Casa Walser a Canza (© Luigi Framarini).

La lingua walser, l’antico tesoro delle Alpi

Intervista ad Anna Maria Bacher, la poetessa in titsch

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso lo University College Cork (Irlanda). Insegna lingua inglese e ha pubblicato diversi saggi sul multilinguismo negli scrittori piemontesi.

La ricchezza linguistica, e pertanto anche culturale e umana, del Piemonte non viene mai abbastanza evidenziata. Favorita dalla propria posizione geografica, dalla propria morfologia e storia, la regione vanta oggi una varietà linguistica unica. Oltre, naturalmente, all’italiano, in Piemonte esistono anche numerosi dialetti, molti dei quali sono da considerarsi, dal punto di vista strettamente linguistico, parlate extraregionali, influenzate cioè dai dialetti di altre regioni. Inoltre, la legge n. 482 del dicembre 1999 ha riconosciuto quattro minoranze linguistiche storiche presenti sul suolo regionale escludendo, però, la koiné piemontese. Tra queste, la più diffusa è l’occitano, seguita dal francoprovenzale, dal francese e dalla lingua walser. La lingua meno conosciuta in Piemonte è appunto quella walser, e forse proprio per questo merita un’attenzione particolare.

Questo articolo, con ulteriori approfondimenti, è presente anche nel numero 2 cartaceo di Rivista Savej.

 

Chi erano i Walser?

I Walser, dicono gli storici, erano un’antica popolazione di origine germanica e altissimo alemanno era il loro idioma originario. Certamente prima del 1000 si insediarono nella Valle di Goms, nell’attuale Canton Vallese.

Mappa geografica delle colonie Walser.
Mappa geografica delle colonie Walser.

Fu proprio qui, a oltre mille metri di altezza, che affinarono la speciale capacità di adattamento alla montagna prima di spostarsi ulteriormente lungo tre direttrici. Forse favoriti da condizioni climatiche benevole, tra il XIII e il XV secolo i Walser attraversarono le Alpi e diedero vita a vere e proprie colonie. Una parte si stabilì proprio in Piemonte — in Val Formazza, a Macugnaga e giù fino a Ornavasso, e poi nell’attuale Valsesia, sulle pendici del Monte Rosa. Nello stesso arco di tempo altre comunità si spinsero in direzione della Val d’Aosta e dell’Alta Savoia, mentre altre ancora si mossero verso est, nei Grigioni e addirittura nel Vorarlberg austriaco.

Che provenissero dal Vallese dovrebbe garantirlo l’etimologia del nome con cui oggi sono conosciuti. Walser è infatti contrazione di walliser, ossia “vallesano”, termine usato per la prima volta nel 1319 in una pergamena di Galtür, in Tirolo, nella quale un giudice del luogo iscrisse la dicitura “homines dicti Walser”. In altri casi venivano adoperati titsch, ticci o titzschu, appellattivi con cui ancora oggi si indicano gli idiomi parlati nelle vallate walser.

Cosa o chi fu a spingere questo popolo a migrare verso sud nessuno può invece dirlo con precisione. Furono persecuzioni, oppure siccità e caldo insoliti, o fu colpa della sovrappopolazione? L’ossolano Enrico Rizzi, tra i più autorevoli studiosi della storia walser, ritiene che furono soprattutto alcuni monasteri e signori feudali piemontesi a promuovere gli spostamenti e a permettere così l’insediamento di questi formidabili agricoltori e allevatori in posti comunemente inaccessibili e poco sfruttati. Ai coloni di lingua germanica in molti luoghi venivano inoltre accordati alcuni diritti, come la libertà personale e l’affitto ereditario della terra, in cambio di un canone e dell’obbligo di prestare servizio militare in caso di guerra.

La poetica al servizio dei walser

Anna Maria Bacher è tra le figure più attente e operose nella conservazione e divulgazione della cultura e lingua walser.

Anna Maria Bacher
Anna Maria Bacher (© Luigi Framarini).

Nata a Grovella, in Val Formazza, è stata insegnante elementare, collabora con lo sportello linguistico del posto ed è soprattutto una delle poche poetesse in titsch, attività grazie alla quale ha ottenuto diversi riconoscimenti. Vive, insieme al marito Luigi, in una graziosa abitazione di legno nella minuscola frazione Brendo di Formazza, località più antica tra le colonie walser al sud delle Alpi e l’unica confinante con il luogo d’origine di questo popolo. Per chi non vi è abituato, l’assoluto raccoglimento del posto, l’incombenza delle pareti rocciose e la presenza di boschi intorno possono destare un certo smarrimento. Smarrimento che, nel mio caso, viene subito allontanato dal calore della casa e dalla cordialità della signora Bacher, alla quale brillano gli occhi a parlare dei walser e della propria attività poetica.

