Palazzo Barolo - Torino

Elena Matilde e Giulia Colbert

Le due signore di Palazzo Barolo, tra misteri e carità

Davide Mana
Davide Mana

Laureato in Paleontologia e dottore di ricerca in Geologia, in passato è stato insegnante, ricercatore, conferenziere, venditore di auto usate, interprete, spaventapasseri, riparatore di biciclette. Da alcuni anni lavora come autore, divulgatore, traduttore e creatore di giochi.

Questa è, abbastanza curiosamente, una storia di soldi. Una quantità colossale di ricchezze materiali che serpeggiano attraverso la storia piemontese per quasi tre secoli. È anche la storia di due donne estremamente diverse e separate da un secolo di storia, e di un palazzo, a Torino.

Giulia Colbert di Barolo
Giulia Colbert di Barolo

Le due vite di Palazzo Provana

Palazzo Barolo è uno dei grandi edifici storici del centro di Torino, opera di Gian Francesco Baroncelli, che nel 1692 mise mano a quello che era all’epoca Palazzo Provana di Druent, subentrando su lavori iniziati quasi settant’anni prima da altri architetti. Il proprietario dell’edificio era, all’epoca della ristrutturazione, Giacinto Antonio Ottavio Provana, signore di Druent, la cui famiglia era influente a corte e aveva dato a Casa Savoia numerosi funzionari. Il nonno di Giacinto era stato gran ciambellano, e il padre aveva ricoperto varie cariche, quali gentiluomo di camera, generale delle cacce, gran falconiere e primo scudiero del duca Carlo Emanuele II. Seguendo la tradizione di famiglia, Giacinto intraprese giovanissimo la carriera militare nel reggimento del Monferrato e successivamente entrò a corte come primo scudiero e gentiluomo di camera del Duca di Savoia.

Ingresso di Palazzo Barolo a Torino
Ingresso di Palazzo Barolo.

Il tesoro di Monsù Druent

Giacinto Antonio Ottavio Provana di Druent (conosciuto come Monsù Druent).
Giacinto Antonio Ottavio Provana di Druent (conosciuto come Monsù Druent).

Personaggio eccentrico e capriccioso, molto chiacchierato ma politicamente marginale, “Monsù Druent” venne implicato nel 1682 in un complotto di corte che mirava ad abbattere la reggente Maria Giovanna Battista per mettere sul trono Vittorio Amedeo II. Vittorio Amedeo, non a caso soprannominato “la Volpe Savoiarda” in prima battuta appoggiò i cospiratori (che dopotutto stavano lavorando nei suoi interessi) ma, ottenuta l’assistenza più sostanziosa di Luigi XIV di Francia, denunciò il complotto e fece arrestare tutte le persone coinvolte. Giacinto venne messo agli arresti in quel di Nizza, e solo nel 1686 venne rilasciato.

Più che le molte lettere con le quali dichiarava la propria lealtà al duca Vittorio Amedeo, a pesare sulla scarcerazione di Giacinto fu probabilmente l’ingentissimo patrimonio della famiglia Provana, all’epoca una delle più ricche del piccolo Stato sabaudo. In Giacinto erano infatti confluiti i possedimenti tanto del ramo paterno quanto del ramo materno della famiglia, ai quali si erano aggiunte le terre che Monsù Druent si era guadagnato come ricompense per il proprio lavoro a corte prima del complotto. Possedimenti che stando ad una stima dell’epoca gli garantivano un reddito annuo di 36.800 lire — che in valuta corrente supererebbero i 250.000 euro. Giacinto Provana divenne ben presto creditore della corona per finanziare le imprese militari di Casa Savoia.

L’infelice Elena Matilde

Elena Matilde Provana di Druent.
Elena Matilde Provana di Druent.

Le ricchezze della famiglia Provana finanziarono anche la ristrutturazione del palazzo ancestrale in Via delle Orfane, e furono anche il motore della tragedia che rese famoso — o famigerato — l’edificio.

L’unica figlia di Giacinto, Elena Matilde, nata nel 1675, era certamente uno dei migliori partiti — unica erede di una fortuna vastissima, la giovane non poteva che destare l’interesse di svariati spasimanti forse più interessati al patrimonio che era destinata ad ereditare che non alle sue grazie. Forse per questo motivo Giacinto, che traspare dai documenti d’epoca come un individuo dal carattere estremamente ruvido e autoritario, fu particolarmente duro nei suoi rapporti con Elena Matilde, obbligandola a vivere quasi come una reclusa a Palazzo Provana.

