La ricchezza linguistica, e pertanto anche culturale e umana, del Piemonte non viene mai abbastanza evidenziata. Favorita dalla propria posizione geografica, dalla propria morfologia e storia, la regione vanta oggi una varietà linguistica unica. Oltre, naturalmente, all’italiano, in Piemonte esistono anche numerosi dialetti, molti dei quali sono da considerarsi, dal punto di vista strettamente linguistico, parlate extraregionali, influenzate cioè dai dialetti di altre regioni. Inoltre, la legge n. 482 del dicembre 1999 ha riconosciuto quattro minoranze linguistiche storiche presenti sul suolo regionale — escludendo, però, la koiné piemontese. Tra queste, la più diffusa è l’occitano, seguita dal francoprovenzale, dal francese e dalla lingua walser. La lingua meno conosciuta in Piemonte è appunto quella walser, e forse proprio per questo merita un’attenzione particolare.


Nata a Grovella, in Val Formazza, è stata insegnante elementare, collabora con lo sportello linguistico del posto ed è soprattutto una delle poche poetesse in titsch, attività grazie alla quale ha ottenuto diversi riconoscimenti. Vive, insieme al marito Luigi, in una graziosa abitazione di legno nella minuscola frazione Brendo di Formazza, località più antica tra le colonie walser al sud delle Alpi e l’unica confinante con il luogo d’origine di questo popolo. Per chi non vi è abituato, l’assoluto raccoglimento del posto, l’incombenza delle pareti rocciose e la presenza di boschi intorno possono destare un certo smarrimento. Smarrimento che, nel mio caso, viene subito allontanato dal calore della casa e dalla cordialità della signora Bacher, alla quale brillano gli occhi a parlare dei walser e della propria attività poetica.

Il nostro dialetto — c’è chi lo chiama così, chi lingua: io, sinceramente, non so chi abbia ragione — non è più quello delle origini e si è tramandato in maniera esclusivamente orale. Trovo però straordinario che un popolo, senza tradizioni scritte vere e proprie, arrivato qui verso il 1200, sia riuscito in qualche modo a tenere in vita il proprio idioma fino a oggi.
Anna Maria Bacher iniziò a scrivere in pumattertitsch, la variante walser della zona, e a insegnarlo nei primi anni Settanta. Tutto cominciò per caso e, mi confessa, con una certa dose d’incoscienza. La scuola elementare del posto le permise di insegnarlo e Anna Maria, non sapendo bene come fare, prese a trascriverlo esattamente come lo pronunciava e come l’aveva imparato da bambina. Coinvolse quindi in un gioco di continua e reciproca ricerca i propri studenti, i quali risposero con grande entusiasmo e impegno — ne sono testimoni i quaderni che ancora conserva e ha fatto ristampare.

Se sparisce la lingua sparisce una buona fetta di noi stessi. Scrivo anzitutto per gusto personale, e poi mi preme trasmettere, attraverso le poesie, lo spirito della mia gente. Certe locuzioni walser dicono molto di come i nostri vecchi stavano insieme. Se si considera come dicevano “grazie”, per esempio, ci si accorge che c’è tutto un modo di vedere le cose. In passato, per ringraziare si usava un’espressione molto elaborata: “Ti ricompensi Dio mille volte, consoli Dio e liberi Dio le anime dei tuoi morti”. Oggi la formula viene abbreviata in “Ti ricompensi Dio”, che è già bella, ma se la si dice per intero, emerge la filosofia della nostra gente.
Costumi tradizionali walser.
Quando nasceva qualcuno — ricorda Bacher, la famiglia metteva via un formaggio d’alpe. Quel formaggio veniva consumato al decesso di quella persona: si deve ricordare che era gente povera, la morte poteva arrivare in qualsiasi momento e dovevano essere pronti. Infatti, quando qualcuno moriva, prima si pregava, poi, a mezzanotte, la famiglia del defunto organizzava un banchetto. Il formaggio era un memento mori per quella gente. La forma era conservata nel sottotetto insieme ad altre provviste, perciò ognuno poteva vedere il proprio formaggio della morte e pensare: “ecco, quello è il mio formaggio!”.

