Illustrazione © Giuseppe Conti

La Banda del Lupo

Intervista a Benito Mazzi

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso lo University College Cork (Irlanda). Insegna lingua inglese e ha pubblicato diversi saggi sul multilinguismo negli scrittori piemontesi.

Al lettore de La Banda del Lupo sembrerà di essere lì, al bar Rudi di Santa Maria Maggiore, a sentire Domenico “Lupo” Minoletti, ex contrabbandiere classe 1947, ricordare la funesta vicenda che gli ha sconvolto l’esistenza. Anche in questo “nuovo tassello del grande Romanzo della Val Vigezzo”, come scrive Bruno Gambarotta nell’Introduzione, la vivacità e naturalezza della narrazione devono molto alla scelta multilingue dell’autore. Scelta grazie alla quale la parlata vigezzina viene abilmente rievocata senza ostacolare la lettura, proseguendo al tempo stesso la ricerca di una lingua autentica non appiattita sull’italiano esangue della televisione e dei social network. Un italiano informale, tendente ai registri più colloquiali e disseminato di regionalismi, prevale nelle parti diegetiche, mentre una lingua ibrida, fatta di dialetto alternato all’italiano, spicca nei dialoghi. Mazzi è inoltre capace di assecondare tutte le pieghe della vicenda ricorrendo, ove necessario, a stili linguistici diversi: da quello giuridico, quando si tratta di esporre la sentenza di condanna, allo stile giornalistico allorché deve dare voce ai testimoni di quella drammatica notte del 1972.

Santa Maria Maggiore Verbania

Questo articolo, con ulteriori approfondimenti, è presente anche nel primo numero uscito su carta di Rivista Savej. Il numero è ancora disponibile: richiedilo!

 

Il delitto della scure

Sì, perché l’ultima tessera della comédie humaine vigezzina è, forse per la prima volta nella storia della Valle, un tessera insanguinata.

Sulla copertina de
Sulla copertina de "La Banda del Lupo" un’immagine di Domenico "Lupo" Minoletti oggi.

Il nuovo libro di Mazzi ruota intorno a un fatto di nera realmente avvenuto: il cosiddetto “delitto della scure”. Tra il 4 e il 5 giugno 1972, nel piazzale del bar ristorante Lanterna Blu di Buttogno (Verbania), Domenico Minoletti, detto “Lupo”, capo di un gruppo di contrabbandieri locali, durante una lite con Pietro Francini colpisce quest’ultimo in testa con il rovescio di una scure provocandone la morte.

“Tante volte un libro nasce da un particolare imprevisto, da un incontro, da un colloquio” — mi confida Mazzi. “Quest’ultimo libro non era mia intenzione scriverlo: anche se l’episodio e il protagonista mi incuriosivano, per una forma di discrezione non li avevo mai presi veramente in considerazione. Poi, un giorno in cui al bar si rievocavano vecchie storie di contrabbandieri, mi imbattei nel Minoletti, il quale decise di raccontarmi la sua storia”.

Antefatti e vecchi screzi

“‘Ce l’ho sempre dentro qua quella maledetta notte’ quasi ringhiò battendosi col pugno spento la magra cassetta. ‘Rièssi mia a sliberarmene, me la tiro dietro da püssèi che quarant’àgn, e lam pèsa pécc che mila bricòll’”.
“La Banda del Lupo”, pag. 9
Pietro Francini
Pietro Francini

Domenico Minoletti fu riconosciuto colpevole dell’omicidio del ventinovenne Pietro Francini e condannato a ventiquattro anni di reclusione, in seguito ridotti a quindici e diventati infine otto. Il crimine ebbe origine da una vecchia ruggine: la mancata spartizione di una somma di denaro che Francini, anch’egli contrabbandiere, tenne invece tutta per sé. Era la ricompensa riscossa in seguito al casuale ritrovamento, avvenuto nel dicembre 1968, di un monomotore decollato da Locarno e precipitato sulle montagne ossolane con a bordo soltanto il pilota, il medico aronese Dario Romerio.