Località Brendo, Formazza (VB).
Località Brendo, Formazza (VB).
Il nostro dialetto — c’è chi lo chiama così, chi lingua: io, sinceramente, non so chi abbia ragione — non è più quello delle origini e si è tramandato in maniera esclusivamente orale. Trovo però straordinario che un popolo, senza tradizioni scritte vere e proprie, arrivato qui verso il 1200, sia riuscito in qualche modo a tenere in vita il proprio idioma fino a oggi.

Ricordi di una lingua

Anna Maria Bacher iniziò a scrivere in pumattertitsch, la variante walser della zona, e a insegnarlo nei primi anni Settanta. Tutto cominciò per caso e, mi confessa, con una certa dose d’incoscienza. La scuola elementare del posto le permise di insegnarlo e Anna Maria, non sapendo bene come fare, prese a trascriverlo esattamente come lo pronunciava e come l’aveva imparato da bambina. Coinvolse quindi in un gioco di continua e reciproca ricerca i propri studenti, i quali risposero con grande entusiasmo e impegno — ne sono testimoni i quaderni che ancora conserva e ha fatto ristampare.

Casa Walser a Riale
Casa Walser a Riale (© Luigi Framarini).

Fu poi la volta delle prime poesie, per le quali aveva intanto affinato la grafia, che le fecero guadagnare il “Premio Letterario Val Formazza”. Incoraggiata, ne scrisse altre, che composero il suo primo volume, intitolato Z Kschpêl fam Tzit (“Il gioco del tempo”, 1988). Seguirono nuove raccolte poetiche, sempre in walser con traduzione italiana, e talvolta anche tedesca, a fronte: Litteri un Schattä (“Luci e ombre”, 1991), Z Tzit fam Schnee (“Il tempo della neve”, 1994), Gägäsätz (“Contrasti”, 2001), Kfarwät Schpurä (“Tracce colorate”, 2011), fino alla più recente Öigublêkch (“Colpo d’occhio”, 2016).

Tradizioni e identità

Anna Maria adopera il walser non solo perché le viene spontaneo, ma perché scrivere in quell’idioma contribuisce alla sopravvivenza della propria identità.

Se sparisce la lingua sparisce una buona fetta di noi stessi. Scrivo anzitutto per gusto personale, e poi mi preme trasmettere, attraverso le poesie, lo spirito della mia gente. Certe locuzioni walser dicono molto di come i nostri vecchi stavano insieme. Se si considera come dicevano “grazie”, per esempio, ci si accorge che c’è tutto un modo di vedere le cose. In passato, per ringraziare si usava un’espressione molto elaborata: “Ti ricompensi Dio mille volte, consoli Dio e liberi Dio le anime dei tuoi morti”. Oggi la formula viene abbreviata in “Ti ricompensi Dio”, che è già bella, ma se la si dice per intero, emerge la filosofia della nostra gente.
Costumi tradizionali walser.

L’esistenza dei Walser, in passato, doveva essere molto difficile. Era inoltre segnata da una profonda percezione del divino, non necessariamente in senso confessionale ma soprattutto come rispetto per gli altri e per la natura, e da una grande considerazione dei defunti.

Quando nasceva qualcuno — ricorda Bacher, la famiglia metteva via un formaggio d’alpe. Quel formaggio veniva consumato al decesso di quella persona: si deve ricordare che era gente povera, la morte poteva arrivare in qualsiasi momento e dovevano essere pronti. Infatti, quando qualcuno moriva, prima si pregava, poi, a mezzanotte, la famiglia del defunto organizzava un banchetto. Il formaggio era un memento mori per quella gente. La forma era conservata nel sottotetto insieme ad altre provviste, perciò ognuno poteva vedere il proprio formaggio della morte e pensare: “ecco, quello è il mio formaggio!”.

La natura in versi

Il trascorrere del tempo, il paesaggio circostante e anche la morte, in quanto parte imprescindibile del processo naturale, caratterizzano le liriche di Anna Maria Bacher.

Copertina di
Copertina di "Colpo d'occhio", Anna Maria Bacher, 2016.

Si tratta di componimenti non rimati e senza uno schema strofico preciso. Sono in genere poesie molto brevi poiché devono essere capaci di cogliere, in un colpo d’occhio fulmineo, le immagini da restituire al lettore.

