L’etimologia dimenticata

Le origini piemontesi di alcune parole italiane in uno studio del prof. Villata

Massimo Bonato
Massimo Bonato

Laureato in linguistica generale, collabora come redattore editoriale con diverse case editrici torinesi e nazionali. Si interessa di sintassi, germanistica e linguistica piemontese. Lettore bulimico e grafomane, spende restante tempo libero in montagna, cercando di non far arrugginire i ramponi.

Vocabolari e dizionari etimologici datano l’origine di molte parole a partire da testi medievali italiani. Ma sono parole la cui origine si sposta anche di molto, se solo si volessero considerare i testi medievali piemontesi, che i lessicografi italiani però ignorano quasi del tutto.

L’interesse per i dialetti e le lingue regionali, a parte per la loro effettiva sopravvivenza sempre assoggettata a statistiche di alfabetizzazione, è perlopiù volta a convalidare la loro penetrazione da parte della lingua nazionale. Minore è l’interesse che viceversa verte sul lascito dei dialetti all’italiano, e per gusto di studiosi di dialettologia o storia della lingua che devono render conto di cambiamenti linguistici e trasformazioni in corso.

Parole entrate nell’uso comune dal nord al sud, come naia, stravaccarsi, magone, sono ormai parte dell’italiano standard, ancorché spesso informale, e raggiungendo l’intera penisola hanno cessato di tramandare la loro origine.

L’influenza del piemontese sull’italiano

Di questo si interessa il professor Bruno Villata, docente di linguistica alla Concordia University di Montréal, in Canada, in suo recente studio dal titolo Note an sla data ëd la prima atestassiun ëd chèiche parola italian-a [Note sulla data della prima attestazione di qualche parola italiana].

Giovan Giorgio Alione ritratto su una medaglia commemorativa.
Giovan Giorgio Alione ritratto su una medaglia commemorativa.

Lo studio porta alla luce numerosi vocaboli penetrati nell’uso comune in italiano e provenienti dal piemontese, da un piemontese antico che fonda le sue origini scritte e letterarie nei Sermoni Subalpini del XII secolo come nella più tarda Opera Jucunda dell’astigiano Giovan Giorgio Alione del 1521.

Si tratta di lemmi, spesso datati posteriormente alla loro comparsa in opere piemontesi antecedenti, come i citati Sermoni Subalpini o l’Opera Jucunda dell’Alione, la cui lingua ancora oggi rimane di discussa origine. Villata quindi problematizza l’etimologia di parole che paiono di origine piemontese ancorché voluta dai lessicografi italiani di origini diverse.

Stemma della famiglia Alione.
Stemma della famiglia Alione.

Il lingua de i “Sermoni Subalpini”

I Sermoni Subalpini, scoperti nel 1847, sono una raccolta di ventidue prediche anonime databili a un periodo che va dalla fine del XII secolo e l’inizio del XIII, e rappresentano la più antica attestazione di lingua volgare in Piemonte. Dedicati alla formazione dei cavalieri templari, in gran numero di stanza in Piemonte e nei passi alpini, i Sermoni ebbero una funzione didattica, componendosi di una parte di argomento religioso (o di un brano biblico), di una parte esegetica, e infine di una morale conclusiva o di una preghiera.

Croci templari sulla facciata della chiesa di Villar Sampeyre

Inizialmente, il francese Lacroix, rinvenendovi elementi grammaticali e lessicali appartenenti alle aree linguistiche gallo-italiche e gallo-romanze ritenne che i Sermoni Subalpini non fossero che un miscuglio di latino, francese e provenzale; qualche anno dopo, nel 1873, Jacques-Joseph Champollion li attribuì ai patois provenzali delle vallate valdesi piemontesi. Ma fu Wendelin Förster che nel 1879 per primo li ricondusse al piemontese, a una lingua in trasformazione, che si sarebbe presentata nel tempo come il piemontese moderno.

