Il profeta Mansur ovvero Giovan Battista Boetti

Una storia leggendaria tra realtà e mistificazione

Uno dei pochi ritratti esistenti di Giovan Battista Boetti.

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso lo University College Cork (Irlanda). Insegna lingua inglese e ha pubblicato diversi saggi sul multilinguismo negli scrittori piemontesi.

Nell’estate 1991 i separatisti ceceni di Džochar Dudaev, per ribadire la loro indipendenza da Mosca, rinominarono “piazza Mansur” la centrale piazza Lenin di Groznyj. Shaykh Mansur Usurma, per i ceceni, è un eroe, il primo capo politico-religioso in grado di superare le divisioni tribali e opporsi al gigante russo. Per molti, Usurma era un pastore ceceno, ma già alla fine del Settecento circolavano voci secondo le quali “il famoso profeta Mansur è per certo un rinnegato di nazione italiana”, identificato poi con Giovan Battista Boetti. Ipotesi suggestiva: ma sarà vera?

Sheikh Mansur Ushurma
Sheikh Mansur Ushurma, capo politico-religioso ed eroe della resistenza cecena nella seconda metà del Settecento. Per alcuni, in realtà, si tratterebbe di un frate italiano: Giovan Battista Boetti. Nel folklore ceceno si parla di un italiano intervenuto ad aiutare i popoli del Caucaso contro i russi. Questi era solito stringersi il corpo con una corda: dunque, era davvero un frate!

Un'infanzia travagliata

L’esistenza terrena di Boetti inizia il 2 giugno 1743 a Piazzano, nel Monferrato. Giovan Battista era figlio del podestà del luogo, Spirito Bartolomeo, individuo gretto e violento. Costui nel 1740 aveva condotto all’altare Maria Margherita Montalto, originaria di Crescentino. L’unione avrebbe generato ben quindici figli, dei quali solo un maschio e tre femmine sarebbero sopravvissuti.

L’infanzia trascorre serena fino al 1750, anno del decesso della madre, sfinita dall’ennesimo parto. Da quel momento la vita di Boetti peggiora, e già a nove anni è spedito in collegio a Casale Monferrato. Intanto il padre decide di risposarsi. Per l’occasione, Giovan Battista torna a Piazzano: il rapporto con la matrigna è pessimo, e così si rifugia nello studio, prima a Casale, in seguito a Torino. Il padre vorrebbe indirizzarlo alla carriera di medico, ma il figlio punta a più alti traguardi e medita di fuggire in Oriente. Raggranellati pochi soldi, si fa cedere i documenti da un compagno. Il piano è presto scoperto e Giovan Battista condotto in carcere. Dopo un mese è rilasciato su intercessione del nonno materno con la promessa di proseguire gli studi medici. Trascorre qualche tempo a Crescentino prima di tornare a Piazzano. Ma a casa è un inferno: meglio faticare sui libri.

Come si presenta, oggi, l'entrata della tenuta di Piazzano, frazione di Camino, in cui nacque Giovan Battista Boetti.

Ramingo per l'Europa

Boetti non è però adatto a una vita di studi. Nel 1761 abbandona Torino per Milano, dove si arruola nell’esercito austriaco. Trascorsi cinque mesi, sempre grazie al nonno materno, è trasferito a Cremona per seguire le orme di un cugino che era stato promosso ufficiale. Dal nonno riceve soldi e vestiti ma, non essendo la pazienza la sua principale virtù, con quel denaro Boetti si compra il congedo e lascia l’esercito per una vita raminga.

Sul finire del 1761 arriva a Praga. Dopo aver dato fondo ai quattrini, pensa di accasarsi con una ricca vedova. La donna se ne innamora e rimane incinta, ma i familiari ritengono sconveniente l’unione e, per mettere a tacere lo scandalo, riempiono l’italiano di soldi purché sparisca. Da Praga, Boetti si sposta a Ratisbona e a Strasburgo. Qui conosce un canonico, colpito dal portamento di quell’inconsueto giovane che girava sempre con una piccola scorta. Invitatolo a pranzo, il religioso si accorge di non aver fatto i conti con le abilità seduttive del suo ospite. La nipote, infatti, cade vittima dell’avvenenza di Boetti. Da lei riceve molti regali, mentre lo zio, compreso l’errore, gli mette in mano un passaporto e lo invita a cambiare aria. Torna così in Italia, ma a Bologna è derubato di ogni cosa da un domestico: non gli resta che rientrare a Piazzano.

