Il dottor Arminio Heer

Vicino a Salgari negli ultimi tragici anni della sua vita

Felice Pozzo
Felice Pozzo

Appassionato di storia delle esplorazioni e di letteratura avventurosa, italiana e non, è considerato uno dei maggiori studiosi della vita e delle opere di Emilio Salgari. Ha dedicato all’argomento numerose pubblicazioni e ha curato l’edizione di alcune ristampe salgariane.

Protagonista di queste pagine è uno sconosciuto medico municipale di Torino che la sorte ha deciso fosse il medico della famiglia di Emilio Salgari durante gli ultimi due anni e quattro mesi di vita del romanziere. Si chiamava, secondo l’anagrafe e secondo la sua stessa firma, Arminio Heer. Questa precisazione è dovuta al fatto che nella pubblicistica dove è nominato, in grande prevalenza salgariana, si legge quasi sempre “Erminio” e il cognome diventa “Herr”. Si tratta dunque di un uomo di medicina che, anche se soltanto per questioni di ubicazione e dunque non per scelta dei pazienti in questione, ha prestato assistenza al nostro più grande scrittore di avventure, a sua moglie Ida Peruzzi e ai suoi figli, sino alle soglie di una tragedia che nessuno può dire con certezza se poteva essere evitata in qualche modo. E il dubbio resta.

Ritratto di Emilio Salgari e della moglie Ida Peruzzi.
Ritratto di Emilio Salgari e della moglie Ida Peruzzi.

A servizio presso la Società di Mutuo Soccorso

Arminio Heer è morto a Torino all’età di 91 anni il 26 marzo 1964 e dunque è nato nel 1873, forse nella stessa città. Figura tra il personale dell’Ospedale Maria Vittoria, con la qualifica “assistente interno”, dal 1° settembre 1898 al 6 gennaio 1900. L’ospedale era stato inaugurato nel 1885 ed aveva come scopo principale la cura della donna e del bambino, così che, nel periodo in cui egli vi fu presente, la prestigiosa struttura poteva già contare su una sala operatoria destinata all’ostetricia e ginecologia e su un padiglione di pediatria.

Le solerti indagini di Bianca Gera, pubblicate a Torino, riferite in particolare alla torinese Barriera di Casale ed effettuate avvalendosi anche delle lucide testimonianze di Albina Lusso Caviglione, nata nel 1902 in quel borgo dove sarebbe arrivato anche Salgari con la famiglia, ci forniscono preziose informazioni sulla sua successiva attività.

Ospedale Maria Vittoria a Torino nel 1907
Veduta generale dell’Ospedale Maria Vittoria, tratta da “L’Ospedale Maria Vittoria nel suo primo ventennio di esercizio (1887–1906)”, Berruti G., 1907.

Ad esempio, con riferimento a una festicciola organizzata il 26 maggio 1912 presso l’Asilo Regina Margherita della Madonna del Pilone, si legge che, tra chi pronunciò parole di circostanza, ci fu il dottor Heer, e l’episodio risulta rilevante ai fini di comprendere quanto fosse tenuto in considerazione dagli abitanti di quel borgo. In esso, sin dal 1906, era importante l’attività della Società di Mutuo Soccorso intitolata a Edmondo De Amicis e Albina Lusso ha avuto modo di ricordare la presenza del dottor Heer in più occasioni, in particolare nel 1919, quando la “De Amicis” si fuse con analoga Società e poi nel 1922, quando fu inaugurata la nuova sede sociale. Il medico incaricato all’assistenza dei soci ammalati era appunto lui, compensato con 150 lire al trimestre fino al 1949 e poi con 1.500 lire annue. Ha ancora precisato Bianca Gera che il medico “ricoprì tale carica per decenni e fu molto amato”.

Non ha mai avuto dubbi in proposito la preziosa testimone Albina Lusso, da sempre socia della “De Amicis”, che ha affermato fra l’altro:

Avevamo il medico, Arminio Heer, che è stato il nostro dottore per tanti anni. Veniva alle nostre feste, beveva il suo mezzo litro ed era bell’e soddisfatto. Non si faceva pagare le visite. Prima di farsi socio si doveva passare una visita medica affinché dei malati non ne approfittassero… Era un tesoro, era amico con tutti, discuteva con tutti.
Società di Mutuo Soccorso “De Amicis
Interni della sede storica della Società di Mutuo Soccorso “De Amicis”.

Medico della famiglia Salgari

La famiglia Salgari al completo: Ida “Aida”, Emilio, e i figli Omar,Nadir, Romero e Fatima.
La famiglia Salgari al completo: Ida “Aida”, Emilio, e i figli Omar,
Nadir, Romero e Fatima.