“Freres, zo dit l’Apostol, / ben est hora que nos levem de dormir. / Aquest soig si est en tuit l’omes qui son en / aquest sevol, car tuit li omen qui vivun/sunt plen de coveitise e s’adorment en lor / peccai; e enperò tut zo que il cobiten tut / est trespasable, tut est transitorium”.
III Sermo de adventu domini

Il piemontese medioevale: la lingua d’oé

La compresenza di elementi latini, ma soprattutto provenzali e francesi (appartenenti cioè a quell’ancien français che sarebbe diventata la lingua moderna) fece pensare di non essere in presenza della copia originale dei Sermoni ma di un manoscritto successivo, ricopiato da copisti transalpini, responsabili di quelle inserzioni nelle lingue d’oc e d’oil, di convenzioni gallo-romanze non appartenenti al repertorio gallo-italico del piemontese medioevale, in cui i Sermoni erano stati probabilmente scritti e pronunciati.

Pagina tratta da i “Sermoni Subalpini XII secolo”, Centro Studi Piemontesi, 2004.
Pagina tratta da i “Sermoni Subalpini XII secolo”, Centro Studi Piemontesi, 2004.

Una lingua medievale, la cui analisi l’avvicina quanto mai a ciò che sarebbe divenuto il piemontese parlato oggigiorno; molto più prossimo al piemontese moderno allora di quanto si presentasse l’ancien français rispetto al francese odierno, e quindi un’entità gallo-italica ben definita e autonoma, in via di trasformazione.

Lo studio di morfologia e lessico, della formazione dei plurali e la perdita delle vocali finali nel maschile sono solo alcuni degli elementi che individuano la lingua di questi testi come una realtà dall’identità ben definita che si inserisce nel panorama delle lingue neolatine esistenti (per esempio le desinenze finali in -a dei testi subalpini, corrispondenti alle coeve finali francesi in o alle provenzali in -atz).

Sull’impronta dei tradizionali gruppi di lingue neolatine individuate da Dante e definite a partire da come in quelle lingue si pronunciasse l’affermazione, per l’italiano, oïl per il francese, oc per il provenzale, il professor Villata ha chiamato lingua d’oé la lingua attestata dai Sermoni Subalpini, che usa come affermazione.

Mappa concettuale sulla diffusione territoriale della lingua d’oc e d’oil.
Mappa concettuale sulla diffusione territoriale della lingua d’oc e d’oil.

Una dizione che da un lato rende conto di una lingua che già nel XII secolo si presentava come una forma di piemontese medievale, senza con questo, dall’altro, far esplicito riferimento a una entità geopolitica allora pressoché inesistente, dal momento che con il nome di “Piemonte” si comincerà solo secoli più tardi a definire aree ben più vaste della sola regione pedemontana, in un territorio allora genericamente chiamato in toto “Lombardia”.

Le origini ignorate

Assieme alla Opera Jucunda di Giovan Giorgio Alione del 1521, i Sermoni Subalpini rappresentano l’attestazione più antica del volgare gallo-italico che riconosciamo oggi come piemontese. Nel recente saggio Note an sla data ëd la prima atestassiun ëd chèiche parola italian-a, il professor Villata mette però in luce quanto poco questi antichi testi siano stati presi in considerazione nella compilazione di vocabolari e dizionari etimologici della lingua italiana.

I problemi sono quindi duplici: da un canto si assiste all’attestazione di elementi lessicali in epoche più recenti, attribuiti quindi a dialetti o aree linguistiche diverse da quella che pare la loro origine in area piemontese, parole comparse secoli prima in queste opere, ma non considerate dagli studiosi, non sono al converso state riconosciute come attestazioni originarie; d’altro canto, la stessa poca considerazione attribuita a Sermoni e Opera Jucunda fa sorgere dubbi e problemi in relazione all’etimologia stessa di parole che vengono riscontrate in testi medievali più frequentati e portati a testimonianza come giustificazione etimologica.

“Acio cha ognû sia consonant / Chast e vna terra de solacz / Ben chel parler sia dissonant / Al bon vulgar mal capacz / De reguler tra y scartapacz / Direma pur qui an astesan / Queych farse a desporter y pacz / E a correction de coy chi san”.
Giovan Giorgio Allione, “Opera Jocunda”, Prologo de lauctore

L’influenza del gergo militare

Accanto a queste, l’unificazione dell’Italia ha poi favorito la diffusione di parole o modi di dire prevalentemente tipici dell’ambiente militare come arrangiarsi, cicchetto, piantare grane, ramazza, naia.

Nel caso di naia, per esempio, usato nell’italiano gergale in riferimento al servizio militare, dizionari come il Deli (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli), o il Devoto-Oli rimandano il termine (che fanno derivare dal latino natalia) ad attestazioni databili alla fine del XVI secolo in friulano o in qualche parlata veneta.

