Il San Pietro di Carpignano Sesia

Tracce cluniacensi nel Piemonte romanico

Chiesa di San Pietro, Carpignano Sesia, blocco absidale.

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso lo University College Cork (Irlanda). Insegna lingua inglese e ha pubblicato diversi saggi sul multilinguismo negli scrittori piemontesi.

L’iniziativa Piemonte Romanico sta coinvolgendo migliaia di visitatori in una speciale caccia al tesoro. Itinerari, convegni e visite guidate invitano alla (ri)scoperta di un patrimonio artistico di oltre sessanta cappelle, abbazie e chiese che, dal X al XII secolo, con il loro “candido mantello” rivestirono una parte del territorio regionale e oggi reclamano la giusta considerazione. Tra le meno conosciute, ma non meno interessanti, è la chiesa di San Pietro di Carpignano Sesia (Novara), eretta probabilmente tra il 1000 e il 1030 e a lungo legata all’ordine cluniacense. Perché proprio i cluniacensi e, come forse qualcuno si domanderà, chi erano esattamente costoro?

La congregazione cluniacense

Il nome dell’ordine deriva dal luogo (Cluny, in Borgogna) dove nel 909 Guglielmo d’Acquitania fondò un’abbazia e la donò al primo abate, tale Bernone, affinché vi potesse vivere in una comunità monastica. Il nuovo cenobio, ispirato alla Regola benedettina e forte di una dipendenza diretta da Roma, intendeva sottrarsi alla decadenza e secolarizzazione alle quali non sfuggirono altri ordini. I cluniacensi si distinsero per un’elaborata liturgia e per un accentuato spiritualismo in un’età in cui le aspirazioni al ritorno ai tempi evangelici premevano dal basso con forza inarrestabile. In ossequio alla tradizione benedettina i cluniacensi furono anche grandi bonificatori, e i loro monasteri ebbero notevole importanza per l’economia agraria medievale. Intorno al XII secolo l’ordine raggiunse la massima espansione con migliaia di dipendenze in molti paesi europei. Cluniacensi furono anche due pontefici: Urbano II (1088-99, già priore di Cluny) e Pasquale II (1099-1118). Prima di loro, Gregorio VII (1073-85), pur avendo soltanto studiato in Borgogna, adottò e diffuse lo spirito cluniacense.

Pianta e assonometria dell’Abbazia di Cluny.
Pianta e assonometria dell’Abbazia di Cluny.

Una donazione a scopo politico

Nel periodo più fiorente di Cluny, esattamente nel 1141, l’antica ecclesia Sancti Petri di Carpignano entrò nella rete monastica borgognona. Dei primi tempi conosciamo poco. Sappiamo che sul finire del XI secolo era stata donata, non si sa da chi, al pontefice. A quell’epoca, donazioni simili avvenivano, diremmo oggi, per motivi politici. Era il periodo della lotta per le investiture, ossia per chi, tra imperatore e pontefice, avesse il diritto di nominare i vescovi, i quali, oltre che una funzione spirituale, avevano anche prerogative temporali simili a quelle degli odierni prefetti. Offrire una proprietà al Papa significava dunque stare dalla sua parte.

Di rientro dalla Francia, dove si era recato in cerca di alleati contro l’antipapa Anacleto II, Innocenzo II, passando in Piemonte, nel 1141 trasferì la chiesa e le sue proprietà al monastero di Castelletto Cervo (ora in provincia di Biella), monastero che già sottostava all’autorità di Cluny. Da quel momento, dunque, San Pietro divenne una dipendenza dei monaci borgognoni.

Antico ricetto di Carpignano Sesia
Antico ricetto di Carpignano Sesia. Gli edifici che si estendono a fianco della zona absidale della chiesa erano un tempo le abitazioni dei monaci di Castelletto Cervo (Biella).

Al centro della vita economica e religiosa

Il cenobio castellettese era stato fondato negli ultimi decenni dell’XI secolo grazie alla ricca dote concessa nel 1083, in punto di morte, dal conte Guido di Pombia. Questi apparteneva a un’antica famiglia dalla quale sarebbe discesa quella dei Biandrate, proprietaria di vasti possedimenti dal Canavese alla pianura novarese e, appunto, alla Valsesia. La donazione avvenne durante gli ultimi anni del pontificato di Gregorio VII e comprendeva terre, pascoli e mansi (cioè aziende agricole con servi), tra cui quattro in fundo Castellito, proprio dove sarebbe sorto il complesso. La generosa concessione non fu disinteressata poiché i Pombia s’impegnavano a difendere i beni donati mantenendo, però, il controllo sull’ente e intervenendo nella nomina del priore.

Ingresso del centro fortificato di Carpignano Sesia
Ingresso del centro fortificato di Carpignano Sesia provenendo dalla piazzetta ora adibita a mercato.

