Arte 

Gli affreschi di Giuseppe Mattia Borgnis

Grazie a lui la Val Vigezzo è la Valle dei Pittori

“Nascita della Vergine Maria”, Chiesa di Santa Maria Maggiore, Val Vigezzo.

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso lo University College Cork (Irlanda). Insegna lingua inglese e ha pubblicato diversi saggi sul multilinguismo negli scrittori piemontesi.

Pittore non originalissimo, ma dotato di un’ottima tecnica nonché profondo conoscitore della pittura italiana cinquecentesca e barocca. Mite, riflessivo, dalla spiccata sensibilità religiosa, Borgnis migliorò con gli anni fino a primeggiare nell’esecuzione degli affreschi e nella composizione dei colori. Se la Val Vigezzo è nota anche come la “Valle dei Pittori”, buona parte del merito si deve a Giuseppe Mattia Borgnis.

“Incoronazione di Maria”, Giuseppe Mattia Borgnis, Chiesa di Craveggia.
“Incoronazione di Maria”, Giuseppe Mattia Borgnis, Chiesa di Craveggia.

Fare arte per necessità

Autoritratto di Giuseppe Mattia Borgnis tratto da “Oscellana”, 3, 1983, p. 117.
Autoritratto di Giuseppe Mattia Borgnis tratto da “Oscellana”, 3, 1983, p. 117.

Come molte attività da quelle parti, anche la pittura prese piede per necessità: per sfuggire cioè alla fame, sempre più vigezzini s’ingegnarono a trovare un’occupazione senza grande impegno di mezzi. Benché nella più settentrionale delle valli piemontesi, tra le numerose chiese, cappelle e abitazioni private, si conservino ancora affreschi risalenti al Quindicesimo secolo, non si può parlare di pittura vigezzina vera e propria prima della metà del 1600.

Finalità primaria, almeno inizialmente, era dunque il guadagno e principali committenti erano le chiese e i borghesi più devoti. Col migliorare delle condizioni economiche anche la produzione pittorica, perlomeno negli esponenti migliori, si raffinò fino a perdere la caratteristica di arte commerciale. Spuntarono così scuole di pittura e botteghe artigiane, e fu proprio in una di queste che apprese i primi rudimenti di disegno e pittura Giuseppe Mattia Borgnis.

Ultimo di quattro fratelli, Giuseppe Mattia nacque a Craveggia, nel Verbano-Cusio-Ossola, il 23 febbraio 1701 da Giovanni e Antonia Borgnis. I genitori appartenevano a due rami di una delle più antiche famiglie del luogo e, malgrado tutto, non se la passavano male grazie alle rendite di alcuni terreni e alla conceria di pelli appena fuori paese.

Veduta di Craveggia, tratta dal volume di Giacomo Maria Gubetta “Craveggia comune della Valle Vigezzo (Ossola): sue memorie antiche e moderne”, Domodossola, Tipografia Porta, 1878.
Veduta di Craveggia, tratta dal volume di Giacomo Maria Gubetta “Craveggia comune della Valle Vigezzo (Ossola): sue memorie antiche e moderne”, Domodossola, Tipografia Porta, 1878.

Bologna — Venezia — Roma

A quei tempi a Craveggia era in corso un’intensa attività edilizia, e non mancavano iniziative per istituire nuove scuole primarie. Il giovane Borgnis prima frequentò uno di questi istituti, poi il padre lo mise a bottega da un pittore locale―forse Giovanni Dell’Angelo, artista non particolarmente talentuoso ma sufficientemente accorto da intuire l’eccezionalità dell’allievo. L’apprendistato di Giuseppe Mattia durò fino al 1715, anno in cui il padre e il maestro decisero fosse giunto il momento di ambire a un’istruzione superiore. Fu così che, giovanissimo, Giuseppe Mattia partì per Bologna, dove fu ospite di parenti o amici. Non è dato sapere presso quali scuole approfondì la pittura a olio e a fresco, ma certamente il giovane vigezzino si diede parecchio da fare riproducendo senza sosta disegni e schizzi dei maestri del classicismo bolognese — dai Carracci a Domenichino a Guido Reni. Soprattutto per le opere di quest’ultimo, nelle quali spiccavano abilità compositiva e morbidezza dei colori, Giuseppe Mattia provava una devozione assoluta.

Autoritratto di Guido Reni (1602–1603 circa) e la “Strage degli innocenti” (1611), esposta quest’ultima presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna.
Autoritratto di Guido Reni (1602–1603 circa) e la “Strage degli innocenti” (1611), esposta quest’ultima presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna.