Cattivi presagi

Gerolamo Gabriele Falletti di Barolo
Gerolamo Gabriele Falletti di Barolo

Poi, nel 1695, la giovane venne finalmente concessa in sposa — o più probabilmente obbligata dal padre a sposare un lontano cugino, Gerolamo Gabriele Falletti dei signori di Barolo. Come normale all’epoca, il matrimonio venne preceduto da trattative ed accordi relativi alla dote ed all’eredità della giovane Elena Matilde — più un accordo finanziario ed immobiliare che il coronamento di un sogno romantico.

Alle nozze parteciparono il Duca e la Duchessa di Savoia e i più alti rappresentanti della corte, e per l’occasione la sposa si fece prestare da Anna d’Orléans una preziosa collana di perle. E fu mentre gli sposi e gli ospiti stavano transitando sul grande scalone di Palazzo Provana che la struttura cedette e collassò, travolgendo tutti coloro che si trovavano sugli scalini. Miracolosamente non ci furono vittime, ma la collana scomparve. La cosa causò, come prevedibile, un certo scandalo — anche se le perle vennero poi ritrovate durante lo sgombero delle macerie. Il crollo di parte del palazzo dei Provana venne letto da alcuni come un pessimo presagio per le sorti di quello che era dopotutto un matrimonio di convenienza. E tuttavia quella fra Elena Matilde e Gerolamo di Barolo si dimostrò un’unione felice, e i due ebbero tre figli — Ottavio Giuseppe, Teodoro e Giacinto Antonio.

Il vizio del gioco

Il problema, paradossalmente, non fu il legame imposto ad Elena Matilde dal padre per salvaguardare il proprio patrimonio, ma il patrimonio stesso: in parte per la tendenza di Casa Savoia a pagare in ritardo i propri debiti, ma soprattutto per una malaugurata passione di Giacinto per il gioco d’azzardo (la roulette, forse, che proprio in quegli anni stava diventando un passatempo estremamente popolare fra l’aristocrazia). Nel 1701 divenne drammaticamente evidente che Monsù Druent non solo non era in grado di pagare la dote della figlia, ma non disponeva di fondi per pagare alcunché. La sua soluzione: allontanare Gerolamo di Barolo ed i suoi tre figli, e rinchiudere Elena Matilde in Via delle Orfane, in attesa che il matrimonio venisse legalmente dissolto. Preda di una profonda — e comprensibile — depressione, Elena Matilde di Barolo si tolse la vita il 24 Febbraio 1701, gettandosi da uno dei balconi di Palazzo Provana.

Foto d'epoca di Palazzo Barolo a Torino
Palazzo Barolo in una foto d’epoca.

Il suicidio di Elena Matilde ebbe vaste conseguenze: l’instabilità mentale di Giacinto Provana di Druent si fece più marcata, le fortune della famiglia ebbero un inevitabile tracollo e quando Monsù Druent in punto di morte si fece punto di diseredare il genero e i nipoti e lasciare tutto ciò che aveva ai padri della Congregazione della Dottrina Cristiana, questo scatenò una lunga e intricata battaglia legale che coinvolse non solo la famiglia Barolo, ma anche Casa Savoia. Il testamento di Monsù Druent, d’altra parte, includeva una clausola per cui ogni anno, nell’anniversario della sua morte, sarebbe stata distribuita a tanti poveri quanti erano stati gli anni della sua vita “una elemosina in pane, minestra, vino e denari”.

Palazzo Barolo.

I “fantasmi” di Palazzo Barolo

Frattanto, Palazzo Provana si era guadagnato la fama di edificio maledetto — la storia del crollo durante il matrimonio di Elena Matilde venne ampliata e colorata a tinte fosche, e non mancarono storie riguardo allo spettro della povera ragazza, che alcuni sostennero di aver visto vagare per le sale della dimora avita. La questione legale sul possesso del palazzo in via delle Orfane si risolse solo dopo ventisei anni di litigi, sentenze ed appelli — nel 1727 Ottavio Falletti di Barolo ereditò finalmente le ricchezze di famiglia (inclusi i feudi che Casa Savoia aveva cercato di acquisire) e naturalmente anche il palazzo “infestato” di via delle Orfane; ne ordinò immediatamente la ristrutturazione, affidando i lavori all’architetto Benedetto Alfieri.

