Rosone centrale sulla facciata della basilica di Sant’Andrea

La basilica di Sant’Andrea

Il simbolo di Vercelli compie 800 anni

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso lo University College Cork (Irlanda). Insegna lingua inglese e ha pubblicato diversi saggi sul multilinguismo negli scrittori piemontesi.

Il 19 febbraio 1219, il cardinale Guala Bicchieri e il vescovo di Vercelli, Ugo Di Sessa, si recarono sul terreno sul quale sorgeva un’antica chiesetta dedicata a Sant’Andrea per posarvi duo lapides primari e conficcarvi una croce. Si trattava dell’atto di fondazione della basilica di Sant’Andrea, che nel 2019 ha dunque tagliato il venerabile traguardo degli ottocento anni.

Ritratto a mezzo busto del cardinale Bicchieri attribuito a Pietro Narducci (olio su tela in cornice di legno intagliato e dorato di proprietà dell’Ospedale Sant’Andrea di Vercelli, 1847 circa).
Ritratto a mezzo busto del cardinale Bicchieri attribuito a Pietro Narducci (olio su tela in cornice di legno intagliato e dorato di proprietà dell’Ospedale Sant’Andrea di Vercelli, 1847 circa).

Nella prima metà del 2019, grazie all’interazione tra istituti pubblici e associazioni private, numerose iniziative hanno celebrato il principale simbolo di Vercelli. Ciliegina sulla torta è stata la mostra, allestita presso l’ex chiesa di San Marco, in onore del “padre” della basilica, ossia il già citato Guala Bicchieri, il quale dotò chiesa e annessa abbazia di cospicui lasciti derivati in larga parte da rendite maturate in Inghilterra.

La prima chiesa gotica in Italia

La basilica di Sant’Andrea è considerata uno dei più precoci esempi italiani di architettura gotica, nella quale però non mancano innesti tardoromanici. Benché rimanga ancora misterioso il nome dell’autore del progetto, la chiesa e il chiostro furono con buona probabilità edificati da maestranze locali ed emiliane ispirate a modelli francesi. Il cantiere del Sant’Andrea, senz’altro uno dei più grandi dell’epoca, rimase attivo per una decina d’anni prima di permettere lo svolgimento delle funzioni religiose, possibili soltanto a partire dagli anni Trenta del Trecento. Oggi, dopo ottocento anni e numerosi lifting, la basilica non dimostra tutto il peso dell’età. Interventi conservativi e lavori di restauro vero e proprio, oltre a mettere in sicurezza alcune parti dell’edificio, hanno restituito la facciata alle sfumature cromatiche originali.

Facciata della basilica di Sant’Andrea.
Facciata della basilica di Sant’Andrea.

Tra gotico e romanico

Il prospetto della chiesa, in ordine di tempo l’ultimo a essere costruito impiegando in prevalenza pietra grigia, presenta forme tipicamente romaniche. Nell’estremità superiore spicca il profilo a capanna, mentre la parte sottostante è scandita dai tre portali con archivolto a tutto sesto.

Le lunette di ciascun portale sono arricchite da sculture. Quella del portale centrale, la più grande, racchiude la crocifissione di Sant’Andrea riconducibile, come le altre, alla scuola di Benedetto Antelami. La figura del santo domina la scena; alla sua sinistra appaiono una donna e due fedeli, mentre a destra è riconoscibile Egea, proconsole di Acaia, regione greca dove l’apostolo giunse per predicare, che ordina ai soldati di eseguire la condanna. La lunetta del portale di destra racchiude un mezzo rosone ad archetti trilobati su colonnine, mentre quella di sinistra è un omaggio all’ideatore e al dedicatario della basilica: in essa sono raffigurati Guala Bicchieri e Sant’Andrea nell’atto di offrire e ricevere un modello della nuova chiesa.

A sinistra, la lunetta in cui è rappresentato il cardinale Bicchieri mentre dona la chiesa a Sant’Andrea. A destra, nella lunetta sovrastante il portale centrale è raffigurato il martirio del Santo.

Lungo i fianchi dalla facciata si elevano due torrette rivestite di pietra fino all’altezza del timpano, e da mattoni dal timpano fino alla cima. Il campanile, eretto soltanto al principio del XVI secolo, seppur riprendendo i motivi delle torri, si trova in posizione separata, sul lato destro della chiesa. Accanto al campanile, all’incrocio tra navata e transetto, si erge il tiburio ottagonale, nel quale spicca, come già nella torre campanaria, il contrasto cromatico tra il bianco e il rosso dei materiali.