Esaurita l’esperienza bolognese, fu la volta di Venezia. Qui il giovane ebbe l’opportunità di riempirsi gli occhi con le opere di Tintoretto, Tiziano e Paolo Veronese. Dal ritrovamento di quattro copie a inchiostro e acquarello su carta, evidentemente realizzate in loco, e soprattutto dalla rielaborazione successiva di alcuni capolavori custoditi a Palazzo Farnese e nei Musei Vaticani, si deduce che Giuseppe, alla ricerca di modelli iconografici definitivi, finì per sciacquare i propri panni anche in Tevere. Roma dunque completò l’itinerario formativo del giovane che, a corto di soldi, nel 1719 rientrò in Valle.

La collaborazione con Andrea Dell’Angelo

Del talento craveggese si hanno notizie certe soltanto a partire dal 1725. Nel frattempo, mentre le committenze si facevano sempre più numerose e dovendo dipingere grandi tele, il nostro aveva aperto un atelier in paese. Si rese così necessario un aiuto nella preparazione dei colori e nella stesura delle parti di minor impegno, aiuto che si materializzò in Andrea Dell’Angelo, cugino del nostro e nipote di quel Giovanni Dell’Angelo, primo maestro di Giuseppe Mattia. I due non potevano essere più dissimili. Il Borgnis era tutto devoto all’arte, raramente soddisfatto e sempre alla ricerca di nuovi stimoli, mentre Andrea era pittore meno ambizioso, più facile e popolaresco. Se poi Borgnis era bonario e per nulla attaccato al denaro, il suo compare era invece impetuoso e pragmatico. Ciononostante i due collaborarono per alcuni anni realizzando numerosi lavori in Vigezzo e nell’Ossola. Forse non contento di essere confinato a un ruolo subordinato, nel 1729 Andrea intentò una causa contro il cugino con la quale pretendeva la metà dei guadagni. Non sappiamo come si risolse la controversia, ma la collaborazione ovviamente si interruppe. Andrea probabilmente smise di dipingere, fu console di Craveggia nel 1743, mentre nove anni più tardi fu costretto a rinunciare all’incarico per problemi di salute. Come Borgnis, morì nel 1761.

Un’attività instancabile

Intanto Giuseppe Mattia si era accasato con Antonia Mellerio. Ebbero nove figli, cinque dei quali morti in giovane età. Per provvedere alla numerosa famiglia, il Borgnis si buttò in un’attività instancabile che in breve tempo l’avrebbe reso tra i migliori e più prolifici pittori vigezzini. Tra i numerosi incarichi dei primi anni, il coro dell’oratorio della Madonna del Gabbio, a Malesco: sopra l’altare realizzò la Morte di S. Giuseppe e lo Spirito Santo e Angeli sulla volta, mentre, qualche anno più tardi, toccò al catino centrale, con l’Assunzione della Vergine. Nel 1733 Borgnis si spostò nella vicina Valle Cannobina a dipingere la Madonna della Cintura sulla facciata dell’oratorio dell’Annunziata di Cursolo Orasso, mentre pochi anni prima era al lavoro presso la chiesa di Sant’Ambrogio di Coimo e presso quella di San Gottardo e Sant’Anna nella vicina Prestinone.

Esterno dell’Oratorio della Madonna del Gabbio a Malesco e affresco dello Spirito Santo e Angeli realizzato sulla volta.

La chiesa di Craveggia

Ma la commissione più impegnativa riguardò la chiesa di Craveggia, dedicata ai santi Giacomo e Cristoforo. A partire dal 1727 il Borgnis realizzò undici grossi quadri a olio: uno dedicato all’Ultima Cena, cinque raffiguranti la vita di San Giacomo e cinque quella di San Cristoforo. Una delle tele (San Cristoforo trasporta il Bambino Gesù) è particolarmente interessante poiché l’autore ne approfittò per ritrarvi se stesso, il padre e altre personalità craveggesi, mentre il paesaggio sullo sfondo è chiaramente ispirato al paese natale.

Interni della chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo a Craveggia.

Nel 1730 la comunità di Craveggia decise di ricostruire completamente la chiesa parrocchiale. I lavori di riedificazione iniziarono nell’estate 1731, ma già nel 1734 alcune pareti erano pronte ad accogliere gli affreschi di Borgnis. Nel frattempo il padre del nostro, eletto presidente dell’amministrazione della chiesa, non ebbe difficoltà a convincere gli altri membri ad affidare le decorazioni al proprio figliolo. Non c’è angolo della chiesa che non rechi l’impronta di Borgnis, persino le decorazioni nei pennacchi di raccordo e delle lesene sono sue: tutto, però, come d’abitudine, realizzato dietro modeste pretese economiche.

