Bruno Gambarotta, la mia vita in RAI

Dall'ospitalità romana di Comencini alla gentilezza sabauda di Primo Levi

Bruno Gambarotta

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso lo University College Cork (Irlanda). Insegna lingua inglese e ha pubblicato diversi saggi sul multilinguismo negli scrittori piemontesi.

Astigiano, classe 1937, Bruno Gambarotta è diventato un volto noto della televisione italiana, iniziando a lavorare alla RAI di Torino come cameraman nel 1962, per essere poi catapultato a Roma presso la sede RAI di viale Mazzini. Nonostante la vita frenetica di quegli anni, il legame con il Piemonte fu costante e continuo, come traspare dai suoi libri e dai personaggi, più o meno noti, incontrati nella sua lunga carriera televisiva. Primo Levi, Mario Soldati e molti altri sono i personaggi ricordati da Gambarotta su Rivista Savej.

Questo articolo, con ulteriori approfondimenti, è presente anche nel numero 4 cartaceo di Rivista Savej.

 

Il sogno di una vita

Gli anni romani di Bruno Gambarotta furono, in certi momenti, addirittura esaltanti. Era, quello, il periodo in cui i grandi registi di cinema iniziavano a lavorare alla Rai, e Bruno fu incaricato di tenere i contatti con questi cineasti. All’epoca divideva un ufficio con altri colleghi, ma spesso finiva per lavorare a casa degli stessi registi. Iniziò con Luigi Comencini, Nanny Loi, Pietro Germi, e poi con Sergio Leone, Franco Rossi, i fratelli Corbucci e molti altri.

La mia prima apparizione sul grande schermo avvenne proprio grazie a Comencini. All’epoca stava girando un documentario intitolato “L’amore in Italia” ed era contemporaneamente al lavoro sulla sceneggiatura di un film, “Il gatto”, una storia di due fratelli che devono gestire un’eredità.
Scena tratta da “Il gatto” di Luigi Comencini, 1977.

Il film era stato concepito pensando ad Alberto Sordi nei panni del protagonista maschile, ma poiché il personaggio è fortemente negativo, lui declinò l’offerta. Stessa cosa fecero Nino Manfredi e Paolo Villaggio. L’ultima scelta cadde su Ugo Tognazzi, al quale poco importava della scarsa moralità del proprio personaggio, mentre la protagonista femminile era interpretata da Mariangela Melato.

Con Luigi Comencini era nato un rapporto molto stretto, passavamo molto tempo insieme a parlare del film e mi tratteneva spesso a cena a casa sua. Una sera iniziò a fissarmi, e dopo un po’ mi chiese: “Ma tu la faresti una parte nel film?”, ossia il ruolo del notaio che doveva aiutare i due fratelli a gestire l’eredità. Non ci pensai un attimo e accettai. Era il sogno della mia vita!

Dopo aver sostenuto un provino alla presenza di Sergio Leone, produttore del film, Bruno Gambarotta poté così debuttare al cinema.

Bruno Gambarotta nei panni dell’avvocato dell’Immobiliare con Ugo Tognazzi e Mariangela Melato ne “Il gatto”.

Il ritorno a Torino

Tra produzioni televisive, rapporti coi cineasti, inviti a cena e serate mondane, quando era a Roma, Bruno era solito rincasare molto tardi, ma era anche molto esaltato da quell’ambiente.

Dopo aver lavorato tutto il giorno negli studi e negli uffici della Rai, capitava sovente di uscire a cena o in un locale e di essere invitato da qualcuno. Succedeva di trovarmi a casa di persone che nemmeno conoscevo. In quelle occasioni il mio pensiero andava a Torino, dove nessuno ti invita a casa neanche per prendere un caffè! Quello di Roma era proprio un altro mondo.

Mentre Bruno toccava l’apice della propria carriera, sua moglie era a casa ad accudire tre bambini. Era laureata in lettere, voleva insegnare, ma come faceva? Fu allora che Bruno capì che le cose non potevano continuare.