La torre campanaria, basilica di Sant'Andrea, Vercelli
La torre campanaria, il transetto e il tiburio ottagonale.

Dentro la basilica

Archi della navata centrale della Basilica di Sant'Andrea a Vercelli.
Archi a sesto acuto sorretti da pilastri a fascio dividono la navata centrale della basilica dalle altre.

All’interno la basilica è spoglia di arredi. Risalta anche qui l’alternanza tra elementi romanici e gotici, e la successione del rosso e del bianco dei materiali costruttivi. Le tre navate sono divise da ampi archi a sesto acuto sostenuti da pilastri cilindrici. Al congiungimento della navata centrale con il transetto s’innalza il tiburio, culminante in una volta a otto spicchi. Sui quattro angoli che raccordano la base quadrata con l’ottagono superiore è possibile ammirare decorazioni pittoriche e le sculture dei quattro evangelisti poggianti su fasci di colonne. Sul capitello di una colonna è riconoscibile la figura di un uomo sorridente, del quale però si sa poco o nulla; di fronte a questo, si trova l’effigie di un leone, a quel tempo probabile simbolo della città, e la figura di un’aquila imperiale.

Davanti all’abside a pianta rettangolare che chiude la navata centrale si apre il presbiterio, illuminato da un ampio rosone e da tre monofore. Sotto queste aperture, lungo la sezione inferiore delle pareti absidali, trova posto un imponente coro ligneo del XVI secolo. Di particolare pregio sono gli intarsi negli stalli del coro attraverso i quali viene scandita un’ampia iconografia di arredi liturgici, strumenti musicali, oggetti simbolici e particolari di Vercelli. Il tiburio in origine ospitava le campane, ma già dal 1400 alcuni problemi strutturali ne fecero cessare l’uso. Contemporaneamente venne innalzato un nuovo campanile all’esterno del braccio meridionale del transetto.

Il primo abate di Sant’Andrea

All’interno di ognuno dei due bracci del transetto si aprono altrettante cappelle absidiate. Nella prima a sinistra è contenuto un plastico del complesso abbaziale, nella seconda un crocifisso del Cinquecento. Sul lato opposto si trova una cappella dedicata alla Vergine e un’altra che ospita il monumento sepolcrale di Tommaso Gallo. Noto anche come Tommaso di Saint Victor, dal nome dell’abbazia parigina in cui insegnò teologia, fu un rinomato canonico del XIII secolo.

Basilica di Sant'Andrea a Vercelli.
Monumento funebre dedicato a Tommaso Gallo, primo abate di Sant’Andrea.

A lui per primo fu affidata la gestione dell’abbazia di Sant’Andrea: l’abate restò in carica dal 1226 al 1246, mentre i monaci vittorini rimasero a Vercelli altri duecento anni. Il monumento funebre risale alla prima metà del XIV secolo e appare come un’elaborata sintesi di pittura e scultura al centro della quale è raffigurato l’abate circondato da alcuni monaci suoi allievi.

Il chiostro

Il portale dell’Agnus Dei che collega la basilica di Sant’Andrea con il chiostro.
Il portale dell’Agnus Dei che collega la basilica di Sant’Andrea con il chiostro.

Lo spazio riservato al chiostro, che comprendeva le abitazioni riservate ai canonici vittorini, subì notevoli rimaneggiamenti nel corso del Cinquecento. Il portico lungo i quattro lati risale proprio a quel periodo: oggi appare chiuso su tre lati dagli edifici dell’abbazia e dalla basilica sul lato sud. Da qui è possibile accedere in chiesa attraverso il portale dell’Agnus Dei, nel quale spicca il contrasto tra pietre chiare e scure, mentre due colonne di pietra scura incorniciano l’ingresso.

Nella lunetta, risalente al XIII secolo, si trova un importante rilievo dell’Agnus Dei circondato dalle figure di San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista. Vicino si trova l’ingresso della Sala Capitolare, così chiamata poiché luogo in cui si riuniva il Capitolo, l’organismo collegiale dei monaci. Si tratta di uno dei locali più interessanti del complesso, dove nel 1310 fu stipulata la pace tra i guelfi e i ghibellini vercellesi alla presenza dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo. Accessibile dal chiostro, la sala presenta una pianta quadrata con quattro colonne sormontate da grandi capitelli. Essa ospita due affreschi attribuiti a Bernardino Lanino, pittore vercellese del XVI secolo: uno raffigura una Madonna con il Bambino, l’altro degli angeli musicanti. Nella sala capitolare è inoltre possibile ammirare due busti di papa Gregorio IX e del benefattore cittadino Umolio.