Le date sin qui citate (dal 1912 in poi) sono riferite a periodi successivi alla morte di Emilio Salgari, avvenuta il 25 aprile 1911, ma quanto esposto è utile anche per circoscrivere la competenza territoriale del dottor Heer e, appunto, per comprendere quanto egli fosse ben inserito nella sua comunità. Nel 1939, in un volume di documenti e testimonianze curato da Omar Salgari, fu pubblicata una lettera di Heer, scritta a richiesta probabilmente nel 1928 in occasione di un’indagine (il famoso “Caso Salgari”), nella quale si apprendono numerosi particolari.

Breve digressione: circa la datazione della lettera ci soccorre la frase dove il medico scrive che i figli maschi dello scrittore “sono viventi e sani”, ed è noto che il terzogenito Romero è morto il 2 dicembre 1931 e che il secondogenito Nadir è morto il 12 ottobre 1936. Una nota editoriale (1939) a quella frase precisa appunto: “Oggi sopravvive solo Omar” (morto nel 1963).

L’unica figlia femmina, Fatima, era invece mancata giovanissima nel 1915.

Ebbene, in quella lettera Heer precisa:

Conobbi Emilio Salgari in principio del 1909, quando egli abitava in un modestissimo appartamento di poche camere a pianterreno della casa sita in Corso Casale 278, dirimpetto al Dazio della nuova Barriera di Casale; vi abitava colla moglie e quattro figliuoli, ancora in tenera età ed a carico […]. Mi onorava della sua fiducia come medico di famiglia e sovente io ero chiamato a prestare l’opera mia o per lui o per la famiglia.

La suddetta casa era denominata Villino Gazzone, dal nome della proprietaria che affittava appunto il pianterreno, con un piccolo giardino, riservandosi il piano superiore. A quei tempi era come essere in aperta campagna.

Cartolina d’epoca con veduta della borgata in cui visse Salgari.
Cartolina d’epoca con veduta della borgata in cui visse Salgari.

Il male oscuro di Emilio Salgari

In quel 1909 Salgari, all’età di soli 47 anni, era già entrato nel proprio periodo crepuscolare, vittima di una pericolosa depressione che gli procurava stati d’ansia, affaticamento precoce e insonnia con gravi crisi di panico, per non dire di un forte indebolimento della vista, provocato, quest’ultimo, dalle sue cento sigarette quotidiane e dallo scrivere incessante. Scrivere era d’altronde l’unico suo modo di vivere, nell’accezione più ampia del termine, e di far vivere la sua numerosa famiglia.

A proposito dei problemi alla vista — come ha documentato Giovanna Viglongo nel 1993 — le cure gli furono prestate dal dottor Oscar Roggieri, che aveva studio in via Amedeo Avogadro 16 e recapito presso la Farmacia Boggio. Ne fa fede una copia del romanzo Il figlio del Corsaro Rosso (1908) con la seguente dedica autografa: “All’Eg. Dottor Oscar Roggeri (sic), riconoscente per la recuperata vista, dedica l’Autore, Cap. Cav. Emilio Salgari — Torino, Madonna del Pilone, Villa Levi, 25/2/1909”.

Sicuramente— conoscendo un po’ le amabili abitudini dello scrittore — anche il dottor Heer ricevette qualche analogo omaggio, di cui peraltro non si ha notizia. Allo stesso modo non sono note le circostanze che hanno consentito agli eredi Salgari di possedere una fotografia del medico, risalente a molto tempo dopo: è quella che proponiamo, già pubblicata, insieme a un notevole apparato di documenti forniti da Omar Salgari, a corredare un egregio articolo del Prof. Giovanni Calendoli (Torino, 1912 — Roma, 1995) apparso nel 1958 a Roma. Nella fotografia Heer è anziano, mentre nel 1909 aveva 36 anni. Era cioè di undici anni più giovane di Emilio Salgari, nato nel 1862.

Il dottor Heer, che fu il medico curante di Salgari negli ultimi anni della sua vita.
Copertina dell’ormai rara rivista romana del 1958 “L’Italia sul mare” contenente la fotografia del dott. Arminio Heer

Un suicidio annunciato

Ma torniamo alla sua lettera:

Eppure Emilio Salgari così gioviale, così socievole, dissimulava l’interno affanno dell’animo suo e meditava il suicidio. Tentò una prima volta di suicidarsi nel suo alloggio di Corso Casale 278, lasciandosi cadere colla metà sinistra del torace su una spada acuminata; fortunatamente il tentativo andò a vuoto perché l’arma strisciando sotto le parti molli non penetrò in cavità toracica, per cui, chiamato d’urgenza, potei dichiararlo fuori pericolo. La povera moglie che lo adorava e non l’abbandonava mai era accorsa in tempo ed era merito suo se questo primo tentativo era andato a vuoto.