Furono proprio il Lupo e la sua squadra, durante un’avventurosa attraversata, ad avvistare l’aereo sparito nel nulla. La famiglia del pilota offrì un premio di diecimila franchi svizzeri a chi lo avesse ritrovato, ma naturalmente Lupo e i suoi non potevano presentarsi dai Carabinieri a denunciare l’accaduto. Così fu scelto il “Pietrino di Coimo”, ossia Pietro Francini, poiché dava meno nell’occhio, “sapeva presentarsi e parlare pulito l’italiano”. Disse che avrebbe trovato il modo di giustificare la sua presenza lassù, all’alpe Galeria, e una volta ottenuta la ricompensa, se la sarebbero divisa in parti uguali. Così non avvenne, e da qui le frizioni tra il Lupo e il Francini.

“C’è da dire che col contrabbando guadagnavamo e anche bene, ma li buttavamo via in vino, puttane e bravate varie. […] Ci chiamavano la ‘Banda dei lupi’. I componenti, oltre a me, erano il Vicea, Bertina, mio cugino Tugnùn e, dentro per dentro, a rotazione, qualche altro: ci sentivamo importanti, temuti, spregiudicati. In realtà ‘Lupo’ ero e sono solo io”.
“La Banda del Lupo”, pag. 27
Buttogno, Valle Vigezzo.
Buttogno, Valle Vigezzo.

Gioventù bruciata

Mazzi è convinto che Lupo non fosse un violento,

anche se aveva scatti d’ira e da giovane era sempre in bega coi Carabinieri. Era a capo di un gruppo, noto come la Banda del Lupo, che sfrosava soprattutto sigarette tra l’Italia e la Svizzera. Erano in quattro o cinque: lui, il fratello e un paio di cugini. Si è sempre dichiarato orgoglioso della sua banda, erano temuti e rispettati, anche perché causavano spesso disordini nelle osterie. Tuttavia come contrabbandiere era leale, aveva un suo codice di comportamento, confermato anche da altri. Quanto all’omicidio, Lupo sostiene di essere stato provocato, non voleva uccidere il Francini, ma solo dargli una lezione. Ancora oggi non si dichiara pentito del gesto, anche se, quella notte, come mi ha confidato recentemente, “oltre a quella del Pietrino ho distrutto anche la mia vita”.

Il Lupo del libro è dunque un personaggio tragico e reale, il quale ha deciso, dopo oltre quarant’anni dal misfatto, di dare la sua versione dell’accaduto e raccontare anche la sua vita. Un’esistenza fatta di disagi, a partire da un’infanzia povera e difficile, durante la quale ha assistito all’insanità mentale del padre. Poi, a quindici anni, è venuto lo “sfroso” e la vita sregolata da contrabbandiere, quindi l’omicidio, la prigione, il manicomio (dove, per la disperazione, tentò il suicidio), e infine il ritorno sugli alpeggi dov’era cresciuto.

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Spallone con bricolla, tra Italia e Svizzera.

Un archeologo della memoria della Val Vigezzo

Ancora una volta, da questo angolo della regione che non è quasi più Piemonte ma non è ancora Svizzera, Benito Mazzi, da navigato archeologo della memoria vigezzina, riesce a restituire ai suoi lettori, come fosse avvenuto ieri, un episodio sepolto dal tempo, ma che in realtà avrebbe ancora qualcosa da dire non fosse per l’alone di omertà che lo ha da sempre avvolto.

“Ho dato solo al Pietrino quello che si merita. Scàpi mìa, non scappo mica; se vogliono, i carabinieri mi trovano su al Saldè, sono d’accordo col barba Bertùn che è già su, di andare con lui a far legna”.
“La Banda del Lupo”, pag. 36

Dalla sentenza, emessa dalla Corte d’Assise di Novara il 10 maggio 1974, e parzialmente riportata nel capitolo XIII del libro, emergono effettivamente alcune zone d’ombra. Intanto, insieme al Lupo fu rinviato a giudizio, per concorso in omicidio, e poi assolto, Antonio Pettinaroli. Ma soprattutto l’esame autoptico rivelò che, oltre alla percossa letale inferta dal Minoletti, il corpo della vittima presentava anche “gravi lesioni addomino-toraciche, consecutive ad un meccanismo traumatico, tipo schiacciamento”. Eppure, tutti i testimoni dell’epoca, come i sopravvissuti avvicinati di recente, giurano di aver visto vibrare soltanto un colpo ai danni del Francini e di non sapere nient’altro. Anche i giornali del periodo diedero la notizia in termini piuttosto vaghi: è come se la Valle intera, incredula per aver ospitato un episodio di tale portata, avesse cercato di inghiottirlo e rimuoverlo per sempre.

