Storia 

I fantasmi di Villa Centocroci

Cronaca nera e storia si intrecciano sulla collina di Pino Torinese

Roberto Coaloa
Roberto Coaloa

Storico, biografo di Tolstoj, slavista, traduttore, critico letterario, autore di saggi dedicati al Risorgimento, alla Grande Guerra e ai viaggiatori, come Carlo Vidua, collabora a Il Sole-24Ore e La Stampa. È uno dei più autorevoli specialisti della storia dell’Austria-Ungheria. Si definisce “flâneur esistenzialista”: un instancabile ricercatore di cose rare e amateur di musica.

A Pino Torinese, comune della città metropolitana di Torino, più precisamente nella frazione Centocroci, nella via Centocroci, che dalla sua famiglia prende il nome, vive il mio caro amico Paolo Edoardo Fiora di Centocroci, professore, architetto, studioso di araldica e tra i principali animatori in Piemonte di manifestazioni legate al Risorgimento. Al numero quattordici della via, tra alberi e una fitta vegetazione, appare un’antica villa, fatta costruire nel 1888 dal suo avo, professore all’Accademia militare di Torino, Giovanni (fratello del suo bisnonno Francesco). Altre fonti indicano la costruzione della Villa Centocroci tra gli anni 1890 e 1893. Fu realizzata su un progetto dello stesso Fiora con maestranze locali e una fornace sul posto per i mattoni. Il giardino fu disegnato invece dall’architetto Carlo Ceppi.

Villa Centocroci
Villa Centocroci

Le stanze del mistero

Gustavo Rol
Gustavo Rol

Nei suoi centotrent’anni di esistenza, Villa Centocroci si è costruita una sinistra fama. Eretta su un luogo sacro, segnalato da un antico pilone tuttora presente, la Villa fu il teatro, nell’estate del 1910, della morte violenta dei due proprietari, Giovanni, appunto, e sua sorella Benvenuta. Nella Villa, ora abitata nella bella stagione dal mio caro amico professore, vi hanno vissuto altre persone della famiglia, ma negli ultimi decenni l’abitazione pare quasi abbandonata. Si racconta che strani fenomeni accadano tra le alte pareti e i passaggi storti.

Era forse destino che io dovessi raccontare la storia di questa strana Villa, dopo tanti anni di misteri. A Torino, dove conobbi Paolo, iniziai a frequentare, trent’anni fa, giovane studente universitario, un piccolo circolo di appassionati di storia, intelligenti, molto attivi e interessatissimi all’occulto. Tra questi, un gruppo di egittologi, Silvio Curto in testa, Enrichetta Leospo, Sergio Donadoni e Anna Maria Donadoni Rovere, e alcuni amici sensitivi vicini alle esperienze di Gustavo Rol. Ci univa l’amore per il passato, quello antico, e la passione per Torino e le sue eccentriche case, spesso circondate dal mistero. Tutte queste persone sono ormai scomparse. Se ne stanno andando anche i ricordi legati a particolari esperienze fatte con loro, in posti “estremi” (per chi crede nei fenomeni paranormali).

Ricostruire la storia

Chi scrive, un uomo maturo di quarantotto anni, barbuto e grande, un quieto flâneur per i pochi amici e un bravo storico per tanti altri, si è trovato inestricabilmente legato a questa tragica Villa Centocroci, in una dimensione a-temporale. Il destino e la volontà di ricordare certi luoghi e persone mi hanno spinto quindi al non facile compito di riordinare i ricordi e le frammentarie e incomplete memorie storiche, per fornire alle nuove generazioni una base per future ricerche su uomini e cose, ormai finiti in un andito buio della storia.

Da giovane sono stato protagonista di un fenomeno di poltergeist e non ho avuto, per così dire, una bella adolescenza. Alcuni specialisti nello studio del paranormale hanno poi comprovato la mia iper-sensitività. Ma non sono mai stato un medium. Si sa, le anime sensitive sono abitate da un demone che i comuni mortali non riescono nemmeno a immaginare. Per questo è così difficile trovare le parole giuste per parlare con loro. E fu grazie all’interesse di Paolo Fiora per i fenomeni paranormali, che un giorno, dopo l’ennesimo convegno storico a Torino sulla guerra di Crimea, Plombières e Cavour, mi trovai senza problemi a discettare di cose ormai sepolte nella mente. Il non ancora caro amico Paolo, avendo saputo del mio passato, mi chiese, dopo essersi presentato in compagnia di uno dei miei più affabili amici, di poter parlare con me di un argomento che gli stava particolarmente a cuore: storie di famiglia intrecciate a strani avvenimenti. Dopo un iniziale imbarazzo, m’invitò a trascorrere una notte a Villa Centocroci, una grande casa che si supponeva infestata.

