Il Diavolo in persona: Corrado del Monferrato

Il marchese che sconfisse il Saladino

Davide Mana
Davide Mana

Laureato in Paleontologia e dottore di ricerca in Geologia, in passato è stato insegnante, ricercatore, conferenziere, venditore di auto usate, interprete, spaventapasseri, riparatore di biciclette. Da alcuni anni lavora come autore, divulgatore, traduttore e creatore di giochi.

La storia delle crociate è una complicata matassa di politica, religione, interessi privati. La propaganda dell’epoca attraverso i secoli è stata elevata a Storia, e divulgata attraverso la narrativa. Un buon esempio di come i fatti possano mutare nei secoli è la storia del piemontese Corrado del Monferrato, che partecipò alla Terza Crociata.

Di lui le cronache dell’epoca danno un ritratto eroico…

Corrado era vigoroso nelle armi, estremamente intelligente sia nelle capacità mentali naturali che nell’apprendimento, amabile nel carattere e nelle azioni, dotato di tutte le virtù umane, supremo in ogni consiglio, la giusta speranza della propria parte, e un fulmine lampeggiante contro il nemico, capace di finzione e dissimulazione in politica, educato in ogni lingua, rispetto a cui era considerato dai meno articolati estremamente fluente.
(da “Brevis Historia Occupationis et Amissionis Terræ Sanctæ”)

Le cronache successive non sarebbero state tanto lusinghiere.

Parenti prestigiosi

Ritratto del re e marchese Corrado del Monferrato di François-Édouard Picot, olio su tela, 1843 circa.
Ritratto del re e marchese Corrado del Monferrato di François-Édouard Picot, olio su tela, 1843 circa.

Corrado del Monferrato nacque intorno al 1145, secondo figlio di Guglielmo V, Marchese del Monferrato, e di sua moglie Julitta, sorella di Leopoldo IV d’Austria e nipote dell’imperatore del Sacro Romano Impero Enrico V. Per via materna Corrado era quindi primo cugino di Federico Barbarossa. Anche la zia materna, Adelaide, era un personaggio importante: sposò Luigi VI di Francia e fu madre di Luigi VII e nonna dell’odiato rivale di Riccardo Cuor di Leone, Filippo II di Francia. Il fratello maggiore di Corrado, Guglielmo detto Lungaspada, sposò Sibilla di Gerusalemme e generò lo sfortunato Baldovino V. Il fratello minore di Corrado, Ranieri, sposò Maria Comnena, figlia dell’imperatore Manuele I di Bisanzio. In breve, Corrado era strettamente imparentato con due imperatori, con il re di Francia, e con la regina di Gerusalemme.

Un nobile colto e intraprendente

La famiglia dei Marchesi del Monferrato aveva stretti legami con famosi trovatori e manteneva una corte molto colta, e Corrado era un nobile molto istruito, ed esperto nelle questioni militari. Suo padre aveva partecipato alla Seconda Crociata ed era stato un sostenitore dell’imperatore Federico Barbarossa nella sua lotta contro la Lega Lombarda. Poi, nel 1177 Guglielmo del Monferrato cambiò bandiera, e giurò fedeltà all’Impero d’Oriente. L’imperatore bizantino assicurò l’alleanza dando sua figlia Maria in sposa al terzo figlio del marchese, Ranieri. Nel 1179, Corrado affrontò in battaglia e sconfisse le forze del Sacro Romano Impero, catturando il cancelliere imperiale, e poi andò a Costantinopoli.

Di bell’aspetto, gentile nella primavera della vita, eccezionale e impareggiabile nel coraggio e nell’intelligenza virile, e nel fiore della forza del suo corpo.
(Niketas Choniates)

Corrado, tuttavia, lasciò saggiamente Costantinopoli dopo la morte dell’imperatore Manuele, prima che suo fratello minore e sua cognata venissero assassinati dall’imperatore Andronico.

Nel 1186, il nuovo imperatore bizantino Isacco Angelo cercò di ristabilire l’alleanza con il Monferrato offrendo a Corrado la mano di sua sorella Teodora. Corrado tornò perciò a Costantinopoli, dove fu elevato al grado di “Cesare”. Si rese subito utile, reprimendo la ribellione guidata dal popolare generale Alexios Branas, ma il suo stesso successo portò suo cognato a guardarlo con gelosia e sospetto, mentre i parenti di Branas tramavano vendetta. Verso la metà del 1187, temendo per la propria incolumità (suo fratello, dopo tutto, era stato assassinato solo cinque anni prima), Corrado fuggì da Costantinopoli, lasciandoci la moglie (che scompare così dalla nostra storia), e si recò a Gerusalemme, dove si era stabilito suo padre.

