
Già ho insegnato filosofia. Non so cosa non ho insegnato finora: oltre all’italiano e all’inglese, a quanto ricordo: latino, geografia, storia, francese, greco. Che faccia di bronzo, dirai tu! Conosco l’insegnamento fino alla feccia, in attesa di poter dire altrettanto della vita.

Mi accadeva sovente d’incontrarlo fuori della scuola: alla stazione. Io viaggiavo avanti e indietro da Robbio a Vercelli e Pavese da Vercelli a Torino. Era sempre solo ma non vidi mai in lui un invito a dialogare, così credo che non ci parlammo mai. Soltanto lo ricordo là, alla stazione, in attesa del treno,
Mi capitò talvolta di accompagnarlo alla stazione dove si recava a prendere il treno per Torino, ma durante il percorso taceva o si esprimeva a monosillabi.


Ho già fatto una volta la parte dello stupido, ne ho abbastanza. A seguire i vostri consigli, e l’avvenire e la carriera e la pace ecc., ho fatto una prima cosa contro la mia coscienza, che si è tirata dietro tutto il presente stato,
Io, di suppliche, ne ho fatte qualche volta a una donna, mai ad altri.
Era l’unico docente a non indossare il distintivo del Fascio sull’occhiello della giacca, un atto di coraggio a quei tempi!

Il prof. Cesare Pavese, insegnante di italiano e latino nel Liceo, fa acute osservazioni confrontando il “Manuale di Storia della Letteratura italiana” dei proff.ri Galletti ed Alterocca con quello di Eugenio Donadoni. Egli preferisce quest’ultimo perché “più efficace e più entrante dal punto di vista didattico e fornito di maggior chiarezza sintetica”, laddove il testo di Galletti ed Alterocca gli risulta “più confuso e più disperso nella trattazione” […]. A proposito della letteratura latina lo stesso Pavese preferisce il testo di Giuseppe Lipparini a quello del Vivona, il cui tessuto stilistico è scialbo, monotono, infarcito di notiziole messe sullo stesso piano dei passi fondamentali, arretrato nei giudizi, mentre la “Storia” del Lipparini presenta in forma facile e convincente gli autori, specialmente i poeti con monografie, direttamente citando i passi delle opere trattate ed offrendo l’addentellato a sviluppi illustrativi. Il Preside Morelli da parte sua osserva che forse la “Storia della Letteratura Latina” del Lipparini non merita una lode così accentuata, né quella del Vivona un giudizio così sommario.

Il preside lo contrastava sovente in decisioni e discorsi,
a molte sue lezioni si presentò come uditore il preside Morelli, che evidentemente lo apprezzava.
Fisicamente appariva goffo ed assumeva buffi atteggiamenti nel suo incedere, nel suo star seduto in cattedra, oppure nel suo modo d’infilare la porta della classe […] I brevi istanti in cui sorrideva il suo viso si illuminava, ma erano momenti rari; e anche se così chiuso e privo di comunicativa, io sentivo di capirlo e forse di volergli bene;
Era un tipo allampanato con un paio di occhialoni;
Non rideva mai, non cercava la frase ad effetto e noi, che con altri insegnanti attendevamo il momento per ridere e far chiasso, non ci muovevamo nemmeno quando lui parlava delle “porcaccionate” (diceva proprio così) del Giovin Signore del Parini o delle “sconcezze” di Benvenuto Cellini;
Era un tipo introverso e mi pare di ricordare che fosse eccessivamente nervoso e camminasse su e giù per la stanza durante le lezioni;
Era di temperamento molto chiuso, timido, votato al mutismo ed era molto difficile vederlo sorridere, tuttavia s’intuiva in lui un animo buono e generoso, una profonda e sentita umanità;
Lo ricordo esile e vestito piuttosto dimessamente di blu o di grigio; mi pare che la sua caratteristica fosse una certa mancanza di affabilità, di gioviale comunicativa, ma come insegnante era ineccepibile e lo si ascoltava con piacere;

Ricordo un Pavese freddo, estremamente istruito ma in apparenza privo di passione per l’insegnamento, introverso, schivo e restio a parlare di sé. Non ricordo di averlo visto sorridere una sola volta; le sue lezioni erano però interessanti;
Era assai comprensivo e tollerante; aveva sovente un’aria distratta come se fosse con la testa tra le nuvole.
Era un insegnante intelligente, colto, impegnato. Era perciò una delizia ascoltarlo e io speravo sempre che non smettesse: da qui il mio rimpianto quando lasciò la scuola;
Era un insegnante equo e le sue valutazioni erano quanto mai precise e improntate ad un alto senso di giustizia;

Come professore, a differenza degli altri che insegnavano nel modo classico, ossia trionfalistico e nozionistico, mi fece comprendere, in un periodo in cui per noi allievi la cosa era quasi fantascientifica, che gli autori della Letteratura sono anche suscettibili di critica, mi fece capire l’importanza e il gusto dell’ironia nella letteratura e tutto questo con lezioni a livello pressoché universitario. Il suo sistema di dare i voti era poi diverso dall’usuale: valutava la cultura generale, la sensibilità: non avrebbe mai bocciato chi dimenticava una data o un cognome;
Non interrogava usando il sistema tradizionale, ma instaurava un vero e proprio colloquio, interessandosi prima se il prescelto era preparato e disposto a conversare sul tema della lezione;
Il suo voto era veramente un giudizio e io sono convinto che molte pretese degli studenti di oggi [1972] con Pavese sarebbero superflue. Personalmente sentivo molto il suo fascino e ammiravo la novità costituita dal suo metodo d’insegnamento;
So di certo che il suo metodo d’insegnamento fu una novità per noi che lo trovammo meno opprimente e pedante di certi altri insegnanti che l’avevano preceduto;
Ci interrogava dal posto e curava poco le cose formali.

Chiarissimo Professore, tempo fa le scrissi un biglietto dicendomi disposto a riprendere la supplenza, sotto condizione di due giornate libere e residenza a Torino. Vedo che non l’ha ricevuto e magari è bene — così non abbiamo deciso. Mi capita di poter lavorare di traduzioni quest’inverno (il mio antico mestiere) e, fatti tutti i conti, mi do a quest’ultimo lavoro (tutti e due sono incompatibili). Non dimentico di considerare che insegnanti di latino migliori di me ce ne sono parecchi e non credo perciò di far troppo danno alla classe abbandonandola. E Lei è certo ancora in tempo a provvedere con calma un buon supplente […]. Le sarò grato di un cenno e di un appuntamento a Vercelli per un giorno del mese entrante; desidero passare a salutarLa e restituire certi libri.
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