"Sono venuto qui" – racconta Bernard con un bicchiere di Freisa appoggiato al tavolo del giardino di Villa Celoria - "per essere felice, non per essere ricco. Amo la vita, l’amore, anche se a volte può avere 'la saveur du terrible' [il sapore del terribile]".

Le forze telluriche di questa collina mi hanno assorbito al secondo uno…
Oggi mi sento prima di tutto monferrino, poi piemontese e italiano. Sono cresciuto in Francia da una famiglia borghese di architetti (tre generazioni), ho frequentato il collegio dai gesuiti e ho rotto la tradizione di famiglia diventando un informatico. Per quindici anni ho lavorato in banca, poi con Fabienne, la mia prima moglie, mamma di Marine, ho aperto a Lione una fabbrica di cioccolato. Dopo la separazione con Fabienne, ho trovato lavoro in Italia a Ispra, sulla riva del Lago Maggiore, ritornando a fare l’informatico nel Centro di Ricerca dell’Unione Europea. A Ispra, tra il 1994 e il 2000, ho collaborato al progetto di cartografia delle foreste equatoriali e tropicali, notando già allora lo scenario atroce d’emergenza del nostro fragile ecosistema.

Accanto a Ispra c’è Varese, dove conobbi un commerciante di vino, Giuseppe Bottinelli, che un giorno m’invitò a visitare il Monferrato e il suo recente "affaire" di Moleto, dove acquistò metà degli immobili del borgo e circa cento ettari di terreno, per produrre vino. Giuseppe mi chiese un progetto per rendere vivo il borgo, che allora era davvero sconosciuto, mentre oggi è forse il luogo più "à la page" di tutto il Monferrato.
Te lo ripeto, mi innamorai di Moleto immediatamente e mi ha assorbito al secondo uno. Dopo qualche giorno portai anche mia figlia Marine a vedere il piccolo borgo e mi disse: “Tu es fou!” [sei pazzo!]. Raccontai a Marine che il mio progetto a Moleto era un’occasione di svolta nella mia vita, che il Monferrato era per me come il Klondike di fine Ottocento, che come Jack London mi sentivo elettrizzato come un partecipante alla corsa dell’oro. Sì, Marine, aveva in parte ragione: i monferrini mi guardavano con sospetto. Per loro ero “il francese”, l’estraneo, che non l’avrebbe spuntata, come prima di lui, ad esempio, una società svizzera. E all’inizio nessuno credeva nel mio progetto di creare una villa con piscina con camere b&b, un grande ristorante e un bar sulla collina. L’anno successivo, nel 2001, a Pasqua, inaugurammo il ristorante di “Cave di Moleto” e le varie attività di accoglienza per i turisti, nel 2003 prese via il Bar Chiuso (nato come “Bar Chiuso quando piove”, perché era all’aperto), ora una delle più grandi attrazioni turistiche del Monferrato, dalla primavera all’autunno, nel weekend con migliaia di ragazzi, che arrivano da Milano o da Torino per seguire concerti all’aperto o semplicemente bere un bicchiere di vino. Sul prato del Bar Chiuso sorge la chiesetta romanica di San Michele, che regala emozioni al visitatore di Moleto. Da gestore passai poi alla comproprietà e ora mi trovo ad affrontare una nuova sfida con un team tutto nuovo tra il ristorante, completamente rinnovato, e il Bar Chiuso.

De Conti, nel 1811, racconta delle caverne dei saraceni, così alte che potevano contenere i soldati con i loro cavalli. Tra il 900 e il 1300, i saraceni occupavano questo territorio, lottando con il duca di Provenza e i marchesi del Monferrato. Le grotte scavate nel tufo erano lunghe e tortuose, sotto il colle di San Germano. Alle storie dei saraceni è associata la leggenda di immensi tesori, nascosti nelle grotte. Fino ad ora, però, nessuno ha trovato l’oro! Più interessante, e precedente la storia dei saraceni a Moleto, è la memoria sul culto di Mitra ossia del Sole nelle caverne di queste colline. La storia è stata scritta dal conte Fabrizio Mola di Ottiglio nel 1626. Al tempo dell’Impero romano i Mitrei si trovavano soprattutto in grotte e caverne e le cerimonie del culto mitraico – solare raggiungevano il loro acme a mezzanotte del solstizio d’inverno, il 22 dicembre, quando il sole cessa di allontanarsi dall’equatore celeste e comincia a riavvicinarsi. Il conte Mola di Ottiglio avvertiva che nel corso delle cerimonie sacrali in quel periodo una fosforescenza illuminava le caverne e la parte della valle antistante l’ingresso delle grotte. Precisava inoltre che nella notte del solstizio invernale, momento della nascita di Mitra – Sole, un sacerdote usciva dalle caverne con un bacile di acqua lustrale per la purificazione dei fedeli che si ammassavano nella vallata. Da qui la leggenda della maga, che appariva col bacile nella valle, accompagnata e soffusa dal lucore, quello stesso, ormai attenuato, visto da un giovane Mario Barberis e da Aldo di Ricaldone nel meriggio dell’inizio del gennaio 1956, a 40 metri di profondità nel tufo del colle di San Germano.