Non c’erano mai stati litigi tra noi, ma mi sentivo calamitato dal mondo romano, che finiva per creare un’eccessiva disparità tra me e mia moglie. A Torino si era intanto liberato un posto e così decisi di tornare. Mi misi a fare il delegato di produzione, e il primo programma che seguii fu “Non Stop”, tutto girato a Torino: un impegno notevole ma anche una bella esperienza. Più avanti ritornai diverse volte a Roma, però ormai la mia sede era Torino.
Scena tratta dal programma “Non stop” del 1977.
Scena tratta dal programma “Non stop” del 1977.

La nipote scomoda

Anche al suo primo romanzo, intitolato La nipote scomoda, scritto a quattro mani con Massimo Felisatti, Gambarotta arrivò tramite il cinema. In origine, infatti, la storia fu concepita per il grande schermo.

Felisatti era uno degli autori della serie televisiva “Qui squadra mobile”, della quale io ero produttore. Nacque subito una grande amicizia tra me e gli autori. In quel periodo, uno dei romanzi di maggior successo era “La donna della domenica” di Fruttero & Lucentini. Tutti pensavano di poterne fare un film, che poi effettivamente fu realizzato, proprio da Comencini, ma allora gli autori chiesero una cifra spropositata per i diritti. A quel punto, Felisatti mi domandò: “Tu che sei di Torino, non avresti in mente una storia simile a quella della ‘Donna della domenica’?” Per me fu un invito a nozze.
Copertina e dorso de “La nipote scomoda”, 1977.
Copertina e dorso de “La nipote scomoda”, 1977.

Bruno si ispirò a un libro-inchiesta di Diego Novelli, allora non ancora sindaco di Torino, pubblicato pochi anni prima e intitolato Spionaggio Fiatuna storia di informatori e di spionaggio alla Fiat. Anche la storia ideata da Gambarotta era ambientata alla Fiat, benché nel testo sia chiamata Grande Fabbrica, e si risolve in una concatenazione di misteri malinterpretati dal protagonista. Una volta ultimato il soggetto, Felisatti lo condivise, apportò qualche modifica, e infine trovò un produttore intenzionato a farne una pellicola. Poco dopo, però, il produttore si tirò indietro. Felisatti pensò allora di farne un romanzo: fu proposto alla Mondadori, che accettò.

Felisatti abitava vicino a casa mia, allora Internet non c’era, e quindi ci scambiavamo in continuazione fogli scritti da rivedere. Fu bello lavorare così.

Alla fine, La nipote scomoda vide la luce nel 1977 (ristampato nel 2006 dalla casa editrice L’Ambaradan) ed ebbe un buon successo. Gli autori riuscirono anche a vendere i diritti per realizzare finalmente un film.

I diritti furono acquistati da una società di produzione appositamente costituita per l’occasione. I diritti furono ceduti per sempre e ce li strapagarono, tra l’altro, sborsando circa 40 milioni, ma, dopo pochi giorni, la società si sciolse. Fu l’effetto Fiat? È indimostrabile, ma rimane più di un sospetto.

Libero Burro

Anche il romanzo successivo, Torino, lungodora Napoli, edito da Garzanti nel 1995, ebbe una trasposizione cinematografica problematica.

