Nigra riuniva ad una grazia e flessibilità seducente la più chiara fermezza di spirito. Quando si negoziava con lui, in un primo momento si sarebbe potuto credere che egli avrebbe ceduto su tutto, tanto sembrava preoccupato di non ferire alcuno; ma quando si giungeva al punto decisivo della discussione, d’un tratto la sua figura diventava grave, i suoi occhi fissavano con una penetrazione ferma e là dove voi avevate sperato di trovare una debolezza incontravate una irriducibilità.

Costantino Nigra sembrava destinato ad essere un buon letterato ed un grigio funzionario ma Cavour lo "scoprì", gli affidò la grave responsabilità di trattare tutti i problemi del Risorgimento con la Corte di Francia. Fu quella la sua grande stagione, anche se più tardi rappresentò il nuovo Regno nelle maggiori capitali d'Europa. In politica e nella vita privata fu "alto e diritto", come dice il motto del suo stemma. Cavour lo portò con sé al Congresso di Parigi, e poi ne fece il suo portavoce segreto alle Tuileries, affidandogli missioni straordinarie che scavalcavano la diplomazia ufficiale e lo portavano a diretto contatto di Napoleone III. Il trattato dopo l’incontro di Plombières, la preparazione della guerra del 1859, le annessioni delle regioni del Nord, la cessione di Nizza e della Savoia, la liberazione del Mezzogiorno: questi gli immensi problemi che Nigra dovette affrontare, a tu per tu con l'Imperatore. C'era di che tremare, ad addossare tanta responsabilità sulle spalle d'un improvvisato diplomatico trentenne e, da parte di quest'ultimo, ad accettarla. Ma né Cavour né Nigra tremarono. Bisogna dire che il giovane canavesano seppe cavarsela a meraviglia. Seppe conquistarsi la fiducia di Napoleone III, intenderne i riposti pensieri, e, quel che più conta, impedirne gli scarti e gli improvvisi abbandoni, tenerlo in carreggiata. Diceva: "Così è fatto l'Imperatore. Bisogna pigliarlo come è, e costringerlo coi fatti a non deviare o a rientrare nella nostra via". Un compito difficilissimo che assolse con tenacia tutta piemontese. Così, d'un tratto, l'oscuro impiegato divenne protagonista di storia, e di quale storia! Si distinse per l'acutezza dell'ingegno, l'equilibrio, la cultura, la signorilità del conversare, la devozione cavalleresca agli affetti e agli ideali di gioventù, la lealtà a tutta prova; quell'intemerata lealtà ch'egli aveva cantato un giorno come caratteristica della sua terra canavesana.


Nigra fu uno degli uomini di Stato più rimarchevoli e l'italiano giustamente più rispettato. Fu il tipo perfetto di diplomatico che non aveva soltanto in mente, per esprimere le proprie idee e i propri piani, l'amabilità della sua professione, ma un'abilità consumata, un senso politico assoluto, la capacità divinatoria di uomini e cose che gli impedivano di commettere errori e che, secondo l'opinione di un ministro di Napoleone III, gli facevano intuire gli avvenimenti, come un cane da caccia che fiuta la preda. In questa luce Nigra fu nettamente superiore al principe Richard Metternich, suo fedele compagno alle Tuileries, e si può dire che lo superò in tutte le questioni inerenti la politica del secondo impero. Come Metternich Nigra era istruito, studioso ed elegante. Come lui amava la vita mondana, a corte, un leader attratto da tutte le gioie. Ma a differenza di Metternich, che seguiva la politica dei sentimenti, al richiamo cavalleresco del suo cuore, Nigra, senza cessare di usare il suo grande fascino, restava in ogni circostanza padrone di se stesso, e non praticava che la politica del raziocinio. Nessuno meglio di lui sapeva sedurre con la parola, coi gesti o con le attenzioni; ma se era pronto ad accettare tutto da coloro che lo circondavano, era molto riservato, conteneva gli entusiasmi, e con una freddezza d'animo implacabile, non rivelando nulla dei suoi pensieri, sapeva analizzare profondamente i pro e i contro prima di prendere decisioni. […] L'Imperatore conosceva bene Nigra, sapeva valutare il grado della sua forza e lo temeva. Sognava di opporgli un uomo capace di resistergli, di leggergli le intenzioni, di combatterlo, di vincerlo, ma non lo trovò mai e ciò fu una delle sue sfortune.