Giovan Giorgio Alione, affresco del palazzo Comunale di Asti.
Giovan Giorgio Alione, affresco del palazzo Comunale di Asti.

Villata rileva come già nella Opera Jucunda ma ancor prima nei Sermoni sia presente il termine omografo naye con il significato di natiche e poiché “il passaggio da natica a naja è del tutto conforme alle leggi fonetiche del piemontese, in cui la -t- intervocalica latina sonorizza e poi sparisce” come in coppie del tipo siass (setaccio)- lat. setaciu, è possibile che naia non derivi dal più tardo termine attestato in qualche parlata veneta e derivante dal latino natalia, bensì dal più antico piemontese dei Sermoni mutuato dal latino parlato naticae.

Curioso è il caso di imbranato, collegato al lemma bren, ovvero crusca che diede al toscano il verbo incruscarsi, perdersi cioè nella crusca, meglio, come definisce il Devoto-Oli “perdersi in cose da poco”, sostituito da imbranato in quanto “impacciato dalla bren”, impacciato dalla crusca, detto dagli alpini ai muli renitenti e passato all’italiano, ancora una volta attraverso il gergo militare.

Esempi di una lingua dimenticata

Ma a parte i singoli casi interessanti per vari motivi, sono moltissime le parole italiane che nei vari dizionari etimologici trovano collocazioni molto posteriori alle prime attestazioni. Così, anziché rappresentare una preziosa testimonianza linguistica i Sermoni Subalpini sono stati semplicemente ignorati, come lo è stata di converso quella lingua in cui vennero scritti, ma dalla quale la stessa lingua italiana ha attinto, o alla quale sono giunti vocaboli, per esempio dal francese, mediati dalla langue d’oé degli antichi Sermoni.

Oltre a parole come imbranato o magone, tracagnotto, barba, Villata rende conto di lunghe liste di vocaboli già presenti nei Sermoni ma attestati dai dizionari etimologici in scritti italiani più recenti.

Accade quindi che parole come autorità, avversità, beltà, bontà, carità, castità, cattività, città, deità, ebrietà, immortalità, lealtà, levità, maestà, mirra, natività, nudità, onestà, oscurità, pietà, potestà, prosperità, sanità, trinità, umanità, vanità, già presenti nei Sermoni vengano datate posteriormente ai Sermoni stessi, liquidati con la dizione di prediche gallo-italiche.

Basta confrontare la datazione di parole presenti nei Sermoni e quindi già attestate a cavallo di XII e XIII secolo con la datazione fornita dal Deli e la fonte dell’attestazione, per rendersi conto di quanto Villata sostiene. Da albergare, che il Deli attesta per la prima volta in Uguccione da Lodi nel XIII secolo, attraverso bestia, attestata nel Ristoro del 1282 o bestie in Dante nei primi del Trecento; giù giù fino a donna, enigma, enseigna, fenestra, genesi, gesta, luna, luxuria, miseria, misericordia, parrochia, persona, presepi, simonia, usura, viscosa — solo per citarne alcune tra le tante — , tutte attestate tra i primi del Duecento e la prima metà del Trecento, ma già presenti nei Sermoni Subalpini e quindi precedenti alla loro attestazione rilevata su testi medievali italiani. Però nei dizionari etimologici italiani, dei Sermoni Subalpini neanche l’ombra.

La mediazione del piemontese sul francese

Frontespizio del
Frontespizio del "Novo dizionario" di Policarpo Petrocchi, nell’edizione del 1892.

A complicare le cose poi sono, per quanto ci riguarda, le parole francesi entrate nel lessico italiano, spesso e volentieri mediate dal piemontese: “sono tante e a volte non è affatto semplice scoprirle” sostiene Villata nel suo studio.

Un caso particolare è quello di imballato che il dizionario Petrocchi del 1892 definiva con il solo significato di “avvolto in tela o sim. in modo da esser spedito”. Bisognerà aspettare il 1970 perché il Palazzi ne restituisca un altro significato in uso, ovvero “girar troppo velocemente e rumorosamente che fa il motore di una automobile, motocicletta e sim.”, derivato dal francese emballer, voce a cui avrebbero rimandato anche i lessicografi successivi. Il fatto è che però già nel 1859, nel Gran Dizionario Piemontese-Italiano del Sant’Albino la voce anbalà era presente, e lo era con entrambe le definizioni di “imballato … messo in balla” e “impallato” con il senso che assumerebbe nel “giuoco del bigliardo, ed è il fare in modo che l’avversario colla sua palla non possa colpire quella dell’altro, per esservi di mezzo i birilli o qualche altra palla”. Se il senso di imballato è quindi anche quello di essere “bloccato, impacciato” allora è l’attestazione più antica di un senso che sarebbe passato dal piemontese all’italiano e non dal francese.