Una notte a Villa Centocroci

Piccolo particolare: Paolo non mi raccontò subito la storia del tragico assassinio del 1910. Mi parlò, invece, di una vaga storia di fantasmi. Inutile dire che accettai, attratto dal mistero, preferendo la Villa e il suo giardino, con la sua quiete, al solito hotel cinque stelle che l’organizzatore dei convegni torinesi, Vittorio, mi riservava da sempre con grande generosità. Era la primavera del 2011. Così, sul solco dei racconti fantastici ottocenteschi e in compagnia di un buon libro, Il giro di vite di Henry James, assunto come talismano per quest’avventura, decisi di trascorrere — da solo — una notte in quella casa di fantasmi.

Villa Centocroci
Interno delle scale della Villa e il gatto Galeazzo.

A Villa Centocroci, la presenza di un gatto ben pasciuto, Galeazzo, mi aveva tranquillizzato. Anche la stanza da letto mi sembrava accogliente, nonostante le tante camere vuote che la circondavano, ripiene di oggetti del passato. Dopo la mezzanotte, inutile dirlo, fui testimone di alcuni fenomeni di difficile spiegazione: sinistri colpi ritmati e vibrazioni delle pareti, rumori simili a passi, sibili, mormorii, correnti d’aria brinata. Tutto bene, in realtà, perché in quella notte mi sembrò di stabilire un rapporto particolare col luogo e importanti corrispondenze con le esistenze dei suoi trascorsi abitanti. Fino a quando un rumore più forte mi fece balzare letteralmente dal letto. Andai in bagno e l’improvvisa apparizione di un volto, ai piedi dell’antica scala che porta alla biblioteca di Paolo, mi agitò. Saranno state le due della notte e cercai di capire se fosse entrato qualcuno in casa. Scesi le scale di corsa, non c’era nessuno. Entrai nella sala della biblioteca: c’era Galeazzo dormiente. Le porte, però, che portavano alle altre stanze del piano terreno erano chiuse a chiave. Da lì provenivano, e “sentivo” chiaramente, dei fragori invisibili, quasi delle voci imploranti aiuto.

Non riuscii più a dormire, nonostante il buon portafortuna Henry James…

Le scale di Villa Centocroci viste dal piano terreno.
Le scale di Villa Centocroci viste dal piano terreno.

Un omicidio efferato

Quel mattino, quando arrivò Paolo con la colazione, io ero abbastanza inquieto. Sicuramente mi aveva nascosto un segreto. Perché non mi aveva raccontato tutto? Era solo uno scherzo? Quale storia si celava dietro quelle porte chiuse a chiave?

L’ha trovato il contadino, mentre attraversava il giardino in cerca di legna. Aveva visto la porta della Villa aperta ed era entrato al piano terreno. Prima ha visto la giacca elegante del Maestro per terra, poi il berretto di lana con il pon pon appoggiato sul tavolo. Sembrava un viaggiatore addormentato, ma era strano. Il mio avo stava appoggiato sul fianco sinistro, offrendosi per intero alla vista di chi arrivava. Era in un bagno di sangue, la testa mutilata, straziata da chissà quanti colpi.

— Paolo, non potevi raccontarmi, prima di questa notte, tutto questo?

Non ti saresti mai fermato a dormire in villa, caro Roberto, immagino! Davvero. Scusami.

— Vedremo, ma poi cos’è accaduto al cadavere?

Il contadino pare abbia vomitato sul vecchio ed è andato a cercare mio nonno Battista, l’unico familiare che si trovava quell’estate in zona.

— E poi?