Un racconto per immagini dell’abbazia di Sant’Andrea.

Il tesoro di Guala Bicchieri

Come accennato, fiore all’occhiello delle celebrazioni è stata la mostra La Magna Charta: Guala Bicchieri e il suo lascito, allestita dal 23 marzo al 9 giugno 2019 presso il Polo Espositivo Arca. Si è trattato di un evento importante per la città e pressoché irripetibile vista l’unicità degli oggetti presentati. Innanzitutto, dopo un’introduzione audiovideo alla Vercelli del XIII secolo, i visitatori hanno avuto la possibilità di “incontrare” il munifico cardinale eusebiano. Esposti erano infatti due imponenti ritratti raffiguranti Guala: uno seicentesco, l’altro dipinto intorno al 1847, concessi in prestito dall’ASL-Ospedale Sant’Andrea di Vercelli.

Molti oggetti presenti erano legati alle missioni di Guala in Inghilterra e Francia. Uno di questi è il preziosissimo coltello eucaristico che l’inviato papale condusse con sé a Vercelli di ritorno da un viaggio Oltralpe. Tradizione vuole che il coltello, appartenuto a Thomas Becket, fosse lo stesso che trafisse l’arcivescovo di Canterbury. In realtà si tratta di un oggetto liturgico impiegato all’epoca per apporre il simbolo trinitario sul pane eucaristico, e dunque non l’arma usata per uccidere l’ecclesiastico inglese nel 1170. A Guala il coltello giunse come omaggio direttamente dal sovrano Henry III o dai monaci di un monastero inglese, anche se fu probabilmente prodotto in Francia tra il 1200 e il 1220.

Particolare del coltello eucaristico di Guala Bicchieri, proveniente dalla Francia settentrionale o dall’Inghilterra (1200–1225 circa) e realizzato in ferro, argento con tracce di doratura, paste vitree colorate in cabochon e legno di bosso intagliato.
Particolare del coltello eucaristico di Guala Bicchieri, proveniente dalla Francia settentrionale o dall’Inghilterra (1200–1225 circa) e realizzato in ferro, argento con tracce di doratura, paste vitree colorate in cabochon e legno di bosso intagliato.

Il lungo viaggio del baule di Guala Bicchieri

Come si può immaginare, nel corso delle sue legazioni, il cardinale necessitava di portarsi appresso paramenti liturgici, libri, documenti e oggetti personali. A tale scopo Guala si fece fabbricare bauli di diverse dimensioni, tutti naturalmente all’altezza del suo ruolo. Di questi cofani, solo due sono giunti fino a noi, e quello di dimensioni maggiori, di regola conservato presso Palazzo Madama, è stato uno dei pezzi di maggior pregio dell’esposizione vercellese.

Il baule ha alle spalle una storia singolare. Realizzato da artigiani francesi tra il 1220 e il 1225, lungo ottanta centimetri, alto trentacinque e largo trentanove, il baule fu acquistato dal cardinale a Limoges, nell’attuale Nuova Aquitania. Sul baule furono ritrovati quindici medaglioni, nove cantonali, ventiquattro staffe e una grande serratura, tutti oggetti decorati a smalto. Si tratta di un’opera sofisticata ma non rivoluzionaria giacché riprende opere tipiche della produzione limosina che è possibile ammirare in altre realizzazioni coeve.

Tuttavia, sarebbero stati gli avvenimenti successivi a fare del “cassone Bicchieri” un oggetto unico. Fu utilizzato proprio questo baule per trasportare a Vercelli le spoglie del cardinale dopo la sepoltura avvenuta a Roma, presso San Giovanni in Laterano. Una volta raggiunta la città eusebiana, il baule venne tumulato in una nicchia a fianco dell’altare principale della basilica di Sant’Andrea. Nel 1611 l’incavo fu aperto e il baule ritrovato. L’abate dell’epoca, Pier Francesco Malletto, per informare i posteri circa la paternità delle ossa pensò di scrivere una pergamena e di inserirla nel cofano prima di rimetterlo a posto.

