"Filibus", il misterioso pirata del cielo

A Torino il primo film muto con un'eroina omosessuale

Disegno dell’eroina di “Filibus”, tratto dal poster del film.

Davide Mana
Davide Mana

Laureato in Paleontologia e dottore di ricerca in Geologia, in passato è stato insegnante, ricercatore, conferenziere, venditore di auto usate, interprete, spaventapasseri, riparatore di biciclette. Da alcuni anni lavora come autore, divulgatore, traduttore e creatore di giochi.

Questa è una storia complicata, in cui Fantomàs incontra il fantasma di Sandokan, e gli ideali femministi sposano il Futurismo in aperta ribellione verso le convenzioni sociali. È la storia di un film perduto e ritrovato, e di personaggi che oltre un secolo fa sfidarono le convenzioni, un’avventura davanti e dietro alla macchina da presa interrotta prematuramente dallo scoppio della Grande Guerra. E tutto questo a Torino (con una rapida puntata a Genova).

Poster del film "Filibus", 1915.

Nasce la Corona Film

La nostra storia comincia con il torinese Umberto Corona, che nei primi anni della Belle Époque avvia nella ex capitale un'agenzia di distribuzione cinematografica. Il cinema sta muovendo i suoi primi passi, trasformandosi da curiosità tecnologica a strumento di intrattenimento di massa, una nuova forma d’arte, e a Torino si fanno film che poi qualcuno dovrà trovare il modo di distribuire. L’impresa di Corona ha quindi un buon successo e nel 1914 Umberto decide di espandere la propria attività, e mettere in piedi la propria compagnia di produzione, la Corona Film. L’azienda ha un capitale iniziale di 260.000 lire (circa tre milioni di euro al cambio attuale) e tredici azionisti, tra i quali spicca Guglielmo Olivetti.

Mentre investe nella creazione di teatri di posa a Torino e a Genova (dove si svolgerà inizialmente il grosso delle riprese), Corona decide di produrre film e serie a episodi, all’epoca il format più popolare col grande pubblico; film d’intrattenimento a basso costo e con cast di sconosciuti ed esordienti, che garantiscano un elevato ritorno commerciale a fronte di un investimento modesto.

Uno dei teatri di posa presenti nella Torino d'inizio Novecento.

Con ritmi di lavorazione molto sostenuti (com’era abituale ai tempi del muto), fra il 1914 e il 1918, pur con le crescenti ristrettezze dovute alla Grande Guerra, la Corona Film produce ventisei titoli. I primi due film del 1914 sono Il castello del ragno e Il treno delle 12.35. Seguono La danzatrice dei crisantemi, E salverà l’onore, e Il ritorno del pirata. I titoli ci possono dare un’idea del tipo di storie.

Un action-thriller firmato Giovanni Bertinetti

Copertina de "Il fantasma di Sandokan", 1928.

Nel 1915 la Corona Film mette in cantiere una pellicola che oggi potremmo definire un action-thriller. La casa produttrice affida la regia a Mario Roncoroni, che è stato un attore (tra l’altro, ne Il treno delle 12.35) prima di passare dietro alla macchina da presa. Qui (probabilmente) al suo esordio registico, Roncoroni successivamente dirigerà La Nave (1921), in collaborazione con Gabriele D’Annunzio, prima di trasferirsi in Spagna e proseguire là la sua attività.

Per il debutto di Roncoroni, la sceneggiatura viene affidata a Giovanni Bertinetti, uno scrittore e poeta vicino al Futurismo, che è oggi soprattutto ricordato come autore di apocrifi salgariani, fra i quali il più noto è probabilmente Il Fantasma di Sandokan (1928). Uomo dal genio (evidentemente) multiforme, e pioniere della fantascienza italiana, Bertinetti ha in catalogo sia romanzi avventurosi per ragazzi che alcune commedie dialettali in piemontese; e come vuole la tradizione della letteratura popolare, ha anche una varietà di pseudonimi: come "Ellick Morn" pubblica dei saggi di psicologia, mentre come "Donna Clara" si dedica ai manuali per signore, su argomenti quali l’arredamento, la cosmesi, la cucina e l’economia domestica.

