Dal primo all’ultimo rintocco

Quando il suono delle campane governava le vallate

Campane della Consolata (Torino), tra le più grandi del Piemonte.

Laureato in Giurisprudenza e scrittore per passione, è fondatore del blog Il Vaso di Terracotta, una raccolta di aneddoti storici su Torino e il Piemonte.

Conservo due ricordi delle mie estati trascorse in montagna da bambino. Due suoni, per l’esattezza. Il suono dei tuoni e quello delle campane. Il primo, diverso da tutto ciò che avessi mai sentito durante i miei giorni cittadini. Un colpo di cannone, un boato che rimbombava tra le montagne con un fragore mai sentito. “E’ il diavolo che va in carrozza”, così mi raccontavano i nonni. I temporali, quei temporali grigi, che solo sulle Alpi profumano di erba umida, finivano rapidi per lasciare il posto al secondo suono. Squillante, allegro, vivace e pieno di speranza; talvolta però lugubre, lento, riflessivo. Il rintocco delle campane.

Suggestione che ancora oggi mi accompagna: così come i tuoni, anche le campane avevano un suono diverso nelle campagne e nelle terre alte, un suono limpido e ancestrale, lo stesso che in città veniva soffocato dal traffico. Un suono che assomigliava al cielo azzurro delle mattine fresche di rugiada, ma che improvvisamente mutava, per diventare processione di ombre.

C’era una volta…

Campanile di San Martino, a Bollengo.

Fino agli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, gli anni in cui le campagne e le montagne iniziarono progressivamente a svuotarsi, con i giovani attirati dalle prospettive industriali delle grandi città, le campane nelle campagne e vallate piemontesi erano metronomo non soltanto della giornata, ma della vita intera di contadini e montanari.

Iniziavano a misurare il tempo delle anime affacciatesi alla vita dal momento della nascita, regolandone successivamente le festività da osservare, il ciclo lavorativo, il matrimonio e la morte intesa come atto conclusivo del cammino terreno. Oltre ad essere costante presenza nella vita del singolo, il suono delle campane governava la comunità intera. Punto di riferimento non solo architettonico, il campanile scandiva in tutto il Piemonte rurale e montanaro gli appuntamenti sacri e i riti apotropaici legati al mondo agreste, dove fede e superstizione sembravano fondersi in modo talvolta inscindibile.

E non si pensi che tutto ciò fosse lasciato al caso. Il ruolo delle campane era regolamentato nei minimi dettagli, come si conviene ad un istituto fondamentale per la vita (e per la morte) di interi gruppi di persone.

Il tempo della nascita

Il mondo rurale e alpino piemontese è stato contraddistinto fin dalla notte dei tempi dai riti di passaggio. Si trattava di momenti unici nella vita dell’abitante, che ne definivano l’esistenza e il percorso verso la vecchiaia, fino alla morte. Nascita, matrimonio, vita lavorativa e trapasso, con in mezzo le varie festività religiose: queste le tappe fondamentali che tutti gli uomini, in quel mondo fatto di campi e cascine, presto o tardi avrebbero dovuto affrontare. Le persone non erano sole durante il lungo cammino. La comunità intera e le campane sarebbero state accanto a loro, dal momento della nascita in poi.

La nascita di un nuovo membro della famiglia, nelle campagne, era salutata con gioia e speranza. Il piccolo, oltre ad accrescere la famiglia, significava un aiuto in più: nei campi, se maschio; nelle faccende domestiche se femmina. In ogni caso, una vera e propria benedizione per le famiglie patriarcali dell’epoca. Benedizione che doveva essere salutata con il primo scampanio nella vita del neonato: tre rintocchi di baudete salutavano la nascita di un maschio, due rintocchi di una femmina.

Come si raccontava ai fratellini del nascituro a Entracque, nel cuneese, il piccolo era semplicemente nascosto in qualche angolo della casa; era il primo pianto dell’infante a rivelarne la presenza ai famigliari e al paese tutto, che lo accoglieva con il festoso concerto bronzeo.

Veduta di Entracque.

La differenza nel numero di rintocchi a seconda del sesso del nuovo nato si ripeteva nei festeggiamenti. Era un mondo agricolo fortemente maschilista, dove due braccia muscolose in più potevano fare la differenza: ecco che per una bimba, al momento della nascita, bastava un solo brindisi, a differenza che per il bimbo maschio, al quale venivano offerte ripetute libagioni. In Val Varaita, al primo banchetto dopo la nascita, in caso di maschio si gustavano i famosi ravioles con burro e toma, mentre un semplice pane con caciotta accompagnava i festeggiamenti per una bambina.

Nel malcapitato caso, per l’epoca, in cui alla prima figlia si fosse aggiunta negli anni seguenti una sorella, era radicata convinzione che, una volta cresciute, le due si sarebbero impigrite, nella speranza che il lavoro di ciascuna fosse svolto dall’altra. Le massime della campagna piemontese erano in tal senso lapidarie: “Dôi sorele ‘nt’ una cà, il diaô a iè e gnun lo sa” (Due sorelle in una casa, c’è il diavolo e nessuno lo sa).