Poi arrivarono i carabinieri. Trovarono morta anche la sorella del Maestro. In quella stanza che hai provato ad aprire stanotte, lì c’era Giovanni, ucciso mentre leggeva. I miei parenti coprirono le macchie sul pavimento con la paglia. Da cent’anni nessuno più entra in quella stanza, adibita a magazzino e deposito attrezzi dai giardinieri della villa. La stanza dove hai dormito stanotte è quella in cui fu uccisa Benvenuta.
Una camera da letto di Villa Centocroci.
Una camera da letto di Villa Centocroci.

Non potevo crederci! Chiesi immediatamente a Paolo dov’erano sepolti.

Al cimitero di Pino. La lastra centrale tra Giovanni e sua sorella Benvenuta porta l’iscrizione “morti assassinati”. Se vuoi andiamo subito. Non ci va mai nessuno, nessuno vuole vedere quella tomba e quella scritta.

Andammo immediatamente al cimitero, dopo aver bevuto insieme una tazza di caffè caldo. Pioveva forte. Arrivati al cimitero di Pino eravamo inzuppati d’acqua e la famosa lastra, quasi avessimo portato con noi un’alluvione, stava per essere cancellata per sempre con la sua tragica iscrizione. Ora, a parte qualche fenomeno soprannaturale, i fantasmi di Villa Centocroci, dopo aver ricevuto la mia eroica prova notturna e l’omaggio con Paolo alla coppia assassinata, appaiono placati.

Mistero sulle ricerche

La cosa più sorprendente dell’assassinio di Villa Centocroci è la difficoltà di trovare una versione unica dei tragici eventi. Paolo, lo capisco, si trova nell’imbarazzante posizione di nascondere una tragedia che la sua famiglia non desidera più ricordare. Da anni mi promette di consegnarmi foto, ritagli di giornale, memorie. Tutto inutile: resto sempre a mani vuote. Eppure il professore è la persona giusta per iniziare questa ricerca d’equipe sui tragici fatti del 1910. Non è un caso che Paolo Edoardo Fiora di Centocroci abbia realizzato, come curatore, importanti volumi sulla storia del Risorgimento e di Casa Savoia e sull’architettura piemontese. Tra questi: Monza 29 luglio 1900. Il regicidio, dalla cronaca alla storia; La Provincia di Torino e l’antico Palazzo delle Segreterie di Stato; L’insigne collegiata di San Secondo di Asti. In questo periodo, da lui curata (insieme a Paolo Paleari con Giovanni Saccani e Antonietta De Felice), si può ammirare a Torino una splendida mostra: Il Testamento del Capitano. I giovani e la Grande Guerra tra illusioni e realtà, allestita presso la Biblioteca dei Musei Reali di Torino.

Barbara Allason
Barbara Allason

Non mi sono arreso e, con forza e passione di storico, mi sono messo alla ricerca delle poche fonti disponibili, domandando a Paolo qualche notizia sul terreno in cui è sorta Villa Centocroci e poi sui membri della sua famiglia. All’epoca, nell’estate del 1910, il duplice assassinio colpì per l’efferatezza e per l’importanza dei due uccisi, vicini a Casa Savoia. Ne parlò anche la Domenica del Corriere, famosa per le tavole disegnate da Achille Beltrame. Quarant’anni dopo il ricordo di Villa Centocroci e del suo macabro passato fu inserito da Barbara Allason, celebre germanista traduttrice di Nietzsche e grande scrittrice, nel volume Vecchie ville vecchi cuori. Non sapendo ancora nulla delle intricatissime vicende familiari dei Fiora, mi sono messo così alla ricerca di queste prime fonti storiche edite, scoprendo, ahimè, la loro poco attendibilità. Ma era un primo passo verso la verità.

I grandi delitti della “Domenica del Corriere”

Il 1910 è uno degli anni più felici della Belle Époque. Sulla Domenica del Corriere scorrono le immagini di principesse bellissime e di soldati eleganti, che nel giro di un decennio scompariranno ed entreranno nel mausoleo del mondo di ieri. La loro vicenda come quella di milioni di persone sparse in tutto il mondo, è strettamente intrecciata con le passioni di un’epoca lanciata nelle sue sfide tecnologiche: l’automobile, il cinema, i viaggi col dirigibile, i primi aerei. Per quest’ultimo motivo l’inizio del Novecento era anche l’epoca dei “drammi dell’aria”, dove gli aviatori, allora chiamati “aeronauti”, morivano per “caduta” dai loro biplani, dopo voli di appena pochi minuti. Il 1910 era anche l’anno della cometa, per molti un segno dell’arrivo di prossime sciagure. La fine di quell’anno fu poi segnata dalla morte del grande scrittore Lev Tolstoj, uno degli eventi più seguiti da tutti i giornali del mondo di ieri.