Il rapporto con il passato

Dunque, Mazzi si è nuovamente cimentato con una vecchia storia di contrabbandieri. Che qualcuno finisca per accusarlo di essere troppo ancorato al passato?

“Nessuno, per la verità, mi ha mai mosso questa accusa. Ma se dovesse accadere, risponderei che uno scrive le cose che sa” — replica serafico l’autore. “A parlare dei giovani di oggi, dei quali non conosco nulla, non sarei in grado. Dovrei impadronirmi del loro linguaggio e frequentare il loro mondo, cosa che per diversi motivi, non ultimo un certo pudore, mi renderebbe ridicolo. Il mondo di oggi lo descrivono in tanti e meglio di me. Del passato, e in particolare di un certo passato, non se ne occupano in molti, e se non se ne scrive, quel mondo finisce fatalmente per svanire”.

Il fascino dei ribelli

Per dirla con Fenoglio, di quel mondo ad affascinare Benito Mazzi è specialmente “chi rompe la ruvida scorza della malora, chi esplode, chi si ribella”: non solo gli ultimi, ma anche gli irregolari, come i contrabbandieri, appunto.

Osteria Porte d’Italia in Frazione Dissimo - Verbania
Osteria Porte d’Italia in Frazione Dissimo (VB) oggi chiusa, allora ritrovo di finanzieri e contrabbandieri compreso Lupo.

Il Lupo e i suoi sodali, ma anche altri personaggi citati da Mazzi nel libro (come il formidabile Franco Gubetta, detto “Mille”, o i leggendari Gemelli di Masera, metà musicisti e metà spalloni), si sono ribellati ai rovesci dell’esistenza e alle convenzioni sociali votandosi al contrabbando anche quando non era più strettamente necessario per sopravvivere, ma più che altro per sete di avventura e perché quel tipo di vita “ti sprigionava dentro un’energia boiarda”.

Ho sempre cercato personaggi autentici per i miei libri, e i personaggi veri li ho trovati più facilmente tra i ceti umili. Difficile scovarli tra coloro che si sono realizzati, i quali, pur rimanendo individui rispettabili, a un certo punto perdono la propria genuinità e spontaneità.

La musicalità della lettura

Giunto all’invidiabile traguardo della sessantunesima pubblicazione, Benito Mazzi può ragionevolmente affermare che non gli è mai venuto particolarmente difficile raccontare le sue storie.

Non sono naturalmente Dostoevskij, che dettò “Il giocatore” alla fedele stenografa, ma scrivere mi viene piuttosto facile. È pur vero che un libro lo rileggo numerose volte prima di pubblicarlo, lo correggo e ritorno frequentemente sui miei appunti. Il testo deve avere una sua musicalità: se manca quella, qualcosa non va. E per capire se c’è, i testi me li leggo e rileggo ripetutamente da solo. Ma la vera regola aurea è una soltanto: il libro deve innanzitutto piacere a me, la storia deve appassionarmi, coinvolgermi; se poi il pubblico non gradisce, beh, allora me lo leggo io! Non me la sento di scrivere per compiacere il pubblico. Sono rimasto deluso da alcuni autori contemporanei che mi avevano entusiasmato all’inizio, ma che, una volta divenuti popolari, ho fatto fatica a seguire. Voglio che i lettori provino quello che provo io, che si avventurino nel mondo che mi sono sforzato di ricostruire. Non voglio mica cambiare la storia dell’umanità con i miei libri! Altre persone sono in grado di farlo: io intendo solo salvare dall’oblio un certo mondo, punto e basta.

Influenze

Eppure, all’inizio del suo percorso di scrittore, avrà certamente preso qualche autore come modello.