Tante volte mi chiedono quale sia la mia fonte di ispirazione. Io rispondo sempre: la natura che mi circonda da quando sono nata.
Come un bimbo rimane nove mesi nel grembo materno, e poi lascia quel mondo per venire in questo, allora quando lasceremo questo mondo è probabile ci trasferiremo in un altro mondo, e non è detto che sia l’ultimo passaggio!
Fino agli anni Cinquanta e Sessanta, in casa e in paese, tutti parlavano titsch, ma tra di noi non ci chiamavamo “walser”. Un giorno, tornando da scuola, mio padre mi indicò il Passo del Gries dicendomi che i nostri antenati venivano da oltre quelle montagne. Dunque sapevamo che le nostre radici erano al di là delle Alpi, però abbiamo imparato la parola “walser” dagli studiosi. Ricordo che la lessi per la prima volta in un libro nel 1969. Eravamo perciò walser senza saperlo!

Quante sono attualmente le persone in grado di esprimersi in walser? Da una ricerca condotta dall’istituto Ires Piemonte nel 2006 risultò che, nei dodici comuni riconosciuti come appartenenti alla minoranza walser (ossia, Baceno, Formazza, Macugnaga, Ornavasso, Premia e Valstrona, nell’Ossola; Alagna, Carcoforo, Rima San Giuseppe, Rimasco, Rimella e Riva Valdobbia, in Valsesia), fossero pressappoco 8.000 le persone in grado di utilizzare, con competenze diverse, il titsch, corrispondenti all’incirca allo 0,2% dei piemontesi. A parlarlo sono, ancora oggi, perlopiù individui di una certa età, mentre i giovani lo capiscono poco e lo parlano ancor meno. Dunque, le cifre appena citate sarebbero da rivedere al ribasso.
Oltre all’attività letteraria di Anna Maria Bacher, contribuiscono a preservare la memoria walser i dodici sportelli linguistici dislocati sul territorio piemontese (uno per ogni centro di minoranza linguistica), i quali soprintendono corsi di lingua, gruppi culturali e strutture ricettive come i musei.

Il Museo Walser di Alagna, in frazione Pedemonte, ricavato da una baita del 1628, è stato inaugurato nel 1976 e rappresenta uno straordinario esempio di tipica abitazione walser del passato. Anche a Macugnaga, da dove partì la comunità che successivamente si insediò in Valsesia, esiste una Casa Museo, anch’essa in legno e pietra, risalente al XVII secolo, grazie alla quale è possibile constatare la semplicità e allo stesso tempo l’ingegno di questo popolo di agricoltori, allevatori ed esperti lavoratori del legno. Strutture simili si trovano anche a Formazza, Rimella e Riva Valdobbia.
Ogni tre anni, a partire dal 1962 e in una località di volta in volta diversa, viene organizzato un Internazionale Walsertreffen, un incontro delle comunità walser dell’arco alpino durante il quale gruppi musicali e sfilate in abiti tradizionali suggellano la festa degli antichi vallesani. Lo scorso 30 novembre, le comunità di Valle d’Aosta, Ossola e Valsesia sono state protagoniste di un incontro, tenutosi a Roma e organizzato dalla Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, intitolato Gli Italiani dell’Altrove, con il quale si è voluto mettere in luce la realtà storica e contemporanea della minoranza walser. In quest’occasione una delegazione piemontese e valdostana ha ufficialmente proposto la propria candidatura per permettere alla cultura walser di entrare a far parte del patrimonio immateriale dell’UNESCO allo scopo di preservare la propria storia, la lingua e le proprie testimonianze antropologiche e architettoniche.
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