Illustrazione della prima sede della “Gazzetta del Popolo” in via degli Stampatori, Torino.

Giuseppe Deabate, il poeta triste

Cantò la bellezza della piana vercellese

Felice Pozzo
Felice Pozzo

Appassionato di storia delle esplorazioni e di letteratura avventurosa, italiana e non, è considerato uno dei maggiori studiosi della vita e delle opere di Emilio Salgari. Ha dedicato all’argomento numerose pubblicazioni e ha curato l’edizione di alcune ristampe salgariane.

Se si è affezionati al ricordo della Torino che fu, si potrebbe immaginare un prestigioso settimanale fondato nel 1883 per far da supplemento a un altrettanto prestigioso quotidiano fondato nel 1848. L’immaginazione è d’obbligo, perché sia l’uno che l’altro non esistono più da molto tempo. Poi si potrebbe immaginare, su quel settimanale torinese, un articolo firmato da Giuseppe Deabate e illustrato da Attilio Mussino, dedicato alla memoria di Luigi Pietracqua e contenente i nomi di altri illustri personaggi piemontesi, ben noti nella Torino del passato: il giornalista e scrittore Giovanni Faldella e il viaggiatore duellista Augusto Franzoj, ad esempio, entrambi buoni amici dell’autore di quell’articolo.

“E nella pace dell’immensa sera / l’anima solitaria si riposa / e in se stessa raccolta crede e spera”.
Giuseppe Deabate — “Tramonto invernale”

Dalla “Gazzetta del Popolo della Domenica”

Quell’immaginario articolo esiste: risale al 10 novembre 1901, ed è comparso sul supplemento della Gazzetta del Popolo denominato Gazzetta del Popolo della Domenica, diretto da Edoardo Augusto Berta, il romanziere e poeta che Arrigo Frusta ha descritto

omino fine, dall’aspetto aristocratico, con la barba rada e due occhietti vispi, animati da un certo riflesso di monelleria.
L’articolo di Deabate per la morte di Luigi Pietracqua, apparso il 10 novembre 1901 sulla “Gazzetta del Popolo della Domenica”.
L’articolo di Deabate per la morte di Luigi Pietracqua, apparso il 10 novembre 1901 sulla “Gazzetta del Popolo della Domenica”.

I vari nomi sin qui citati, a proposito del tempo che fu, sarebbero graditi ai cultori della toponomastica cittadina, poiché pressoché tutti hanno ottenuto l’intitolazione di una via, e non solo. A Giovanni Faldella è stata intitolata una via a Roma, ad esempio, perché non è stato soltanto uno scrittore ma anche un senatore del regno.

Penna malinconica e minimalista

Se abbiamo citato quell’articolo, che si differenzia da tanti altri di quel periodo per la presenza di un disegno del famoso Attilio Mussino che ritrae il maestro della commedia in vernacolo Luigi Pietracqua, è perché ci regala un interessante scorcio del vivacissimo ambiente letterario di fine Ottocento del capoluogo piemontese, e anche perché vorremmo soffermarci sull’autore di quell’articolo: Giuseppe Deabate, senza dubbio il meno ricordato di tutti.

Giuseppe Deabate
Giuseppe Deabate

Gli è stata intitolata una via a Vercelli, è vero, e un’altra a San Germano Vercellese dove è nato il 31 gennaio 1857, ma cercheremmo invano notizia di librerie o vetrine del passato e del presente pullulanti di sue opere. Non ci sono mai state. Eppure merita un ricordo, perché la memoria, che è già corta per conto suo, rifugge dalle tristezze con eccessiva facilità e Deabate non brillava certo per il carattere allegro. Non a caso lo scrittore vercellese Achille G. Cagna, recensendo un suo libro di versi, affermò:

È triste assai il tuo “Canzoniere”, mio buon Deabate, come sei triste tu.

Era un poeta, che potremmo definire minimalista, ed era un giornalista scrupoloso e dai mille interessi. È anche ricordato, in verità, per il gran numero di epigrafi composte per lutti e commemorazioni. Le possiamo leggere scolpite su busti marmorei, cippi e lapidi disseminate in varie località piemontesi: si ricordano quelle dedicate rispettivamente ad Augusto Franzoj, Augusto Berta, Luigi Belli, Alberto Viriglio, Vittorio Bersezio e altri, a documentare, appunto, uno spirito creativo incline alla malinconia.