Colpo d’occhio proprio come il titolo dell’ultima raccolta poetica, Öigublêkch in walser, nella quale gli elementi più ricorrenti sono proprio quelli naturali. Basta scorrere pochi titoli (La primavera, Neve, Autunno, Fine estate, Alla mucca, Ghiandaie sul ciliegio) e leggere alcuni versi per rendersene conto: “Nel cielo terso/il fuoco del sole/palpita lieve./Limpido scorre il fiume,/la trota vibra luce”; o ancora: “ovunque volgo gli occhi/solo verde che avanza,/nuovi cespugli/inghiottono i sentieri,/larici ed abeti/si avvicinano al paese/e dal bosco sbirciano/timidi occhi selvatici”.

Mi confida l’autrice:

Tante volte mi chiedono quale sia la mia fonte di ispirazione. Io rispondo sempre: la natura che mi circonda da quando sono nata.

Dai versi emergono anche aspetti poco consolatori. Così inizia la poesia Al tempo: “Sei crudele,/divori i giorni/uno dietro l’altro/senza pietà”; mentre così recita Sulla tomba: “Una farfalla/sulla croce del sepolcro/palpita lieve,/poi vola via./La separazione mette ali/e lascia nell’aria/l’ombra/del ricordo”.

Tuttavia, Anna Maria considera la morte un passaggio:

Come un bimbo rimane nove mesi nel grembo materno, e poi lascia quel mondo per venire in questo, allora quando lasceremo questo mondo è probabile ci trasferiremo in un altro mondo, e non è detto che sia l’ultimo passaggio!

Radici inconsapevoli

Ma i walser hanno sempre saputo di esserlo? La consapevolezza è una conquista relativamente recente, dal momento che i primi studi scientifici su queste antiche popolazioni germaniche risalgono agli anni a cavallo tra Settecento e Ottocento. Dopo un periodo di oblio forzato durante il Ventennio fascista, e di sonno nel dopoguerra, con gli anni Settanta del Novecento l’interesse per la cultura walser è ripreso grazie a studi e iniziative di vario tipo. Anche per la Val Formazza è così, come conferma la signora Bacher:

Fino agli anni Cinquanta e Sessanta, in casa e in paese, tutti parlavano titsch, ma tra di noi non ci chiamavamo “walser”. Un giorno, tornando da scuola, mio padre mi indicò il Passo del Gries dicendomi che i nostri antenati venivano da oltre quelle montagne. Dunque sapevamo che le nostre radici erano al di là delle Alpi, però abbiamo imparato la parola “walser” dagli studiosi. Ricordo che la lessi per la prima volta in un libro nel 1969. Eravamo perciò walser senza saperlo!
Valle Antigorio, Formazza.
Valle Antigorio, Formazza.

Una minoranza in numeri

Quante sono attualmente le persone in grado di esprimersi in walser? Da una ricerca condotta dall’istituto Ires Piemonte nel 2006 risultò che, nei dodici comuni riconosciuti come appartenenti alla minoranza walser (ossia, Baceno, Formazza, Macugnaga, Ornavasso, Premia e Valstrona, nell’Ossola; Alagna, Carcoforo, Rima San Giuseppe, Rimasco, Rimella e Riva Valdobbia, in Valsesia), fossero pressappoco 8.000 le persone in grado di utilizzare, con competenze diverse, il titsch, corrispondenti all’incirca allo 0,2% dei piemontesi. A parlarlo sono, ancora oggi, perlopiù individui di una certa età, mentre i giovani lo capiscono poco e lo parlano ancor meno. Dunque, le cifre appena citate sarebbero da rivedere al ribasso.

Museo Walser

Oltre all’attività letteraria di Anna Maria Bacher, contribuiscono a preservare la memoria walser i dodici sportelli linguistici dislocati sul territorio piemontese (uno per ogni centro di minoranza linguistica), i quali soprintendono corsi di lingua, gruppi culturali e strutture ricettive come i musei.

Museo Walser di Alagna.
Museo Walser di Alagna.

Il Museo Walser di Alagna, in frazione Pedemonte, ricavato da una baita del 1628, è stato inaugurato nel 1976 e rappresenta uno straordinario esempio di tipica abitazione walser del passato. Anche a Macugnaga, da dove partì la comunità che successivamente si insediò in Valsesia, esiste una Casa Museo, anch’essa in legno e pietra, risalente al XVII secolo, grazie alla quale è possibile constatare la semplicità e allo stesso tempo l’ingegno di questo popolo di agricoltori, allevatori ed esperti lavoratori del legno. Strutture simili si trovano anche a Formazza, Rimella e Riva Valdobbia.