In Terrasanta

Dipinto della battaglia di Hattin da un manoscritto medievale.
Dipinto della battaglia di Hattin da un manoscritto medievale.

Il 4 luglio 1187, a Hattin, le forze cristiane del Levante, al comando di Guido di Lusignano, novello re di Gerusalemme (titolo usurpato alla morte di Baldovino V, il nipote di Corrado), si scontrarono con le forze di Saladino. Nell’arco di una sola giornata i saraceni uccisero o catturarono circa sedicimila cavalieri cristiani, in una delle disfatte più catastrofiche della storia delle crociate, che lasciò a Saladino campo libero per la conquista della Terrasanta.

Corrado giunse ad Acri tra il 10 e il 14 luglio 1187, a bordo di un mercantile genovese. Il capitano, insospettito perché le campane della chiesa di Acri non suonavano, non entrò in porto, e alla notizia che la città si era arresa a Saladino il giorno prima, i genovesi fecero rotta verso Tiro. Quando Corrado arrivò a Tiro, la città era già sotto assedio. I negoziati per la resa erano già in corso, e nella città si trovavano anche i pochi superstiti della disfatta di Hattin e i rifugiati dei territori settentrionali del Regno di Gerusalemme. Corrado prese il comando e rifiutò ogni compromesso. Si affrettò a trovare accordi con i pirati genovesi e pisani, offrendo loro un porto sicuro in cambio di supporto, e organizzò Tiro come un comune.

Battaglia di Hattin e Regno di Gerusalemme nel 1187.
Battaglia di Hattin e Regno di Gerusalemme nel 1187.

L’assedio di Tiro

Le città da conquistare in Terrasanta non mancavano, e quindi Saladino spostò momentaneamente le proprie truppe per catturare Sidone, Beirut, Cesarea, Giaffa e infine Ascalon. Nel novembre del 1187, dopo aver preso Gerusalemme, Saladino tornò ad assediare Tiro, ormai l’unica città che si opponesse al suo dominio. Portò con sé il padre di Corrado, l’anziano Marchese del Monferrato, che era stato catturato a Hattin. Saladino si offrì di rilasciare Guglielmo in cambio della resa di Tiro. Corrado rispose che suo padre “aveva già vissuto abbastanza a lungo”, e imbracciata una balestra prese personalmente di mira il genitore. Guglielmo rispose con un “ben fatto!”, e Saladino, commentando “costui (Corrado) è un infedele e un uomo molto crudele”, liberò il prigioniero.

Saladino
Saladino

I saraceni, impressionati dal nuovo signore di Tiro, cominciarono a chiamarlo al Markis e, se possibile, a stargli alla larga.

Era un diavolo incarnato nella sua capacità di governare e difendere una città e un uomo di straordinario coraggio.
(Ibn al Atir)

Seguirono lunghe settimane di assedio, con il porto di Tiro bloccato dalla flotta egiziana agli ordini di Saladino. Nella città sovraffollata, la situazione si fece ben presto drammatica. Era inverno, non ci si poteva aspettare alcun approvvigionamento o invio di rinforzi dall’Occidente.

Poco dopo Natale, Corrado fece ricorso all’astuzia: portò il nemico a credere che la popolazione esasperata stesse insorgendo, e che alcuni dei residenti più ricchi stessero tentando la fuga via mare. Quando la catena che bloccava il porto venne abbassata, le navi saracene si affrettarono ad entrare e vennero colate a picco dai genovesi e dai pisani. Intanto Corrado respinse un attacco via terra. Il giorno seguente, il 1° gennaio 1188, Saladino ordinò alla sua armata di disperdersi e di ritirarsi.

L’impopolare Guido di Lusignano

Guido di Lusignano
Guido di Lusignano

Corrado tenne Tiro per due anni. Poi, nel 1190, giunse dal nord un piccolo esercito franco, guidato proprio da Guido di Lusignano — l’uomo responsabile del disastro di Hattin.

Guido era accompagnato da sua moglie Sibilla (già moglie di Guglielmo Lungaspada e quindi cognata di Corrado), attraverso la quale il francese reclamava la corona di Gerusalemme. Al suo arrivo fuori Tiro, Guido comandò l’apertura delle porte, così da poter entrare nella sola città rimasta del suo regno. Corrado del Monferrato da parte sua riteneva che Guido avesse perso i suoi dubbi titoli regali a Hattin, e che non avesse affari da sbrigare a Tiro — e rifiutò perciò di farlo entrare, lasciandolo accampato per giorni fuori le mura. Guido decise perciò di spostarsi ad Acri, e porre la città sotto assedio.