La cascina "Raiteri" dove nacque Giovan Battista Boetti è ora proprietà della famiglia Rondano.

A casa Boetti trascorre un periodo insolitamente tranquillo, durante il quale medita di mettere la testa a partito con una compaesana. Rincasando, una notte, è sfiorato da un colpo di fucile esploso dal padre, sempre più brutale. Boetti capisce che è il caso dileguarsi. Sul vascello diretto a Roma vince soldi e bagagli di un monaco spagnolo. All’arrivo, il frate lo denuncia e Boetti è costretto a restituire il maltolto, ma non si dà per vinto: segue il frate in una locanda e gli fa trovare in camera una servetta, mentre poco prima si era premurato di chiamare il vicario della parrocchia vicina per farlo assistere al misfatto.

Missionario a Mosul

Nella città eterna i soldi si esauriscono in fretta, ma Boetti non pensa affatto a trovarsi un lavoro. Fa invece visita a un parente prelato, il quale gli anticipa del denaro e lo esorta a tornarsene a casa. Il giovane ha però sempre in mente l’Oriente. Arriva al santuario di Loreto. Nell’accedere a una cappella della basilica una forza oscura gli impedisce l’ingresso. Boetti non ha dubbi: è una chiamata divina. Dopo quattro giorni in rigidissima penitenza, parte per Ravenna; qui, contando sulla conoscenza del conte Sordi, segretario del cardinale Ignazio Michele Crivelli, vuole ritirarsi in convento. Boetti si mette subito in carrozza e, raggiunta Pesaro sotto una pioggia battente, decide di dar riparo a due giovani, un uomo e una donna, la quale si scopre essere una meretrice. Questa racconta ai soldati di essere stata insidiata e il malcapitato è tradotto in carcere, dal quale esce dopo ventotto giorni.

Raggiunta Ravenna, racconta la propria vocazione al conte Sordi, il quale lo presenta al superiore del convento. Ottenuto il consenso paterno, il 25 luglio 1763 Boetti entra come novizio nel monastero di San Domenico di Ravenna. Pur soffrendo notevoli ristrettezze, sopravvive e, pronunciati i voti, viene inviato a Ferrara, dove si dedica alla teologia e si dimostra un oratore straordinario. Forte di ciò, ottiene l’incarico di missionario a Mosul, nell’Iraq settentrionale.

Carta fisica della Turchia, del Caucaso e del Vicino Oriente (2000).

Nell’attesa, trascorre due settimane presso il convento veneziano di San Domenico in Castello. Dopo qualche tempo il frate mette finalmente piede ad Aleppo. Qui è ospite dei francescani, impara l’arabo e vive un’avventura sentimentale con “una nobilissima donna greco-cattolica”. Colmo dei doni della sventurata, Boetti riparte unendosi a una carovana diretta a Beregik. Cura con successo la figlia del governatore, il quale desidererebbe fargliela sposare e convertire Boetti all’Islam. Il frate non è dell’idea, e per questo viene incarcerato. Rilasciato dopo nove giorni, vende il cavallo che aveva fin lì utilizzato, si veste da armeno per dar meno nell’occhio e s’incammina verso Urfa. Poiché una rivolta dei giannizzeri contro il pascià del luogo gli impedisce di raggiungere la città, il monferrino si aggrega a una ventina di cavalieri diretti a Mardin, dov’è ospite dei carmelitani. Gli ci vorranno altri sette giorni, e ulteriori disavventure, prima di mettere piede a Mosul il 25 ottobre 1769.

L'uomo di fiducia del pascià?

Capo della missione è Padre Lanza, vecchio domenicano poco abituato ai convenevoli: accoglie Boetti in maniera brusca e lo istruisce “duro come un novizio”, cosa che va poco a genio al suscettibile monferrino. Poco dopo, Lanza parte per Roma lasciando la Missione nelle mani di Boetti. Trascorrono sette mesi di calma, durante i quali il nostro si guadagna la fiducia del pascià, che lo nomina suo medico. Presto nascono le prime invidie e i primi guai: dopo aver cercato di guarire un turco, questi si accascia e muore. Accusato di avvelenamento, Boetti evita la forca in cambio di cinquanta bastonate sulla pianta dei piedi. Allontanato, mentre la missione viene saccheggiata, il frate trova riparo ad Amadiya, nel Kurdistan iracheno. Attende da Roma il permesso per tornare a Mosul, ma non fa i conti con il rancore del pascià, che lo fa assalire da una sessantina di cavalieri. Ridotto in fin di vita, è soccorso e curato da alcuni contadini. Infine, grazie all’amicizia con un confidente del pascià, può tornare a capo della Missione di Mosul.

