Fantastico e immaginario all'ombra della Mole

Il Club Villa Diodati nelle parole di Franco Pezzini

Mazzo di Tarocchi disegnato dal mago inglese Crowley, protagonista del libro “Le nozze chimiche di Aleister Crowley” di Franco Pezzini.

Davide Mana
Davide Mana

Laureato in Paleontologia e dottore di ricerca in Geologia, in passato è stato insegnante, ricercatore, conferenziere, venditore di auto usate, interprete, spaventapasseri, riparatore di biciclette. Da alcuni anni lavora come autore, divulgatore, traduttore e creatore di giochi.

Per parlare di fantastico e immaginario a Torino non esiste persona migliore di Franco Pezzini, studioso di narrativa di genere e autore di numerosi saggi, l’uomo al quale si deve la fondazione del Club Villa Diodati, che riunisce sotto un’unica bandiera realtà diverse quali la Libera Università dell’Immaginario, il MuFant e il ToHorror. Il suo libro più recente è Le nozze alchemiche di Aleister Crowley. Itinerari letterari con la grande bestia (Odoya, 2020). Lo abbiamo perciò interpellato per discutere di quella che Gustave Flaubert descrisse come “la città più noiosa del mondo”.

Locandina del ToHorror 2020.

Col permesso di Flaubert 

Per spezzare una lancia a favore del povero Flaubert, la Torino in cui si muove è molto diversa da quella odierna. Ma anche da quella di giocatori, curiosi e seduttori del secolo precedente, quando a Torino erano passati in carrozza Walpole e Sade, Casanova e Mozart, Cagliostro e il Conte di Saint Germain. Torino è stata per secoli città di passaggio, con tutti i vantaggi di una certa liminarità. Certo, la capitale sabauda in cui passa Flaubert, al netto di un po’ di blando frisson esoterico, è lontana anni luce dalle eccitazioni di Parigi. La città ha una buona vita culturale e scientifica, ma Flaubert quando scrive quelle righe ha ventiquattro anni (1845) e Torino deve apparirgli piuttosto bigotta e fin troppo sorvegliata: non certo il set ideale per idoli di perversità come Salammbô, al massimo per qualche Madamina Bovary. Una città dove pulsioni e demoni possano semmai eruttare tra giaculatorie e incensi di sacrestie, come, al limite, nella Tebaide de La tentazione di Sant'Antonio.

Gustave Flaubert

Ma la fertile liminarità di Torino si è conservata ben oltre l’età delle carrozze o delle partite a faraone. Città di passaggio, città di passaggi in direzioni diverse, anche culturali. Non è forse un caso che nel Novecento, dopo il boom degli anni Sessanta – con tutto ciò che ha comportato (Fiat che cresce, immigrazione…) – proprio cinquant’anni fa il revival magico veda consolidarsi il mito di una Torino magica che respira insieme utopie giovanili, reazioni sghembe a un mondo tecnologizzato, sogni e incubi di travasi culturali. E tutto questo corre al tempo attraverso articoli di Stampa Sera, piccole leggendarie case editrici come la MEB, prime tv private, giri di appassionati – rispetto a oggi, un altro mondo in cui non esiste il web, non c’è ancora l’home video e i racconti su questi temi corrono tra noi ragazzi assieme a edizioni economiche molto popolari.

Villa Diodati

Però col tempo le Grotte alchemiche di quelle leggende anni Settanta si sono schiuse agli ex-adolescenti di allora nel bacino immaginale di una città laboratorio: per motivi che vanno ben oltre l’osservatorio torinese, la cultura pop ha trovato spazi di riconoscimento. Ecco dunque un Museo del Fantastico e della Fantascienza figlio dei sogni di un intellettuale come Riccardo Valla, che a questi temi abbinava la sua formazione ingegneristica, e che ha dato ampio spazio alla fantascienza, abbinando tecnologia e immaginazione. Ecco un Festival cinematografico dell'Orrore come il TOHorror che offre voce a dimensioni dell’inquietudine non esaurite nella fama un po’ asfittica della città diabolica. Ecco una Libera Università dell'Immaginario che recupera in fondo il sogno della formazione popolare degli anni Sessanta e Settanta (dal maestro Manzi ai grandi sceneggiati per avvicinare il pubblico alla grande letteratura) attraverso corsi gratuiti sugli autori classici o quelli gotici negli spazi conviviali di un’enoteca… e un domani potrebbe occuparsi, chissà, anche di Flaubert. Che certo questo sfondo non avrebbe potuto immaginarlo. Né avrebbe potuto postulare la futura nascita di un club (concetto invero piuttosto ottocentesco) intitolato a Villa Diodati.

