Arte 

Gli eroi della EsseGesse

Il trio torinese che ha fatto sognare intere generazioni

Il trio di fumettisti torinese ESSEGESSE.

Felice Pozzo
Felice Pozzo

Appassionato di storia delle esplorazioni e di letteratura avventurosa, italiana e non, è considerato uno dei maggiori studiosi della vita e delle opere di Emilio Salgari. Ha dedicato all’argomento numerose pubblicazioni e ha curato l’edizione di alcune ristampe salgariane.

Chi c'era negli anni Cinquanta del secolo scorso, oltre a ricordare il boom economico del dopoguerra, ricorda che da noi un'importante fetta della vita quotidiana era fortemente influenzata dall'America, soprattutto per quanto riguarda la musica popolare, la moda, il cinema e la letteratura di consumo. Anche i fumetti non si sottrassero a quella suggestione e se il periodo di cui si tratta è ricordato come l'epoca del fumetto di massa, la circostanza è riconducibile soprattutto al genere western, oltre che alle seduzioni firmate Walt Disney.

In quegli anni non c'era bambino o ragazzino che non giocasse a cowboys e indiani, tanto più che nel decennio citato (dal 1950 al 1959) Hollywood visse l'età d'oro del film western classico, con un numero impressionante di capolavori rimasti indelebili nella storia del cinema.

Locandina del famoso film "Sentieri selvaggi" con John Wayne, del 1956.

La casa editrice Taurinia

Tutto ciò ha segnato la fortuna di un trio torinese che le circostanze hanno messo insieme usando le insondabili decisioni del destino. E il fatto che i tre personaggi si siano adeguati alle istanze del mercato condividendo gusti personali e intenti, ha originato la creazione di una serie di fumetti che, anch'essi, hanno occupato un posto rilevante nella storia delle nuvole parlanti.

Dario Guzzon

Vediamo intanto di chi si tratta, rispettando l'ordine alfabetico. E iniziamo dunque con Dario Guzzon, nato a Torino il 4 gennaio 1926 e morto a San Gillio Torinese il 3 maggio 2000.

Con il diploma di maestro elementare, frequentò corsi d'arte, probabilmente incontrando e imparando da pittori torinesi come Giuseppe Bercetti, Giovanni Tribaudino e Leonardo Stroppa e i biografi assicurano la frequentazione dell'Accademia Albertina. Fatto è che nel 1948 iniziò a lavorare presso la Società Anonima Tipografica Editrice Taurinia, che aveva sede in corso Umberto, e stampava per conto d'altri o pubblicava in proprio edizioni popolari, riviste illustrate, quaderni scolastici e altro.

L'esordio di Guzzon in quell'ambiente operoso ma modesto, tale da soddisfare le esigenze popolari d'intrattenimento, si limitò alla realizzazione delle copertine a mezza tinta del settimanale di racconti sceneggiati, novelle e varietà “Piccina”, con lo pseudonimo “Guy”. In compenso vi conobbe Pietro Sartoris, di cui diremo, instaurando una coppia artistica che doveva diventare il trio di cui si è detto.

Una prima coppia artistica

Alla chiusura della Taurinia, i due si trasferirono a Milano dove, per così dire, li attendeva il veronese Giuseppe Caregaro che nel 1939 vi aveva fondato le Edizioni Alpe, destinate a rimanere attive sino alla metà degli anni Ottanta grazie a fumetti umoristici e di grande diffusione, tra cui Cucciolo e Beppe, ideati dallo stesso Caregaro nel 1940. Due anni dopo Cucciolo e Beppe furono rielaborati da Giorgio Rebuffi allo scopo di differenziarli sostanzialmente da Topolino e Pippo ai quali, nati come animali antropomorfi, somigliavano troppo. Ebbene, fu proprio a personaggi della testata Cucciolo che si dedicò, per alcuni episodi, Dario Guzzon, entrando così nel magico mondo dei fumetti.

Pietro Sartoris

Pietro Sartoris, nato a Torino il 15 agosto 1926 e morto a Piossasco il 27 luglio 1989, anche lui maestro elementare approdato alla Taurinia dove conobbe Guzzon, ha nel suo curriculum personale i 26 numeri dell'albo settimanale Darman editi nel 1949 dalle edizioni Victory di Milano dirette da Leonello Martini, un interessante e poliedrico scrittore e sceneggiatore la cui attività si è spalmata in gran parte dell'ambiente fumettistico del periodo, comprese le citate Edizioni Alpe.

