I tempi beati di Luigi Pietracqua

Il commediografo piemontese nei ricordi degli amici

Luigi Pietracqua in un’illustrazione pubblicata sulla “Gazzetta del Popolo della Domenica”.

Felice Pozzo
Felice Pozzo

Appassionato di storia delle esplorazioni e di letteratura avventurosa, italiana e non, è considerato uno dei maggiori studiosi della vita e delle opere di Emilio Salgari. Ha dedicato all’argomento numerose pubblicazioni e ha curato l’edizione di alcune ristampe salgariane.

Uno studio dell'università di San Diego, in California, ha dimostrato che lo spoiler, o meglio conoscere come va a finire una storia prima di cominciare a leggerla, non è del tutto negativo e anzi migliora la situazione. Pare che i partecipanti alla ricerca condotta al riguardo siano stati divisi in due gruppi: al primo sono state fornite informazioni sul finale del libro che avrebbero letto e al secondo no. Alla fine è stato chiesto di valutare l'esperienza e inaspettatamente coloro che avevano ricevuto gli spoiler avevano apprezzato maggiormente la lettura.

Luigi Pietracqua
Luigi Pietracqua

Personalmente proporrei la ghigliottina per chiunque mi rivelasse chi è l'assassino nel giallo che sto leggendo, ma, fidandomi dei ricercatori di San Diego, comincio dalla fine. Dagli ultimi tempi di vita di Luigi Pietracqua, dimenticato autore torinese che nei tempi migliori seppe galvanizzare il pubblico con le sue opere diventate capolavori del teatro piemontese, i suoi romanzi popolari, anch'essi prevalentemente in vernacolo, i suoi articoli e le sue poesie.

E chi, se non i suoi migliori amici piemontesi, famosi anch'essi, potevano meglio raccontarci questo finale, malinconico ma istruttivo perché ci rammenta la frase “sic transit gloria mundi”?

Il ricordo del poeta triste

Lasciamo la parola per primo al “poeta triste” Giuseppe Deabate, che ne scrisse nel 1902, a un anno dalla morte dell'amico:

In quel torno di tempo [verso il 1894] io conobbi più da vicino il popolare commediografo, che di tratto in tratto faceva ancora qualche apparizione al Rossini, al proscenio, per qualche suo nuovo lavoro, o fra le quinte e nei camerini, alla ripresa di qualche sua antica commedia. Ma poi si andarono facendo sempre più rare anche quelle visite ai comici, quei brevi ritorni alla scena prediletta; e il povero Pietracqua ricadde nello sconforto e nell'isolamento, non rivedendo che qualche vecchio amico di tratto in tratto, nel piccolo Caffè di Borgo San Salvario dove trascorreva, fantasticando, le ore, come in uno strano amoreggiamento col bicchiere, rapito quasi nell'oblio di quanto lo circondasse...

Deabate ha anche ricordato come Pietracqua si fosse battuto, proprio in quel periodo, per la creazione di un sodalizio di "lavoratori della penna", avente per scopo il mutuo soccorso. "Una santa idea", ha aggiunto Deabate, "che, naufragata allora, doveva vari anni dopo risorgere e trovare terreno propizio ma limitata alla classe dei giornalisti professionisti, accanto all'Associazione della Stampa subalpina", che fu fondata nell'aprile 1899 per iniziativa di Alfredo Frassati, direttore de La Stampa.

L’articolo di Deabate per la morte di Luigi Pietracqua, apparso il 10 novembre 1901 sulla “Gazzetta del Popolo della Domenica”.
L’articolo di Deabate per la morte di Luigi Pietracqua, apparso il 10 novembre 1901 sulla “Gazzetta del Popolo della Domenica”.

La gloria di un tempo

Diamo poi la parola all'irruente giornalista e viaggiatore Augusto Franzoj, che si occupò dell'amico fraterno già nel 1894, pubblicandone la biografia sulla Gazzetta del Popolo della Domenica, in tre lunghe puntate, che, pur contenendo qualche errore, sono state alla base delle successive ricerche degli studiosi. Se, in quegli articoli, quasi lo trattò come già non ci fosse più, è perché intendeva rammentare a tutti le sue fatiche e le sue glorie passate, affinché gli fossero aperte nuove possibilità. Si legge in quelle pagine:

Modestissimo per indole, alieno dalle lodi e dagli onori, egli cercò sempre di tenersi nell'ombra ove, contro le miserie e i dolori delle delusioni, ebbe sempre per conforto il lavoro. Ma gli onori andarono a cercare lui, il povero uomo cui oggi non sono nuovi i tormenti della fame. Una bella sera, a Roma, Vittorio Emanuele volle recarsi al teatro dove si rappresentava l'applauditissimo dramma “'L cotel”. E dallo svolgersi di quelle scene così commoventi il Re volle la notte stessa far telegrafare al Pietracqua la propria soddisfazione, coll'annunzio che l'antico e modesto operaio era di motu proprio creato Cavaliere. […] Or bene, quest'uomo che ha tanto lavorato, che ha commosso varie generazioni coi prodotti del suo grande ingegno, che ha fatto piangere tante platee ed ha arricchito tanta gente, a quale punto si trova oggi, a 60 anni suonati, colle spalle curve e col corpo tutto pieno di malanni? Purtroppo nella più squallida miseria. Non è un mistero per alcuno.
Testata della
Testata della "Gazzetta del Popolo della Domenica".

Reminiscenze del teatro piemontese

E per ultimo, ma solo per via dell'ordine alfabetico, citiamo Arrigo Frusta, al secolo Augusto Sebastiano Ferraris, giornalista, poeta in lingua piemontese, nonché sceneggiatore e regista del cinema muto quando Torino era Filmopoli, la capitale cinematografica.

Frusta ha rievocato Pietracqua in un gustoso libro del 1949, così tanti anni dopo che i ricordi avevano esercitato il loro diritto di diventare più pacati e persino divertenti. Tanto più che la rievocazione contiene la vita rutilante e tutta torinese de 'L Birichin, giornale satirico che durò dal 1885 al 1924 diventando la principale pubblicazione periodica in lingua piemontese, e che dunque accolse da subito il Pietracqua, che vi pubblicò tra l'altro le Reminiscensse dël teatro piemônteis, purtroppo mai raccolte in volume. Peccato, perché si trattava di un'attraente serie di racconti, con aneddoti curiosi e notizie biografiche degli attori e delle attrici più noti del teatro piemontese. Accanto a lui vi scrissero i principali autori torinesi dell'epoca, diretti prima da Carlo Origlia, noto come Muzio Semola, morto a ventotto anni, poi da Bernardino Ferrero e poi ancora da Giovanni Battista Gastaldi, noto come Tito Livido, essi stessi scrittori e collaboratori eccezionali, amanti, superfluo dirlo, del dialetto piemontese.

Pagina del
Pagina del "Birichin" del 1887.

Lo stesso Frusta, allora giovincello, vi collaborò assiduamente e ha ricordato:

Pietracqua, Mario Leoni e Franzoj mi facevano l'effetto di generali d'armata, aureolati dalla gloria dell'uniforme con galloni. Se la loro amicizia m'inorgogliva, la benevolenza che mi dimostravano mi commuoveva. Quando mi facevano una carezza (ero la gorba del cenacolo, io) toccavo il paradiso. […] Quanta allegria in quei cuori buoni, aperti, amanti di ogni azione bella e generosa! E quant'ingegno in quei tre cervelli!

E poi il ricordo del crepuscolo di Pietracqua:

In tutto ne aveva fatte una cinquantina, di commedie; ma allora cominciava a andar giù e seguitava a bere. "Me ufissi". Una bettoluccia, 'na piola di tre palmi, che a pena ci stava il banco della mescita con due tavolinetti di ferro. E lui vi passava le mattinate. Piccolo, mingherlino, con un ciuffetto brizzolato sopra la fronte, e quella faccia di satiro bonaccione, col solo occhio che gli restava, buttava in viso a ciascuno uno sguardo acuto, intelligente, spesso ironico. Di carattere era sempre allegro. Ma, senza fallo, prima di mezzodì ingollava i suoi cinque o sei fernet e menta. Stentucchiava la vita; e sì che del lavoro n'aveva fatto...
Arrigo Frusta a Torino, primi del ‘900 (foto archivio Silvio Alovisio).
Arrigo Frusta a Torino, primi del ‘900 (foto archivio Silvio Alovisio).

Innamorato del teatro

E, prima di addentrarci in notizie biografiche, e intanto qualcuna già si è vista, non si può non citare il ricordo di certe riunioni amichevoli tra quegli amici scanzonati, che Frusta frequentava con enorme piacere, specie quando Pietracqua insisteva per ricordare, come è solito fare ogni anziano preso dalla nostalgia, i suoi momenti migliori:

Si sedeva sul canapè, ficcava in tasca la pipetta, cacciava un'occhiataccia in viso a Franzoj, che sempre lo stuzzicava, per un po' martellava la tavola con pugno stretto, poi diceva: "Io non impresi a trattare la bersagliata commedia in vernacolo per isterile balocco, ma con un fine determinato, mirando ad uno scopo che per me credevasi santo: l'educazione delle masse". "Taratacin! Bum! Bum!", gridava Franzoj.
"Veust-to nen ch'j parla? Ebin, i parlerai nen. Ma dame da beive".
Subito Franzoj con voce dolce: "Ma no, tesor, parla, parla..."
Pietracqua sorrideva, bonomo, e continuava: "...innamorato del teatro, sempre ebbi in mente che questo debba essere un potente mezzo di civilizzazione dei costumi
".