“E qual ofrenda li ofrì? De pan e de vin. Et Iacob patriarcha fei eisament. Quant el en andava in Mesopotamia Syrie a Laban so barba”.
I Sermo de decimis et primiciis

Longobardo o lombardo?

Altro caso, che questa volta il Deli deriva dal longobardo è il termine barba, con il significato di “zio”. Villata ritrova barba nel primo dei sermoni ai vv. 70–71 (andava in Mesopotamia Syrie a Laban so barba). Ma la derivazione che il Deli fa di barba dal longobardo non è per nulla convincente, se definisce barba come “voce settentrionale (1481 C. Landino: barba in lingua lombarda significa zio)” definendolo infine come “forma latina con un’impronta semantica germanica”, visto che ancora nei primi decenni del Cinquecento l’Alione definiva Lombardia il territorio astigiano in cui viveva, parlando di Piemonte soltanto delle aree ai piedi della catena montuosa come Luserna. Sicché, stando a Villata, il Deli confonde il longobardo con il “lombardo”, che per il Landino poteva ancora ben avere lo stesso valore dell’Alione e interessare il gallo-italico piemontese e non il germanico longobardo.

Necropoli di Sant’Albano Stura
Oggetti rinvenuti nella Necropoli di Collegno

A maggior ragione se si pensa, continua Villata, che le lingue germaniche assumono dal latino avunculus il materiale lessicale per il significato di “zio” che finisce per essere uncle in inglese e onkel in tedesco, per esempio. Barba rimane una parola di squisita provenienza latina, e il significato di “zio” abbastanza complesso. Per Villata, per stabilire l’etimologia di barba con il valore di “zio” è necessario partire non dal sostantivo barba bensì dall’aggettivo barbatus, che sin dal III secolo aveva assunto il senso di “uomo di forza e di prestigio”, tanto che nel romeno moderno bărbat significa “marito” ed è presente ancora in greco e in albanese.

Se la parola barba la si vuol penetrata in Italia attraverso i longobardi, è necessario quantomeno pensare che i longobardi stessi l’abbiano assimilata dalla Pannonia o dai parlanti del nord Italia attraverso i cui territori penetrarono nella Penisola. “Però tutto questo non basta per sostenere che barba sia una voce longobarda” conclude Villata.
Più probabile e verosimile è che barba derivi da quel barbatus in seguito alla comune sorte delle desinenze -atus, -atum, cadute già nel secolo XII nelle parlate settentrionali e penetrata quindi anche in quella lingua d’oé in cui son scritti i Sermoni, e in cui barba è attestato con il significato di “zio”.

Ricercare le origini

Sono molti i termini che Villata ritrova nei Sermoni Subalpini la cui attestazione nei dizionari etimologici è posta più tardi di decenni o di secoli, così come per converso sarebbero da ripensare etimologie alla luce di quegli stessi scritti che così poco i lessicografi italiani si son dati la pena di frequentare. La lingua d’oé si inserisce con una identità linguistica propria e in evoluzione nel repertorio delle lingue neolatine e da essa l’italiano stesso ha assimilato parole, o come visto, è stata mediatrice di parole francesi penetrate nel lessico italiano. Le ricerche dovrebbero essere approfondite e ripartire da questi dati, nella speranza pure, confida il professor Villata, che documenti anche più antichi possano rivedere la luce e possano essere a loro volta portati a termine di confronto.

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Bibliografia

  • Villata B., La grammatica della lingua d’oé, Montréal, Lòsna & Tron, 2003.
  • Villata B., Osservazioni su la lingua dell’Alione, Montréal, Lòsna & Tron, 2008.
  • Villata B., La lingua piemontese, Torino, Savej, 2009.
  • Villata B., La lenga d’oé e le lingue d’oc e d’oil, Torino, Savej, 2011.
  • Villata B. (a cura di), I Sermoni Subalpini, Torino, Savej, 2013.
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