Tra le caratteristiche (peraltro molto diffuse nel fumetto nostrano) di Leonello Martini è evidente l'ispirazione spesso e volentieri tratta dalle gloriose pagine di Emilio Salgari, così che Darman, una sorta di giustiziere dell'India, sventola la rossa bandiera tigrata di Sandokan, onnipresente nelle belle copertine a colori che Sartoris firmava con la sigla “Sart”, mentre il nome deriva da quello di Darma, la tigre salgariana.

Copertina di "Darman", di realizzazione del solo Sartoris.

Il trio è completo

Giovanni Sinchetto, e così completiamo il trio, è nato a Torino il 5 aprile 1922 ed è morto nell'ospedale di Collegno il 19 gennaio 1991. Dopo l'attività di disegnatore tecnico alla Stipel (oggi Telecom), svolta prima a Bergamo e poi a Torino, si diede al fumetto, esordendo nel 1947 con Fulmine Mascherato, pubblicato dalle edizioni Juventus di Milano.

Giovanni Sinchetto

A calamitare presso di sè sia il duo Guzzon-Sartoris sia Sinchetto fu l'editore e sceneggiatore Tristano Torelli, e poiché tutti e tre furono coinvolti, a turno, nell'illustrare le vicende di Carnera, serie di fumetti inaugurata il 15 aprile 1947 dall'illustratore Mario Uggeri ed ispirata alla figura del pugile Primo Carnera, non solo si conobbero e fecero amicizia, ma decisero di unirsi per far fronte ai molti impegni che si delineavano all'orizzonte.

L'esordio a Torino

Nacque così l'acronimo ESSEGESSE, formato dalle iniziali dei tre cognomi e destinato a imprimersi a lungo e con forza nella mente dei lettori di fumetti. Come lavorare in tre sugli stessi disegni? Guzzon effettuava la prima stesura a matita, Sinchetto rifiniva con inchiostro di china e Sartoris si occupava degli sfondi.

L'esordio di ESSEGESSE non poteva che essere torinese al cento per cento. Avvenne infatti sulle pagine della Gazzetta dei Piccoli con le avventure di Olenwald il Nibelungo, creato graficamente da Franco Donatelli e apparso nel luglio 1949 per proseguire sino all'anno successivo con crescente successo, aggiudicandosi spesso la prima pagina.

Le avventure di "Olenwald il Nibelungo" sulla "Gazzetta dei Piccoli".

La Gazzetta dei Piccoli era un settimanale per la gioventù pubblicato dalla torinese Gazzetta del Popolo a partire dal dicembre 1945, a imitazione del Corriere dei Piccoli, la cui nascita risaliva al lontano 1908, edito a Milano dal Corriere della Sera. Imitazione tardiva, dunque, durata sino al giugno 1950, eppure capace di entusiasmare ragazze e ragazzi di tutte le età, sia impegnando di volta in volta diversi gradevoli illustratori e persino artisti famosi come Carlo Nicco, Antonio Rubino e Mario Pompei, sia utilizzando testi di autori come, fra gli altri, Franco Baglioni, Livio Ruber e Luigi Motta, il più risoluto tra i continuatori di Salgari. Le suggestioni di quest'ultimo erano anche rievocate da racconti di Piero Pollino, l'autore del romanzo Il Corsaro Azzurro (Viglongo,1951).

Avventure da lontano West

Ma, come si è lasciato intendere sin dall'inizio di queste note, il grande successo di ESSEGESSE sarebbe arrivato soprattutto con il genere western e il primo personaggio ad apparire nascondeva una suggestiva ispirazione salgariana, quasi irriconoscibile ma inconfondibile come un profumo di marca.

Il personaggio si chiamò Kinowa e arrivò in edicola il 1° maggio 1950 edito dalla Mediolanum di Gino Casarotti, che aveva sede in via Chiossotto nel capoluogo lombardo. La sceneggiatura era di Andrea Lavezzolo. Personaggio poliedrico, nato a Parigi nel 1905, scrittore e giornalista, spesso attivo con lo pseudonimo A. Lawson, Lavezzolo era reduce dal grande successo di Gim Toro, un fumetto che ha fatto epoca, e da altri lavori, tra cui il già citato Fulmine Mascherato.