La donazione fu riconfermata dai pontefici Celestino II (1143-44), Anastasio IV (1153-54) e da Lucio III nel 1184. Dalla bolla emanata da quest’ultimo, apprendiamo che a Carpignano i cluniacensi disponevano anche della futura parrocchiale di Santa Maria, della chiesa di Santa Maria di Lebbia, di quella di Sant’Agata e di alcuni mansi. Buona parte della vita religiosa ed economica del paese era quindi in mano ai priori di Castelletto. Questi ultimi, in particolare durante le guerre Trecentesche, a più riprese si trasferirono a Carpignano, dove l’abbazia era difesa da un centro fortificato e meno esposta alle scorrerie di quella di Castelletto. Le abitazioni che ancora oggi si prolungano sui fianchi della chiesa di San Pietro erano a quel tempo residenze dei monaci.

L’anima romanica del ricetto

Piazzetta della Credenza nell’antico ricetto di Carpignano Sesia.
Piazzetta della Credenza nell’antico ricetto di Carpignano Sesia. In questa piazza esisteva l’edificio sede del consiglio comunale in epoca medievale.

Ai Pombia-Biandrate, nelle cui proprietà era compreso Carpignano, si deve anche la costruzione del ricetto del paese, il nucleo più remoto conosciuto come “Castello”. Già documentato intorno al 950, è attualmente un quartiere storico con edifici del Trecento e Quattrocento. La chiesa di San Pietro nacque come luogo di culto dell’antico ricetto. Non avendo ancora rinvenuto documenti scritti che certifichino la data esatta della fondazione dell’edificio, è stato necessario ricorrere a confronti con altre architetture coeve per poter proporre una datazione attendibile. Ne è derivato che l’anno di costruzione dovrebbe oscillare tra il 1000 e il 1030.

Facciata della chiesa di Carpignano Sesia in cui è ancora visibile la tipica forma a capanna romanica.
Facciata della chiesa in cui è ancora visibile la tipica forma a capanna romanica.

Benché rimaneggiata e in parte inglobata nelle abitazioni vicine, nella chiesa di San Pietro è ancora visibile la facciata a capanna romanica, tipica di quegli anni. Il ruolo dei cluniacensi fu infatti significativo per lo sviluppo dell’architettura grazie al contributo fornito alla diffusione delle tradizioni architettoniche francesi.

La struttura

L’edificio presenta una pianta a tre navate terminate da absidi semicircolari. La navata centrale è separata dalle laterali da due file di tre pilastri dalla sezione complessa e diversificata. Volte a crociera coprono le navate laterali, mentre la centrale è rivestita da un soffitto ligneo — benché in origine anch’essa doveva essere coperta da quattro campate di crociere.

San Pietro di carpignano Sesia, blocco absidale.
Blocco absidale.

All’esterno, su una delle navatelle, doveva forse innalzarsi una torre campanaria, in seguito crollata prima della ristrutturazione trecentesca. Le murature furono erette impiegando soprattutto ciottoli fluviali, o ricavati dallo spietramento dei campi, disposti in maniera irregolare. Non mancano inserimenti di laterizio e di mattone, quest’ultimo riservato alle lesene e alle parti ornamentali.

Il San Pietro di Carpignano Sesia. Un viaggio tra arte, storia e sapori nei luoghi cluniacensi del Novarese, a cura dell'ATL Novara.

Gli affreschi dell’abside

L’unica sezione originale sopravvissuta pare essere l’abside. Proprio sulle superfici absidali interne è da poco tornato alla luce un notevole ciclo di affreschi. Il tema è legato sia alla spiritualità cluniacense che al momento storico in cui fu realizzato — intorno al XII secolo, forse prima del 1122, quando si chiuse la lotta per le investiture. Al centro, nella parte superiore, si può ammirare un’immagine di Cristo in trono affiancato da due figure. A sinistra si trova un personaggio femminile: potrebbe trattarsi di Maria, oppure di una personificazione della Chiesa, nell’atto di ricevere la benedizione; a destra, San Pietro, nella cui mano è ancora visibile una porzione delle chiavi.

San Carpignano Sesia, affresco centrale dell’abside maggiore.
Affresco centrale dell’abside maggiore.

Lo sfondo riproduce un paesaggio con elementi convenzionalmente impiegati per rappresentare il Paradiso: cielo azzurro, prato verde (dai colori oggi purtroppo deteriorati), alcuni alberi e un corso d’acqua. Le scritte in basso aiutano a interpretare il dipinto: “A te, Pietro, Cristo ha consegnato le chiavi nel tempo, e quando questo tempo finirà le chiavi andranno restituite allo stesso Salvatore”. La scena potrebbe pertanto raffigurare quanto scritto da San Paolo: alla fine dei tempi Pietro restituirà le chiavi della Chiesa al suo fondatore. Interpretazione che corrisponderebbe col pensiero papale dell’epoca: la Chiesa viene da Cristo e custode unico non è l’imperatore bensì Pietro.