Erano una sorta di brevi conferenze, quelle di Pietracqua. Alla fine Franzoj e Tito Livido urlavano in coro: "Amen!", ma poi, ricorda ancora Frusta, "tutt'e due si alzavano ad abbracciare il caro vecchietto, che si commuoveva e lasciava che facessero", mentre Frusta, per nascondere gli occhi umidi, andava a riempire i bicchieri e poi, buttando un mazzo di carte sulla tavola, gridava: "Bè, sì a j'è ij taroch... Comenssôma?".

L'amico Monocolo

Benché nato a Voghera il 23 gennaio 1832 da Giuseppe Pietracqua, tipografo, e Maria Conti, pochi furono più torinesi del nostro commediografo e romanziere, denominato “monocolo” per via del suo unico occhio sano, tanto più che arrivò a Torino a dieci anni, per morirvi a sessantanove, il 28 ottobre 1901.

Lettera autografa di Pietracqua scritta il 30 gennaio 1899 all'amico Giovanni Gastaldi in occasione di una bicchierata organizzata da quest'ultimo per festeggiare la partenza di Franzoj.
Lettera autografa di Pietracqua scritta il 30 gennaio 1899 all'amico Giovanni Gastaldi in occasione di una bicchierata organizzata da quest'ultimo per festeggiare la partenza di Franzoj.

Dopo aver frequentato le scuole del collegio del Carmine diretto da maestri Gesuiti, gli stessi che deluse dimostrando apertamente di non voler diventare loro confratello come speravano, poiché nutriva avversione per la carriera ecclesiastica, si accostò alla professione paterna diventando apprendista tipografo. Il suo impegno lavorativo unito a evidenti attitudini culturali fecero in modo che nel 1851 fosse assunto come proto e poi correttore di bozze alla Gazzetta del Popolo. Nel frattempo proseguì da autodidatta gli studi classici, dilettandosi a scrivere poesie e altri lavori.

Verso il 1856, ispirandosi alla Divina Commedia, si avventurò in un serio lavoro letterario: la tragedia in cinque atti La bocca degli Abbati, dedicata a Giacomo Botta, proprietario della tipografia Eredi Botta, che diventò il suo primo mecenate, aprendogli le porte del proprio frequentatissimo salotto letterario. In quell'ambiente conobbe illustri personaggi, tra cui lo scrittore e giornalista Davide Bertolotti, già direttore della rivista illustrata torinese Teatro Universale; Pietro Giuria, poeta e professore universitario, già amico e poi biografo di Silvio Pellico; Felice Romani, prolifico librettista, già assiduo collaboratore di Vincenzo Bellini. Soprattutto incontrò Giuseppe Vollo, poeta, romanziere e drammaturgo. Fu quest'ultimo che, favorevolmente impressionato dalle sue qualità, lo presentò al repubblicano Felice Scifoni, storico e più volte esiliato politico, che per due anni lo inoltrò nei segreti della filosofia e delle scienze sociali.

La fortuna del teatro in piemontese

Nel 1859, già esperto per aver scritto gratuitamente alcune commediole per ragazzi e per amici filodrammatici, esordì con ben nove commedie rappresentate dalla compagnia di Giovanni Toselli, tra cui La carità sitadina.

Giovanni Toselli
Giovanni Toselli

Ha scritto Franzoj:

Il Toselli fu realmente il primo ad intuire che se si fosse riusciti a impiantare un teatro in dialetto piemontese, ad imitazione del vecchio teatro veneziano di Goldoni, vi sarebbe stato mezzo di aprire una nuova via alla fortuna […] Intuì la scena dialettale come esecutore e buon comico di mestiere e Pietracqua indovinò tutto il bene che se ne poteva ricavare come scuola eccellente per l'educazione del popolo. Quindi si diede a tutt'uomo a lavorare in quel campo vergine, gettandovi a larga mano i semi del suo talento fervido, fecondo d'invenzioni, originale ed instancabile.