Affresco raffigurante la salita in cielo di Giacomo e Cristoforo.
Affresco raffigurante la salita in cielo di Giacomo e Cristoforo.

Se le tele raccontano gli episodi significativi della vita dei santi, agli affreschi spetta raffigurarne la gloria. In due momenti: l’assunzione in cielo, e il Paradiso, dove Giacomo e Cristoforo sono attesi dalla Trinità. Il visitatore non si lasci trarre in inganno dall’apparente confusione: niente è affidato a caso poiché tutto obbedisce a un preciso progetto iconografico. Due affreschi spiccano per complessità di composizione. Il primo ricopre la volta del presbiterio e raffigura San Giacomo e San Cristoforo portati in cielo dagli angeli; il secondo è invece il Paradiso nel vasto catino centrale. L’autore è qui riuscito a dare l’illusione di uno spazio tridimensionale nel quale i personaggi sono ritratti intorno a un’immaginaria spirale. Al centro naturalmente si trova la SS. Trinità circondata da gruppi di cherubini e in attesa dell’arrivo dei due Santi. A livello inferiore, la Vergine con San Giuseppe e San Giovanni Battista, undici apostoli, e poi martiri, papi, vescovi e re.

Il Paradiso raffigurato nel vasto catino centrale della Chiesa di Craveggia.
Il Paradiso raffigurato nel vasto catino centrale della Chiesa di Craveggia.

In poco tempo l’attività di Borgnis diventò frenetica portandolo in tutta la Val Vigezzo, in altre valli ossolane e perfino in Svizzera. Nel 1740 era al lavoro al nuovo oratorio di Santa Marta, a Trontano. Poco distante, nella frazione di Verigo, nel 1744 Borgnis non disdegnò di decorare una cappella campestre, da poco restaurata. Più gravosa la commissione svolta, tra il 1742 e il 1743, per la parrocchiale di Santa Maria Maggiore. Anche qui gli affreschi sviluppano un preciso concetto teologico — ossia l’assunzione della Beata Vergine Maria, alla quale la chiesa è dedicata. Le pareti del presbiterio recano due dipinti, la Nascita della Vergine e il Transito della Vergine, mentre sul fondo dello stesso si può ammirare l’Assunzione della Vergine. Il Borgnis poi affrescò il catino centrale con l’Incoronazione della Vergine in Paradiso.

La parrocchiale dell'Assunta di Santa Maria Maggiore, prima chiesa eretta in Val Vigezzo.

Pochi anni dopo Giuseppe Mattia era nella frazione di Crana, al lavoro presso l’Oratorio di San Giovanni Evangelista. Qui si trova una delle più alte manifestazioni dell’arte pittorica vigezzina: un affresco rappresentante la Gloria di San Giovanni. Di ritorno a Craveggia, nel 1750 il nostro fu chiamato a decorare quattro stazioni della Via Crucis che uniscono l’Oratorio del Piaggio con la parrocchiale del paese.

Il periodo parigino

Malgrado i molti impegni, Giuseppe Mattia tenne anche una scuola a Craveggia. Qui, tra il 1745 e il 1747, mosse i primi passi Julien de Parme — in realtà svizzero, il cui vero nome era Bartolomeo Ottolini, nato nel 1736 vicino a Locarno e rifugiatosi a Craveggia insieme alla madre. Benché pittore non particolarmente originale, Julien visse totalmente immerso nell’arte e fu in anticipo sui tempi. Per questo ebbe un’esistenza difficile e piena di incomprensioni. Dopo aver abbandonato Craveggia per Parigi, cadde definitivamente in disgrazia. Morì in miseria nel 1799 in un’abitazione di Rue de la Montagne-Sainte Geneviève, poco distante dalla Rue des Lombards dove il suo antico maestro aveva soggiornato quarant’anni prima.

Infatti, nel corso degli anni ’50, mentre le committenze locali rallentavano in maniera allarmante, il Borgnis, allettato dalle notizie dei fortunati compaesani all’estero, lasciò l’amata Craveggia, forse tra l’estate e l’autunno 1752, per raggiungere il Quartiere Latino di Parigi. Qui il nostro rimase brevemente poiché già nel 1753 si trovava a West Wycombe, nel Buckinghamshire, in Inghilterra, al lavoro a una serie di affreschi presso la villa di proprietà di Sir Francis Dashwood.