Una dei numeri di "Kinowa".

Kinowa, nome di fantasia non privo di forza evocativa, nella rutilante immaginazione di Lavezzolo corrisponde, nel dialetto dei pellirosse Crow, a “Lo spirito che cerca lo scalpo perduto”. Kinowa è dunque un nome che crea terrore in tutte le tribù del vasto Far-West e appartiene a un essere con il volto verdastro di un demonio che appare all'improvviso seminando la morte tra gli indiani, senza pietà, senza distinzioni e senza esitazioni, spinto da un'ira vendicativa che lo induce a scalpare le sue vittime e a marchiarle a sangue con il suo simbolo S, “il segno del serpente”. L'uomo che si nasconde dietro la diabolica maschera è Sam Boyle, che durante un viaggio in carovana, era stato assalito dai pellirosse che lo avevano scotennato, gli avevano ucciso la moglie e rapito il figlioletto. Lui è creduto morto dagli assalitori e a sua volta crede morto il figlio, che invece viene cresciuto dagli indiani così da diventare, per qualche tempo, suo avversario, sino al riconoscimento e alla riconciliazione.

L'atmosfera veicolata dalla prima serie degli albi è un po' da romanzo gotico e insieme da romanzo d'appendice, secondo il retroterra culturale di Lavezzolo, abilmente trasferita nel genere western. Tuttavia le vicende, risultate un'autentica carica esplosiva e innovativa, dopo aver esaurita la forte e apprezzatissima carica emozionale degli esordi, non potevano attecchire a lungo in una serie fumettistica con ambizioni di lunga vita, data l'esiguità delle motivazioni. Fu così che già l'anno successivo l'albo trovò nuovi sbocchi narrativi per proseguire sino al marzo 1953, sotto nuova sigla editoriale e disegnata non più dal nostro trio – impegnato altrove, come vedremo subito – bensì dal bravo Pietro Gamba che, peraltro, non fece rimpiangere ESSEGESSE.

Fra le Pelli Rosse

Ora non si può fare a meno di sottolineare che Kinowa è ispirato al romanzo di Salgari Avventure fra le Pelli Rosse (Paravia, 1900), come ha rilevato per primo Cristiano Daglio nel 1997. In quel romanzo, infatti, un colono, Bertet, durante “la strage del Rio Pecos”, è accoltellato dai pellirosse e creduto morto, mentre sua moglie e i suoi cinque figli sono uccisi e scalpati. Da allora il sopravvissuto diventerà uno spietato uccisore di indiani, assumendo la falsa identità del mite “Morton il quacchero” nonché una fama sinistra perché scotenna le vittime e incide loro una croce sul petto; inafferrabile e misterioso, è denominato dagli indiani “Scibellok”, ossia “lo spirito dei boschi”.

Rara copertina de “Avventure fra le Pelli-Rosse” firmata G. Landucci, pseudonimo di Emilio Salgari.

Il romanzo in questione fu firmato da Salgari con lo pseudonimo “G. Landucci” e fra le ragioni di questa scelta esiste anche il fatto, come ha rivelato Ann Lawson Lucas nel 2000, che si tratta di una rielaborazione personale del romanzo Nick of the Woods or The Jibbenainosay – A Tale of Kentucky, pubblicato da Robert Montgomery Bird nel 1837 e inedito in Italia. Salgari, che non conosceva l'inglese, utilizzò probabilmente la versione francese Le Démon des Bois ou Aventures de la vie des prairise (1857), attuando così uno dei plagi che ebbe a firmare con pseudonimo.

Gli albi di Kinowa sono stati ristampati numerose volte, con successo, e hanno ottenuto notorietà anche in numerosi paesi europei, fra cui la Svezia e la Grecia, dando il via a imitazioni, fotoromanzi e persino film.

Nasce Capitan Miki

Tuttavia gli stilemi narrativi del trio torinese erano altri e otterranno la scena, tra applausi fragorosi, già nel 1951, con impegno non solo nella grafica ma anche nella sceneggiatura.

Capitan Miki, l'eroe dei rangers.

