Felice Giardini, un violinista torinese a Londra

La fortunata carriera di un virtuoso sabaudo in terra inglese

“Felice Giardini and children”, John Francis Rigaud, olio su tela, 1775 circa, Foundling Museum, Londra.

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso lo University College Cork (Irlanda). Insegna lingua inglese e ha pubblicato diversi saggi sul multilinguismo negli scrittori piemontesi.

Tra gli stranieri che affollavano Londra nel Settecento, gli italiani rappresentavano una minoranza. Erano artigiani, pittori, ma soprattutto musicisti, librettisti e cantanti richiamati dalla crescente domanda dell’Italian Opera. Il King’s Theatre (ora Her Majesty’s Theatre), nel West End di Londra, era il loro principale datore di lavoro. Tra questi, un talentuoso violinista torinese godette di grande fama per diversi anni prima del declino e del pressoché definitivo oblio: Felice Giardini.

Da voce bianca a violinista

Felice Giardini nacque a Torino il 12 aprile 1716. Fin da giovanissimo rivelò una spiccata propensione musicale, e all’età di nove anni lasciò la capitale sabauda per trasferirsi a Milano. Qui fu aggregato alle voci bianche del coro del Duomo e per tre anni studiò canto, clavicembalo e composizione. Avendo nel frattempo scoperto un particolare talento per il violino, il giovane rientrò a Torino per perfezionare lo studio dello strumento alla scuola di Giovanni Battista Somis.

A nemmeno diciassette anni, Giardini ottenne i primi incarichi come violinista — prima a Roma, quindi a Napoli. Dietro raccomandazione del compositore Niccolò Jommelli, che produsse alcune opere per il Regio di Torino, Giardini fu reclutato tra i ripieni del Teatro San Carlo — ossia tra gli orchestrali che accompagnavano i solisti. Esaurita l’esperienza partenopea, il torinese trovò ingaggi in Germania e in Francia. Intorno al 1748 suonò a Berlino col re di Prussia, Federico II, mentre nel 1750 si esibì a Parigi in occasione del Concert Spirituel, manifestazione che aveva luogo durante le festività religiose.

Ritratto di Felice Giardini conservato a Londra
Ritratto di Felice Giardini conservato presso il British Museum, stampa a cura di Charles Algernon Tomkins.

Una nuova stagione musicale

Nel 1751 Felice Giardini raggiunse l’Inghilterra. La sua prima esibizione, privata, avvenne presso l’abitazione di un certo Naphtali Franks. Giardini si mise in mostra in alcuni assolo di propria composizione e in alcune creazioni di Charles Burney, musicista e storico della musica.

Ritratto di Johann Christian Bach
Johann Christian Bach in un ritratto di Thomas Gainsborough (olio su tela, 1776) esposto al Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna.

Secondo lo stesso Burney, gli ospiti rimasero stupefatti dalla bravura del piemontese: “il suono, il modo con cui si serviva dell’archetto, l’esecuzione, il portamento aggraziato”, insieme ai brani scelti per l’occasione, “portarono il massimo stupore tra tutti gli invitati”. L’arrivo di Giardini a Londra coincise con l’avvio di una nuova stagione musicale. Il violinista torinese, insieme a Johann Christian Bach (ultimogenito di Johann Sebastian) e a Carl Friedrich Abel, fu tra i maggiori responsabili della frattura col recente passato. Del piemontese colpiva specialmente lo stile elegante e innovativo, oltre al suono particolare emesso dal suo strumento, “più potente e cristallino di qualunque altro suo contemporaneo”.

Nel “beau monde” londinese

Nell’inverno del 1751 e in quello seguente, Giardini diede il proprio contributo alla buona riuscita di una serie di concerti organizzati presso la Great Concert Room a Soho. Nella stessa sala, nel 1753 e nel 1755, il violinista curò una ventina di esibizioni in collaborazione con l’oboista Thomas Vincent e la cantante Giulia Frasi. In breve tempo, il sensazionale successo ottenuto spalancò a Giardini le porte del beau monde londinese.