Nella sezione sottostante sono raffigurati gli apostoli. Se ne vedono nove per intero, un altro per metà, mentre un undicesimo doveva trovarsi dove oggi si apre una finestra. Solo i tre centrali risultano identificabili: in mezzo, ancora Pietro; la figura alla sua destra rappresenterebbe San Paolo — con il capo calvo, il cranio allungato, la barba lunga e divisa in ciocche come in genere appare nell’iconografia bizantina. I due stringono una croce, immagine frequente nei documenti papali dell’epoca. Il terzo personaggio, dall’aspetto giovanile, potrebbe essere San Giovanni. Tranne costoro, nessun altro discepolo reca elementi distintivi, ma tutti sono rappresentati allo scopo di indirizzare lo sguardo del visitatore verso la scena centrale sopra descritta.

I tre apostoli di destra e quelli centrali nella zona inferiore dell’affresco absidale.

Nella parte inferiore dell’abside, la più danneggiata, è riprodotto un velario, ossia un finto tessuto appeso alla parete. Il velario non aveva la stessa ricchezza cromatica del resto degli affreschi, ma uno sfondo semplice di colore bianco su cui si trovano figure monocrome di difficile interpretazione poiché ampiamente frammentarie.

Pochi resti dipinti

Gli affreschi delle vicine arcate absidali sono pressoché indecifrabili, mentre ancora in ottimo stato sono quelli sul terzo arco di destra della navata centrale.

L’Annunciazione dipinta sul terzo arco di destra della navata centrale.
L’Annunciazione dipinta sul terzo arco di destra della navata centrale.

Realizzati tra la fine Trecento e i primi del Quattrocento, essi raffigurano l’Annunciazione: l’arcangelo Gabriele a sinistra, la Beata Vergine a destra, mentre al centro, all’interno della lunetta, benché molto giovane, dovrebbe trovarsi il Padre Eterno, alle cui spalle è visibile una schiera di angeli. Sul leggìo, davanti a Maria, un libro aperto, raffigurato in una prospettiva molto incerta, lascia intravedere una citazione dal Vangelo di Luca: “Io sarò l’ancella del Signore, secondo le tue parole”.

San Pietro di Carpignano Sesia, ritratto di Santa Dorotea.
Santa Dorotea è raffigurata con un piccolo cesto in mano su una delle colonne che separano la navata centrale da una laterale.

Lungo la sezione interna delle colonne di destra sono ritratti due santi: Antonio Abate, rappresentato con un bastone e una campanella, e Santa Dorotea, recante un piccolo cesto poiché, secondo la leggenda, prima del martirio portava un canestro dal quale, seppur in pieno inverno, estrasse rose e mele. Sconosciuto il nome dell’autore, forse piemontese o lombardo.

Poche le altre pitture giunte integre fino a oggi. Il primo pilastro destro della navata reca un dipinto di Santa Caterina da Siena, probabile opera di un artista locale avvicinabile alla bottega dei Cagnoli o dei Merli. Infine, sul terzo pilastro sinistro della navata è effigiato un affresco quattrocentesco che rappresenta San Giovanni Battista.

Il declino

Dopo il passaggio ai cluniacensi, nel 1245 il San Pietro beneficiò di una somma imprecisata di denaro per volontà di Lan­franco da Momo, canonico del capitolo di San Giulio d’Orta. Nel 1330 il priore di Castelletto destinò altri duecento fiorini per riqualificare il complesso di Carpignano — in particolare le parti superiori della chiesa. Nel frattempo l’ordine borgognone aveva però imboccato un inesorabile declino al quale dovettero arrendersi anche i monaci di Carpignano. Seguì il passaggio in commenda fino al 1771, quando, istituita la diocesi di Biella, San Pietro entrò a farne parte. Chiuso al culto agli inizi dell’Ottocento, messo all’asta nel 1871, l’edificio fu utilizzato come cantina, deposito, granaio e addirittura sala da banchetti. Venne poi frazionato e diviso in più famiglie, e solo in anni recenti una lenta e faticosa opera di recupero ha restituito dignità all’antica chiesa, intanto divenuta proprietà comunale.

Tracce cluniacensi in giro per l’Europa

Targa della Federazione dei Siti Cluniacensi posta sull’esterno della parete dell’absidiola nord della chiesa di San Pietro.
Targa della Federazione dei Siti Cluniacensi posta sull’esterno della parete dell’absidiola nord della chiesa di San Pietro.