Riccardo Valla nel 2010.

L’idea di far trovare attorno a un tavolo comune i responsabili di tre iniziative che si occupano di immaginario e di fantastico nell’area torinese covava già da tempo, ma con il bicentenario della sfida letteraria di Villa Diodati (1816) da cui nasce il fantastico moderno ha potuto prendere forma. Al tavolo comune che da quell’evento seminale prende nome, il Mufant ha dunque portato la sua esperienza anche imprenditoriale di polo culturale, collezionistico ed espositivo; il TOHorror una statura di evento di cinema & dintorni riconosciuta ormai internazionalmente; la Libera Università dell’Immaginario la buona prassi di corsi che (fatta salvo l’attuale interruzione per COVID, che ha interrotto un itinerario sull’Iliade e l’ultima stagione di un Tutto Poe su tutta l’opera in prosa e poesia dell’Americano maledetto) proseguono serrati dall’autunno 2012, e trovano ricadute in forma di volumi soprattutto nel catalogo editoriale Odoya – in particolare attraverso la sottocollana "Classici Pop". L’idea era, da un lato, di collaborare, strutturando i calendari in modo da creare sinergie e non ostacoli, e dall’altro di varare occasioni di partnership anche nelle rispettive iniziative, sostenendoci a vicenda pur nelle relative peculiarità.

Logo del Club Villa Diodati.

Che cos'è l'immaginario?

Attraverso l’esperienza della Libera Università dell'Immaginario, è anche possibile esplorare ciò che ancora oggi attira i torinesi verso l'immaginario. L’immaginario nel senso che intendo è una dimensione in cui siamo immersi costantemente: prepolitica, prescientifica eccetera – perché qualsiasi attività umana trova alla base una serie di convinzioni, pregiudizi e suggestioni, categorie e paradigmi, valori e disvalori spesso impliciti, una pozza dei miti cui tutti contribuiamo. Lavorare sull’immaginario significa smontare quello “passivo”, che tendiamo a subire, e costruirne uno attivo, “critico”: ed è un lavoro sotto testo, alla radice della scelta delle parole, dei “tertium non datur” a volte capziosi, delle trappole logiche.

L’immaginario è il tessuto (appunto) dei miti, intendendo il termine in senso tecnico antropologico: mito non come mera leggenda, ma come spiegazione di realtà fondanti di un mondo, semplicemente condotta con un linguaggio narrativo e non scientifico. E di miti si occupa la Libera Università dell’Immaginario, proponendo corsi finora soprattutto su due tipologie di opere, cioè quelle classiche antiche o tardoantiche (Iliade, Eneide, Satyricon, L’asino d’oro), che spesso fanno riferimento ai miti nel senso più noto, e quelle gotiche e visionarie tra Sette e Novecento (Il castello d’Otranto, Il diavolo innamorato, Vathek, Frankenstein, tutta l’opera in prosa e poesia di Poe, Carmilla, Dracula, Il mago di Maugham, Moonchild di Crowley, eccetera).

Locandine degli incontri tenuti all’Università dell’Immaginario su opere classiche e gotiche.

Riflettere sull'identità

Gli incontri si presentano come una narrazione – come un amico che racconta a un amico il contenuto di un libro che l’ha entusiasmato – con esami minuziosi sul testo e appunto sotto testo, per evidenziare l’implicito e il non-detto: sia per presentare la cultura che ha prodotto le singole opere, sia la loro recezione da parte di tipi di pubblico anche molto distanti. Per dire, l’Eneide ha permesso di parlare dello sceneggiato di Franco Rossi all’inizio degli anni Settanta e delle provocazioni attuali del poema nell’ambito di un dibattito sulla figura del profugus; sul Dracula si è affrontata anche la filmografia, recettiva di paure e speranze di epoche diverse della storia d’Occidente. Molto di questo lavoro diventa una riflessione sull’identità, che nella sua dimensione sia individuale che collettiva mi pare un nodo essenziale oggi: se un po’ tutta la letteratura tratta – in forme diverse – la questione dell’identità, ciò è particolarmente evidente in alcune opere antiche e poi nel gotico, vera e propria letteratura delle crisi identitarie. Pensiamo solo al vampiro che non compare allo specchio (Dracula) o rappresenta una sorta di doppio speculare evocato dal desiderio (Carmilla)

Copertina del primo volume de "Il Conte incubo. Tutto Dracula" di Franco Pezzini.