Tancredi Falletti
Tancredi Falletti

Il figlio di Ottavio, Carlo Gerolamo, acquisì per matrimonio altri feudi. Il figlio di Carlo Gerolamo, Ottavio Alessandro, si ritrovò così ad ereditare un patrimonio che era secondo solo a quello di Casa Savoia per ricchezza ed estensione, ed era uno dei più vasti d’Europa. Esponente di spicco dell’illuminismo piemontese, Ottavio Alessandro Falletti di Barolo lasciò la carriera militare per dedicarsi a tempo pieno all’educazione del proprio primogenito Tancredi, nato nel 1782. L’Europa stava attraversando dei cambiamenti epocali, sia sul piano culturale che su quello politico e con l’avvio delle campagne napoleoniche il giovane Tancredi venne inviato a Parigi. Qui conobbe e sposò Juliette Colbert, di quattro anni più giovane di lui, che i torinesi conoscono come Giulia di Barolo.

Giulia Colbert, la marchesa dei poveri

È interessante notare come Giulia Colbert di Barolo sia quasi l’antitesi della povera Elena Matilde. Aristocratica cattolica di origine vandeana, bisnipote del ministro delle finanze del Re Sole, Giulia era una sopravvissuta. Sopravvissuta alla Rivoluzione Francese che aveva decimato la sua famiglia, sopravvissuta ad anni di vicissitudini che l’avevano portata ancora bambina, e senza più la madre, a viaggiare in Olanda e in Belgio durante gli anni del Terrore. Rientrata in Francia e divenuta damigella d’onore di Giuseppina Beauharnais, conobbe Tancredi Falletti a corte, scoprendo una forte affinità con il giovane italiano. Il principe Camillo Borghese agì da intermediario e negoziò le nozze dei due, che dopo il matrimonio si trasferirono “temporaneamente” a Torino.

Giulia Colbert e Tancredi Falletti.
Giulia Colbert e Tancredi Falletti.
“Niente di ciò che si dona per carità va perduto”.
Giulia Colbert, “Con gli occhi del cuore”

Donna colta e dalla fede profonda, Giulia parlava oltre al francese anche l’inglese, l’italiano e il greco, e nonostante i forti traumi subiti in gioventù — o forse in seguito ad essi — era crescita con un carattere forte ed indipendente. Arrivata a Palazzo Barolo — che un tempo era stato Palazzo Provana — Giulia non si lasciò impressionare dalle leggende che volevano che l’edificio fosse infestato dall’anima inquieta di Elena Matilde. Si premurò di far dire un ciclo di messe in suffragio, per buona misura, e poi si dedicò a tempo pieno all’attività filantropica. Nel momento in cui lei ed il marito avevano scoperto di non poter avere figli, avevano infatti deciso di “adottare” i poveri di Torino.

Tra filantropia e cultura

Entrata dell’Istituto delle suore di Santa Maria Maddalena a Torino
Entrata dell’Istituto delle suore di Santa Maria Maddalena.

Si dedicò ad aiutare le giovani madri, le orfane e le prostitute. Inaugurò numerose scuole e insieme con il marito fondò la Congregazione delle Suore di Sant’Anna. Nel 1821 istituì una scuola per fanciulle povere in Borgo Dora. Nel 1823 creò l’Istituto del Rifugio di Valdocco destinato alle ragazze madri. Nel 1825 destinò, insieme al marito, una parte del Palazzo Barolo alla realizzazione di un asilo infantile omonimo, riservato ai figli dei lavoratori, la prima opera di questo tipo in Italia.

Nel 1833 fece costruire, accanto all’Istituto del Rifugio, il monastero delle Sorelle Penitenti di Santa Maria Maddalena, che si era ampliato per accogliere anche le vittime della prostituzione minorile. Fortemente impegnata per migliorare le condizioni di vita delle carcerate, Giulia arrivò a presentare al governo un progetto di riforma carceraria. Il ministero non trovò di meglio che nominarla soprintendente del carcere femminile e Giulia rapidamente lo trasformò in un istituto moderno. Stilò anche un nuovo regolamento interno, che discusse con le detenute e da queste venne elaborato e approvato.