Dall’Angelus ai Vespri

Come detto, nelle valli l’intera giornata lavorativa era scandita dai rintocchi delle campane. All’alba, a mezzogiorno e al tramonto si diffondeva il suono della campana dell’Ave Maria, che intonava l’Angelus. Tutti coloro che fossero all’opera nella stalla o nei campi interrompevano i propri lavori per unirsi ad un’unica e corale preghiera.

Della recita dell’Angelus si hanno già notizie intorno al XIII secolo. Si tratta di una preghiera che vuole ricordare ai fedeli l’Annunciazione a Maria e il grande mistero dell’Incarnazione: il nome deriva infatti dai primi versi della preghiera (Angelus Domini nuntiavit Mariae).

L’Angelus era anche molto utile a livello pratico: in tempi in cui nessuno aveva la possibilità di consultare un orologio e il campanile del paese era spesso fuori portata, quel particolare scampanio segnava l’inizio e la fine (insieme ai Vespri, suonati al tramonto) delle ore diurne di fatica, oltre che la pausa dedicata al frugale pasto di metà giornata.

"L'Angelus", dipinto di Jean-François Millet, olio su tela, 1859.

Il compito di suonare le campane a queste precise ore spettava al sacrestano o, nelle piccole borgate, al prete stesso, come si evince da queste righe, datate 1781, relative al campanaro del comune di Valloriate, nel cuneese, il quale era:

[…] obbligato a mantenere le corde delle campane e dell’orologio ed a montare il medesimo; a dare il segno dell’Angelus mattino, mezzodì e sera, il segno del venerdì ed il segno del contratempo e dei decessi; suonare la Messa in tutte le feste dell’anno e la tribaldetta in tutte le feste principali, feste votive e vigilie; tenere la Chiesa con tutto decoro, scopare tutti i sabati, pulire le lampade ed ornare gli altari.

La campana "grossa"

Anche le nozze avevano ovviamente la propria campana: trattandosi di un evento assai importante per l’intera comunità, era uso in Piemonte accompagnare il corteo nuziale suonando la campana grossa del paese, dai forti rintocchi, udibili anche sulle colline vicine. Le nozze erano spesso celebrate in primavera, all’inizio della stagione dei lavori estivi nei campi; la famiglia del marito, presso la quale la fanciulla sarebbe andata a vivere, avrebbe così acquistato un ulteriore valido aiuto presso la propria cascina.

Era usanza di molte valli, in particolar modo della Val Chisone e nel saluzzese, rendere difficoltoso l’avvicinamento degli sposi alla casa del futuro coniuge, prima della partenza insieme per la Chiesa. Capitava così che, mentre la campana suonava a festa, i futuri marito e moglie trovassero delle barricate o barriere lungo il percorso (tra l’altro, spesso di diversi chilometri), a volte ricavate da nastri e altre volte imbastite con veri e propri tronchi, per impedir loro il passaggio. Il più delle volte, con un paio di forbici e un’offerta simbolica il tranello era vinto. In questo gesto si legge forte il richiamo alle antiche usanze: si voleva rendere più difficile allo sposo appropriarsi di una fanciulla spesso proveniente da un paese vicino, che avrebbe dunque, dopo lo sposalizio, perso un membro della comunità.

Corteo nuziale di una volta.

“Gli ultimi raggi della fuggente luce”

Così come le campane avevano accompagnato le persone durante il cammino terreno, così le assistevano durante la malattia prima e i momenti precedenti e successivi al trapasso. Curiosa l’uguaglianza con i rintocchi della nascita: al crepuscolo della vita, tre rintocchi stavano a significare la prossima dipartita di un uomo, due rintocchi di una donna. Era la cosiddetta pasà (il trapasso).

Come visto in precedenza, anche in queste occasioni il suono delle campane era disciplinato in modo rigoroso. Nel 1927, il parroco di Novello, nelle Langhe, fece chiarezza sul bollettino parrocchiale circa le modalità di sonata da usare in tali dolorosi attimi:

Se uomo: campana grande a distesa, poi campana piccola. Se donna: campana media prima e dopo la campana grande. […] La durata del suono è proporzionale alla solennità della sepoltura.

Dopo la morte della persona era uso in tutto il Piemonte recitare il rosario. Trattandosi di formule in latino ripetute da persone semplici e spesso analfabete, le preghiere erano recitate con il volto girato verso il muro, per evitare imbarazzi e sorrisetti poco rispettosi del defunto e del particolare momento.