Non ho conosciuto il conte, però, oggi, io sono uno degli ultimi testimoni di quel periodo e del racconto di molti anziani, che ora non sono più tra noi, che mi hanno giurato di aver assistito alla comparsa della maga Alcina a gennaio. L’apparizione della luminescenza e della maga nella Valle dei Guaraldi presso l’ingresso delle caverne dei Saraceni, subì un primo duro colpo nel 1926, quando gli scavi di Pietro Maschera iniziarono il sommovimento e l’alteramento del luogo. Saltuariamente tali scavi furono proseguiti da altri fino ai nostri giorni. L’equilibrio ecologico fu poi irreparabilmente sconvolto dai fronti di cava che da Moleto si spingono all’inizio della Valle dei Guaraldi. Tutto un mondo, raccolto nel guscio protettivo del tempo, fu scardinato con l’abbattimento di chiese romaniche e di edifici rurali antichissimi. La casa di tufo, "il Romito" del conte Aldo e di sua moglie Matilde, è ora abbandonata come una vecchia dimora carica di secoli. Invece, fu costruita dalla coppia alla fine degli anni Sessanta del Novecento, racchiusa tra le caverne del colle di San Germano, vicino a Moleto (dal nome del capo saraceno che vi stanziò nel 990 d.C. “Muley”, ovvero "Signore").



La piccola Chiesa di Moleto intitolata al santo di Assisi appare all’improvviso scendendo la piccola stradina che costeggia il muro in mattoni lavorati di Villa Celoria e si conclude nel cortile di casa Francia. Fu costruita, forse in sostituzione di un'altra precedente, intorno al 1690. Con amici ho raccolto cinquantamila euro per mettere al sicuro l’edificio dopo il crollo del campanile. La Curia però ha fatto un preventivo milionario per la ricostruzione della Chiesa. Ora tutto è fermo.
Sì, le Langhe continuano a svilupparsi, anche per un gioco di squadra. Il Monferrato no. È un peccato perché il Monferrato è un mondo a sé, molto bello, con una cucina di grande tradizione (dal bollito alla bagna cauda). Io credo nella terra, nell’agricoltura. I monferrini devono credere nel loro territorio e amarlo, puntando sul turismo, l’agricoltura e l’ospitalità. In questo modo il Monferrato e Moleto possono decollare. Sto pensando anche a un progetto di “Albergo diffuso” a Moleto.
I monferrini, come Mario Barberis, dalla generosità nascosta. Persone difficili da conquistare, ma una volta aperta la prima breccia nei loro cuori si scopre un mondo di amicizia antica, che diventa una realtà solida. Tra le persone importanti della mia vita molte sono scomparse negli ultimi anni. Oltre agli artisti, questa zona è stata scelta da intellettuali, come l’editore Klaus G. Renner, che ha portato la patafisica a Moleto. Con lui ho ritrovato il mondo che ho amato nella mia giovinezza, quello di Boris Vian e di Alfred Jarry. Tra gli scrittori che più ho letto e amato c’è Louis Calaferte...

All’inizio c’era una capra, che si chiamava "Mulej". E "Madame", la vecchia gatta di Moleto. "Tymbo", il cavallo che entrava in cucina, è stato per dieci anni la star di Moleto. "Procchio", il maiale. Poi una civetta e altri piccoli animali. Negli ultimi tempi, "Mr", il gattone grigio, e "Coco", la cagnolina.

E chissà cosa avrebbe detto Calaferte, oggi, di tale condizione! Amo le poesie di Calaferte, che scrisse in uno dei suoi poemi: "Je suis le pèlerin de mon passé" (Sono il pellegrino del mio passato). Calaferte ci riporta a pensare all’artista con la A maiuscola.
Sarebbe più facile pensare a cosa avrebbe risposto alla tua domanda “definitiva” il grande patafisico Boris Vian, l’Artista che avremmo voluto ricordare proprio quest’anno a cento anni dalla nascita. Ripetendo il ritornello di una sua celebre canzone: "Je bois systématiquement" (bevo sistematicamente…). Bere? Ma no! Siamo filosofi esistenzialisti… Calaferte, che hai citato, ci obbliga a essere Artisti e Uomini. Come Artista, che ama “creare” con la penna stilografica (lettere, poesie) o con le mani (ti ricordi i miei occhiali fatti di piume e ferro?), mi sento sicuramente un dinosauro, perché è meglio esserlo che sentirsi un mediocre. Ora mi manca la polémique… Mi manca ragionare con gli amici di qualsiasi cosa, anche di Calaferte, che avrebbe detto della nostra attuale condizione: "C’est triste, n’est-ce pas?" (È triste, non è vero?). In questo momento preferisco essere un dinosauro appassionato, piuttosto che un triste funzionario, con il suo alibi. L’Artista non si crea dei falsi alibi, non scappa “altrove”. A Moleto non manca nulla: c’è il giardino, ci sono le stanze per scrivere e lavorare.
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