Torino nel 1910 (che era la città di Lombroso e di De Amicis) sognava l’avveniristica Esposizione Universale che doveva celebrare, nel 1911, i cinquant’anni dell’Unità d’Italia. Intanto, la Domenica del Corriere ricordava il centenario della nascita di Cavour. Con sorpresa, quindi, girando le soffici pagine del settimanale, incontrai l’annuncio della morte dei due vecchi Fiora, corredato da tre fotografie in bianco e nero. La notizia è sotto la rubrica I grandi delitti, a pagina dieci, della Domenica del Corriere (Anno XII — N. 31, 31 Luglio — 7 agosto 1910).

Articolo apparso sulla “Domenica del Corriere” nel luglio del 1910.
Articolo apparso sulla “Domenica del Corriere” nel luglio del 1910.

Il titolo è: L’assassinio della Villa Cento Croci.

A Pino, in una piccola villa detta Cento Croci che si apre solitaria tra i boschetti e i vigneti della collina torinese, vivevano nel più assoluto isolamento due vecchi: il comm. Giovanni Fiora, di 82 anni, già insegnante nell’Accademia militare di Torino, e sua sorella Benedetta, di 74 anni. Nel pomeriggio del 16 corr. essi uscirono; poi, quando rientrarono nella casetta ove non c’era servitù che li attendesse, vennero barbaramente assassinati da qualcuno penetrato, sembra, nella villetta durante la loro assenza. All’indomani i loro corpi furono trovati sgozzati in una stanza a terreno, presso l’ingresso, con gli abiti della passeggiata ancora addosso. Gli assassini avevano fatto strazio dei due poveretti. Tutti i cassetti dei mobili erano stati aperti a forza e frugati: segno evidente che lo scopo del duplice assassinio fu il furto. Il generale Vittorio Fiora, fratello delle due vittime è assai vecchio anche lui e vive a Torino. Gli assassini non anche vennero scoperti.

Questo il primo indizio della ricerca, ma la ricostruzione dell’accaduto è completamente sbagliata, come pure le notizie sui due assassinati. Giovanni Fiora non aveva ottantadue anni. Ho controllato gli atti di battesimo conservati nella cattedrale di Asti, dove era nato. Battezzato Giovanni, Francesco, Secondo, Marcello, Fiora era nato il 16 febbraio 1829. Quindi al momento dell’assassinio, Giovanni aveva ottantuno anni. La sorella non si chiamava Benedetta. Era stata battezzata Benvenuta, Paola, Maria, Anna, Vittoria. Era nata ad Asti il 24 dicembre 1836. Quindi al momento dell’assassinio non aveva ancora compiuto settantaquattro anni. Alla fine del pezzo si accenna al generale Vittorio Fiora. La notizia è esatta, anche se il militare non era così anziano. Aveva settant’anni, essendo nato il 6 giugno 1840. Morirà il 10 aprile 1920. L’errore più evidente è però un altro. A uccidere i due Fiora non fu una banda di malviventi, ma un solo killer, poi trovato dai carabinieri. I corpi assassinati, infine, furono scoperti in stanze diverse.

Fotografie dei fratelli Fiora apparse nell’articolo della “Domenica del Corriere”.
Fotografie dei fratelli Fiora apparse nell’articolo della “Domenica del Corriere”.

Barbara Allason, in maniera più corretta racconta la Villa (da lei chiamata Fiora e non Centocroci):

La prima villa che mi sta nella mente quando penso al Pino è la villa Fiora: ed è anche la prima che s’incontra quando dalla strada di Ranieri si sbocca sulla provinciale Torino-Chieri alla cosiddetta “Casa dei Cantonieri”, che sorge proprio al punto di displuvio della collina, e di lì, pian piano dapprima e poi rapidamente, si scende verso Chieri. Quando io mi recavo a Villa Fiora, tanti e tanti anni fa, essa era una casa di costruzione recente. Il Fiora, […] lì, in quella radura, aveva fatto tirare su una casa quadrata, senza pretese architettoniche, ma comoda e abbastanza spaziosa; le aveva tracciato attorno un giardino e aveva chiuso il giardino con una cancellata. Dalle finestre si scorgeva, isolata nella selva, la Torre di Montosolo.