Gli affreschi di West Wycombe

Non sappiamo come Borgnis sia entrato in contatto con Dashwood, personaggio ecclettico e controverso, parlamentare e attento conoscitore dell’arte italiana — in particolare della pittura rinascimentale romana, ma anche buontempone e fondatore di società parecchio chiacchierate all’epoca. Da escludere la leggenda, ripresa da alcuni storici locali, secondo la quale il nobiluomo inglese avrebbe indetto un bando di concorso al quale rispose anche Borgnis. Più probabile, invece, che furono alcuni mercanti e banchieri vigezzini a Londra a mettere in contatto i due. Dashwood infatti cercava un pittore in grado di riprodurre e adattare alcune scene mitologiche di Raffaello, Carracci e Domenichino per la sua villa di West Wycombe, e dunque chi meglio dell’esperto Borgnis?

Versione dell’
Versione dell’"Aurora” di Guido Reni presente sul soffitto del portico orientale della villa di Sir Francis Dashwood.

Numerosissime le realizzazioni portate a termine in circa dieci anni trascorsi oltremanica dal vigezzino. L’opera del Borgnis, benché ripetitiva, spicca per armonia e conoscenza dell’iconografia cinque-seicentesca. Nell’arco di un decennio, dunque, le pareti, i soffitti e le volte di West Wycombe House furono lentamente occupati dai temi classici che Dashwood aveva ammirato nel corso dei suoi viaggi in Italia e che Borgnis seppe magistralmente adattare ai nuovi spazi pittorici. Uno dei lavori meglio riusciti è l’affresco rappresentante il Trionfo di Bacco e Arianna, realizzato sul soffitto della Blue Drawing Room e ispirato al capolavoro di Annibale Carracci. Non poteva mancare una ripresa dell’opera dell’amato Guido Reni: il soffitto del portico orientale della villa inglese reca infatti una versione dell’Aurora che il pittore bolognese realizzò originariamente presso Palazzo Pallavicini Rospigliosi, a Roma. Lo stesso modello, arricchito da alcuni riferimenti agli Amori degli Dei del solito Carracci, fu riprodotto anche sul soffitto del Tempio Ionico di Rievaulx Terrace, nello Yorkshire, di proprietà di Thomas Duncombe, per il quale Borgnis lavorò nel 1756–57. Nel frattempo i figli del pittore — Pietro Maria, Giovanni e Francesco — avevano raggiunto il padre oltremanica. I primi due avrebbero continuato a dedicarsi alla decorazione in Inghilterra, mentre Francesco sarebbe tornato in patria.

Sulla sinistra il “Trionfo di Bacco e Arianna” realizzato sul soffitto della Blue Drawing Room e sulla destra l’opera di Annibale Carracci a cui è ispirato.
Sulla sinistra il “Trionfo di Bacco e Arianna” realizzato sul soffitto della Blue Drawing Room e sulla destra l’opera di Annibale Carracci a cui è ispirato.
"La Stampa Sera", 1 giugno 1943, p. 3.

Una fine misteriosa

Misteriose, infine, le circostanze intorno alla morte di Borgnis. Sappiamo solo che il pittore si spense a West Wycombe il 10 ottobre 1761, ma rimane oscura la causa del decesso. Fu una malattia, morte naturale o addirittura un omicidio a porre fine ai giorni dell’artista vigezzino? Tra le speculazioni meno improbabili vi è quella dell’incidente. Pare infatti che il sessantenne Giuseppe Mattia sia precipitato da un ponteggio durante una decorazione. D’altronde, benché tragica, quale fine più degna per uno che dedicò tutta la propria esistenza alla pittura?

Sir Dashwood fece poi interrare le spoglie di Borgnis nel mausoleo di famiglia dove un busto lo ricorda ancora come “pictor insignis, moribus candidis ornatus”. Qualità artistiche e morali troppo facilmente dimenticate e che andrebbero riscoperte anche da noi.

Giuseppe Mattia Borgnis è sepolto nel mausoleo della famiglia Dashwood a West Wycombe.
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Bibliografia

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  • Gennari L., Un pittore italiano assassinato a Londra, in La Stampa Sera, 1 giugno 1943, p. 3.
  • Gnemmi D., Borgnis in England, 1701-2001, Ornavasso, Saccardo, 2001.
  • Gnemmi D., Nuovi riferimenti iconografici per gli itinerari culturali romani di Giuseppe Mattia Borgnis (1701-1761), in Oscellana, 2002, 1 pp. 3-27.
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  • Ramoni D., Lineamenti per uno studio sui pittori vigezzini, Santa Maria Maggiore, Scuola di Belle Arti Rossetti Valentini, 2002.
  • Rosenberg P., Julien de Parme 1736–1799, Parma, P.P.S., 1997.
  • Scaciga Della Silva F., Vite di Ossolani Illustri, Domodossola, Vercellini, 1847.
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