Veduta di Mosul.

La tranquillità ha breve durata, sia per l’eccessivo zelo di Boetti che per i contrasti con il patriarca nestoriano di Mosul. Voci insistenti lo accusano di aver ingravidato la figlia di quest’ultimo. Boetti è espulso e costretto a raggiungere Roma per discolparsi. Transita da Marsiglia, visita la Provenza e prosegue per Firenze, dove gli viene ordinato di rientrare presso il proprio convento: a Roma non vogliono immischiarsi in certe faccende. È il 1773, e Boetti, deluso, torna a Piazzano.

Ritorno in Oriente

L’inverno trascorre in un clima ostile. Scrive per l’ultima volta a Roma e, non ricevendo risposta, torna in Oriente per conto suo. Da Genova sbarca ad Aleppo, dove ottiene un passaggio sulla carovana del pascià di Tripoli. Grazie ai buoni rapporti col fratello del pascià, Boetti si fa assegnare le chiese di Urfa: è eletto vescovo dei giacobiti, riesce a unire chiesa giacobita e cattolica e svolge egregiamente l’attività missionaria fino all’arresto del pascià. Boetti ripara a Costantinopoli: nella capitale ottomana trascorre due anni, studia il turco e il persiano, esercita l’arte medica e non si fa mancare la solita avventura amorosa. Quindi, parte per Trebisonda; poi, mascherato da armeno, visita la Georgia e raggiunge Damasco, dove è sorpreso a compiere rilievi della pianta cittadina. Viene arrestato come spia russa e ricondotto a Istanbul: qui si proclama armeno di Persia ed è rilasciato dietro cauzione. Ma si trattava veramente di Boetti?

Mappa politica del Caucaso e dell'Asia Centrale (2009). Tutte o quasi le fonti parlano di un vasto ed effimero impero conquistato da Mansur tra le steppe della Russia meridionale e il Caucaso (Armenia, Kurdistan e Georgia).

Poiché gliene capita sempre una, medita di tornare alla quiete della vita claustrale. Abbandona Costantinopoli e, passando per Smirne e Livorno, raggiunge Roma. Decide di fare ammenda: si fa prima introdurre a Pio VI, poi pensa ai guai che lo aspettano e, colto dal panico, fugge a Napoli. Dopo cinque mesi, torna a Roma, quindi è a Trieste e a Vienna, dove è finalmente raggiunto da una lettera di assoluzione proveniente da Roma. Siamo intorno al 1780 e Boetti rientra in Italia per chiudersi nel monastero di Trino Vercellese. Vi rimane poco più di un anno senza gradi né incarichi onorevoli; ciononostante, si dimostra frate modello. Voci incontrollate lo vorrebbero, però, “un turco che ha rinnegata la fede”, e Boetti fa poco per smentirle. Un giorno si abbandona a una predica così esaltata sulle meraviglie del lontano Oriente da lasciare sconcertati i fedeli. Accusato di eresia, perde le staffe e viene alle mani col frate superiore.

Oggi, il convento di Trino Vercellese in cui Boetti si ritirò intorno al 1780, è diventato un albergo-ristorante. Qui Boetti si dimostrò frate modello e fu forse presentato al re di Sardegna, Vittorio Amedeo III.

Al Mansur, “Il Vittorioso”

Di fronte a una situazione ormai compromessa, il nostro smette la tonaca e torna avventuriero. Da Trino va a Nizza, quindi in Spagna, in Inghilterra e ad Amburgo. Per quattro mesi è a San Pietroburgo, poi a Mosca: cosa si è messo a fare? Traffica in armi o è una spia? Dopo altri misteriosi spostamenti, ritorna a Costantinopoli presso un ricco negoziante persiano. Nel 1785 lascia Istanbul e si stabilisce ad Amadiya. Qui affitta una casa e vi rimane per tre mesi. In questo tempo comprende il fine ultimo della propria esistenza: profeta a cui tocca correggere gli errori dell’Islam. Vuole così marciare su Costantinopoli per sostituire l’attuale sultano con uno più degno. Intorno a lui inizia a raccogliersi un primo nucleo di seguaci, per la maggior parte tartari e circassi. Sceglie 97 uomini fidati e con essi punta sulla capitale ottomana. Dopo un mese gli accoliti sono 2.742, grazie ai quali sbaraglia le truppe del governatore di Akeska, lungo il confine georgiano. Approfitta del vittorioso battesimo di fuoco per farsi chiamare Al Mansur, “Il Vittorioso”.