Continua la Allason:

Il vecchio professore e la sua vecchia sorella — soli abitatori della villa — ogni anno portavano qualche pianta, aggiungevano qualche mobile o qualche tenda o ninnolo nelle stanze; giacché l’amavano con passione, quella casa che rappresentava i risparmi di tutta la vita e la realizzazione di un sogno per tutta la vita accarezzato. Fu in nome di questo amore che pregarono mio zio Silvio Allason di affrescare le due pareti principali della sala da pranzo; e dopo discussioni e meditazioni si accordarono che sarebbero state decorate l’una con un paesaggio di montagna, l’altra con una marina. Appunto nel periodo che mio zio trascorse dipingendo a Villa Fiora io vi andai assai spesso, e mi familiarizzai coi due vecchi proprietari. Erano, li ricordo, alti e magri, grigi di chiome: e il fratello negli occhi imperiosi e nel volto autoritario si rivelava bene quale io lo conoscevo già attraverso i rapporti dei miei giovani amici, allievi dell’Accademia Militare, spauracchio dei suoi alunni e feroce bocciatore. Anche la sorella era rigida e virile; in fondo due ottime creature, vissute del loro lavoro e della loro tenerezza lungo una di quelle esistenze senza gioie ma anche senza gravi scosse, tipiche di mezzo secolo fa. E invece proprio quell’onesta vita austera e regolata doveva finire nell’aureola della tragedia. Orgogliosi erano i vecchi della loro villa, e non ne vedevano che le qualità buone e sempre protestavano con chi, andati a visitarli, si arrischiava di osservare: “Sì, bella, ma tanto isolata”. Ancor oggi che il Pino ha moltiplicato per cento le sue ville, quella casa e il Piano dei Cantonieri sono isolati, ché tutt’attorno non ha che boschi.

Ricostruendo l’accaduto in Vecchie ville vecchi cuori si racconta che:

I due vecchi […] passavano dunque i mesi estivi soli lassù, ricevendo rare visite. E una sera di domenica un brutto figuro, uno scampaforche da poco dimesso dalla galera, vista la casetta e il vecchio, intento nel giardino a sarchiare, saltò la cancellata e gli fu davanti chiedendo vino e denaro. Fiero e risoluto il professore lo squadrò chiedendogli come fosse giunto fin lì, e udendo che aveva saltato la cancellata: — “Torni a saltarla” — disse — “e quando sarà al di là discorreremo”. Così energico era il tono, che l’uomo, ringhiando un poco, obbedì. E allora il Fiora tornato bonario e pietoso, gli portò effettivamente pane, vino e un po’ di monete. Ma per lo scellerato quello non era stato che un sopralluogo e una prova. Tornò nella notte per svaligiare: uccise prima la sorella, sorpresa in camera a dormire; poi, penetrato nella sala da pranzo, dove il professore s’era indugiato a leggere e a studiare, uccise anche lui.

Barbara Allason riferisce in maniera corretta i fatti e fa risalire la morte dei due Fiora a una domenica. Confrontando altri giornali, risulta, quindi che il giorno dell’assassinio fu il 17 luglio 1910, una domenica. L’assassino, il “brutto figuro”, fu poi arrestato dai carabinieri, che gli ritrovarono al polso l’orologio d’argento di Giovanni Fiora. Barbara Allason non ebbe “più il coraggio di passare la soglia” di Villa Centocroci! Eppure bisogna varcare la soglia della casa per completare e narrare la storia di Giovanni e Benvenuta.

Articolo de “La Stampa” del 17 luglio 1910.
Articolo de “La Stampa” del 17 luglio 1910.

Il pilone Centocroci

Mi ritrovo nello studio di Paolo Edoardo Fiora di Centocroci. Siamo chini su alcune carte e sulle copie di alcuni documenti da lui radunati negli anni. Voglio sapere di più sullo spazio in cui è stata costruita la villa. L’architetto mi spiega:

L’ingegner Giovanni Fiora, docente dell’Accademia Militare d’Artiglieria di Torino dal 1856 al 1896, organizzatore degli studi della medesima stabilisce la sua residenza estiva nella villa fatta costruire nel 1888 (e completata nei primi anni Novanta).

