, e poi dipinge. Addirittura si considera più pittore che cantautore! Cercai di riallacciare i rapporti qualche tempo fa, ma vi rinunciai. Non lo fa per atteggiarsi, è proprio il suo carattere.
Bruno Gambarotta intervista Giorgio Conte.

L’altro è Giorgio Faletti, scomparso nel 2014.

Carattere diversissimo da Paolo Conte. Quante risate insieme! Inoltre era dotatissimo come scrittore. Tempo fa, mi fu proposto l’incarico di presidente della Biblioteca Civica di Asti. Allora, come oggi, abitavo a Torino e quindi rifiutai. Si rivolsero a Giorgio, il quale accettò con entusiasmo. Mise perfino dei soldi di tasca propria per allestire una sala da dedicare ai genitori.

La Biblioteca Civica di Asti è oggi intitolata a Faletti, mentre il ruolo di presidente è ricoperto dalla vedova, Roberta Bellesin.

Il Gruppo 63

Dopo aver superato di slancio le selezioni, nel 1962 Gambarotta entrò alla Rai di Torino come cameraman. Si sentiva già una persona realizzata: conosceva attori, girava l’Italia e godeva di molto tempo libero. Ne approfittò per migliorare la propria istruzione. Anche se non iscritto, al pomeriggio frequentava le lezioni di Corrado Grassi, linguista titolare del corso di Storia della Lingua Italiana alla Facoltà di Lettere.

Una riunione del Gruppo 63. Da sinistra Edoardo Sanguineti, Umberto Eco, Furio Colombo e Alberto Arbasino.
Una riunione del Gruppo 63. Da sinistra Edoardo Sanguineti, Umberto Eco, Furio Colombo e Alberto Arbasino.

Quell’anno, era il 1964, il corso trattava alcuni scrittori contemporanei, e il professore cercava qualcuno che completasse il modulo parlando del Gruppo 63, movimento d’avanguardia nato proprio l’anno precedente.

Poiché avevo raccolto tutto il materiale su quel movimento, due amici mi suggerirono di farmi avanti. Fui scelto e mi misi al lavoro per scrivere una relazione che sarebbe stata allegata a un volume curato dal docente. Grassi fu così generoso da riconoscermi la paternità del capitolo, cosa che in occasioni simili non avviene.

La biblioteca di Franco Antonicelli

Contemporaneamente, Bruno si propose come volontario al Centro Studi Piero Gobetti. Metteva in ordine i libri, allestiva mostre, si occupava di conferenze. Poi ebbe un’ulteriore possibilità. Presidente del Centro era Franco Antonicelli, grande personalità del periodo. La vedova Gobetti comunicò a Gambarotta che Antonicelli intendeva traslocare, e pertanto aveva bisogno di una mano per trasferire la sua ricchissima biblioteca. I volumi erano quarantamila e non erano previsti compensi.

Franco Antonicelli
Franco Antonicelli
Ricordo la nuova abitazione: era in via Duca degli Abruzzi al civico 32. Ci volle un mese per completare l’incarico, ma fu una gioia unica: aprire gli scatoloni, sfogliare i libri e godermi la sorpresa. Aveva di tutto e di più, delle collezioni stupende.

Avendo notato alcuni volumi con il timbro della Biblioteca Civica o Nazionale, diligentemente Bruno li mise da parte. Quando Antonicelli li vide, chiese spiegazioni. Bruno rispose che si trattava di libri delle biblioteche cittadine, e che, se voleva, poteva recarsi lui stesso a restituirli. Il professore tagliò corto, dicendo di metterli pure insieme agli altri.

Più tardi, scoprii che Antonicelli era stato interdetto dalle biblioteche cittadine poiché era solito prendere in prestito dei volumi senza restituirli!

Inoltre, molti titoli erano presenti in doppia coppia. Anche in questo caso, Bruno li divise augurandosi di poter ricevere la copia eccedente.

La sua risposta, nel vedere queste pile di libri, era la stessa: “mettili insieme agli altri”. Aveva un attaccamento viscerale ai libri. Era un personaggio straordinario.

L’arrivo a Viale Mazzini

Un mattino di settembre, Bruno era al lavoro presso l’auditorium Rai di Torino per le prove di un concerto sinfonico. Durante una pausa, andò coi colleghi alla macchina del caffè. Lì c’era una bacheca di vetro per i comunicati aziendali e si accorse che era stato indetto un concorso per programmisti. Chi non era laureato, come Bruno, poteva allegare un resoconto delle attività culturali svolte.

Al pomeriggio avevo appuntamento con Antonicelli per restituirgli le chiavi di casa e dare insieme uno sguardo al lavoro finito. Rimase soddisfatto e mi chiese come potesse sdebitarsi. Io ero già contento così, ma gli parlai del bando Rai. Lui scrisse una lettera di presentazione in cui mi tratteggiò manco fossi stato Pico della Mirandola!
Sede RAI in viale Mazzini a Roma.
Sede RAI in viale Mazzini a Roma.

Poi, senza dir nulla, Antonicelli fece il nome di Gambarotta al vicedirettore generale Rai, Marcello Bernardi, fratello di Marziano, critico letterario per La Stampa e amico di Antonicelli. Per il bando di concorso, inoltre, Bruno presentò anche quel capitolo del libro di Grassi.

Grazie a questa concatenazione di eventi, potei passare l’esame brillantemente. Era l’ottobre 1965, e nell’ottobre successivo fui trasferito a Roma in Direzione Programmi.

In poco tempo, dunque, da cameraman torinese ai confini dell’impero, dove erano confinate le produzioni minori dell’azienda, Bruno fu catapultato al quinto piano di viale Mazzini, a Roma. Qui poteva partecipare, seppur in veste di assistente, alle riunioni strategiche dell’azienda. Gli anni romani si sarebbero rivelati esaltanti, e Bruno avrebbe avuto l’opportunità di conoscere personaggi formidabili. Ma di questo, e altro, parleremo la prossima volta. Per ora, va bin parej.

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Bibliografia

  • Conti A., Quel giorno in Seminario con tutti quegli ebrei…, in La Nuova Provincia, 2 luglio 2013.
  • Conti A., Gambarotta: dopo l’alluvione del ’48 dovemmo trasferirci da Asti a Torino, in La Nuova Provincia, 17 settembre 2013.
  • De Meo C., Gambarotta: “Quando Torino si dà un traguardo ne esce vincente”, in Futurabile, 23 aprile 2019.
  • Gambarotta B., Saldi di stagione, Torino, Daniela Piazza, 1992.
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