Più che prendere a modello qualcuno, mi piacevano certi racconti. Quelli di Fenoglio senz’altro: “La malora” e “La paga del sabato” erano i libri in cui mi trovavo. Ma anche opere di scrittori meno celebrati come Francesco Serantini, un avvocato romagnolo, autore di due romanzi vincitori del premio Bagutta negli anni ’40: “Il fucile di Papa della Genga” e “L’osteria del gatto parlante”. Lui è riuscito a mettere in piedi un linguaggio comprensibile, dall’impianto italiano ma dal sapore al tempo stesso locale. Adoravo i suoi personaggi e mi ritrovavo in quelle atmosfere. Poi ho scoperto lo svizzero Plinio Martini, che sentivo più vicino come ambientazioni, del quale ho particolarmente apprezzato “Il fondo del sacco”.
Romanzi vincitori del premio Bagutta negli anni ‘40.
Romanzi vincitori del premio Bagutta negli anni ‘40.

Il dialetto come espressione di una civiltà

E questo stile ibrido, invece, è stato ispirato da qualcuno, si è imposto di scrivere così o le è venuto naturale?

Devo dire che mi è venuto spontaneo. Sono uno scrittore, non un linguista, quindi non avrei mai potuto scegliere di scrivere in dialetto “puro”. Se invece si punta a un’operazione letteraria, ho sempre pensato che si dovrebbe percorrere la strada della lingua “ibrida”, in grado di evocare un mondo e al tempo stesso rimanere comprensibile a tutti. Non c’è naturalmente solo il linguaggio, ma anche lo studio di usi e costumi di una certa epoca e di un certo ambiente; tuttavia, una lingua modellata sul dialetto riesce a far rivivere una serata all’osteria di una volta, è come parlare con un anziano del paese. I dialetti oggi hanno imboccato un processo irreversibile, è chiaro che tra qualche decennio non li parlerà più nessuno, salvo qualche rara sacca qua e là. Puoi fare tutte le scuole di dialetto che vuoi, ma se non lo utilizzi in qualche modo, il dialetto è destinato a morire. Per fermarne l’agonia, ci vuole una buona dose di amore per il proprio territorio. Il dialetto è la migliore espressione di una civiltà: morto il dialetto, muore quella civiltà.

Uno scrittore libero

Benito Mazzi a Re (Verbania).
Benito Mazzi a Re (Verbania).

Quando la conversazione vira inevitabilmente su Andrea Camilleri, ammirandone in particolare l’inventiva linguistica, mi permetto di affermare che anche i racconti di Mazzi, come quelli dello scrittore siciliano, meriterebbero palcoscenici più prestigiosi. L’autore vigezzino inizialmente si schermisce; poi, dopo un’impercettibile pausa, riprende nel suo tono pacato.

Intanto chi poteva sostenermi oggi non c’è più. Mi riferisco soprattutto a Piero Chiara, il quale apprezzava la mia vena narrativa. Con lui avrei dovuto pubblicare il mio primo romanzo, “La formica rossa”; poi le cose cambiarono, Chiara morì e non se ne fece più nulla. Anche Giorgio Calcagno, storico direttore di “Tuttolibri”, aveva in mente diversi progetti, ma anche in quel caso non andarono in porto. Non ho ottenuto i favori e la notorietà che altri hanno ottenuto, ma ci ho guadagnato in autenticità. Non sono certamente Manzoni, ma quello che scrivo lo scrivo perché sento l’esigenza di farlo, non per sfamare gli appetiti di un certo pubblico o assecondare le esigenze di un editore. Sono da sempre fuori da ogni giro politico e da qualsiasi circolo letterario, nessuno mi ha mai chiesto niente e io non sono mai andato a cercare niente: è questo, in fondo, il bello della vita. L’unico circolo letterario a cui appartengo è l’osteria.
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Bibliografia

  • Cocito C., Un incontro con Beppe Fenoglio in La Stampa Sera, 14–15 agosto 1964.
  • Mazzi B., La Banda del Lupo. Storia di sangue e di bricolle, Santa Maria Maggiore, Il Rosso e il Blu, 2017.
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