Eraclio II di Georgia della dinastia dei Bagration. Sotto il suo lungo regno la Georgia divenne protettorato russo.

Guida, spia o vagabondo?

Dopo aver iniziato a penetrare nel Caucaso nel corso del Seicento, e aver abbandonato il progetto poco dopo, nel Settecento, Pietro il Grande portò di nuovo il Caucaso al centro della politica estera russa. La Russia rafforzò la propria posizione nell’area settentrionale del Caucaso con la creazione di insediamenti e la costruzione di fortezze dal Mar Nero al Caspio. Il trattato di Küçük Kaynarca, siglato nel 1774 da Russia e Impero Ottomano, garantì ai primi la conquista di tutto il Caucaso settentrionale e il protettorato sul khanato di Crimea, poi annesso nel 1783. Nello stesso anno, il trattato di Georgievsk pose il regno di Georgia, retto da Eraclio II, sotto l’influenza russa rendendolo un prezioso avamposto tra i popoli del Caucaso meridionale. Caterina, nuova imperatrice di Russia, si dedicò con decisione all’occupazione del Caucaso meridionale scatenando, così, conflitti con le popolazioni del Caucaso del Nord. Fu in queste occasioni che i montanari ceceni si diedero a scorrerie sotto la guida di “Al Mansur”.

Il 13 aprile 1785 il comandante delle truppe russe lungo il confine caucasico scrisse:

Sono venuto a sapere che tra gli abitanti delle terre cecene è comparso un vagabondo che con ingannevoli lusinghe ne turba la pace. Definendosi profeta [...] illude e raggira i superstiziosi.
L'imperatrice Caterina II di Russia. Si narra che il principe Potëmkin, temendo che l'imperatrice potesse cadere vittima del fascino di Mansur, le raccomandò di guardarlo da lontano poiché ammalato di sifilide. Molti storici sostengono che Potëmkin e Caterina abbiano avuto una relazione segreta.

Verso la Georgia

Le fila del profeta s’ingrossano di giorno in giorno e proseguono verso ovest, a Erzurum. Costringono la città a pagare tributi, ma Mansur cambia disegno: capisce che spingersi nel cuore dell’impero è fuori portata, così punta la Georgia. Le truppe di Boetti, che ormai poteva contare su trentasettemila fedelissimi, sbaragliano quelle di re Eraclio. I russi sospettano che Boetti sia un alleato dei turchi – forse lo è stato in un primo tempo, ma poi è sfuggito di mano. Boetti e i suoi si spingono verso Tblisi, che saccheggiano, e pretendono tributi in soldi e schiavi dal principe georgiano Gorel. È la primavera 1785, e risale a questo periodo la divulgazione dei ventiquattro precetti religiosi di Boetti che fondono dottrine diverse. Tra questi: “l’adulterio è gravissimo delitto”, “peccato non è fornicare”, come non lo è l’incesto. E ancora: il suicidio è lecito, una fanciulla può fare ciò che vuole del proprio corpo e, infine, è dovere amare Dio sopra tutte le cose. 

I ventiquattro precetti religiosi di Boetti

Forte della vittoria, Boetti sembra pronto a puntare su Costantinopoli. Profetizza che vivrà a lungo per vedere le rovine della città. Le truppe avanzano con diverse soste, Boetti riceve numerosi doni ed emissari da Instanbul, tanto che a un certo punto smette i piani ostili contro i Turchi. Fa cambiare rotta ai suoi, verso Smirne, e riceve munizioni e cannoni dalla Turchia. Cambia di nuovo direzione, questa volta ancora verso la Georgia, dove riesce a stregare nuove tribù caucasiche. Sul finire dal 1785 si fa chiamare "Sheik Oghan Oolò", appellativo dal significato oscuro, quindi si accampa a Tokat, nel centro della Tuchia, e si isola per sette giorni. Terminato l’isolamento, arringa ai fedeli e insieme si dirigono verso il Caucaso. Giunti in Turchia orientale, Mansur e i suoi sgominano l’esercito del sovrano di Bitlis, devastano città e campagne e non esitano a fare più schiavi possibili. Mansur dimostra sangue freddo e ferocia, ma anche generosità e compassione.