Locandina del film “Libero Burro”, 1999.
Locandina del film “Libero Burro”, 1999.
Sergio Castellitto voleva debuttare come regista e per farlo scelse il mio libro. Anche in quel caso i diritti furono pagati profumatamente, ma il titolo fu cambiato in “Libero Burro”. Dopodiché, iniziarono a girare gli esterni a Torino, e io feci sapere alla produzione che mi sarebbe piaciuto passare a salutarli e a ringraziare Castellitto. Mi risposero che mi avrebbero fatto sapere, ma in realtà non mi volevano tra i piedi. Alla fine accadde una cosa curiosa — ma a me va bene tutto. A un certo punto, la pellicola fu presentata fuori concorso al Festival di Venezia. Direttore del Festival allora era Alberto Barbera, un caro amico con cui avevo lavorato in Rai, ed ero in ottimi rapporti anche con la sua segretaria. La chiamai e mi trovò degli accessi alla proiezione e alla conferenza stampa. Castellitto non sapeva che mi trovavo in platea durante la proiezione. Guardai il film e mi accorsi presto che non c’entrava davvero nulla con il libro. Era di una sgangherataggine! A un certo punto, sembrava che il regista non sapesse più come chiudere la storia: nella scena conclusiva c’è un tizio sulla barca in riva al mare che inizia a remare e sparisce all’orizzonte. Mah!
Copertina della terza edizione di “Torino, lungodora Napoli
Copertina della terza edizione di “Torino, lungodora Napoli".
Il libro di Bruno Gambarotta, “Torino, lungodora Napoli”, al quale ci siamo ispi­rati per la sceneggiatura, è stato un pretesto, un punto di partenza che abbiamo molto amato ma che abbiamo con molto amore tradito, come penso sia necessario nella trasposizione cinematografica di qualsiasi romanzo. Dal libro ci siamo gra­dualmente allontanati per concentrarci su questo personaggio, intorno al quale ruota tutta un’umanità affettuosa e miserabile.
Castellitto S., “Primissima”, 4 aprile 1999

Una lente di ingrandimento sulla realtà

Nei suoi recenti lavori editoriali (Polli per sempre, Il colpo degli uomini d’oro, Ero io su quel ponte) Gambarotta si è concentrato su fatti di cronaca secondaria.

Mi è venuto voglia di lavorare puntando la lente di ingrandimento sul “piccolo”. Volevo misurarmi con la realtà minuta, con eventi che avevano sollecitato la mia curiosità.

Soprattutto per l’ultimo libro, Ero io su quel ponte, imperniato sul crollo, avvenuto nel maggio 1939, del ponte di Moncalieri, via allora strategica per raggiungere Torino, l’autore ha speso molto tempo per documentarsi.

Copertina di “Ero io su quel ponte”.
Copertina di “Ero io su quel ponte”.
Accumulavo materiale su materiale, ma non avevo idea di come organizzarlo. Mi piace molto andare per archivi, sono un topo d’archivio perché da lì possono saltare fuori cose inaspettate. Inoltre, non essendo uno scrittore professionista, non mi sono mai dato una disciplina. Ho ricavato un piccolo studio nella stanza che un tempo era di mio figlio, e lì mi rifugio quando non ho altro da fare. Abbiamo una situazione familiare molto impegnativa, così do spesso una mano a mia moglie. Quando ho finito, mi chiudo nello studio e lavoro alle mie cose.

Porta Palazzo è una forma di formaggio

In pressoché tutti i libri di Bruno Gambarotta, la vera protagonista è però sempre la stessa: la città di Torino.

Di Torino e dei torinesi credo sia stato detto tutto. Torino accende la fantasia di molti, è una città misteriosa, con tanti segreti e tante cose che non si dicono. Il non detto è molto importante, come gesti e messaggi non verbali. È una città che si presta molto a essere raccontata.

Bruno ha avuto il privilegio di conoscere personalmente molti scrittori che hanno raccontato storie ambientate a Torino e rivelato diversi aspetti della città. Tra questi, Giovanni Arpino.

Giovanni Arpino
Giovanni Arpino
Era davvero una bella figura. Viveva in una villetta alla Crocetta. Una volta andai a trovarlo e parlammo a lungo di Torino e di Porta Palazzo. Mi disse che, una volta, a Porta Palazzo sembrava di mettere la testa in una forma di formaggio; poi, col passare del tempo, sembrava una rete da pesca. Per lui, insomma, era cambiata molto. Conobbi anche la moglie, Celestina, che cercava sempre di nascondergli i soldi: il marito era un gran giocatore!
L’Antica Tettoia dell’Orologio, simbolo del mercato di Porta Palazzo.
L’Antica Tettoia dell’Orologio, simbolo del mercato di Porta Palazzo.

Il vicino Primo Levi

Con Primo Levi, il caso giocò un ruolo importante. Gambarotta, infatti, si trovò dirimpettaio dell’autore di Se questo è un uomo.