“Un carcere non è forse altro che un ospedale di anime dove sfortunatamente la maggior parte dei mali sono mortali?”
Giulia Colbert, “Con gli occhi del cuore”

Nel 1838 Tancredi morì di colera, contratto tre anni prima mentre con Giulia si dedicava al soccorso delle vittime di un’epidemia esplosa in Torino. Da quel momento la marchesa proseguì da sola nella propria opera, amministrando tutti gli enti e le strutture benefiche fondate fino a quel momento, ed avviandone altre.

Nel 1845 inaugurò un ospedale per bambine disabili in via Cottolengo, successivamente affidato a Don Giovanni Bosco. Nel 1847 fondò una scuola professionale presso il proprio palazzo per le ragazze di famiglia operaia, che nel 1857 ampliò fondando una scuola di tessitura e ricamo. Estese le proprie iniziative anche fuori città, fondando un asilo a Castelfidardo e una casa per ragazze sfortunate a Lugo di Romagna.

Tutto questo intrattenendo al contempo a Palazzo Barolo un elegante salotto culturale frequentato dalle più importanti figure della cultura e della politica dell’epoca — Cesare Balbo, il Conte di Cavour, i marchesi di Saluzzo, il maresciallo de la Tour, i nunzi pontifici Gizzi, Antonucci, Roberti; gli ambasciatori di Francia, Inghilterra, Austria, Toscana, Spagna. Silvio Pellico servì per alcuni anni come segretario personale della marchesa.

Il Barolo della Marchesa

Ma Giulia Colbert di Barolo aveva anche delle altre capacità. Erede di una lunga dinastia di proprietari terrieri e vinificatori, tra il 1850 e il 1855, seguì personalmente il perfezionamento della coltivazione di uve nebbiolo delle sue tenute, e si impegnò nello sviluppo del già esistente vino Barolo, valorizzandone ulteriormente la qualità. In questa sua attività più mondana venne coadiuvata da Camillo Benso, conte di Cavour e dal generale Paolo Francesco Staglieno, autore del manuale Istruzione intorno al miglior metodo di fare e conservare i vini in Piemonte, pubblicato nel 1835, e pioniere della vinificazione del Nebbiolo.

Tenuta di Verduno acquistata da re Carlo Alberto.
Tenuta di Verduno acquistata da re Carlo Alberto.

Secondo la tradizione, quando Carlo Alberto di Savoia espresse il desiderio di assaggiare il “nuovo vino” della marchesa, questa gli fece recapitare 325 “carrà” di Barolo — una per ogni giorno dell’anno ad eccezione del periodo di astinenza quaresimale. Le “carrà” erano botti da trasporto su carro, della capacità di circa 600 litri ciascuna. Re Carlo Alberto ne rimase così entusiasta, che acquistò la tenuta di Verduno per potervi avviare una sua produzione personale, ed altrettanto fece successivamente Vittorio Emanuele II, alcuni anni dopo, acquistando la tenuta di Fontanafredda a Serralunga d’Alba.

Il processo di beatificazione

Nel 1863, Giulia di Barolo assistette alla posa della prima pietra della Chiesa di Santa Giulia in zona Vanchiglia, a Torino. Alla sua morte, l’anno successivo, Giulia, ultima erede dei marchesi di Barolo, lasciò l’intero patrimonio di famiglia, calcolato in circa 12 milioni di lire dell’epoca, per la costituzione dell’Opera Pia Barolo. Una cifra pari al bilancio di uno Stato dell’epoca. Le ricchezze che Monsù Druent aveva accumulato, difeso e sperperato, cresciute col tempo furono impegnate alla fine in qualcosa che era molto più che pane, vino e minestra.

Lo stemma di Palazzo Barolo (fotografia di Mattia Boero, 2010 © MuseoTorino).
Lo stemma di Palazzo Barolo (fotografia di Mattia Boero, 2010 © MuseoTorino).

Per le sue attività filantropiche, il 21 gennaio 1991 fu avviata la causa di beatificazione di Giulia di Barolo, che attualmente gode del titolo di “serva di Dio”. Il 5 maggio 2015 Papa Francesco autorizzò la Congregazione per le Cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante le virtù eroiche della Serva di Dio Giulia Colbert, laica, vedova e fondatrice della Congregazione delle Figlie di Gesù Buon Pastore e delle Suore di S. Anna, dichiarandola “Venerabile”. Nel 2018 lo stesso titolo di “Venerabile” verrà assegnato anche a Tancredi Falletti di Barolo.

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Bibliografia

  • Fenoglio A., I misteri di Torino dal 1400 al 1800, Torino, Piemonte in Bancarella, 1977.
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