Risale infatti al luglio di quell'anno la prima striscia di Capitan Miki, un ranger adolescente e gracile, ma ricco di risorse, abile con la pistola e persino nelle arti marziali, che agisce nel Nevada.

Nato per coinvolgere al massimo grado i giovani lettori, considerata l'età del protagonista, aveva un famoso precedente nel Piccolo Sceriffo (1948), creato da Tristano Torelli e disegnato da Camillo Zuffi, destinato a durare sino al 1966. E poiché anche nel fumetto nulla si crea e nulla si distrugge, Capitan Miki – considerato l'enorme successo – vedrà nascere nel 1958 ben due epigoni, Il Piccolo Ranger, ideato dall'onnipresente Andrea Lavezzolo, e Un ragazzo nel Far West, ideato da Sergio Bonelli.

Tutti votati a lunga vita editoriale, convissero pacificamente nelle edicole e nelle collezioni giovanili, ma Capitan Miki arrivò a vendere sino a 250.000 copie ogni settimana e durò sino all'ottobre 1967 con ben 825 albi, per rinascere periodicamente in numerose ristampe, anche all'estero.

Il grande Blek

Padroni del mestiere e organizzati in un'officina lavorativa eccezionale, i nostri tre autori si dedicarono nel contempo ad altri personaggi minori, tra cui Il Cavaliere Nero (1953-1954), su testi di Gian Luigi Bonelli, ma all'orizzonte già si stagliava, come una vasta apparizione nell'aurora, il loro capolavoro: Blek Macigno noto anche come Il grande Blek.

Nato il 3 ottobre 1954 e durato sino al 1965, per poi essere disegnato da altri (che non furono degni successori) sino al 1967 a seguito di contrasti economici con l'editore che ne aveva acquisito la proprietà letteraria, Blek Macigno, un robusto trapper, agisce nelle foreste del Maine all'epoca della rivoluzione americana e i suoi avversari sono soprattutto le Giubbe Rosse di re Giorgio III, simboli del dispotismo coloniale.

Una delle copertine de "Il grande Blek".

Avendo alle spalle le ispirazioni di giganti della letteratura avventurosa quali James Fenimore Cooper e Zane Grey, con qualche spruzzata salgariana (per così dire), il trio seppe creare storie memorabili e il biondo trapper, nel periodo di maggior gloria, raggiunse tirature di 400.000 copie settimanali, seguite da ristampe vertiginose e ininterrotte sin quasi ai giorni nostri. Le vendite di Blek superarono tutti gli altri albi più famosi, compresi Tex e Capitan Miki, e quando nel 1965 il trio abbandonò il personaggio in pieno successo, gli inadeguati successori causarono un autentico crollo delle vendite, il che non impedirà, per inesauribile forza d'inerzia, che Blek sia ricomparso successivamente in Francia con versioni apocrife che conobbero un nuovo e insperato successo.

Verso il tramonto

Delusa ma non domata, ESSEGESSE decise di trasformarsi in SISAG, nuovo acronimo di Sinchetto, Sartoris e Guzzon, con sede in via Omega 10 a Torino, per pubblicare Alan Mistero come editori in proprio. L'iniziativa si concluse purtroppo dopo solo 23 numeri, durati dal 23 aprile 1965 al 24 settembre dello stesso anno.

Il Comandante Mark.

Il loro glorioso e prolungato canto del cigno avrà inizio l'anno successivo con la creazione, per l'editore Sergio Bonelli e per editori francesi, del Comandante Mark, un ibrido delle precedenti creazioni. Le vicende si svolgono durante la guerra di indipendenza americana, nella seconda metà del Settecento, e i principali antagonisti sono ancora le arroganti Giubbe Rosse di re Giorgio III. Il personaggio ebbe un grande riscontro e, apparso per la prima volta nel settembre 1966, ha cessato le pubblicazioni nel gennaio 1990. Una lunga carriera, seguita dalle immancabili ristampe, sempre bene accolte.

Ed è così che un formidabile terzetto torinese, dispensatore di sogni e di strane felicità, ha deliziato numerose generazioni.

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Bibliografia

  • Bono G., Guida al fumetto italiano.
  • Pozzo F., Emilio Salgari e le nuvole parlanti, in Struve K. (a cura di) Das Salgari – Abenteuer – Intermediale Adaptionen eines italianischen Klasskers, Münster, LIT Verlag, 2019.
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