Illustrazione © Roberto Gentili

Enrico Benedetto Baudi di Vesme, l’esploratore sfortunato

Una vita a inseguire il sogno di una Somalia sconosciuta

Davide Mana
Davide Mana

Laureato in Paleontologia e dottore di ricerca in Geologia, in passato è stato insegnante, ricercatore, conferenziere, venditore di auto usate, interprete, spaventapasseri, riparatore di biciclette. Da alcuni anni lavora come autore, divulgatore, traduttore e creatore di giochi.

Il volume Le mie esplorazioni in Somalia venne pubblicato nel 1944, quando ormai i sogni dell’impero e l’avventura coloniale italiana erano finite. L’autore del saggio, Enrico Benedetto Baudi di Vesme, era morto nel 1931, poco dopo l’aver completato il proprio volume. Ma tutta la vita di Enrico Baudi di Vesme pare segnato da questa condizione incerta, da questo avanzare e retrocedere, da questo arrivare sempre leggermente in ritardo.

Copertina di “Le mie esplorazioni nella Somalia”, 1944.
Copertina di “Le mie esplorazioni nella Somalia”, 1944.

Questo articolo, con ulteriori approfondimenti, è presente anche nel numero 3 cartaceo di Rivista Savej.

 

La prima impresa africana

Litografia di una strada in Berbera, 1884.
Litografia di una strada in Berbera, 1884.

Nato a Torino il 21 novembre 1857, Enrico Baudi di Vesme si brevettò sottotenente di fanteria all’Accademia di Modena nel 1878, e dimostrò fin da subito un grande interesse per le esplorazioni.

L’Italia stava occhieggiando l’Africa, in cerca di spazi dove potersi espandere, e la penisola somala sembrava a Baudi di Vesme un territorio promettente. L’occasione propizia si presentò nel 1889, quando l’Italia assunse il protettorato dei sultanati di Obbia e Alula, nella penisola somala. Enrico Baudi di Vesme vide una possibilità e, senza alcun supporto da parte delle autorità o delle istituzioni italiane, nel 1890 approfittò di una licenza (era pur sempre un militare) per raggiungere Aden e poi da lì Berbera, una città somala sul Mar Rosso, all’epoca sotto il controllo britannico.

“Non posso fare a meno di rilevare di quanta importanza per i nostri dominii africani possa diventare la via dello Uebi Scebeli […] appare evidente come sarebbero utili delle esplorazioni in quelle regioni, che aprissero gli sbocchi, stringessero dei trattati di protettorato e di commercio, preparassero in una parola il terreno, alle future operazioni e scambi commerciali”.
Baudi di Vesme, “Giornale di viaggio”, 1890
Mappa del fiume Uebi Scebeli.
Mappa del fiume Uebi Scebeli.

Da Berbera, l’esploratore si avviò verso l’interno, seguendo il corso del fiume Thugdeer e raggiungendo i monti di Bur Dap, con l’intento di attraversare la penisola somala da nord a sud, compiendo osservazioni geografiche ed etnografiche. Senza un supporto ufficiale e con mezzi scarsi — solo la rivista Cosmo aveva finanziato il suo viaggio — e frequentemente ostacolato dalle tribù locali, Baudi di Vesme non riuscì a completare la traversata, ma dopo tre settimane si ritirò in buon ordine a Berbera, e da lì rientrò in patria. Il suo resoconto Viaggio nell’interno del paese dei Somali da Berbera ai monti Bur Dap nel 1890 venne pubblicato dalla rivista Cosmo.

Frontespizio della rivista “Cosmos” e prima pagina dell’articolo “Viaggio nell’interno del paese dei Somali”.
Frontespizio della rivista “Cosmos” e prima pagina dell’articolo “Viaggio nell’interno del paese dei Somali”.

I finanziamenti della Società Geografica Italiana

Giuseppe Candeo
Giuseppe Candeo

Nella sua prima impresa africana, Enrico Baudi di Vesme non aveva forse raggiunto i propri scopi, ma aveva per lo meno segnalato la propria volontà e capacità di affrontare i disagi di una lunga spedizione di esplorazione. Ne ricavò il supporto di alcune autorità — fra questi il generale Luchino Dal Verme. Dal Verme aveva viaggiato a lungo, fra gli anni ’70 e ’80 del secolo, come ufficiale d’ordinanza del principe Tommaso, duca di Genova. Ora deputato per il comune di Bobbio e vicepresidente della Società Geografica Italiana, Dal Verme era soprattutto uno dei principali sostenitori dell’espansione italiana in Africa. Enrico Baudi di Vesme era per il generale la persona giusta per gettare le basi di una presenza italiana in Somalia.

Per pianificare l’espansione servivano mappe, dettagli e naturalmente contatti, e accordi. Con alle spalle i fondi della Società Geografica e della Società Africana di Napoli, Baudi di Vesme prese un anno di aspettativa dalla fanteria, e sei mesi dopo il suo ritorno dalla prima spedizione era di nuovo a Berbera, questa volta in compagnia di Giuseppe Candeo. I due erano diretti verso lo Uebi Scebeli (letteralmente “Il Fiume dei Leopardi”), in un tragitto che nuovamente li avrebbe portati ad attraversare la penisola somala da nordovest a sudest. Apparentemente gli inglesi fecero delle difficoltà, ma questo non bastò a fermare i due esploratori.