Della sua attività giornalistica ci è permesso di ottenere un significativo scorcio dal citato articolo per la morte di Luigi Pietracqua, dove sono suggerite alcune delle sue frequentazioni: i banchetti elettorali, come cronista; il teatro, come critico, per non dire dei caratteristici locali torinesi, ideali per intervistare gli artisti, meglio se appartenenti alle scene piemontesi.

Da praticante avvocato a giornalista

Si era laureato in Giurisprudenza a Torino verso il 1881 e aveva iniziato l’attività legale come praticante nello studio di Desiderato Chiaves, avvocato di prestigio ma soprattutto combattivo senatore del Regno e già Ministro degli Interni (dal dicembre 1865 al giugno 1866).

Ritratto di Desiderato Chiaves.
Ritratto di Desiderato Chiaves.

Chiaves aveva d’altronde un sogno nel cassetto: amava la letteratura e il teatro, così alla scrittura di testi di legge e di saggi politici alternava la stesura di commedie e di atti teatrali in versi. Aveva persino pubblicato un’antologia di quelle sue creazioni nel 1876 con il titolo Ricreazioni di un filodrammatico. Molti anni prima si era dilettato in poesie satiriche con lo pseudonimo “Fra’ Galdino”, pubblicate su Il Fischietto. È una coincidenza se quegli stessi sogni nel cassetto si trasmisero al Deabate?

Fatto sta che fu proprio Chiaves a presentare il suo giovane praticante addirittura a Vittorio Bersezio affinché fosse introdotto nel giornalismo. Quasi impossibile, a Torino, ottenere un percorso verso la carriera più privilegiato e un modo più convincente per abbandonare codici e regolamenti.

Prime collaborazioni

I suoi primi articoli comparvero sulla prestigiosa Gazzetta letteraria e già nel 1883 diventò cronista della Gazzetta del Popolo, sotto la direzione di Giovanni Battista Bottero, nonché collaboratore assiduo del già citato supplemento domenicale, di cui diventò presto redattore, iniziando un’attività che sarebbe durata oltre quarant’anni. In seguito la sua firma comparve a lungo su la Nuova Antologia, su La Lettura e su L’Illustrazione Italiana, vale a dire sulle più celebrate riviste culturali italiane.

La testata della “Gazzetta del Popolo della Domenica” nel 1898.
La testata della “Gazzetta del Popolo della Domenica” nel 1898.

Teatro e nostalgia

Se si effettuasse una panoramica sulla sua produzione in prosa e in poesia, verrebbe da individuare due tematiche che gli furono particolarmente congeniali: il teatro in generale e il Vercellese, con devozione speciale per il paese natale, San Germano, verso il quale dimostrò un fortissimo attaccamento, nonostante la relativa distanza da Torino.

“Oh quante volte col pensiero ritorno / o vecchia casa del villaggio mio. / alla dolcezza dei tuoi lari e al giorno / in cui ti dissi addio!
Giuseppe Deabate

Non ha mai perso occasione per riversare fiumi di nostalgia sul “paesello donde trasse i dì” e dove “chi vi nacque, a ogni angolo ha una memoria appesa”, tanto che alcune testimonianze lo dipingono perennemente commosso al pensiero del “villaggio natìo”.

Cartolina del Palazzo Municipale di San Germano Vercellese, databile tra il 1900 e 1910.
Cartolina del Palazzo Municipale di San Germano Vercellese, databile tra il 1900 e 1910.

Con riferimento al teatro, pubblicò nel 1905, si può dire in casa, ossia presso la tipografia della Gazzetta del Popolo, l’agile volume I Comici di Sua Maestà. Il sottotitolo, La Compagnia Reale Sarda, evidenzia un omaggio al commediografo Giuseppe Costetti, che nel 1893 aveva dato alle stampe un libro analogo (La Compagnia Reale Sarda e il teatro italiano dal 1821 al 1855), quale fondamentale capitolo della storia del teatro ottocentesco. L’agile pubblicazione del Deabate, circa cinquanta pagine, è piuttosto una raccolta di medaglioni, riproduzioni di autografi e cronache dei due teatri, il Carignano e il D’Angennes, che furono il tempio dell’arte delle compagnie teatrali che si susseguirono all’insegna dei Comici di Sua Maestà, segnando un primato nazionale tutto piemontese. E non mancano le novità, frutto di ricerche e approfondimenti personali, effettuati anche grazie a frequentazioni e amicizie nell’ambiente.