Ogni tre anni, a partire dal 1962 e in una località di volta in volta diversa, viene organizzato un Internazionale Walsertreffen, un incontro delle comunità walser dell’arco alpino durante il quale gruppi musicali e sfilate in abiti tradizionali suggellano la festa degli antichi vallesani. Lo scorso 30 novembre, le comunità di Valle d’Aosta, Ossola e Valsesia sono state protagoniste di un incontro, tenutosi a Roma e organizzato dalla Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, intitolato Gli Italiani dell’Altrove, con il quale si è voluto mettere in luce la realtà storica e contemporanea della minoranza walser. In quest’occasione una delegazione piemontese e valdostana ha ufficialmente proposto la propria candidatura per permettere alla cultura walser di entrare a far parte del patrimonio immateriale dell’UNESCO allo scopo di preservare la propria storia, la lingua e le proprie testimonianze antropologiche e architettoniche.

"Gli italiani dell'altrove: Walser", Roma, 30 novembre 2017, Commissione nazionale italiana per l'UNESCO.
Poesia walser a cura di Anna Maria Bacher, musica con l'achbrétt walser.

A qualcuno potrà sembrare anacronistico, o semplicemente superfluo, ma la vivacità e ricchezza di una regione passano anche attraverso la salvaguardia della diversità delle culture storicamente presenti sul territorio.


👍 Un particolare ringraziamento ad Anna Maria Bacher per la grande cortesia e la generosa ospitalità. Per le fotografie di Luigi Framarini si ringrazia lo Sportello Linguistico Formazza.

Dalla penna di Anna Maria Bacher

Riportiamo di seguito alcune poesie di Anna Maria Bacher tratte dall’ultima raccolta Colpo d’occhio. Accanto alla versione originale in lingua walser è riportata la relativa traduzione in italiano.

Der Fêscher, der Wuru un der Fêsch

Lengwiilig
wekktŝchi
der Fêscher,
nêtwädärä Tat
Lêchtigkheit:
t Arma
sên Fäkchtä,
t Fingra
Beintzälti
fa Huppuschpunna
wa der Wuru
im Hakjê
pschlêssän.
In ŝchinä Őigu
freidig Blêtzka,
aber im Zêttäriisch
fam Wasser
sên Wuru un Fêsch
Glantzjê fa Lêcht
un fa Schmertzä
in der schtêll Têmäri
grat de ärlaschti

Il pescatore, il verme e il pesce

Lentamente
si muove
il pescatore,
ogni gesto
leggerezza:
le braccia
sono ali,
le dita
zampette
di ragno
che imprigionano
il verme
all’amo.
Nei suoi occhi
lampi di gioia,
ma nel tremolio
dell’acqua
esca e pesce
sono guizzi di luce
e di dolore
presto spenti
nella ferma oscurità.


Wiss Flokchä
Schneeflokchä
Schnee.

Iŝchubleichi
Tootuchelti
Toot.

Fiocchi bianchi
fiocchi di neve
neve.

Pallore di ghiaccio
gelo di morte
morte.


Fa der Müsik fam Wênn
laatŝchi minä Geischt la göimä,
är chun äso armuniusischä
un lêchtä
das är in ämä Rägubogä
fertagt.

Dalla musica del vento
si lascia cullare il mio spirito,
che diventa così armonioso
e leggero
da evaporare
in un arcobaleno.


Än Öigublêkch êscht der Läbtag,
was i grat ksee hä
êscht êtz scho nêmmä,
blos ä Wênndutzug
êscht öw t Freit un z Lidä.

Un attimo è la vita,
ciò che ho appena visto
non è già più,
un soffio di vento soltanto
è anche il gioire e il soffrire.

※ ※ ※

Bibliografia

  • Bacher A. M., Öigublêkch/Augenblicke/Colpo d’occhio, Domodossola, Grossi, 2016.
  • Giordani G., La colonia tedesca di Alagna Valsesia e il suo dialetto, Varallo, Unione Tipografica Valsesiana, 1927.
  • Mortarotti R., I walser nella Val d’Ossola, Domodossola, Giovannacci, 1979.
  • Rizzi E., Storia dei walser dell’Ovest, Anzola d’Ossola, Fondazione Enrico Monti, 2004.
  • Toso F., Le minoranze linguistiche in Italia, Bologna, il Mulino, 2008.
  • Zanzi L., Rizzi E., I Walser nella storia delle Alpi, Milano, Jaca Book, 1987.
※ ※ ※

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