Corretto! Noto, infatti, che Giovanni Fiora, alla fine dell’Ottocento, aveva la residenza a Torino, come appare dall’Elenco dei membri della Società degli Ingegneri e degli Industriali di Torino al 1° febbraio 1875. Tra gli “effettivi residenti”, compare “l’ING. Giovanni Fiora, Professore nella R. Militare Accademia”.

Paolo prosegue:

La presenza del Pilone, nel terreno in cui fu costruita la Villa, denuncia la preesistenza di un luogo sacro la cui natura viene chiarita dalla richiesta, fatta nel 1500 dall’eremita di Pino, di denaro al comune di Torino per riparare la cappella lì esistente. La strada attuale per Torino risale al 1844.

Paolo mi spiega le sue indagini. Essendo appassionato del territorio ha fatto ricerche sui nomi di antiche osterie e sulle vecchie strade. Nel 1848 fu ucciso un orso, che poi diede il nome a una famosa osteria del luogo. Alle carte si aggiungono delle vecchie foto in bianco e nero della sua collezione.

Guardando la foto aerea del 1930 si vede chiaramente la deviazione, così come si vede una specie di montagnola rotonda su cui è costruita la Villa a lato della quale si trova il Pilone Centocroci. Si può supporre che la Villa si erga su di una piccola motta (altura) già sedime per una piccola torre di comunicazione, con base a piramide trapezoidale di pietra ed alzato di torre in legno, e che alla base la piccola motta fosse cintata a palizzata in legno e che all’interno vi fosse una cappella di tipo romanico. L’eremita certamente l’aveva sopraelevata per potervi trovare ricovero notturno. […] Le forme architettoniche del pilone sono più manieriste che barocche, assai simili a quelle di un pilone analogo, che però ha solo tre facce, al cantone della Veglia, prima di Roreto di Cherasco, posto all’incrocio di tre antiche strade. Queste considerazioni indicano con buona approssimazione che i piloni suddetti risalgano alla fine del Cinquecento o ai primi del Seicento. Il pilone Centocroci è dunque la rivitalizzazione di un antico luogo sacro, sempre presente in antico nei luoghi di sosta dei pellegrini (ogni trenta chilometri circa), andato in disuso per la perdita della motta daziale e la fine del castello di Montosolo ormai quasi trecento anni prima.
Foto della Villa dalla collezione di Paolo Edoardo Fiora di Centocroci.
Foto della Villa dalla collezione di Paolo Edoardo Fiora di Centocroci.

Continua Paolo Fiora:

La cappella della motta fu certamente curata intorno al 1000 da monaci pellegrini che dai domini bizantini occupati dai musulmani si erano spostati verso l’occidente europeo. Nel rito greco bizantino esiste il rosario delle cento Ave Maria e delle Cento Croci che consiste di fare all’inizio ed alla fine di ogni preghiera, il segno della croce: cinquanta Ave Maria e cento segni di Croce, nella vulgata: Centocroci. Questa ipotesi è dimostrata dal fatto che in diversi luoghi del meridione d’Italia, di cultura antica bizantina, esistono luoghi e passi chiamati Centocroci, così come lungo il percorso che porta alle chiese dedicate al santo dei Longobardi: san Michele. I luoghi che portano questo nome sono in zone impervie ed elevate, così da far sorgere le lugubri leggende di uccisioni e saponificazioni. Nonostante gli scavi fatti in questi luoghi, e qui per costruire il rifugio di casa nostra durante la Seconda guerra mondiale, non si è trovata traccia di sepolture, forse, gli unici morti di questo luogo sono stati l’orso ottocentesco e, nel 1910, per rapina, i miei prozii. La Villa si chiamava allora Centocroci in quanto il prozio, benemerito promotore col principe Eugenio di Carignano della cultura cittadina era stato nominato, “motu proprio” del Re Umberto I, Conte di Centocroci.

Cimeli di famiglia

I ricordi della famiglia Fiora sono tantissimi e meriterebbero altro spazio e tempo. Nella biblioteca dell’amico Paolo c’è addirittura una sontuosa sciabola appartenuta a Re Carlo Alberto.