Nel 1964, poco prima di morire, e vantando una memoria ancora eccezionale, Heer rievocò nuovamente l’episodio rispondendo a una lettera dello studioso Giuseppe Turcato (trascritta parzialmente da Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi nel 2010) e in quell’occasione ricordò d’essere stato chiamato dai famigliari di Emilio tramite il farmacista della Madonna del Pilone:

Non ricordo di aver trovato colà i figli né la moglie. Riscontrai una ferita piuttosto profonda nell’emitorace sinistro — non era [imbrattata] di sangue né pencolante! Fermai l’emorragia e constatai che lo strumento con cui si era ferito era scivolato sotto la pelle senza entrare in cavità.

Pare corretto pensare che l’aggettivo “imbrattata”, aggiunto tra parentesi quadre in sede redazionale nel 2010, evidentemente per una omissione del medico, debba invece intendersi al maschile e riferito non alla ferita bensì allo stesso Salgari, che dunque aveva già ottenuto qualche cura e lavaggio preliminare, forse dalla moglie o dal citato infermiere o da entrambi. Poi i famigliari si erano probabilmente ritirati con vergogna e paura, constatando che Emilio era in grado di ricevere da solo il medico, senza barcollare.

Non è nota la data esatta di questo tentativo di suicidio, che giustamente, in quei giorni, rimase sconosciuto al grande pubblico. Siamo comunque nell’anno 1909 e non nel 1910 come capita di leggere, perché nella seconda metà del 1909, appunto, Salgari lasciò Villino Gazzone, noto anche come Villa Levi. Esiste una notizia, ad esempio una lettera di quel periodo, che possa aver travolto la sua fragilità?

Dedica autografa dalla quale risulta che Emilio Salgari abitava ancora nel Villino Gazzone nel giugno del 1909.
Dedica autografa dalla quale risulta che Emilio Salgari abitava ancora nel Villino Gazzone nel giugno del 1909.

Il sospetto (infondato) di alcoolismo

D’altra parte era ben nota a Heer la situazione psichiatrica di Salgari, tant’è vero che si legge nella prima lettera (1928, la sola che continueremo a citare):

Si lamentava di una forte depressione nervosa, deplorava che la memoria e la fantasia non erano più quelle di prima, soffriva d’insonnia, non aveva più l’energia e il vigore di una volta e si lagnava ancora perché la Casa Editrice ritardava talora nell’inviargli gli acconti che egli domandava.

Poiché la psicofarmacologia moderna ha avuto inizio negli anni Cinquanta del secolo scorso, a quei tempi esistevano soltanto sostanze di origine naturale per le cure del caso, ed erano utilizzate persino alcune bevande alcoliche. Ci si è sempre chiesti il motivo per cui, in quegli anni, Salgari si fosse dato al liquoroso vino marsala, che non è mai risultato tra i suoi vini preferiti. Sembra verosimile che egli fosse persuaso, chissà dopo quale suggerimento, che il marsala potesse dare benefici psicologici, come talvolta si legge ancora oggi. Non a caso, come ha testimoniato Heer, mentre scriveva Salgari teneva una “bottiglietta del marsala davanti a sé”, sul tavolino di lavoro, come un medicinale.

Illustrazione di Salgari nella locandina della mostra “Sweet Salgari” dedicata alle tavole realizzate da Paolo Bacilieri per l’omonima biografia a fumetti sulla vita dello scrittore veronese (edizioni Coconino Press).
Illustrazione di Salgari nella locandina della mostra “Sweet Salgari” dedicata alle tavole realizzate da Paolo Bacilieri per l’omonima biografia a fumetti sulla vita dello scrittore veronese (edizioni Coconino Press).

E dunque sarebbe da escludere una scelta dettata dall’alcolismo.

Non sappiamo se il dottor Heer sia intervenuto in qualche modo per curargli la depressione, ma sappiamo che quel particolare “rimedio” non fu suggerito da lui. Ha scritto infatti, nella lettera più volte citata, con riferimento al tentato suicidio:

Quale il movente? Forse la depressione nervosa, cui ho accennato sopra, che non gli permetteva di comporre e che egli cercava di vincere abusando di marsala, mentre questo non poteva far altro che aggravare le sue condizioni di salute; forse anche le strettezze in cui viveva, dovendo provvedere al sostentamento ed all’educazione della numerosa famiglia.