Giuliano Carmignola con l’Accademia dell’Annunciata, diretta da Riccardo Doni, registra il concerto Opera 15 n. 1 di Felice Giardini.

Tuttavia, fatta eccezione per alcuni eventi di beneficenza, Giardini si ritirò dalle manifestazioni pubbliche fino al 1770 per dedicarsi a più remunerativi eventi privati. La principale patrona del violinista fu Mrs Fox Lane, conosciuta anche come Lady Bingley. Grazie ai buoni uffici di Lady Bingley, Giardini impartì lezioni di canto e violino alle signore e ai signori dell’alta società. Anche le esibizioni private erano organizzate da Mrs. Fox Lane e il costo per assistervi era ragguardevole.

Il 28 agosto 1753, Felice Giardini sposò Maria Caterina Violante Vestris, una cantante appartenente a una famiglia di origine fiorentina. Vestris era da poco approdata a Londra riscuotendo un immediato successo e l’appellativo di “virtuosa”. Il fascino della soprano stregò il piemontese, ma il matrimonio durò pochissimo.

Primo violino e direttore d’orchestra

Stradivari appartenuto a Giardini (1683, the “Lord Aylesford”).
Stradivari appartenuto a Giardini (1683, the “Lord Aylesford”).

Durante la stagione 1754 — 55, Giardini assunse il ruolo di primo violino dell’orchestra dell’Opera Italiana al King’s Theatre. Essere primo violino, in quel periodo, significava assumere anche la direzione dell’orchestra — la figura del direttore con la bacchetta avrebbe preso piede solo nell’Ottocento. La nomina di Giardini portò maggiore disciplina tra i musicisti, che il violinista incoraggiò ad adottare uno stile più elegante e appropriato alla musica italiana.

L’Italian Opera, pur rimanendo un luogo di ritrovo frequentato dall’alta società, allora attraversava un periodo di transizione. All’arrivo di Giardini, l’Opera aveva riaperto da un anno dopo tre stagioni di chiusura forzata. L’impresario che nominò Giardini primo violino era Francesco Vanneschi. I contrasti tra Vanneschi e l’allora popolare soprano Regina Mingotti lasciarono pesanti strascichi economici, tanto che, nel 1756, l’impresario finì in bancarotta, in prigione e fu infine obbligato ad abbandonare il paese.

Regina Mingotti, ritratto di Anton Raphael Mengs del 1745.
Regina Mingotti, ritratto di Anton Raphael Mengs del 1745.

La direzione artistica dell’Italian Opera

A partire dal 1756 — 57, il violinista e la soprano italiana assunsero la direzione artistica e finanziaria del teatro. Malgrado il buon esito dei primi spettacoli, i conti rimasero in rosso e i due dovettero abbandonare l’impresa. Nel mese di settembre 1757 Vanneschi, rientrato in Inghilterra, tornò alla direzione, mentre Giardini riprese il proprio posto di primo violino. Giardini e Mingotti ci riprovarono nel 1763 — 64. La stagione si aprì nel segno della confusione e proseguì senza un indirizzo preciso. I risultati si rivelarono peggiori dei precedenti, fatto che portò la soprano a esibirsi per qualche tempo in Italia prima di ritirarsi dalle scene.

Dalla metà degli anni Sessanta, Giardini intensificò i legami con gli ambienti aristocratici. Nel 1763 l’italiano fu uno dei primi nove soci dell’esclusiva associazione musicale chiamata Noblemen and Gentlemen’s Catch Club. In quegli stessi anni, i fratelli di re Giorgio III, i duchi di Gloucester e Cumberland, nominarono Giardini loro Maestro di musica.

Come anticipato, dal 1770, e per tutto il decennio successivo, Giardini intensificò le proprie apparizioni in pubblico. Forse già dal 1769 collaborò con Teresa Cornelys, animatrice della vita mondana londinese e promotrice dei Grand Festivals con i quali si celebravano i compleanni dei reali. Per sette anni consecutivi, dal 1770 al 1776, il musicista piemontese fu anche leader dell’orchestra del Three Choirs Festival, un festival di musica vocale e strumentale tuttora esistente.