Alcuni temi hanno certamente attratto con più forza, ma soprattutto varia il tipo di pubblico da un tema all’altro. Credo che a richiamare le persone agli incontri sia la possibilità di avere un momento in cui qualcuno racconta con passione (in modo minimamente teatrale) una storia meravigliosa, permettendo di riaccostare opere abbandonate dai tempi di scuola o conosciute per sentito dire. Ma d’altra parte lavorare sui miti di un’epoca lontana permette in modo intrigante di puntare i riflettori su quelli dei nostri giorni: il Satyricon, per dire, anticipa l’era dei foodie e dei Masterchef come maître à penser, ma mostra anche l’aspetto lupesco, cannibalesco di un certo tipo di realtà decadente in cui ci troviamo a vivere.

La festa delle ombre lunghe

L’occasione di una prima sinergia era stata offerta da un momento di ricorrenza che come Libera Università dell’Immaginario celebriamo dal 2013, la Festa delle Ombre Lunghe: la curiosa coincidenza per cui i compleanni di tre mattatori del fantastico cinematografico, Peter Cushing, Christopher Lee e Vincent Price cadono nel calendario a poche ore di distanza (sia pure di anni diversi) ha permesso di celebrare in quella coppia di giorni, 26–27 maggio, un ricordo delle loro straordinarie carriere, che però non si esaurisce nel ricordo di questa o quella pellicola o curiosità biografica. Le carriere infatti di questi tre artisti polivalenti, non solo attori ma cultori d’arte e di scienze, di storia, di scrittura, hanno offerto l’occasione di celebrare come tavolo comune una sorta di Imagination Pride: un’occasione di mettere a fuoco la ricchezza presente dietro fantasie troppo spesso banalizzate come "popolari" e di rivendicarne con orgoglio l’importanza. In tali occasioni ci si è aperti anche ad altre iniziative del territorio, e tra le altre si è dato spazio a quella pattuglia di autori neogotici autoetichettati con il termine Strän, esponenti di un fantastico nero ben radicato in questi Carpazi nostrani.

Locandina della Festa delle Ombre Lunghe del 2018.

Orrore e fantascienza

E a Villa Diodati, naturalmente, nascono il moderno orrore e la fantascienza, in un curioso matrimonio di romanticismo e “nuove tecnologie”. Penso si possano vedere varie provocazioni in merito. Una prima sta nell’idea di un progresso delle conoscenze e della tecnologia che schiuda il brivido di progetti per cui l’uomo non è pronto, vuoi nell’oggi che in assoluto: creare la vita come Victor Frankenstein, sconfiggere appieno la morte. E una seconda provocazione sta nell’idea che il progresso scientifico e tecnologico debba confrontarsi e magari scontrarsi con conoscenze molto più arcaiche, e che occorra una mentalità sufficientemente aperta – come ha Van Helsing in Dracula – per valorizzare e armonizzare le une e le altre. Del resto lo sappiamo, le forme delle ombre mutano anche in rapporto con la scienza e la tecnica di un’epoca: i vampiri di domani – ma in fondo già nell’oggi – flirteranno con internet e i virus informatici, con una forma-Legione che attenti esploratori di questo immaginario come Danilo Arona (il patriarca di Strän, uno dei padri nobili del fantastico in Italia) stanno da anni prefigurando.

Locandina di uno degli incontri del collettivo Strän, il neogotico piemontese.

Ma aggiungerei una provocazione ulteriore. Un orrore più sottile sta in fondo nella rimozione – a grandi numeri, vi assistiamo oggi – di una categoria-futuro, quasi un’eclissi di un tempo verbale futuro per un deficit di speranza delle nuove generazioni, a prescindere da qualunque innovazione tecnologica. Un tipo di crisi in cui la politica e l’economia hanno grosse responsabilità, suggerendo al massimo un’idea asfittica di futuro come “presente prolungato” e archiviando troppo spesso dimensioni di speranza e di progettualità in una gestione meramente tattica delle crisi sopraggiunte. Vedere una simile sfiducia sostanziale nelle generazioni più giovani è, mi pare, un elemento orrifico ben più minaccioso e concreto di tante classiche maschere gotiche.

La formula, nel mio caso, è memore dei programmi culturali della Rai tra Sessanta e Settanta, quando non vigeva la regola del presentatore-divo (lo scrivo senza polemiche, del resto è un fenomeno diffuso in tutti i campi) ed era il tema a imporsi per sua forza intrinseca. Finora, fatti salvi gli ospiti, alla Libera Università me l’ero cavata da solo, ora ho arruolato ad aiutarmi una brava iconografa, Chiara Meistro, che collabora con me anche sui testi scritti – legati o meno agli incontri. In fondo l’idea è che la Libera Università sia anche un centro studi e un laboratorio.

