
“Tante volte un libro nasce da un particolare imprevisto, da un incontro, da un colloquio” — mi confida Mazzi. “Quest’ultimo libro non era mia intenzione scriverlo: anche se l’episodio e il protagonista mi incuriosivano, per una forma di discrezione non li avevo mai presi veramente in considerazione. Poi, un giorno in cui al bar si rievocavano vecchie storie di contrabbandieri, mi imbattei nel Minoletti, il quale decise di raccontarmi la sua storia”.


anche se aveva scatti d’ira e da giovane era sempre in bega coi Carabinieri. Era a capo di un gruppo, noto come la Banda del Lupo, che sfrosava soprattutto sigarette tra l’Italia e la Svizzera. Erano in quattro o cinque: lui, il fratello e un paio di cugini. Si è sempre dichiarato orgoglioso della sua banda, erano temuti e rispettati, anche perché causavano spesso disordini nelle osterie. Tuttavia come contrabbandiere era leale, aveva un suo codice di comportamento, confermato anche da altri. Quanto all’omicidio, Lupo sostiene di essere stato provocato, non voleva uccidere il Francini, ma solo dargli una lezione. Ancora oggi non si dichiara pentito del gesto, anche se, quella notte, come mi ha confidato recentemente, “oltre a quella del Pietrino ho distrutto anche la mia vita”.

“Nessuno, per la verità, mi ha mai mosso questa accusa. Ma se dovesse accadere, risponderei che uno scrive le cose che sa” — replica serafico l’autore. “A parlare dei giovani di oggi, dei quali non conosco nulla, non sarei in grado. Dovrei impadronirmi del loro linguaggio e frequentare il loro mondo, cosa che per diversi motivi, non ultimo un certo pudore, mi renderebbe ridicolo. Il mondo di oggi lo descrivono in tanti e meglio di me. Del passato, e in particolare di un certo passato, non se ne occupano in molti, e se non se ne scrive, quel mondo finisce fatalmente per svanire”.

Ho sempre cercato personaggi autentici per i miei libri, e i personaggi veri li ho trovati più facilmente tra i ceti umili. Difficile scovarli tra coloro che si sono realizzati, i quali, pur rimanendo individui rispettabili, a un certo punto perdono la propria genuinità e spontaneità.
Non sono naturalmente Dostoevskij, che dettò “Il giocatore” alla fedele stenografa, ma scrivere mi viene piuttosto facile. È pur vero che un libro lo rileggo numerose volte prima di pubblicarlo, lo correggo e ritorno frequentemente sui miei appunti. Il testo deve avere una sua musicalità: se manca quella, qualcosa non va. E per capire se c’è, i testi me li leggo e rileggo ripetutamente da solo. Ma la vera regola aurea è una soltanto: il libro deve innanzitutto piacere a me, la storia deve appassionarmi, coinvolgermi; se poi il pubblico non gradisce, beh, allora me lo leggo io! Non me la sento di scrivere per compiacere il pubblico. Sono rimasto deluso da alcuni autori contemporanei che mi avevano entusiasmato all’inizio, ma che, una volta divenuti popolari, ho fatto fatica a seguire. Voglio che i lettori provino quello che provo io, che si avventurino nel mondo che mi sono sforzato di ricostruire. Non voglio mica cambiare la storia dell’umanità con i miei libri! Altre persone sono in grado di farlo: io intendo solo salvare dall’oblio un certo mondo, punto e basta.
Più che prendere a modello qualcuno, mi piacevano certi racconti. Quelli di Fenoglio senz’altro: “La malora” e “La paga del sabato” erano i libri in cui mi trovavo. Ma anche opere di scrittori meno celebrati come Francesco Serantini, un avvocato romagnolo, autore di due romanzi vincitori del premio Bagutta negli anni ’40: “Il fucile di Papa della Genga” e “L’osteria del gatto parlante”. Lui è riuscito a mettere in piedi un linguaggio comprensibile, dall’impianto italiano ma dal sapore al tempo stesso locale. Adoravo i suoi personaggi e mi ritrovavo in quelle atmosfere. Poi ho scoperto lo svizzero Plinio Martini, che sentivo più vicino come ambientazioni, del quale ho particolarmente apprezzato “Il fondo del sacco”.

Devo dire che mi è venuto spontaneo. Sono uno scrittore, non un linguista, quindi non avrei mai potuto scegliere di scrivere in dialetto “puro”. Se invece si punta a un’operazione letteraria, ho sempre pensato che si dovrebbe percorrere la strada della lingua “ibrida”, in grado di evocare un mondo e al tempo stesso rimanere comprensibile a tutti. Non c’è naturalmente solo il linguaggio, ma anche lo studio di usi e costumi di una certa epoca e di un certo ambiente; tuttavia, una lingua modellata sul dialetto riesce a far rivivere una serata all’osteria di una volta, è come parlare con un anziano del paese. I dialetti oggi hanno imboccato un processo irreversibile, è chiaro che tra qualche decennio non li parlerà più nessuno, salvo qualche rara sacca qua e là. Puoi fare tutte le scuole di dialetto che vuoi, ma se non lo utilizzi in qualche modo, il dialetto è destinato a morire. Per fermarne l’agonia, ci vuole una buona dose di amore per il proprio territorio. Il dialetto è la migliore espressione di una civiltà: morto il dialetto, muore quella civiltà.

Intanto chi poteva sostenermi oggi non c’è più. Mi riferisco soprattutto a Piero Chiara, il quale apprezzava la mia vena narrativa. Con lui avrei dovuto pubblicare il mio primo romanzo, “La formica rossa”; poi le cose cambiarono, Chiara morì e non se ne fece più nulla. Anche Giorgio Calcagno, storico direttore di “Tuttolibri”, aveva in mente diversi progetti, ma anche in quel caso non andarono in porto. Non ho ottenuto i favori e la notorietà che altri hanno ottenuto, ma ci ho guadagnato in autenticità. Non sono certamente Manzoni, ma quello che scrivo lo scrivo perché sento l’esigenza di farlo, non per sfamare gli appetiti di un certo pubblico o assecondare le esigenze di un editore. Sono da sempre fuori da ogni giro politico e da qualsiasi circolo letterario, nessuno mi ha mai chiesto niente e io non sono mai andato a cercare niente: è questo, in fondo, il bello della vita. L’unico circolo letterario a cui appartengo è l’osteria.
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