Abitavo al civico 78 di corso Re Umberto, lui al 75. Ci vedevamo sempre dal giornalaio. Inoltre, la famiglia di mia moglie ha origini ebree, così lei diventò amica dei figli e frequentava spesso casa Levi. Primo era molto riservato, ma anche amabilissimo e di una gentilezza squisita. Più tardi lo intervistai per Rai Tre in occasione del cinquantesimo dell’Einaudi. Girai un documentario, intitolato “Biografie di un catalogo”. In quell’occasione entrammo piuttosto in confidenza, con tutto il rispetto dovuto a uno scrittore che allora era già tradotto in trenta lingue. All’epoca era ancora direttore dello stabilimento di vernici di Settimo Torinese. Gli chiesi se non gli convenisse licenziarsi. Lui mi rispose di no, aggiungendo che bisogna avere un mestiere perché quello di scrittore non diventi un mestiere. Insomma, se diventa un mestiere è finita, ti tocca scrivere cose che non vorresti. Un atteggiamento molto torinese.
Primo Levi intervistato da Luigi Silori nel 1963 riflette sul mestiere di scrivere e su quello di chimico.

Di tutt’altra pasta era Mario Soldati. Gambarotta lo conobbe a Roma allorché seguiva la preparazione della seconda serie televisiva tratta dai Racconti del maresciallo, scritti da Soldati nel 1967.

Mario Soldati, l’irascibile

Era un personaggio isterico, esibizionista. Aveva le mani bucate, quindi aveva sempre bisogno di soldi ed era attentissimo ai copioni e ai contratti. Ricordo che quando lo convocavamo (allora stava a Tellaro, in Liguria), era sempre seccato poiché era al lavoro su un romanzo. “Mi fate perdere tre giorni per venire a Roma!”, sbottava ogni volta. “Un giorno, perché tre?”, osavamo obiettare. “Perché il giorno prima sono agitato e non scrivo; poi quando sono a Roma non posso lavorare, e il giorno dopo sono ancora agitato”.
Mario Soldati nel 1967.
Mario Soldati nel 1967.

Nel romanzo che Soldati stava scrivendo, tutti i funzionari Rai, Gambarotta compreso, si sarebbero ritrovati nei vari personaggi. Quando Soldati scoprì che Gambarotta era piemontese, cominciò a parlargli in dialetto e a sciorinare storie e aneddoti vari.

Un giorno mi raccontò una storiella su Vittorio Emanuele II, re a cui piacevano le donne, specialmente quelle un po’ selvagge. Tornando da una battuta di caccia a Cogne, il sovrano, mentre si trovava sul calesse guidato dal suo aiutante di campo, sopravanzò una “muntagnina”, una donna con un corpo statuario ma col viso sfigurato da un labbro leporino. Il re si voltò e prese a osservarla a lungo. L’aiutante, incredulo, si lasciò andare a un “Oh, maestà!”. Al che il sovrano rispose: “Quanti bej cüj ch’as perdo per na brüta facia…”

La scrittura spettacolosa di Beppe Fenoglio

Gambarotta non ebbe mai l’occasione di incontrare un altro scrittore piemontese, Beppe Fenoglio, uno dei suoi preferiti, prematuramente scomparso nel febbraio 1963.

Copertina de “I ventitré giorni della città di Alba”, Einaudi, 2015.
Copertina de “I ventitré giorni della città di Alba”, Einaudi, 2015.
Lo conobbi grazie ai Gettoni dell’Einaudi, che nel 1952 pubblicò “I ventitré giorni della città di Alba” in una collana dedicata a scrittori esordienti. Ora possiedo tutte le sue opere in diverse edizioni, tra cui una bellissima della Pléiade, sempre di Einaudi. Soprattutto dopo aver letto cose tremende, che talvolta mi tocca leggere, allora mi sciacquo la bocca con Fenoglio. E anche prima di mettermi a scrivere, mi rivolgo a lui. Trovo che gli “incipit” dei suoi racconti siano meravigliosi. Fenoglio è ormai un classico: più gli anni passano, più lo trovo grande. Il tempo lo aiuta perché Fenoglio era spettacoloso.
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Bibliografia

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