Narrativa vs. letteratura

Io sono uno di quelli che si battono perché non esista più un distinguo tout court tra narrativa di genere e letteratura, ma si guardi senza pregiudizi alla natura della singola opera: se può vantare qualità letterarie, dovrebbero essere riconosciute indipendentemente dal fatto che l’autore usi stilemi propri del genere. Per chiarirci: Simenon è letteratura, poco importa che poi segua stilemi polizieschi – e così via. Certa critica paludata rifiutava la qualifica di “vera” letteratura a Dumas, ma questa posizione mi pare tranquillamente superata. Si tratta certo di non barare e non vedere chissà che caratteristiche letterarie in onesti prodotti che invece si esauriscono totalmente negli ingranaggi di un genere, però mi pare che l’equivoco che contesto confonda struttura (mainstream o genere) e spessore (letterario o meno). Per esempio, autori nostrani che oggi affrontano con frequenza – anche se non esclusivamente – narrazioni di genere, come Alessandro Defilippi o Lorenza Ghinelli, presentano un passo genuinamente letterario.

Due dei titoli di Alessandro Defilippi e Lorenza Ghinelli.

La narrativa popolare, dunque, può essere o meno letteratura a seconda di una serie di elementi intrinseci: ma anche quella che tale non è può presentare – a seconda ovviamente dei singoli esiti – qualità di tutto rispetto, che sarebbe banalizzante dimenticare. Al di là dell’aspetto di onesto e prezioso intrattenimento (e ci rendiamo conto in tempi di clausura quale salvavita esso possa rappresentare), spesso è nella narrativa popolare che miti e umori d'epoca emergono con più forza: dove proprio il tema di un immaginario sottostante coinvolge un orizzonte di valori e disvalori che è importante monitorare. Ma occorre non dimenticare che anche la narrativa non letteraria (si parla di paraletteratura, il termine non mi piace troppo) richiede doti tecniche per nulla indifferenti: buon controllo del ritmo, buon rapporto tra elementi canonici e originalità. Per non parlare del rispetto di ritmi editoriali in tanti casi frenetici: si pensi solo agli autori di romanzi da edicola. In questi casi la professionalità è un elemento che una critica onesta non può porre in ombra.

Alcuni dei titoli dei libri di Franco Pezzini.

Nuove frontiere

Sul futuro della narrativa popolare è difficile formulare ipotesi, ma sono nel complesso ottimista. Certamente la possibilità di autoeditarsi in ebook vede oggi moltiplicarsi un’offerta in tutti i possibili esiti narrativi, dal sorprendente al desolante. Quel che aiuta a orizzontarsi in una scelta tanto vasta sarà allora – oltre il passaparola sul singolo titolo – l’individuazione di filiere di qualità legate a voci d’interesse presenti nel web come blogger o recensori, di giri vivaci di sodali della scrittura, di marchi editoriali, magari anche molto piccoli, ma portatori di novità. Resta il fatto che la vivacità – oggettiva – di una certa narrativa popolare si lega oggi anche a una maggiore consapevolezza diffusa del rapporto con altri media (per esempio il cinema, con la sua lezione di ritmi, inquadrature, eccetera, o il fumetto); e pare sempre più necessario, per un esame informato ed equilibrato dei testi, tener conto di questa vocazione transmediale che spiega alcune scelte non solo di contenuto ma di forma. Una sfida insomma anche per i critici.

👍 Si ringrazia Franco Pezzini per l'intervista e la disponibilità.

※ ※ ※

Questo contenuto è riservato agli iscritti a Rivista Savej on line!

Rivista Savej on line è un progetto della Fondazione Culturale Piemontese Enrico Eandi per la diffusione della cultura e della storia piemontesi.

Se non l’hai ancora fatto, iscriviti ora: la registrazione è completamente gratuita e ti consentirà di accedere a tutti i contenuti del sito.

Non ti chiederemo soldi, ma solo un indirizzo di posta elettronica. Vogliamo costruire una comunità di lettori che abbiano a cuore i temi del Piemonte e della cultura piemontese, e l’e-mail è un buon mezzo per tenerci in contatto. Non ti preoccupare: non ne abuseremo nè la cederemo a terzi.

Registrati

Sei già registrato? Accedi!

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.