Il successo di quelle prime pièces indusse il direttore della Gazzetta del Popolo, Felice Govean, a considerare ormai inadeguato il lavoro di Pietracqua in tipografia e a volerlo in redazione, dando inizio ad una attività giornalistica che, presso molti fogli torinesi, accompagnò per tutta la vita l'attività di commediografo, spaziando con scritti riferiti alle tematiche più diverse, dalla politica alla scienza, dalla critica letteraria alla polemica. Alle due attività si aggiungerà presto quella di romanziere. E tutte ebbero come protagonista principale il popolo torinese, tratteggiato a scopi sociali, molto spesso in un piemontese in cui entravano in abbondanza italianismi lessicali e sintattici, come ha sottolineato Jacopo Bianchi.

Una produzione sconfinata

Se, sul versante teatrale, Pietracqua è stato definito "il vero creatore del teatro piemontese", su quello narrativo si è parlato di ispirazione proveniente dalle propaggini appendicistiche del romanticismo francese ottocentesco (Sue, Dumas), con ambizioni storiche, ossia traendo personaggi e avvenimenti dalla cronaca e dagli annali cittadini, e soprattutto con particolare attenzione alle questioni sociali e dunque con denuncia delle ingiustizie e vessazioni perpetrate ai danni delle classi più umili.

I titoli costituiscono un elenco infinito. Per il teatro da citare Le sponde dël Po, Le sponde dla Dòra, La famija dël solda, Ël boletin, Rispeta toa fomna, Rispeta tò òm, Gigin a bala nen, Un pòver paroco, Question dël pan, Spatuss e débit, La fia sola... E per i romanzi – in gran parte poi riproposti dall'editore torinese Viglongo – da ricordare Còs val-lo n'òm mòrt, Don Pipeta l'asilé, Lucio dla Veneria, La còca dël gamber, La bela panatera ëd Pòrta Palass, La masnà ch'a piora, La bomba 'd via Arsenal, Lorenss 'l suicida. L'ultim dij Castelverd...

“Le grame lenghe” e “Sablin a bala”, due delle commedie in piemontese di Luigi Pietracqua.

La Sesia

Non pochi di quei romanzi apparvero a puntate su giornali come La Gasëta d' Gianduja (da lui stesso fondata) e Compare Bonom, attirando lettrici e lettori sempre più numerosi e fedeli. Sul versante giornalistico è d'interesse ricordare che per tre anni fu direttore de La Sesia di Vercelli, che ancora esiste e che era allora un trisettimanale. L'annuncio della sua direzione fu pubblicato in prima pagina su La Sesia del 26 dicembre 1880 e sullo stesso numero egli stesso pubblicò il lungo racconto A Natale, ambientato nel torinese Borgo del Pallone, coi suoi vecchi casolari. Sul numero successivo firmò il programma del giornale, sempre teso – precisò – al "maggior bene di Vercelli". In prima linea pose l'autonomia provinciale da Novara, questione molto sentita per via di certe sovrimposte e tributi che i contribuenti vercellesi dovevano sborsare per il miglioramento della parte alta del novarese e ciò dal 1859. E sì che i novaresi, che si sentivano lombardi, andando a Vercelli dicevano: "Vado in Piemonte".

Prima pagina del primo numero de
Prima pagina del primo numero de "La Sesia" uscito il 10 gennaio 1871.

Su quelle pagine Pietracqua pubblicò numerosi racconti e novelle a puntate, tra cui La piccola derelitta, Il miniatore d'immagini, La bottiglia del latte, Il re della fava, una ricca produzione che, salvo errori, non è mai stata raccolta in volume. E c'è da aggiungere che nel gennaio 1881 il Tribunale di Torino pronunziò una sentenza per reato di duello condannando Augusto Franzoj a quattro mesi di confino in Vercelli. Fu così che i due vecchi amici si ritrovarono per tutto quel tempo in allegre riunioni e bevute. E che Franzoj diventò collaboratore piuttosto assiduo de La Sesia.

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Bibliografia

  • Bianchi J., Luigi Pietracqua narratore popolare, in Studi Piemontesi, XXXIII, 1, Torino, giugno 2004.
  • Deabate G., Il teatro piemontese di Luigi Pietracqua, in Gazzetta del Popolo della Domenica, Torino, 26 ottobre 1902.
  • Franzoj A., Luigi Pietracqua – Note ed appunti, in Gazzetta del Popolo della Domenica, 13, 20 e 27 maggio 1894.
  • Frusta A., Tempi Beati, Torino, Edizioni Palatine, 1949.
  • Pozzo F., Luigi Pietracqua e Vercelli, in Almanacco Piemontese 1986, Torino, Viglongo.
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