Un esemplare di quel libro reca infatti una significativa dedica autografa dell’autore:

Alla Gentile Signora Bianca Miroglio Guidone, figlia e nipote di insigni artisti drammatici.

Bianca Guidone — sicuramente una delle sue autorevoli fonti di notizie e documenti — era figlia della grande attrice Adelaide Tessero, che a sua volta era figlia di Pasquale Tessero, attore notissimo, e nipote della celebre Adelaide Ristori, della quale aveva assunto il nome di battesimo.

Copertina di
Copertina del libro di Deabate sul teatro italiano ottocentesco e dedica autografa alla signora Bianca Miroglio Guidone, figlia dell’attrice Adelaide Tessero.

In quel periodo Deabate aveva accantonato la tentazione di diventare egli stesso autore teatrale, tanto più che l’unico suo tentativo, un atto unico in dialetto torinese, pare abbia avuto rappresentazioni poco incoraggianti. In compenso le sue cronache e critiche erano molto seguite. Ha ricordato Antonio Corona:

Si deve constatare che le maggiori riviste, quali la “Nuova Antologia” e la “Lettura”, si giovarono prevalentemente dell’opera di lui quale esperto di cronache, di critica e di storia teatrale. In qualità di critico teatrale della “Gazzetta” non mancò mai ad una prima nei teatri torinesi, pagandosi regolarmente (e incredibilmente, in confronto ai costumi odierni) il suo biglietto d’ingresso.

La poesia onesta

Copertina de “Il canzoniere del villaggio” di Giuseppe Deabate
Copertina de “Il canzoniere del villaggio”, F. Casanova, 1898.

La sua sterminata produzione poetica non può certo ritenersi digiuna di ispirazioni teatrali. Basti leggere Monsù Travet (1900), poesia dedicata alla nota commedia di Bersezio; oppure Giovanni Emanuel (1904), versi che esaltano “l’artista de la nostra gente/palpitante d’amore e di fierezza”, morto a Torino due anni prima; oppure Al Teatro Regio (1905), ode scritta in occasione della riapertura del noto teatro dopo lunghi restauri; o Per Adelaide Ristori (1906), poetico saluto alla già citata celebre attrice, per non dire di decine di altre composizioni poetiche.

Quante ne scrisse Deabate? Qualche centinaio, sicuramente. Novanta furono raccolte nel 1898 nel volumetto Il canzoniere del villaggio, pubblicato da F. Casanova di Torino ma stampato a Vercelli direttamente come seconda edizione, così da indurre Antonio Corona a commentare: “si è di fronte forse ad un’ingenua astuzia propagandistica”.

Dopo aver pubblicato presso Paravia, nel 1922, la seconda raccolta di poesie, intitolata Il Canto d’Oropa, non gli riuscì di dare alle stampe il terzo volume, che avrebbe voluto intitolare Il dolce piano, con chiaro riferimento ai versi danteschi riferiti a Vercelli. Il fatto è che la seconda pubblicazione fu piuttosto difficoltosa e, soprattutto, poco apprezzata da pubblico e critica.

L’utopico desiderio dell’autore è stato tuttavia esaudito nel 2002, con l’interessamento del Comune di San Germano Vercellese e della Provincia di Vercelli nonché con il patrocinio della Regione Piemonte, stampando il volume in questione in un’elegante e ormai rara edizione fuori commercio di sole 350 copie.

Copertina di
Copertina della raccolta di poesie che Deabate non riuscì a pubblicare in vita edita nel 2002 in sole 350 copie dal Comune di San Germano Vercellese.