Signor Ministro, mi pregio di informare Vostra eccellenza che ho avuto l'onore di presentare a Sua Maestà la Regina, a Osborne nell'isola di Wight, la lettera colla quale è piaciuto a Sua maestà il Re, Nostro Augusto Sovrano, di accreditarmi in qualità di Suo Ambasciatore presso questa Corte. Ho pranzato ed ho passato la notte al Castello ed ho avuto dalla Regina la più graziosa accoglienza. Sua Maestà mi ha espressamente incaricato di far pervenire alle loro Maestà, il Re e la Regina, i suoi complimenti più affettuosi.


Per antica consuetudine, che in altri tempi ebbe le sue buone ragioni di essere, il nostro Ministero per gli Affari Esteri si servì, nella sua corrispondenza in cifra colle Legazioni e coi Consolati, di dizionari scritti in lingua francese. Ora mi pare che sia proprio venuto il momento pel nostro Ministero, per le Legazioni e pei Consolati italiani, di far uso della lingua nazionale anche per la corrispondenza in cifra. Provvisoriamente si potrebbe fare qualche eccezione per certi posti, ma il principio della corrispondenza nella nostra propria lingua dovrebbe, mi pare, essere sanzionato fin d'ora anche per le cifre. Io ho qui introdotto la corrispondenza in lingua italiana per le comunicazioni che la Regia Ambasciata fa al Foreign Office, il quale dal suo lato usava sempre, ed usa continuamente l'inglese nelle sue comunicazioni colle Legazioni estere. Questo cambiamento non sollevò nessun ostacolo per parte del Foreign Office e per la prima volta la lingua di Dante prese possesso, come doveva, dei suoi incartamenti. Vorrei che fra le buone cose ch'Ella ha fatto e fa nel nostro Ministero, non omettesse questa. Vorrei ch'Ella cancellasse quest'ultima traccia dei tempi della divisione e della servitù della patria nostra. Dico servitù perché l'essere la lingua altrui nelle cose nostre è vera servitù e servitù di pensiero.
Caro Nigra, il giorno stesso in cui accettai il portafoglio degli Affari Esteri, mi preoccupai immediatamente della nomina del mio Ambasciatore a Vienna, sede che avevo occupato sino ad allora e che, con la mia nomina a Ministro, lasciavo vacante. Feci oggetto di attento esame il ruolo del nostro alto personale diplomatico, studiai le varie candidature possibili fra gli uomini politici, ed il risultato di tutto quel lavoro mentale fu quello di convincermi che la persona più conveniente, più appropriata per quel posto nelle attuali gravi condizioni, siete Voi caro Conte. In tal senso sto per avanzare la mia regolare proposta a Sua Maestà; prima però mi piacerebbe ricevere da Voi la conferma che di buon grado accettate quel trasferimento o che almeno, nell’interesse del Re e dell’Italia, vi piegate, con la voluta rassegnazione, ad obbedire al vostro destino. Supposto che si tratti di grave sacrificio per Voi, mi permetto pregarvi di osservare che ho qualche diritto di chiedere ad altri un sacrificio e mi sia lecito aggiungere che, da quanto intesi da Sua maestà, tale diritto mi spetterebbe ancora di più nei vostri riguardi! Facendo però astrazione da ogni altra considerazione, mi lusingo pensare che accetterete di buon grado, animato dal convincimento che in quel nuovo vostro posto avrete occasione di rendere, nelle presenti contingenze, indubbi servigi al paese. L’elettissimo vostro ingegno, la grande esperienza, l’abilità diplomatica e la fermezza all’occorrenza, sono eminenti qualità che possedete in sommo grado e che tutti in Italia ed all’Estero vi riconoscono. Ai miei occhi nessuno è dotato, in più alto grado di Voi, di tutte quelle qualità che, nelle presenti circostanze ed in altre non lontane a verificarsi, reputo indispensabili a chi deve andare a rappresentare l’Italia a Vienna, nella nuova fase in cui siamo entrati.


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