La sciabola di Carlo Alberto.
La sciabola di Carlo Alberto.

Uno dei fratelli del bisnonno Francesco e di suo prozio Giovanni, Secondo Giuseppe Giovanni Vittorio Felice, fu medaglia d’argento nella guerra del 1859. Alla parete osservo una stampa. Ritrae un altro militare Fiora, brigadiere nel “Novara Cavalleria”. È il 18 luglio 1848. Combatte con quattro ulani austriaci. Sopravvive allo scontro, ne uccide uno, ne ferisce un secondo e dopo, rimettendosi in sella, raggiunge il suo reparto.

“Ah, il vecchio Piemonte!” — esclamo io (pensando a questo inizio 2019 in Italia) — “Non per questo si era combattuto!”
Il brigadiere Fiora del “Novara Cavalleria” il 18 luglio 1848 si difende dall’attacco di quattro ulani austriaci. Litografia di Ferdinando Perrin custodita al Museo dell’Arma di Cavalleria di Pinerolo.
Il brigadiere Fiora del “Novara Cavalleria” il 18 luglio 1848 si difende dall’attacco di quattro ulani austriaci. Litografia di Ferdinando Perrin custodita al Museo dell’Arma di Cavalleria di Pinerolo.

Così terminiamo la giornata, Paolo ed io, chini sulle carte del passato, ricordando vecchi episodi della storia piemontese. Cento anni fa finiva la Grande guerra e quel mondo aristocratico dei Fiora, legato, nonostante antagonismi e contrasti, alla monarchia dei Savoia. Indico a Paolo una stampa di Achille Beltrame del 30 ottobre 1917, “la battaglia dei gentiluomini”. A Pozzuolo e Mortegliano iniziò l’epica della Grande guerra, dopo Caporetto, con un’inaudita carica di Cavalleria dell’esercito del Regno d’Italia. Paolo apre la bocca con un mezzo sorriso:

con quella carica moriva un mondo che ora rimpiangiamo per quei valori morali fondanti la nostra civiltà che stiamo perdendo!
Paolo Edoardo Fiora di Centocroci, a sinistra, con Roberto Coaloa, al centro, e la sciabola di re Carlo Alberto. Moleto, 2 dicembre 2011.
Paolo Edoardo Fiora di Centocroci, a sinistra, con Roberto Coaloa, al centro, e la sciabola di re Carlo Alberto. Moleto, 2 dicembre 2011.

A servizio di Casa Savoia

Stemma della famiglia Fiora.
Stemma della famiglia Fiora.

Giovanni era il primo di cinque figli maschi della grande famiglia Fiora di Asti dove era nato il 16 febbraio 1829. Aveva studiato ingegneria idraulica, ma quando scoppiò la Prima guerra d’indipendenza, nonostante fosse esente dal servizio militare perché primo figlio di madre vedova, si precipitò volontario a marzo del 1848 nelle Cinque giornate di Milano, poi a Peschiera del Garda presentandosi al colonnello Actis. Il 29 maggio 1848 scoppiò la battaglia di Curtatone e Montanara e il 30 maggio 1848 Peschiera austriaca si arrendeva all’esercito del Re di Sardegna. Quest’avventura giovanile farà sì che quando il colonnello Actis, divenuto generale, ebbe l’incarico dal re Vittorio Emanuele II di rinnovare l’Accademia Militare nel 1856, nello staff rinnovato propose anche il giovane ingegnere Fiora.

Giovanni Fiora era davvero una persona eccentrica, ma Carlo Montù, nella Storia dell’Artiglieria Italiana, lo descrive con rispetto e simpatia. Era anche un uomo dall’indubbio fascino e dal carisma di chi ha maturato una cultura vasta per quel tempo, e una serie d’interessi non comuni che lo rendevano molto moderno. Alto, con un fisico longilineo, scuro di capelli, folta barba e baffi, naso volitivo di lui si era innamorata la principessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, di diciassette anni più giovane.

La principessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna.
La principessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna.