Le mura d'ingresso della città di Anapa, oggi in Russia, sul Mar Nero. Il 2 luglio 1791 la città, intorno alla quale si erano serrati Mansur e i suoi, fu espugnata dalle truppe russe di Gudovich.

Le schiere di Boetti si rimettono in marcia verso la Georgia. Alla testa di trentamila uomini il profeta-guerriero si scontra con le armate russe del colonnello Nagel: in un primo tempo la battaglia sembra volgere a favore di Mansur, ma in seguito il cannone russo ha la meglio. I superstiti, compreso Mansur, riparano tra gli “alpestri rupi del Caucaso”. Per qualche anno di Boetti e dei suoi si perdono le tracce. Dopo alcuni anni di silenzio, il profeta riesce a radunare nuovi seguaci e insieme ad essi, nel 1791, si stringe intorno alla fortezza di Anapa. Presa d’assalto dalle milizie del generale Ivan Vasilyevich Gudovich, la fortezza cade in breve tempo e Mansur, dopo essersi difeso come un leone, è condotto al cospetto di Caterina nel complesso di Tsarskoe Selo. L’imperatrice, colpita dal carisma del profeta, gli risparmia la vita concedendogli la prigionia a Solovki, un monastero sul Mar Bianco, luogo di ritiro spirituale e detenzione. Boetti potrebbe essere morto proprio alla fine del 1798 o al principio dell’anno seguente.

Il monastero di Solovki nel quale fu richiuso Mansur si trova nella città di Solovetsk, sul Mar Bianco, costituita da sei piccole isole che formano un arcipelago chiamato Solovki dal nome dell'isola maggiore.

Boetti e Mansur sono la stessa persona?

Larga parte delle informazioni su Boetti è contenuta in una Relazione conservata presso l’Archivio di Stato di Torino: seppur priva di data, titolo e firma, si ritiene redatta a Costantinopoli da un contemporaneo del Profeta. È composta da cinquantasette pagine scritte in buona calligrafia ma in un francese ostico. Si sospetta che la Relazione possa essere stata esagerata così da poterla vendere meglio. E poi: quante redazioni ha subìto il documento? Com’è arrivato in Italia? Ma, soprattutto, domanda delle domande: Boetti e Mansur sono la stessa persona?

La lapide commemorativa che ancora oggi si trova sul muro interno della casa natale di Boetti.

Per cercare risposte a simili interrogativi, Cristina Erdas, partendo dalle fonti disponibili negli archivi italiani e vaticani, è riuscita a riscostruire il periodo fino all’interruzione dei rapporti con Roma; più complessa, invece, l’indagine della seconda parte della vita di Boetti. Ciononostante,

le fonti non smentiscono l’ipotesi secondo la quale Boetti e Mansur sarebbero la stessa persona; tuttavia, sono dell’opinione che non potremmo essere certi su cosa sia avvenuto a padre Boetti fino a quando non avremo letto e contestualizzato tutto ciò che rimane celato negli archivi o nelle biblioteche esistenti nel mondo.

Ha un parere simile Giorgio Di Francesco:

è possibile che molte vicende oggi associate a Boetti/Mansur siano veritiere; altre, invece, potrebbero risalire ad altri avventurieri all’epoca presenti nell’area caucasica. Ma ci sono ancora troppi documenti nascosti negli archivi russi o turchi per disporre di un quadro chiaro e completo della vita di Boetti.

Insomma, mancano ancora importanti pezzi di quel puzzle complesso che è la vicenda di Boetti/Mansur; tuttavia, la mancanza ha alimentato l’interesse nei confronti di una figura, sì, misteriosa ma affascinante e attualissima, quella di un inquieto rivoluzionario in lotta contro i giganti della Terra.

👍Si ringraziano Giorgio Di Francesco e Cristina Erdas per la disponibilità e per i preziosi suggerimenti bibliografici.

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Bibliografia

  • Di Francesco G., Mansour il profeta. La leggendaria storia d’uno sceicco piemontese del ‘700, Torino, Il Punto, 1996.
  • Erdas C., L’uomo che volle farsi profeta, Pisa, EAI, 2015.
  • Ottino E., Oghan-Oolò, Sciek Mansour ossia Padre G. Battista Boetti, in Curiosità e ricerche di storia subalpina, Torino, Bocca, II, 1876.
  • Picco F., Il profeta Mansur (G. B. Boetti, 1743-1798), Genova, Formiggini, 1915.
  • Vitale S., L’imbroglio del turbante, Milano, Mondadori, 2006.
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