Il cofano, o “cassone”, di Guala Bicchieri (rame traforato, sbalzato, cesellato, stampato, inciso e dorato, smalto champlevé, paste vitree, legno di noce verniciato, tela di canapa grigia).
Il cofano, o “cassone”, di Guala Bicchieri (rame traforato, sbalzato, cesellato, stampato, inciso e dorato, smalto champlevé, paste vitree, legno di noce verniciato, tela di canapa grigia).

Molto più tardi, in corrispondenza dei tumulti provocati dallo scoppio della Rivoluzione Francese, il baule fu nuovamente estratto per essere nascosto all’interno del muro sinistro del presbiterio. Trascorsi pochi anni, in occasione dei restauri del 1822–23, l’architetto Carlo Emanuele Arborio Mella fece nuovamente venire alla luce il cofano. Al momento del ritrovamento, la serratura, i medaglioni e gli smalti erano ben conservati, mentre il legno di pioppo con cui era stata fabbricata la cassa era in via di decomposizione. Se ne rese dunque necessaria la sostituzione: il Mella rimosse tutti gli elementi metallici e li rimontò su una cassa nuova, questa volta in legno di noce, di misure uguali a quelle dell’antica, alla quale poi aggiunse alcuni tondi in ottone sul coperchio e sul fronte, oltre a due maniglie in ferro sui fianchi. Infine, trasferì ciò che rimaneva dei resti del cardinale, insieme alla pergamena informativa vergata dal Malletto, in una nuova cassa e ripose tutto nel luogo originario.

Alessandro Barbero, “La straordinaria avventura della Magna Carta”, Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, 15 marzo 2019.

Il vescovo di Vercelli al tempo del restauro, Giuseppe Maria Grimaldi, per ricompensare Arborio Mella dell’opera effettuata, decise di donargli il cofano. È presumibile che esso abbia subito un successivo intervento intorno al 1880 sotto la guida di Edoardo Arborio Mella, figlio di Carlo Emanuele. A quel tempo risalirebbe la verniciatura della cassa e la sostituzione delle viti in ottone dorato con viti in ferro. Il cassone quindi passò nel milanese presso un ramo lombardo della famiglia Mella e rimase in collezione privata per circa centocinquant’anni prima di essere acquistato per il museo civico torinese di Palazzo Madama.

La Magna Carta proveniente dalla cattedrale di Hereford esposta presso l’Arca di San Marco a Vercelli dal 23 marzo al 09 giugno 2019.

La Magna Carta

Infine, al centro della mostra, avvolta da suggestivi allestimenti color porpora, la Magna Carta. Come abbiamo imparato a scuola, si tratta di una forma embrionale di costituzione, un insieme di leggi intese a regolare i rapporti tra il sovrano inglese i suoi principali feudatari — sottraendo un po’ di potere al primo per darlo ai secondi. La prima versione della Magna Carta, concessa nel 1215 da re Giovanni, fu subito annullata per poi essere reintrodotta nel 1216; quindi, con alcune modifiche, nuovamente approvata nel 1217. In entrambi i casi l’intervento di Guala Bicchieri, in qualità di legatus a latere, si rivelò decisivo per la convalida della Carta.

Una delle quattro copie sopravvissute del documento del 1217 fu successivamente conservata presso la Cattedrale di Hereford, nelle West Midlands. Circa ottocento anni dopo la sua approvazione, per la prima volta in assoluto, la Magna Carta di Hereford è stata dunque ospite di un’esposizione al di fuori dei confini nazionali. La versione del 1217 si è mostrata ai visitatori in ottime condizioni. Lunga 47 centimetri, larga circa 30, presenta 64 righe scritte con una grafia uniforme e nitida, e comprende trentanove articoli in uno stile tipico della cancelleria reale inglese del tempo. Solo nel 1989 il professore Nicholas Vincent accertò l’ufficialità della copia di Hereford, prima considerata solo una semplice imitazione dell’originale.

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Bibliografia

  • Baucero G., In viaggio con il Cardinale. Guala Bicchieri in Inghilterra (1216–1218): dalla corte inglese alla fondazione della basilica di S. Andrea in Vercelli, Vercelli, Saviolo, 2008.
  • Lomartire S. (a cura di), La Magna Charta. Guala Bicchieri e il suo lascito. L’Europa a Vercelli nel Duecento, Vercelli, Gallo, 2019.
  • Marangoni G., Il bel Sant’Andrea di Vercelli. Note ed appunti critici, Milano, Alfieri & Lacroix, 1910.
  • Pasté R., L’Abbazia di S. Andrea di Vercelli, Vercelli, Gallardi, 1907.
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