Dove tutto ebbe fine

Poi i Salgari (che non furono mai proprietari di un appartamento) si trasferirono poco distante, al n. 205 di corso Casale, dove forse l’affitto era meno caro: sarà la loro ultima abitazione, dove tutto avrà fine.

Emilio Salgari e la moglie in prossimità del loro ultimo appartamento di corso Casale. La fotografia, pressoché sconosciuta, documenta l’affiatamento della coppia nel momento delle difficoltà. Scattata da Pier Nicola Gallesio, un giovane ammiratore di Salgari e futuro regista che spesso si recava a far loro visita, è stata pubblicata su “L’Illustrazione del Popolo” di Torino del 5 febbraio 1928.
Emilio Salgari e la moglie in prossimità del loro ultimo appartamento di corso Casale. La fotografia, pressoché sconosciuta, documenta l’affiatamento della coppia nel momento delle difficoltà. Scattata da Pier Nicola Gallesio, un giovane ammiratore di Salgari e futuro regista che spesso si recava a far loro visita, è stata pubblicata su “L’Illustrazione del Popolo” di Torino del 5 febbraio 1928.

In quella casa senza pretese si recherà, il 31 dicembre 1909, il giovane giornalista Antonio Casulli del Don Marzio di Napoli, ottenendo l’unica intervista (sembra impossibile!) richiesta a Salgari. Il suo articolo, reso noto più volte, è risultato ricco di reticenze, a nascondere per quanto possibile la povertà dell’ambiente, le lacrime di Ida, le sigarette fumate dallo scrittore senza interruzioni. Dopo il suicidio di Emilio, un anno e mezzo dopo, Casulli, che si era guadagnato l’affetto della famiglia, aggiungerà altri particolari.

La crisi di Ida

E arriviamo all’aprile del 1911, dopo episodi che denotano l’infierire della depressione, sicuramente ormai sofferta anche da Ida, che aveva iniziato presumibilmente ad assumere alcolici (nelle carte mediche del manicomio si legge di “sogni terrifici specifici dell’alcolismo”), e che si agitava per le preoccupazioni. Talvolta scriveva accorate lettere in difesa del marito all’editore (particolarmente significativa quella dell’11 febbraio 1910) chiedendo aiuto per lui, soprattutto morale.

Ha scritto Heer:

La moglie fu colpita da una malattia nervosa che degenerò in una forma di mania furiosa con tendenza ad atti impulsivi, che mi obbligarono a consigliarne l’immediato ricovero in una casa di salute. Ma il Salgari mi diceva di non aver denari per far fronte alla spese necessarie pel ritiro in una casa di salute, ed allora, data l’urgenza e la gravità del caso dovetti far ricoverare la moglie in manicomio.

Era il 19 aprile 1911.

Prima pagina della Tabella Nosografica riferita al ricovero di Ida Peruzzi.
Prima pagina della Tabella Nosografica riferita al ricovero di Ida Peruzzi.

Heer decise dunque di appellarsi alla Legge n. 36 del 14 febbraio 1904, art. 1, dove si legge che “debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo e non siano o non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché nei manicomi”.

Inviò infatti al Questore il seguente documento, dove i riferimenti alla citata norma sono evidenti:

Dichiaro io sottoscritto, medico Municipale, che la Sig. Salgari Aida (sic) è affetta da mania furiosa con tendenza ad atti impulsivi che la rendono pericolosa a sé e agli altri, per cui è urgente il suo ricovero al Manicomio.

E nello stesso giorno il Questore inviò al direttore del Regio Manicomio di Torino la seguente lettera:

Oggi è stata emessa da questo Ufficio ordinanza di ricovero in codesto R. Manicomio della persona a margine segnata perché affetta da alienazione mentale.
Trasmetto alla S,V. l’ordinanza stessa con preghiera di darvi esecuzione ed all’uopo faccio accompagnare colà l’inferma in parola a mezzo degli agenti di P.S. rimettendo copia del certificato medico.

Il ricovero coatto fu eseguito nel tardo pomeriggio e nel foglio di ricovero Ida risulta nella categoria “Poveri”.