Arsenio Lupin all'italiana

Locandina del film "Fantomas" del 1913.

Incaricato di scrivere la sceneggiatura per un serial in cinque episodi, Bertinetti attinge alla propria esperienza come autore di fantascienza, con un occhio a un tipo di personaggio che all’epoca è estremamente popolare, sia sulla pagina stampata che sullo schermo: il ladro-gentiluomo. Quello del “gentleman cambrioleur” (definizione coniata da Maurice Leblanc per il suo Arsenio Lupin) è un sotto-genere di narrativa strettamente legato alla Belle Époque, soprattutto in terra di Francia. Se infatti è un inglese (E. W. Hornung – il cognato di Conan Doyle) ad avviare il sottogenere con le imprese di Raffles “lo scassinatore dilettante”, è in Francia che personaggi come Fantomàs, Judex, Rocambole e Arsenio Lupin diventano degli autentici fenomeni culturali, destando la preoccupazione delle autorità: è davvero raccomandabile che il pubblico si appassioni per le avventure di ladri, assassini e malfattori assortiti? Quali possono essere le conseguenze sociali della popolarità di storie nelle quali chi infrange la legge viene presentato come l’eroe, e sfugge regolarmente alla giustizia?

Mentre intellettuali e legislatori dibattono la questione, i "feuilleton" vano a ruba e il pubblico fa la fila ai botteghini: tutti i grandi anti-eroi della letteratura d’appendice diventano anche personaggi dello schermo.

The New Woman Criminal

E non manca una controparte femminile: nel 1915 la superstar francese Musidora darà infatti lo sguardo ipnotico e le movenze feline alla diabolica Irma Vep – anagramma di Vampire – la mente criminale a capo di una gang parigina nota come “I Vampiri” nel serial omonimo. E già nel 1906, nella pellicola The Automobile Thieves, l’attrice Florence Lawrence aveva interpretato una criminale. In seguito i critici definiranno questi personaggi femminili "The New Woman Criminal" – con riferimento a quella che la stampa dell’epoca definisce la "New Woman", la donna indipendente e "liberata" che negli anni della Belle Époque sfida le convenzioni, indossa i pantaloni (o per lo meno una gonna-pantalone, come Isadora Duncan), va in bicicletta, fuma (ma solo in casa, perché per strada è passibile di arresto) e, orrore supremo, chiede uguali diritti.

Musidora (Irma Vep) in "I vampiri" (1915).

I tempi stanno cambiando anche in Italia: il 3 gennaio 1913 la milanese Rosina Ferrario è la prima donna italiana a ottenere un brevetto di volo, che mette subito a frutto con una ascensione in aerostato. L’anno successivo volerà con un monoplano nei cieli di Cameri (Novara) per l’inaugurazione dell’aeroporto. La stampa le dedica ampio spazio, e non manca un piccolo scandalo, quando l’aviatore Giovanni Maria Piazza le invia una nota ("Tutte le mie più vive congratulazioni signorina, ma preferirei saperla più mamma che aviatrice") che suscita le ire delle femministe.

Rosina Ferrario, qui ritratta a bordo di un Caproni Ca.12.

Giovanni Bertinetti è certamente ben conscio di ciò che sta accadendo nella letteratura popolare, nel cinema e nella vita sociale del paese, così come certamente conosce il lavoro di Valentine de Saint-Point, l’artista, scrittrice e coreografa francese che nel 1912 ha pubblicato Il manifesto della Donna Futurista, in aperta critica ai contenuti misogini del Manifesto Futurista di Marinetti. La de Saint-Point auspica l’avvento di una donna "guerriera" e indipendente, capace di sfuggire alla morale comune, pienamente in controllo della propria sessualità, e padrona quanto l’uomo della tecnologia e del progresso.

Filibus

Da tutte queste suggestioni, Bertinetti ricava la sceneggiatura di Filibus – nella quale la polizia viene tenuta in scacco da un misterioso super-criminale mascherato, Filibus appunto, che dal suo dirigibile “terrorizza la Sicilia”, pianifica audaci crimini facendosi beffe della morale e che nel colpo di scena finale si rivelerà essere una donna. E che donna.