Ha scritto Giusi Baldissone, presentando il volume:

Si consegna agli studiosi e alla comunità il tassello mancante nella ricostruzione dell’attività poetica di un intellettuale non insignificante, che visse con quotidiana decenza il difficile passaggio italiano dall’unità al fascismo. Riemergono così nuovi sonetti e nuove canzoni dedicate a quel disegno idilliaco della piana che rappresentava un tratto distintivo delle precedenti raccolte, in uno stile tra Pascoli e Carducci che ben testimonia un gusto culturale tipico dell’epoca […]. Si tratta, insomma, di una curiosa raccolta fiorita come sul margine di una lunga professione e di una lunga vita, rielaborando con garbo e non senza ironia gli intrecci culturali ed esistenziali osservati quotidianamente. Ciò che ne risulta, ancor più che nelle precedenti raccolte poetiche di Deabate, è una sorta di specchio della cultura e della storia corrente, riciclate a palinsesto, talora con lo stesso atteggiamento di Guido Gozzano, anche se, ovviamente, con esiti inferiori. Da questo punto di vista la pubblicazione del “Dolce piano” assume un suo interesse e una sua importanza non soltanto locale.

Deabate è mancato a Torino il 15 marzo 1928, forse con la consapevolezza di non essere mai stato un grande poeta o, per meglio dire, di non aver saputo raggiungere “l’alto ideale poetico concepito nella prima giovinezza”.

Lo ha ipotizzato Carla Sempio, accennando anzi a “una crisi esistenziale ed artistica”, sopravvenuta dopo i trent’anni, e superata con la constatazione che i propri versi erano in ogni caso apprezzati da una vasta cerchia di lettori e lettrici di estrazione piccolo borghese, “cui si confaceva una produzione letteraria poco originale, piuttosto superficiale, ma formalmente decorosa, onestamente sincera e moralmente pulita”.

Ha aggiunto Carla Sempio:

Si potrebbe parlare di poesia d’intrattenimento, di poesia di consumo: l’accostamento del termine “poesia” a quelli di “intrattenimento” o “consumo” potrebbe ben adattarsi infatti a questi componimenti di cent’anni or sono, la cui poeticità era determinata più da fattori esterni (rigidi schemi metrici, lessico paludato e convenzionale), che da intrinseche difficoltà di connessione linguistica e concettuale fra significante e significato […] Insomma sembrerebbe di poter concludere che il poeta sangermanese, senza tentare di innovarsi, di superarsi, abbia accettato il suo ruolo di ripetitivo dispensatore, in facili versi, di buoni sentimenti, di malinconiche riflessioni, di nobili esortazioni: non poteva dare di più, né altro gli chiedevano i suoi abituali lettori.
Recensione di Doctor Alfa, pseudonimo di Augusto Berta, al “Canzoniere del villaggio” (1898) di Deabate, il cui ritratto fotografico compare accanto al titolo.
Recensione di Doctor Alfa, pseudonimo di Augusto Berta, al “Canzoniere del villaggio” (1898) di Deabate, il cui ritratto fotografico compare accanto al titolo.

Lo aveva probabilmente già capito l’amico e collega Berta, che si firmava spesso con lo pseudonimo “Doctor Alfa” e che con quella maschera aveva recensito Il canzoniere del villaggio nel gennaio 1898, quasi a dirci che anche i versi “onesti” che non volano alto, possono donare sensazioni forti, specie se scritti da un attento osservatore dei costumi e dei problemi del tempo e per di più dotato di profonda cultura umanistica quale era il nostro triste poeta. Ha scritto Berta:

Una poesia buona, intima, casalinga, onesta. E tale è veramente la poesia di Giuseppe Deabate: la poesia sana e simpaticissima, piena di sinceri e profondi accenti lirici, di sentimento, di affetti elevati.
※ ※ ※

Bibliografia

  • Corona A., Deabate, il triste cantore, in La Sesia, 31 dicembre 1999.
  • Deabate G., Il dolce piano — Poesie raccolte e annotate da Antonio Corona, Santhià, Grafica Santhiatese, 2002.
  • Doctor Alfa, Il canzoniere de villaggio, in La Gazzetta del Popolo della Domenica, 9 gennaio 1898.
  • Frusta A., Tempi beati, Torino, Edizioni Palatine, 1949.
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