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Grafie piemontesi a confronto spiegate da Riccardo Regis

Torinese di nascita e di adozione ma valsusina nell’identità e nel cuore, è dottore di ricerca in Filologia romanza. Nella prossima vita vorrebbe fare il liutaio e parlare correntemente otto lingue, di cui almeno tre scomparse; nel tempo libero però si accontenta di essere appassionata di musica, di strumenti musicali e di trascrivere manoscritti.

Ho incontrato Riccardo Regis, professore associato di dialettologia e linguistica italiana all’Università di Torino, affinché mi aiutasse a chiarirmi le idee su una questione tanto cara a una larga parte di appassionati e cultori della lingua piemontese: la grafia. La scelta di quale grafia impiegare per scrivere un testo è per il piemontese un problema che si presenta tutt’oggi, e sulla base di questa scelta si creano talvolta piccole barricate sulla cima delle quali vengono issate diverse bandiere.

Copertina de “La lingua piemontese” di Bruno Villata.
Copertina de “La lingua piemontese” di Bruno Villata.

Una grafia per tutti

Per ripercorrere la storia della grafia del piemontese a ritroso e solo per sommi capi, il professor Bruno Villata consigliava l’uso di una grafia — che prende il nome di Villata-Eandi grazie all’importante modifica apportata da Enrico Eandi nel 2008 che prevede il segno /ö/ per rappresentare la o turbata del piemontese, in coerenza con la /ü/ che era stata prevista già da Villata — che avesse lo scopo principale di riavvicinare i piemontesi alla loro lingua, e di avvicinare ex novo coloro che, da stranieri, avrebbero voluto impararla e utilizzarla con agilità.

Villata partiva infatti dalla constatazione che la grafia maggiormente usata, la cosiddetta Pacotto-Viglongo, o anche de Ij Brandé, è un po’ ostica per uno scrivente che come lingua principale abbia l’italiano o il castigliano, quest’ultima essendo la lingua degli emigrati piemontesi in Sud America, molto attivi nell’associazionismo legato alla lingua e alla cultura delle loro origini.

Scrive Villata in un suo studio dal titolo Na grafìa ünica per un piemunteis pi fort:

A la grafìa dij Brandé as cunfurma la magiuransa ed cuj ch’a scrivo an piemunteis ilüstr, valadì an türineis, co se nen tüti a scrivo propi ant l’istessa manera. E pöi a tuca co dì che resguard a l’acentassiun sta grafìa a l’é nen basta precisa, co se a marca pi d’acent che lon ch’a farìa damanca (ch’as pensa a l’acentassiun dij ditung, per esempi, anduva che vaire a custümo acenté tant la vocal forta — tàula — che cula débola — baùl — , mentre ch’a bastrìa mac büté l’acent ant le scund cas, cume an spagnöl per esempi).

La Pacotto-Viglongo infatti invita all’uso di segni grafici che l’italiano e il castigliano mal sopportano o male interpretano, soprattutto per quanto concerne l’uso delle vocali. Il professor Regis propone la seguente tabella di sinossi tra suoni e rappresentazione, per chiarificare cosa cambia tra le diverse grafie in uso (più avanti chiariremo cos’è la grafia IPA):

Riccardo Regis, sistemi ortografici a confronto
Riccardo Regis, “Verso l’italiano, via dall’italiano: le alterne vicende di un dialetto del Nord-ovest”, p. 265.

Vantaggi e svantaggi

Questo movimento proposto da Villata di avvicinamento della grafia piemontese a quella italiana per motivi di intelligibilità da parte dei lettori è stato da alcuni interpretato come negativo per la preservazione e la promozione di una certa “identità” piemontese; alcune posizioni, forse maggioritarie, prediligono infatti la grafia Pacotto-Viglongo proprio in quanto distante dall’italiano, differenziata, utile per marcare una sostanziale (formale?), programmatica ma anche storica, differenza tra le due lingue.

Il professor Regis non nega invece i vantaggi dati dalla grafia Villata-Eandi soprattutto, appunto, in termini di intelligibilità e di vicinanza alla lingua della socializzazione primaria, l’italiano.

“La questiun dl’acent a büta an evidensa cula ch’a l’é el prublema fundamental dla grafìa piemunteisa: dovej rapresenté la richëssa dij sun vocàlic dla lenga piemunteisa cun un nümer ed segn pi limità cum a sun cuj dl’alfabet italian”.
Enrico Eandi, “Grafìa piemunteisa standard: invit al cunfrunt”

La tirannia della tastiera

Un punto di vista pratico parallelo al dibattito, e basato principalmente su questioni sociolinguistiche e mai ideologiche, è quello esposto da Emanuele Miola ne La tirannia della tastiera. Il caso dell’ortografia piemontese.