Una serata musicale con Teresa Cornelys.
Una serata musicale con Teresa Cornelys.

La concorrenza di Wilhelm Cramer

Fino ai primi anni Settanta, le doti strumentali di Giardini rimasero senza rivali in Inghilterra. Tale primato fu per la prima volta messo in discussione con l’arrivo, sulle scene londinesi, del violinista Wilhelm Cramer nel 1772. Il tedesco suscitò all’istante immensa sensazione grazie al suo approccio e stile innovativi. La meraviglia provocata nel mondo musicale londinese da Cramer fu tale che il violinista torinese, per un certo periodo, meditò addirittura di lasciare l’Inghilterra.

Ritratto di Wilhelm Cramer nel 1794, opera del pittore inglese Thomas Hardy.
Ritratto di Wilhelm Cramer nel 1794, opera del pittore inglese Thomas Hardy.

Accantonato il progetto di fuga, Giardini nel 1772 — 73 fu di nuovo direttore dell’orchestra del King’s Theatre, mentre dal 1774 al 1779, in opposizione alla voga teutonica, si impegnò in una nuova serie di esibizioni di grande richiamo per l’alta società cittadina. Si trattava di esecuzioni di musica inglese e italiana nelle quali Giardini occupava il ruolo di primo violino e talvolta di organizzatore stesso degli eventi. Negli anni successivi il programma fu modificato: musicisti e cantanti italiani prevalsero su quelli inglesi, venne addirittura ammesso qualche strumentista tedesco e la musica fu in prevalenza eseguita come accompagnamento a balli in maschera.

Solo nel 1776 Giardini inaugurò una vera collaborazione con i prodigi tedeschi. Giunto a sessant’anni, dopo averne trascorsi venticinque oltremanica, Giardini comprese che i suoi giorni migliori erano alle spalle. Prima di eclissarsi, l’italiano pensò bene di avvicinarsi ad Abel, Bach e principalmente a Cramer per godere dei loro successi. Insieme a costoro, Giardini si esibì soprattutto alla viola e al violoncello, accompagnando proprio Cramer in una quindicina di esecuzioni musicali organizzate a Londra dal 1776 al 1779.

Insegnante di canto di Giorgio IV

Nella stagione 1782 — 83 Giardini ricoprì per l’ultima volta il ruolo di direttore del King’s Theatre. Nello stesso periodo, il piemontese rimediò anche l’ultimo, remunerativo incarico privato della sua carriera. Fin da giovanissimo, il principe reggente, il futuro Giorgio IV, aveva dimostrato di non badare a spese allorché si trattava di organizzare cerimonie e festeggiamenti di corte. Intorno ai vent’anni di età, la sua munificenza si estese anche alla musica. Giardini divenne così il suo insegnante privato di canto e direttore di una serie di esibizioni pubbliche e private nel corso delle quali il principe suonava il violoncello e Giardini il violino.

Re Giorgio IV, Johann Paul Georg Fischer (© National Portrait Gallery, London).
Re Giorgio IV, Johann Paul Georg Fischer (© National Portrait Gallery, London).

Il declino

Nell’estate del 1784 Giardini compì il suo ultimo viaggio in Italia. Dopo una sosta a Parigi, e forse anche a Roma, arrivò a Napoli nel 1785. L’ambiente che vi trovò e l’accoglienza riservatagli andarono ben oltre le aspettative, tanto che il soggiorno fu prolungato almeno fino al 1787. Il rientro in Inghilterra avvenne, invece, in tono dimesso. Giardini fu prima messo alla porta dal principe reggente per aver tentato una truffa ai suoi danni; poi fallì l’ultimo assalto all’Opera Italiana di Londra. In ultimo, dovette assistere all’affermazione di altri musicisti di area germanica, come Franz Joseph Haydn.

Ritratto di Joseph Haydn.
Ritratto di Joseph Haydn.