Dal 2009 è poi attiva l’associazione di volontari Amici del San Pietro di Carpignano Sesia, nata con la finalità di favorire la valorizzazione e la conoscenza della chiesa attraverso aperture periodiche, visite guidate, giornate di studio e pubblicazioni. Presidente e anima dell’associazione è Franco Dessilani. Docente, ricercatore e anche guida in occasione delle giornate di apertura del San Pietro, a Dessilani si deve, in particolare, l’inserimento di Carpignano e del suo gioiello romanico nella Fédération Européenne des Sites Clunisiens, vale a dire un circuito europeo che raggruppa le località un tempo parte dell’antica rete cluniacense. Scopo è quello di riscoprire la memoria storica di questi luoghi e il legame che nei secoli è esistito tra loro. Attualmente la Federazione raduna circa centonvanta comuni compresi in sei stati europei. Carpignano è entrato a farvi parte nel 2011, primo comune piemontese, seguito da Castelletto Cervo e Ghemme.

Video realizzato nel Castello di Carpignano Sesia da "Il Portale TV" durante una visita guidata dell'associazione "Amici del San Pietro di Carpignano Sesia".

Nel novarese, tracce dell’influenza cluniacense sono presenti anche a Invorio Superiore, dove esistono due chiese: la Madonna del Castello e una cappella annessa alla cascina Cevola, da anni in stato di abbandono. A Cavaglietto si trova invece la Cascina Monastero, così chiamata giacché nel medioevo era un monastero cluniacense femminile. Inoltre, a Novara esiste una cascina dedicata al quarto abate di Cluny, Saint Mayeul, e così anche la parrocchia di Veveri, nella zona nord della città, è consacrata al santo francese. Sempre a San Maiolo è intitolata una regione collinare tra Ghemme e il vicino Romagnano Sesia. Qui, dalla Borgogna i monaci portarono la loro perizia viticola, e oggi le stesse vigne sono coltivate dall’azienda Cantalupo, che produce il Nebbiolo dal quale di recente è stato ricavato un vino speciale, l’Abate di Cluny, proprio per celebrare annessione di Ghemme alla federazione cluniacense.

Santuario della Madonna del Castello, Invorio Superiore (Novara).
Santuario della Madonna del Castello, Invorio Superiore (Novara).

Al di là di queste tracce, come ha osservato Dessilani,

sarebbe azzardato parlare di un’influenza diretta dei cluniacensi sulla società contemporanea. Tuttavia, è indubbio che il movimento abbia messo del suo per costruire una comunione di stati europei, poiché Cluny, come abbiamo visto, estendeva il proprio influsso a tutta l’Europa Occidentale.

Dunque, lo spirito cluniacense è più vivo di quanto sembri e gli antichi monaci, in qualche maniera, pregano e lavorano ancora tra noi.

※ ※ ※

Bibliografia

  • Barbero A., Il potere pubblico sul territorio di Castelletto (secoli XI-XV), in Destefanis E. (a cura di), Il priorato cluniacense dei Santi Pietro e Paolo a Castelletto Cervo. Scavi e ricerche 2006-2014, Sesto Fiorentino, All’Insegna del Giglio, 2015, pp.109-121.
  • Caldano S., La chiesa di San Pietro a Carpignano Sesia e l’architettura lombarda dell’XI secolo, Novara, Interlinea, 2013.
  • Dessilani F., La chiesa di San Pietro e il castello di Carpignano Sesia, Guida storica ed artistica. Agenzia di accoglienza e promozione turistica locale della provincia di Novara, Novara, Associazione Amici del San Pietro di Carpignano Sesia, 2011.
  • Salerno P., La chiesa di San Pietro a Carpignano Sesia, in Malosso A. M., e altri (a cura di), La pianura novarese dal romanico al XV secolo. Percorsi di arte e architettura religiosa, Novara, Interlinea, 1996, pp. 127-130.
  • Verzone P., L’architettura romanica nel Novarese, Novara, Cattaneo, 2, 1935–36.
※ ※ ※

Questo contenuto è riservato agli iscritti a Rivista Savej on line!

Rivista Savej on line è un progetto della Fondazione Culturale Piemontese Enrico Eandi per la diffusione della cultura e della storia piemontesi.

Se non l’hai ancora fatto, iscriviti ora: la registrazione è completamente gratuita e ti consentirà di accedere a tutti i contenuti del sito.

Non ti chiederemo soldi, ma solo un indirizzo di posta elettronica. Vogliamo costruire una comunità di lettori che abbiano a cuore i temi del Piemonte e della cultura piemontese, e l’e-mail è un buon mezzo per tenerci in contatto. Non ti preoccupare: non ne abuseremo nè la cederemo a terzi.

Registrati

Sei già registrato? Accedi!

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.


Normativa Privacy