Nel suo articolo Miola spiega come la grafia del piemontese che prevarrà sarà alla fine quella che sarà più comoda da digitare su una tastiera qwerty standard, ovvero sulla tastiera più comune dei nostri computer. Come possiamo osservare, i segni speciali sono ridotti a pochissimi (le lettere accentate dell’italiano), e per un utente medio che voglia scrivere in piemontese attraverso il computer (ovvero ormai il mezzo grandemente predominante per la socializzazione virtuale, ma anche per l’editoria), sarà accettabile andare a cercare non più di un paio di segni speciali dal menu del proprio programma di scrittura.

In conclusione scrive Regis nel suo articolo Itinerari (socio)linguistici nella poesia di Remigio Bertolino:

Sono tutte opzioni ragionevoli, ma dipende da quanta precisione si vuole ottenere da un’ortografia, che, di per se stessa, non dovrebbe avere le pretese di una trascrizione fonetica.

Grafia e suono

Sì, infatti bisogna qui richiamare alla mente l’esistenza di un patto silente tra grafia e rappresentazione fonetica: la grafia solo in parte può suggerire la vera modulazione del suono nella bocca del parlante, e questo vale per ogni lingua che abbia una tradizione scritta, quale più e quale meno. Il francese contemporaneo ad esempio ha una bassa corrispondenza tra la grafia e quello che viene poi effettivamente pronunciato, si pensi ad esempio alla parola eau, acqua, pronunciata semplicemente con una o, [o]; l’italiano ha una corrispondenza molto alta tra segno e suono, salvo poi presentare numerose varianti di pronuncia regionali: ad esempio la parola cucina in bocca a un fiorentino suonerebbe piuttosto come una specie di ’huscina, [’huʃina]. La grafia non riesce a marcare proprio tutto, e nemmeno ce n’è bisogno: d’altra parte la forma scritta e la performance orale sono da sempre due questioni diverse, lo sa bene chi studia su manoscritti ormai “muti” certa letteratura medievale che, per funzionare, doveva essere performata (cantata, recitata, accompagnata da suoni…) e non letta.

Fonetica

Non è un argomento semplice su cui pronunciarsi — io, infatti, non lo farò — , c’è tanta bibliografia che può essere utile leggere e ci sono tante posizioni diverse, ognuna con un po’ di buon senso e di ragione. Il mondo scientifico, dal canto suo, è interessato alla questione soprattutto per il profilo sociolinguistico che il dibattito pone all’osservatore: è ovviamente interessante osservare come una comunità che si riconosce in una certa identità linguistica si approccia alla propria lingua, a volte facendone addirittura un baluardo distintivo molto forte, uno scudo da portare in battaglia per distinguersi dallo schieramento avversario.

La trascrizione IPA

Trascrizione IPA

Una domanda sorge spontanea: ma il professor Regis come scrive il piemontese? E gli altri professori e studenti, dottorandi, tesisti, che debbano studiare questa nostra lingua, fare osservazioni sul campo, trascrizioni di interviste orali? Ma ovviamente attraverso un alfabeto fonetico!

L’International Phonetic Alphabet, comunemente abbreviato con IPA, è un alfabeto basato sul sistema latino che viene utilizzato nel tentativo di rappresentare con la massima precisione possibile qualsiasi fono (ossia suono del linguaggio umano), appartenente a qualsiasi lingua conosciuta: questo è possibile poiché ad ogni segno IPA corrisponde un solo suono e viceversa, senza possibilità di confusione tra lingue diverse. Lo studioso che debba registrare per iscritto un suono, o un insieme di suoni, ricorrerà quindi a questo tipo di grafia. Di seguito un esempio dei primi versi della Commedia dantesca trascritti in IPA, secondo una pronuncia standard dell’italiano:

[nelˈmɛddzo delkamˈmin diˈnɔstra ˈviːta
miritroˈvai peˈruna ˈselva osˈkuːra
kelladiˈritta ˈvia ˈɛːra zmarˈriːta]


👍 Desidero ringraziare il professor Regis per la sua disponibilità a incontrarmi e chiacchierare con me.

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Bibliografia

  • Miola E., La tirannia della tastiera: Il caso dell’ortografia piemontese in Language Problems & Language Planning, Amsterdam, John Benjamins Publishing Company, 39, 2, 2015, pp. 136–153(18).
  • Regis R., Verso l’italiano, via dall’italiano: le alterne vicende di un dialetto del Nord-ovest, in Telmon T., Raimondi G., Revelli L. (a cura di), Coesistenze linguistiche nell’Italia pre- e postunitaria, Roma, Bulzoni, 2012, pp. 263–274.
  • Regis R., Dal dialetto di koinè al dialetto rustico. Itinerari (socio)linguistici nella poesia di Remigio Bertolino, in Rivista Italiana di Linguistica e dialettologia, XVII, 2015, pag. 77.
  • Villata B., La lingua piemontese, Torino, Savej, 2009.
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