Nel novembre del 1190, Sibilla morì di malattia insieme alle sue due figlie. Guido, da sempre impopolare, ampiamente considerato un usurpatore dai baroni cristiani, e screditato dopo la disfatta di Hattin, perse la sua ultima traccia di legittimità. L’Alta Corte di Gerusalemme riconobbe la sorella minore di Sibilla, Isabella, quale legittima sovrana di Gerusalemme.

Illustrazione del XIII secolo dell’assedio di Acri.
Illustrazione del XIII secolo dell’assedio di Acri.

C’era solo un problema: La Costituzione di Gerusalemme riconosceva i diritti delle donne a regnare, ma solo se avevano un consorte maschio in grado di guidare l’esercito. Isabella, certo, aveva un marito, Humphrey de Toron, un barone che tuttavia aveva tradito l’Alta Corte quando questa aveva cercato di opporsi all’usurpazione. La Corte non era quindi propensa a riconoscere Humphrey come re. Isabella avrebbe dovuto divorziare e sposare un uomo più accettabile per i baroni. E Corrado era l’uomo giusto.

Il Vescovo di Beauvais Filippo di Dreuxcelebra il matrimonio tra Corrado del Monferrato e Isabella di Gerusalemme.
Il Vescovo di Beauvais Filippo di Dreux
celebra il matrimonio tra Corrado del Monferrato e Isabella di Gerusalemme.

Signore di Gerusalemme

Il divorzio era perfettamente giustificato: Isabella aveva sposato Humphrey all’età di undici anni, e il suo matrimonio non era pertanto valido per il diritto canonico. Guido di Lusignano naturalmente non gradì la scelta dell’Alta Corte, e rifiutò di concedere il trono a Corrado, sulla base del diritto acquisito tramite l’ormai defunta Sibilla. Si venne così a creare una situazione di stallo, destinata ben presto a complicarsi: in Terrasanta, infatti, stavano per arrivare con le proprie forze i re di Francia e Inghilterra, da sempre acerrimi nemici.

Filippo II di Francia
Filippo II di Francia

Filippo II di Francia, naturalmente, appoggiò suo cugino Corrado, mentre Riccardo I d’Inghilterra sostenne il proprio vassallo Guido. Sfortunatamente per Corrado, Filippo II si stancò presto della crociata e levò le tende, mentre Riccardo I rimase e riconquistò gran parte della fertile pianura costiera, anche se non fu in grado di riconquistare Gerusalemme.

L’unico a trarre vantaggio da questa faida fra i nobili europei fu, ovviamente, Saladino. Durante gli undici mesi critici, dall’ottobre 1191 all’inizio di settembre del 1192, Riccardo cercò frequentemente un accordo con il Sultano, possibilmente a spese di Corrado e della città di Tiro. Corrado da parte sua cercò allora di raggiungere un accordo separato coi saraceni, un gesto successivamente descritto come l’apice dell’infamia dai sostenitori di Riccardo. Dal canto suo, Saladino si limitò a mettere Riccardo e Corrado l’uno contro l’altro, seminando il dissenso nel campo cristiano.

Riccardo I d’Inghilterra, in un ritratto 1841 realizzato da Merry-Joseph Blondel.
Riccardo I d’Inghilterra, in un ritratto 1841 realizzato da Merry-Joseph Blondel.

E tuttavia, se i sostenitori di Riccardo mostravano di disprezzare apertamente Corrado, quando divenne chiaro che doveva tornare in tutta fretta in Occidente per difendere la sua eredità contro suo fratello Giovanni il Senzaterra (come abbiamo visto in decine di film su Robin Hood), Riccardo riconobbe alla Corte di Gerusalemme il diritto di eleggere il proprio re secondo la tradizione. E quando “all’unanimità” venne eletto Corrado, Riccardo accettò la decisione di buon grado.
Forse.

Corrado non sopravvisse che pochi giorni all’incoronazione. Al Markis fu infatti accoltellato nelle strade di Tiro da due uomini successivamente identificati come membri della setta degli assassini, mentre tornava a casa a piedi dalla residenza di un amico, dove era stato invitato a cena, ma non aveva trovato nessuno ad attenderlo. Sua moglie avrebbe dovuto raggiungerlo, ma era stata trattenuta.

Era il 28 aprile 1192. Corrado non aveva ancora cinquant’anni.