Le richieste di aiuto

Il giorno successivo Emilio scrisse all’editore:

Eg. Comm. E. Bemporad,
Le scrivo in uno dei più tristi momenti della mia vita. Mia moglie, dopo un mese di pazzia, diventata furiosa, ho dovuto ricoverarla ieri sera al Manicomio di S. Giulio.
Mi occorre di fare subito un deposito di lire 300 che io non posseggo perché con le infermiere, durante questo lungo periodo, son stato pelato.
Io la prego Comm. di mandarmi la terza rata di 600 lire ed io le prometto di rimetterle fra giorni altre cento cartelle. Mi lasci un momento di respiro per rimettermi da questa terribile scossa.
Ella Comm. si investa del mio caso e mi mandi senza ritardo quanto Le ho chiesto non avendo che tre giorni di tempo per fare il deposito….

Cosa significa, esattamente, “un mese di pazzia”? Non si hanno riscontri.

Per Salgari si trattava comunque, a quel punto, di ottenere il ricovero in altra struttura oppure di ricevere presso il manicomio un trattamento migliore rispetto a quello destinato ai poveri, tanto più che il Regio Manicomio di corso Ignazio Giulio, edificato tra il 1828 e il 1834 nelle vicinanze dell’Ospedale San Luigi, era già allora obsolescente sotto il profilo medico e igienico, come si apprende in rete.

Targa commemorativa posta sulla facciata dell’ultima casa abitata dalla famiglia Salgari a Torino.
Targa commemorativa posta sulla facciata dell’ultima casa abitata dalla famiglia Salgari a Torino.

Per la cronaca l’iniziativa di migliorare la classificazione della paziente (inserita infatti tra i cosiddetti “pensionari di seconda categoria”, con supplemento a carico dell’Opera Pia) sarà assunta dal Consiglio di amministrazione del manicomio stesso il mese successivo, quando però Salgari, dopo aver atteso invano i soldi richiesti all’editore per un periodo che gli sembrò eterno (sei giorni), si era già tolto la vita.

Informa Roberto Antonetto che a interessarsi al miglioramento delle condizioni di ricovero di Ida fu il conte Natale Aghemo di Perno. Chi era? Già capo di Gabinetto di Vittorio Emanuele II, era stato in passato consigliere comunale a Torino e presidente di manicomio. Precisa Antonetto che l’anziano conte ringraziò con lettera il direttore per “l’umanitario ed efficacissimo provvedimento adottato, in considerazione dei meriti letterari acquisiti dall’estinto cavaliere Emilio Salgari”.

La tomba di Emilio Salgari a Verona e il suicidio a Villa Rey (© La Civetta di Torino).

Il manicomio

Ida non uscirà più dal manicomio ed è mancata nel 1922. Già nel luglio del 1911, peraltro, era stata trasferita alla Certosa di Collegno, dove confluivano molti pazienti da quello che Salgari denominava Manicomio di S. Giulio, sempre più inadatto ai propri scopi. Dalle carte mediche che la riguardano non pare di riscontrare ragioni valide per un ricovero così prolungato (undici anni) e viene allora spontaneo pensare alla situazione di quei luoghi di cura a quei tempi, in particolare con riferimento alle donne, come illustrano, tra l’altro, le pubblicazioni scientifiche di Antonio Marro, illustre psichiatra torinese, opportunamente ricordate dal Prof. Davide Tabor dell’Università di Torino.

Sarebbe stato possibile, con l’interessamento dei parenti (erano attivi i Peruzzi, anche negli affari economici, sino a che i figli non diventarono maggiorenni), ottenere che fosse dimessa prima? E il nostro dottor Heer? Sparì dalla vita dei Salgari, che si sappia, dopo quel 19 aprile 1911.

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Bibliografia

  • AA. VV., Il sogno della città industriale — Torino tra Ottocento e Novecento, Milano, Fabbri Editore, 1994.
  • Antonetto R., Povera Aida!, in Quaderni Salgariani, Torino, Viglongo, 1998.
  • Berruti G., L’Ospedale Maria Vittoria nel suo primo ventennio di esercizio (1887–1906), Torino, Paravia, 1907.
  • Calendoli G., Tragica giungla sulle rive del Po, in L’Italia sul mare, Roma, Vito Bianco Editore, IV, 12, dicembre 1958.
  • Ferrero E., Disegnare il vento — L’ultimo viaggio del capitano Salgari, Torino, Einaudi, 2011.
  • Gallo C., Bonomi G., Emilio Salgari. La macchina dei sogni, Milano, BUR Rizzoli, 2011.
  • Gera B., Levi G., Un borgo, una società — La Barriera di Casale, Torino, Stargrafica, 1985.
  • Salgari O. (a cura di), Emilio Salgari — Documenti e testimonianze, Predappio, Edizioni Faro, 1939.
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