“Non voglio tacere di un altro esploratore italiano — anzi piemontese — che non conobbi personalmente […] Questi è Augusto Franzoi. Tra l’altro mi fu raccontato che trovandosi egli ad uno dei due alberghi della città di proprietà di un maltese rinnegato, questi aveva sparlato degli Italiani in sua presenza. Il bollente ma patriotico — si dimostrò sempre tale — viaggiatore, senza tante parole, lo afferrò per la vita, ed andò a gettarlo in mare a pochi passi davanti all’albergo.
Baudi di Vesme, “Le mie esplorazioni nella Somalia”, pag. 78
Arthur Rimbaud ad Harar, 1883.
Arthur Rimbaud ad Harar, 1883.

Il ritorno in Somalia

In due mesi di marcia, Baudi di Vesme e Candeo raggiunsero Imi, una fiorente città commerciale. Erano i primi europei a mettervi piedi. Lo Uebi Scebeli venne raggiunto pochi giorni dopo, in seguito ad una marcia di seicento chilometri. Anche in quest’occasione, tuttavia, una serie di problemi incontrati durante il tragitto, e l’instabilità politica della zona — nella quale erano frequenti le razzie da parte delle forze abissine — obbligarono gli esploratori italiani a cambiare i propri piani. Abbandonata l’idea di esplorare il bacino del Fiume dei Leopardi (che sarebbe stato cartografato solo nella seconda metà degli anni ’20, da una spedizione guidata dal Duca degli Abruzzi), Candeo e Baudi di Vesme ripiegarono verso la città fortificata di Harar, dove pochi anni prima aveva vissuto Arthur Rimbaud, durante la dominazione egiziana del territorio.

L’arresto

Ora tuttavia gli egiziani se ne erano andati — insieme con Rimbaud — e Harar era una parte dell’impero di Menelik II: Candeo e Baudi di Vesme vennero prontamente arrestati dalle autorità locali.

Ras Makonnen, governatore di Harar, 1902.
Ras Makonnen, governatore di Harar, 1902.

Il governatore di Harar, il ras Makonnen, si mostrò inizialmente amichevole con gli esploratori italiani, che vennero liberati e accolti come ospiti, salvo poi cambiare atteggiamento, sequestrare tutti i beni della spedizione, e invitando amichevolmente gli italiani ad andarsene il prima possibile. Sei mesi dopo l’inizio della loro avventura, Baudi di Vesme e Candeo erano nuovamente in Italia.

Durante il viaggio di esplorazione, Baudi di Vesme aveva raccolto un certo numero di richieste, controfirmate dai capi tribù dei territori attraversati dalla spedizione, a favore dell’intervento italiano in Somalia. Nel chiamare in proprio aiuto gli italiani contro i somali, i firmatari di quelle richieste di fatto offrivano la penisola somala al governo italiano. Il ras Makonnen era probabilmente preoccupato dal possibile effetto di queste richieste. Né si può escludere che ancora una volta fossero gli inglesi, a cercare di intralciare i piani degli italiani. Ma Makonnen non avrebbe dovuto preoccuparsi — rientrato in Italia, Enrico Baudi di Vesme non riuscì a trovare alcun supporto nel governo italiano, e l’intero progetto per una espansione coloniale in fondo “richiesta ed auspicata” dalle popolazioni da colonizzare, andò a monte.

Gli ultimi anni

Amareggiato e osteggiato dal sistema politico e militare sabaudo, Baudi di Vesme si ritirò dall’attività di esploratore, e arrivò a rifiutare una tardiva promozione a maggiore nel 1899. Cinque anni dopo sarebbe stato messo in pensione anticipata, all’età di quarantotto anni. Allo scoppiare della Grande guerra, il maggiore Baudi di Vesme si offrì ripetutamente volontario per una posizione nell’aeronautica italiana. Venne ripetutamente respinto.

La sua avventura era finita.

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Bibliografia

  • Baudi di Vesme C., Le esplorazioni di Benedetto Enrico Baudi di Vesme, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1956.
  • Baudi di Vesme E., Le mie esplorazioni nella Somalia, Roma, Ministero dell’Africa Italiana, 1944.
  • Capacci A., Il contributo di Enrico Baudi di Vesme alla conoscenza della Somalia, in Miscellanea di storia delle esplorazioni, Genova, Bozzi editore, 1979, pp. 143-90.
  • Gribaudi D., La figura e l’opera del capitano Enrico Baudi di Vesme, in Bollettino della Società Geografica Italiana, 1, 1953, pp. 3-16.
  • Mortari C., Lo scopritore del paradiso somalo, in Il mondo esplorato da tredici piemontesi, Torino, Edizioni Palatine, 1943, pp. 43-52.
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