I Soliti Sospetti

Al Markis, il governatore di Tiro, e il più grande diavolo di tutti i Franchi, Corrado del Monferrato — che Dio lo possa dannare! — è stato ucciso.
(Ibn al Atir)
Il “Vecchio della Montagna” è l’espressione utilizzata da Marco Polo in un brano de “Il Milione” per indicare al-Hasan ibn as-Sabbah, maestro della cosiddetta “Setta degli Assassini”. Qui, una sua rappresentazione artistica.
Il “Vecchio della Montagna” è l’espressione utilizzata da Marco Polo in un brano de “Il Milione” per indicare al-Hasan ibn as-Sabbah, maestro della cosiddetta “Setta degli Assassini”. Qui, una sua rappresentazione artistica.

Chi fu a commissionare al Vecchio della Montagna (Hasan ibn as-Sabbah, capo della cosiddetta “setta degli assassini”) l’omicidio di Corrado? Saladino, che vedeva il suo peggior nemico elevato al rango reale? Humphrey de Toron, marito rimosso dell’attuale regina di Gerusalemme e inadeguato pretendente al titolo? Guido di Lusignano? Isabella? Riccardo Cuor di Leone?

Leopoldo V d’Austria, zio di Corrado, ebbe pochi dubbi, e alla prima occasione fece catturare Riccardo per processarlo come mandante dell’omicidio del nipote. Riccardo negò tutto, e interpellò direttamente il Vecchio della Montagna, che in una lettera a Leopoldo dichiarò di aver fatto uccidere Corrado di propria iniziativa. Leopoldo per buona misura chiese un ricco riscatto (quello spesso citato nei film di Robin Hood) per permettere a Riccardo di tornare in Inghilterra. Di sicuro è interessante notare che, stando ai testimoni, in punto di morte Corrado esortò la moglie Isabella a cedere il titolo di Re di Gerusalemme proprio a Riccardo o a un suo vassallo. Tutti i testimoni erano vassalli di Riccardo.

Ma è certamente una coincidenza.

Sette giorni dopo la morte di Corrado, Isabella sposò Enrico di Champagne, nipote di Riccardo.

Memorie travisate

Pochi anni dopo, la pubblicazione dell’Itinerarium Peregrinorum et Gesta Regis Ricardi fornì una versione ufficiale dei fatti — e Corrado ne uscì come un avventuriero e un parvenu, un vile doppiogiochista intrallazzone e infingardo in combutta con Saladino, che aveva forzato la povera Isabella ad abbandonare il marito al fine di soddisfare la propria ambizione. L’autore dell’Itinerarium travisa le cronache bizantine, tramutando l’uccisione di Alexios Branas sul campo di battaglia ad opera dei suoi stessi soldati in un omicidio compiuto da Corrado, che abbandonò Costantinopoli per sfuggire alla giustizia, e sottolinea come già in passato il piemontese avesse tradito il suo imperatore cambiando bandiera (ma quello era stato Guglielmo, non Corrado).

Questa versione sostanzialmente falsa dei fatti venne ripresa nelle cronache successive e diffusa, finché sir Walter Scott, che nell’Ottocento costruì l’epica del Buon Re Riccardo Cuor di Leone (che in realtà così buono non era), presentò Corrado del Monferrato, o meglio “Conrade of Montserrat”, come il “tipico italiano” doppiogiochista e indegno di fiducia, e questa divenne la verità comunemente accettata. Ci cascò persino Harold Lamb, abile narratore e storico di razza, che fu consulente di Cecil B. DeMille per la sua epica sulle Crociate — in cui ancora una volta Corrado è un viscido cialtrone che ama giocare coi pugnali, e in combutta col malvagio Principe Giovanni (che in realtà così malvagio non era) per far fuori il buon Riccardo.

Ed è paradossale che oggi la storia di Corrado del Monferrato, al Markis, che pure è celebrato nella Sala dei Cavalieri a Versailles, ci venga restituita dalle cronache arabe, che riconoscono al nobile piemontese i suoi meriti, pur maledicendone il nome e le imprese.

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Bibliografia

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  • Gilchrist M. M., Getting Away With Murder: Runciman and Conrad of Montferrat’s Career in Constantinople, in The Mediæval Journal, St Andrews, St Andrews Institute of Mediæval Studies, 2, 1, 2012, pp. 15–36.
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  • Williams P. A., The Assassination of Conrad of Montferrat: Another Suspect?, in Traditio, Cambridge, Cambridge University Press, XXVI, 1970.
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