Filibus è un film di circa settanta minuti; nel corso di cinque episodi, Filibus mette in atto un complicato piano non solo per rubare una coppia di preziosi diamanti che adornano la statua egizia di un gatto, ma anche e soprattutto per intrappolare l’investigatore che segue le indagini, il detective Kutt-Hendy, facendolo risultare come il vero colpevole del crimine, e intanto sedurne la sorella Leonora. Per fare ciò, Filibus adotta una serie di travestimenti, presentandosi tanto nei panni della Baronessa di Troixmonde che in quelli del dandy Conte de la Brive, che corteggia la non-poi-così-ingenua Leonora.

Filibus nel suo dirigibile in una scena tratta dal film.

L’azione è frenetica (succedono un sacco di cose, in quei settanta minuti), e se gli effetti speciali sono caserecci persino per un film del 1915, la fotografia del torinese Luigi Fiorio e l’uso dei filtri colorati danno alla pellicola un calore e una carica emotiva che completano e arricchiscono l’azione.

Un super-criminale gender fluid

Il ruolo di Filibus viene ricoperto con evidente gusto e divertimento da Valeria Creti, che ha già lavorato al fianco di Roncoroni, davanti alla macchina da presa, ne Il treno delle 12.35. La Creti, anticipando di quindici anni la famosa scena in abiti maschili di Marlene Dietrich in Morocco (1930), mette in scena la prima eroina "gender fluid" (diremmo oggi) della storia del cinema, e non esita a flirtare con tematiche scopertamente omosessuali: se è vero che Leonora chiuderà il film fra le braccia del suo onesto (e un po’ sciocco) spasimante, è anche vero che le avances dell’avventuriera in panni maschili non le sono state particolarmente sgradite.

Il nome stesso di Filibus deriverebbe, secondo alcuni, dal greco fìlos, cioè “amore” e dal latino omnibus, “per tutti” – non per segnalare il buon cuore del personaggio, quanto la sua disponibilità ad attraversare liberamente i presunti confini fra i generi.

Valeria Creti nel ruolo femminile della Baronessa di Croixmonde e nel ruolo maschile del Conte de la Brive.

E non è solo nella sua rappresentazione della sessualità che Filibus è molto avanti sui tempi. Il film ci presenta infatti un’eroina che vive in un mondo tecnologico (per certi versi al limite della fantascienza) del quale è pienamente in controllo: Filibus comanda un dirigibile, guida l’automobile, comunica con i suoi sgherri usando un eliografo, utilizza strumenti come impronte digitali e fotografia forense meglio della polizia. In questo, Filibus prende il controllo di un aspetto della società moderna – quello della tecnologia, appunto – tradizionalmente riservato agli uomini. E lo fa con un gusto pienamente sovversivo e anarchico: gli strumenti scientifici servono a infrangere o aggirare le leggi, a farsi beffe della decenza e, soprattutto, a fornire occasioni di avventura.

Quanto e più delle sue controparti maschili d’Oltralpe, o delle altre "New Woman Criminals", Filibus è una avventuriera nel senso più pieno del termine, e infrange la legge non solo per avidità e convenienza, ma soprattutto perché è divertente ed eccitante.

Sovvertire un'epoca

Il personaggio di Filibus è perciò particolarmente interessante se si considerano le contraddizioni della cultura italiana dell’epoca – in cui Francesca Bertini può interpretare con successo un personaggio maschile in una rappresentazione del Pierrot, ma le donne rivestono comunque una posizione subordinata nella vita di tutti i giorni (è necessaria l’approvazione controfirmata del marito o del padre perché una donna possa sottoscrivere un abbonamento a un quotidiano). Rosina Ferrario può volare su un aereo, ma molti preferirebbero “saperla più mamma che aviatrice”. Filibus sovverte tutto questo, con estrema allegria e gusto per l’avventura.

Francesca Bertini in "L'Histoire d'un Pierrot" del regista Baldassarre Negroni, 1914.