Espletati i doveri della comunità e composta la salma nella bara si procedeva con il funerale, preceduto ovunque dalle campane suonate a martello. Anche per quest’ultima funzione la dimensione della campana dipendeva dal defunto: grande per un uomo, media per una donna e piccola per un bambino. In questo modo tutta la comunità poteva riconoscere le esequie. Non sono rari i casi in cui, quando le esequie riguardavano un bambino, le campane erano suonate a festa: può sembrare un paradosso, ma il cielo, secondo le povere genti delle vallate, si era appena arricchito di un angioletto e ciò era motivo di giubilo. Un modo come un altro per alleviare il dolore e lenire la tragedia della perdita.

In diverse località piemontesi un luttuoso rintocco proseguiva anche nei giorni successivi all’ultimo saluto, durante i quali occorreva rispettare alcune usanze: erano infatti, per il defunto, giornate a cavallo tra la vita e la morte, caratterizzate da un profondo senso di mistero.

Anzitutto, era necessario lavare immediatamente la biancheria della persona scomparsa, pena la sua permanenza nei pressi dell’abitazione terrena. In effetti, secondo la tradizione, l’anima era restia ad allontanarsi dai luoghi tanto amati in vita; il coniuge superstite, nella notte successiva al funerale, si sarebbe dovuto coricare nel letto lasciando libero il lato occupato dal defunto fino al giorno precedente: quest’ultimo avrebbe infatti trascorso un’ultima notte insieme ai suoi cari. Per questo motivo, nelle campagne si lasciava un piatto caldo sul tavolo (riso, castagne, un bicchiere di vino) affinché l’anima del caro estinto potesse ristorarsi prima di intraprendere l’ultimo faticoso viaggio verso l’aldilà.

Il suono delle campane, d’altra parte, era a tal punto legato al mistero della morte che, in diverse località del Piemonte, esse rintoccavano alle tre del pomeriggio di tutti i venerdì, in memoria della morte di Gesù Cristo sulla croce. Di venerdì, considerato per questo motivo un giorno poco propizio, non venivano di conseguenza celebrati funerali. Inoltre, durante la Settimana Santa, nei giorni della Passione spesso le campane erano legate tra di loro per evitare anche il minimo tintinnio, in ossequio al periodo di lutto spirituale attraversato dai fedeli.

Sentinelle rumorose

Da ultimo, le campane fungevano anche da sentinelle di calamità e maltempo per tutta la comunità. In Piemonte, il ruolo di avvertimento a esse legato è riscontrabile già in antiche iscrizioni e documenti risalenti al basso Medioevo. Come più volte ricordato, tutto il paese si disperdeva, durante la giornata lavorativa, per i campi e le valli circostanti. L’unico modo per richiamare l’attenzione in caso di pericolo era l’uso del campanile: incendi, piene e frane erano annunciati con fragorosi e ripetuti rintocchi, per richiamare alle proprie case i cittadini.

Campanile di None, chiesa di San Rocco.

A None, nel torinese, era tradizione suonare le campane ogni mattina alle ore 5: in caso di silenzio si prevedeva una giornata soleggiata, in caso di nuvole gli abitanti del villaggio avrebbero udito un solo botto; due botti in caso di pioggia.

Particolare importanza avevano i riti apotropaici legati agli acquazzoni e alla grandine. Diverse sono le testimonianze di parroci che, in campagna così come sulle Alpi, suonavano tutte le campane insieme per scacciare la tempesta e la grandine, le due principali nemiche dei raccolti e delle mandrie. Alcune campane recavano addirittura delle iscrizioni che suonavano come monito alle intemperie: è il caso di una campana presso Sampeyre, in Val Varaita, che riportava un’incisione in latino traducibile con “pongo in fuga le tempeste”. Nei casi in cui il campanile risultasse troppo lontano dagli abituali luoghi di lavoro, spesso veniva issata una campana “di scorta” sulla cima di un albero o sul tetto di una cascina, cosicché si potessero ripetere gli avvertimenti fino al luogo desiderato.

L’ultimo rintocco

Con la fuga progressiva dalle campagne e la conseguente perdita di attrattiva – lavorativa e sociale – dei piccoli centri abitati, anche l’importanza delle campane fu ridimensionata. Strumenti meno obsoleti misuravano i ritmi della giornata; le feste, insieme ai riti di nascita, matrimonio e morte persero la centralità guadagnata in secoli di vita umile e avara di occasioni sociali. Alcune campane vennero fuse, altre mai riparate dagli acciacchi causati dal trascorrere del tempo. Si chiudeva così, in un paradossale silenzio, un’epoca lunga secoli.

Oggi i rintocchi di quelle stesse campane raccontate in queste righe sono ormai memoria di pochi anziani, sono ricordi nei libri riposti sugli scaffali polverosi di una credenza, custoditi con avidità dal tempo in qualche legnoso archivio parrocchiale.

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Bibliografia

  • Avondo G. V., Piemonte montanaro, Torino, Edizioni del Capricorno, 2015.
  • Bertone E., Piemonte rurale, Scarmagno, Priuli & Verlucca, 2015.
  • Milano E., Dalla culla alla bara, Borgo San Dalmazzo, Istituto Grafico Bertello, 1973.
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