Il 30 maggio 1867 la principessa si sposò con Amedeo duca d’Aosta, figlio di re Vittorio Emanuele II. Amedeo era stato allievo di Giovanni Fiora all’Accademia militare. Non fu un matrimonio felice, e Giovanni, essendo amico del padre e del figlio, poté incontrare la principessa senza problemi. Il professor Fiora e la principessa si legarono grazie a un’amicizia epistolare. Maria Vittoria non avrebbe voluto diventare regina di Spagna, ma accettò, come si faceva all’epoca nelle case regnanti, per dovere. Continuò a scrivere e a ricevere posta dal “caro amico” che le fu sempre vicino nell’educazione dei figli, soprattutto quella di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta (futuro protagonista della Prima guerra mondiale, comandante della Terza Armata del Regio Esercito, che riportò numerose vittorie, senza essere mai sconfitto sul campo, da cui il soprannome di Duca Invitto). L’8 novembre 1876 la principessa moriva, lasciando l’onere degli studi di Emanuele Filiberto, che non amava la matematica, nelle mani dell’amico fedele Giovanni. Nel 1888, come segno di gratitudine il padre di Emanuele Filiberto, Amedeo, regalò all’ingegnere Giovanni Fiora un servizio da tè indiano con le teste dei maharajà. Il duca, che morirà due anni dopo, apprezzava la sincera amicizia di una persona cui lui stesso era affezionato e rispettava la fedeltà a quell’amore intellettuale, fedeltà che fece sì che Fiora mai si sposò.

Pilone onorifico

Il giovane Emanuele Filiberto, quand’era comandante del 5° da campagna alla Venaria, venne con i suoi ufficiali a trovare il vecchio professore a Villa Centocroci. Giovanni sul soffitto della stanza da fumo fece dipingere le armi del duca in segno di omaggio. Amedeo avrebbe voluto concedergli un titolo come re di Spagna, ma ebbe solo il tempo di fargli avere la gran croce dell’Ordine di Carlo III, intervenne però suo fratello Umberto che lo premiò motu proprio quando diventò Re d’Italia. L’occasione per il conferimento fu la fine del suo servizio presso l’Accademia, nel 1897. Gli era stato proposto nel 1892, ma Giovanni ci aveva pensato un bel po’, poi, pur non essendo persona che teneva particolarmente a questi onori, volle trovare il modo di avere un predicato, seppur onorifico che gli permettesse di appoggiare il titolo. La scelta cadde su di un vetusto pilone votivo, un tempo romitaggio che attribuiva il nome al luogo, Centocroci, per costruire la villa a cavallo del bosco e vedere Superga.

Giovanni Fiora aveva avuto parte attiva nella vita culturale di Torino, era stato tra i sei fondatori nel 1866 della Società degli Ingegneri e degli Architetti, faceva inoltre parte del Circolo degli Artisti e della Promotrice di Belle Arti. Fu Direttore agli Studi dell’Accademia e Segretario del Comando per quarant’anni, fu in altre parole l’effettivo organizzatore dell’Accademia stessa.

Benvenuta Fiora

Giovanni visse con la sorella Benvenuta. Anche lei non si era sposata per un amore che non aveva avuto il lieto fine. L’amore di Benvenuta era — si sussurrava — il capitano Roberto Perrone di San Martino, medaglia d’oro nella campagna del 1866. I due fratelli vivevano assieme, dipingevano, a olio e ad acquerello, lui faceva il bricolage col tornio e col traforo, costruendo i mobili per la stanza da fumo della villa, con l’immagine dell’indiano del tabacco, lei ricamava cornici di quadri, bauli e le coperture di casa a piccolo punto e a bandera. Erano entrambi colti, conoscevano bene il tedesco. Andavano spesso in montagna, per le passeggiate a Courmayeur. Al mare a Varazze. Uno dei dipinti murali di Silvio Allason, della sala della Villa Centocroci, rappresenta la punta d’Aspera, l’altro un torrente di montagna, forse la Dora in val Ferret.

È possibile che i “fantasmi” di Villa Centocroci abbiano chiamato a sé il sottoscritto, in una logica spazio temporale, che esclude un “prima” e un “dopo” l’uccisione del Maestro Fiora e di sua sorella.

📌 Villa Fiora di Centocroci
Via Centocroci, 14
10025 Pino Torinese
E-mail: centocroci@alice.it

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Bibliografia

  • Allason B., Vecchie ville vecchi cuori, Torino, Edizioni Palatine, 1950, pp. 221- 224.
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