Il film si chiude con una promessa di un seguito – e Filibus che progetta un altro audace colpo (una lotteria truffaldina) in cui ancora una volta il detective Kutt-Hendy farà la figura dello sciocco. Ma si tratta di una pellicola che non vedremo mai – lo scoppio della Grande Guerra, un mese dopo l’uscita del film, mette fine alla carriera di Filibus.

Né le recensioni negative aiutano – sulla rivista Film, il critico torinese che si firma "Monsù Travet", accusa il film di aver rubato alcune trovate dalle storie di Fantomas, mentre il critico de L’Alba Cinematografica assume toni ironici sulla scarsa qualità degli effetti speciali, definiti “infantili”. Ci sono cose che in oltre un secolo non sono cambiate.

Ma non mancano i commenti più che lusinghieri…

Tra i più grandi successi immediati di questo Cinema, cito lo "Spartaco", la "Bara di vetro" e anche "Filibus", nonostante le geniali stravaganze di quest'ultimo.
(Nicola Gabiani, "Dal Piemonte", in “La Vita Cinematografica”, n. 15, 1915)

Ma non è abbastanza.

Sopravvissuto alla Grande Guerra

È così, mentre l’Europa sprofonda in una guerra sanguinosa, Filibus scompare e assume i contorni nebulosi del film “perduto”, e citato nei testi sulla storia del cinema a partire da fonti di seconda e terza mano – al punto che il ruolo di protagonista viene spesso attribuito a Cristina Ruspoli (che in realtà interpreta Leonora). Ad oggi, l’attore che interpreta Leo Sandy, lo spasimante di Leonora, non è stato identificato con sicurezza – potrebbe essere Filippo Vallino, ma non ne siamo certi.

La Corona Film chiude i battenti nel 1918 – la guerra non ha permesso agli azionisti di rientrare delle proprie spese; l’azienda viene (forse) rilevata dalla casa di produzione e distribuzione Pittaluga. E tuttavia una copia di Filibus sopravvive – in Olanda, come parte della Collezione Desmet.

Jean Desmet

La collezione Desmet è composta da più di 900 film, circa 2.000 poster, fotografie, programmi, volantini e opuscoli, nonché l’archivio dell'attività di distribuzione e gestione di cinematografi di Jean Desmet. Il cuore della collezione risale al periodo 1907–1916, quando Desmet lavorava come operatore cinematografico itinerante e successivamente come distributore e proprietario di sale cinematografiche.

Cinema ritrovato

Desmet acquistò una copia di Filibus immediatamente dopo la prima a Torino, per proporlo al pubblico olandese. La pellicola ebbe evidentemente un buon successo, se dai registri dell’azienda di Desmet risulta che veniva ancora proiettata con regolarità nel 1924.

È sulla copia conservata in Olanda che si basano le osservazioni e i lavori critici relativi al film di Roncoroni. La copia olandese risponde a molte domande degli studiosi, ma ne solleva molte altre – i nomi dei personaggi sono cambiati (il detective è Hardy anziché Kutt-Hendy, e Troixmonde diventa Croixmonde) e le note di produzione nei titoli sono ridotte al minimo. Si tratta comunque di un ritrovamento straordinario.

Il film viene proiettato al Festival del Cinema Ritrovato organizzato dalla Cineteca di Bologna, nel 1997. Seguiranno proiezioni al Women’s Film Festival di Dortmund nel 2013, dove Filibus viene salutata come “probabilmente la prima eroina lesbica della storia del cinema”, titolo che le viene riconosciuto anche nel 2015 dall’Archivio Cinematografico Jugoslavo. Nel 2017, il film viene proiettato al San Francisco Silent Film Festival.

Oggi, una copia di Filibus ricavata dalla pellicola olandese è conservata al Museo del Cinema di Torino, e il film è disponibile, in versione restaurata, in un DVD edito da Milestone Films. È un piccolo pezzo della storia del cinema che si è fatta a Torino, e che nonostante la guerra e le disavventure, si rifiuta di farsi dimenticare.

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Bibliografia

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