Giardini, intanto, stentava a trovare ingaggi e a vendere le proprie partiture, la salute peggiorava al punto da condizionare le esecuzioni al violino. Il musicista fece in tempo a eseguire per l’ultima volta Ruth (una sua composizione di musica sacra) prima di lasciare Londra tra la fine del 1792 e l’inizio del 1793. Ormai alla soglia degli ottant’anni, Giardini tentò un ultimo azzardo. Insieme a una compagnia di opera buffa si trasferì in Russia, dove intendeva allestire alcune opere che avevano ricevuto scarsi consensi oltremanica. Sugli ultimi anni di vita di Giardini, purtroppo, disponiamo di poche informazioni. Sappiamo soltanto che Giardini e la sua troupe collezionarono una serie di fiaschi, e che a Mosca, nel luglio 1796, il musicista concluse i propri giorni in povertà e abbandono.

“Ho notato che in tutta Italia gli a solo di Giardini godono di larga fama e tale fama è giustificata poiché non mi è accaduto di ascoltare nel mio viaggio sul continente musica dello stesso genere che possa uguagliarla”.
Charles Burney, “Viaggio musicale in Italia”

Un piemontese capriccioso

Quanto alla personalità di Giardini, tutte le fonti concordano nel definire “pessimo” il carattere del musicista. Nella breve biografia apparsa sulla rivista Harmonicon, il piemontese è definito “capriccioso, bilioso e stravagante”, mentre secondo McVeigh “non era un collaboratore compiacente poiché propenso alla lite”. Si dimostrò, però, molto generoso nei confronti del concittadino Giuseppe Baretti: Giardini lo accolse al suo arrivo a Londra nel proprio appartamento, e a Baretti rimediò anche un impiego come librettista dell’Opera Italiana. Nel 1766, dopo una sfortunata parentesi in patria, Baretti trovò nuovamente ospitalità presso la stessa abitazione londinese fino al 1769.

Ritratto della duchessa del Devonshire, Thomas Gainsborough, 1787.
Ritratto della duchessa del Devonshire, Thomas Gainsborough, 1787.

Dedica alla duchessa del Devonshire

Di particolare rilievo è la produzione di quartetti legata al soggiorno londinese. L’Opera 21, per esempio, pubblicata nel 1778 — 79 e dedicata alla duchessa del Devonshire, comprende sei quartetti: tre per clavicembalo, violino, viola e violoncello, e tre per clavicembalo, due violini e violoncello.

Felice Giardini, Opera 21, 6 Quartetti.

Negli anni successivi, dal 1779 al 1790, furono pubblicati altri quartetti, contrassegnati come Opera 23 (dedicata al principe reggente), 25 e 29, per violini, viola, violoncello e occasionalmente oboe o flauto. Interessanti anche le opere per tre strumenti, per le quali Giardini spesso predilesse formazioni di violino, viola e violoncello. Sei sonate per violino, viola e violoncello furono pubblicate nel 1773, 1778 e 1784, e catalogate rispettivamente come Opera 17, 20 e 26, mentre più insoliti per Giardini furono i sei trii per chitarra, violino e pianoforte pubblicati nel 1775, oltre a quelli per due violini, pianoforte o violoncello del 1790. Anche quest’ultima composizione, contrassegnata come Opera 30, fu dedicata alla duchessa del Devonshire.

Felice Giardini, trio in si bem. magg., Opera 17 n. 2

Dalla sua corposa produzione strumentale emerge un fatto incontestabile: benché le sue composizioni rimangano godibilissime testimonianze del gusto individuale di Giardini e delle tendenze musicali del tempo, esse non rispecchiano lo stesso grado di talento dimostrato nelle esibizioni al violino. Una vecchia opera dedicata alla tradizione violinistica piemontese contiene la descrizione che forse meglio inquadra il musicista:

Giardini aveva un’esecuzione briosa ed attraente, e suonava l’adagio con espressione e con gusto, con quella leggiadria che aveva ereditato dal Somis, e che inebriava e rapiva gli uditori. Non si poteva chiamar genio, creatore, inventore (privilegio che Iddio largisce a pochi suoi prediletti), ma la sua intonazione era giusta e perfetta, e il suo fare annunziavalo per esimio artista.
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Bibliografia

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