Panorama delle Langhe in provincia di Cuneo (© Francesca Cappa).

Le Langhe, patrimonio dell'umanità

Come il paesaggio piemontese è diventato sito UNESCO

Fulvio Gatti
Fulvio Gatti

Giornalista, networker e curatore di eventi, torinese per rigore e monferrino per flemma. Scrive da quasi 20 anni su testate locali e nazionali e ha all’attivo svariate pubblicazioni tra fumetto, divulgazione e cultura pop. Dal 2019 è presidente dell’Accademia di Cultura Nicese “L’Erca” di Nizza Monferrato.

È quasi un luogo comune oggi, nell’idea diffusa di chi vive nelle grandi città quantomeno del Nordovest, che la parte meridionale del Piemonte sia terra di suggestivi paesaggi e di prelibatezze enogastronomiche. A rimarcare questa caratteristica è giunta nel 2014 la certificazione di “Patrimonio dell’Umanità” conferita dall’UNESCO ai “Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato”. Qualcosa di altisonante, senz'altro, che ha portato ricadute economiche e di notorietà a un territorio vasto, che già aveva intrapreso una trasformazione in direzione turistica. Più difficile risulta essere però individuare i confini del sito UNESCO in questione, le ragioni del riconoscimento, almeno quanto meriti di essere raccontato il percorso tramite cui ci si è arrivati.

Più obiettivo di così!

Una nota personale: quando si scrive di territori vasti e frammentati come quello piemontese, è facile lasciarsi sfuggire qualche forma di campanilismo. Al riguardo mi impegno nelle righe che seguono a mantenere una ragionevole dose di obiettività. Personalmente, scrivo di faccende provinciali astigiane, su periodici locali, da oltre un decennio. Inoltre, i miei nonni materni erano di Nizza Monferrato, amena cittadina vitivinicola nelle cui “vene” scorre la rossa Barbera. A una quindicina di chilometri di distanza sta l’altrettanto amena cittadina di Canelli, analoga per dimensioni ma opposta (e rivale) per un’infinità di ragioni – pure il vino, lì, scorre bianco e con le bollicine. Insomma l’autore di questo è di ascendenza di Nizza Monferrato, eppure sta per attribuire la paternità effettiva del sito UNESCO a qualcuno di Canelli.
Più obiettivo di così.

Si fa presto a dire Langhe…

Partiamo dalla geografia. Dove si trovano “I paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato”? Includono pressoché l’intera provincia di Asti, l’adiacente parte collinare della provincia di Alessandria – principalmente Casale Monferrato e località limitrofe – più in provincia di Cuneo quel territorio tra le città di Alba e Bra, che include tra gli altri i comuni di Barolo, Barbaresco e Grinzane Cavour.

Laddove i confini amministrativi non sono chiarificatori, però, quelli delle antiche denominazioni locali rischiano di creare ulteriore confusione. Ad aver reso celebre la “Langa”, poi divenuta più nota al plurale, sono state in forma letteraria le opere di Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, scrittori – l’uno di Santo Stefano Belbo, l’altro di Alba – diversi tra loro ma paralleli nel lasciarci ammirevoli ritratti a parole delle campagne della “malora” tra guerra e ricostruzione, vita di paese ed emigrazione in città.

In questi termini, necessiterebbe ulteriore spazio e approfondimento individuare in quali racconti e romanzi Pavese e Fenoglio raccontino la Langa anziché il Roero. Ci si accontenti, qui, dell’ormai consolidata abitudine di abbinare Langhe e Roero anche in forma unita da apposito trattino; annotando, a latere, come esista anche un’Alta Langa, con diversi paesi e paesaggi.

E il Monferrato? Per chi arriva da Torino, avendo Nizza Monferrato come destinazione, uscendo al casello Asti Est, i cartelli possono ingannare. Svoltare per Casale Monferrato porterà verso nord, mentre per andare a Nizza è indispensabile puntare verso Acqui Terme. La ragione è che anche il Monferrato ha due parti distinte, divise dal fiume Tanaro seppure analoghe sugli altri fronti.

Acqui Terme, centro principale dell'Alto Monferrato.
Acqui Terme, centro principale dell'Alto Monferrato.

Unite nella diversità

Se tutte queste distinzioni appaiono complesse da comprendere, alla prova dei fatti si sono rivelate uno dei cosiddetti “segreti del successo” della regione. Perché a dividere Langhe, Roero e Monferrato, tra di loro e al proprio interno, ci sono la morfologia dei terreni (per esempio l’altezza delle colline) e la composizione geologica degli stessi. A unirle troviamo invece la produzione vinicola, effettuata a partire da diversi vitigni, su una straordinaria varietà di terreni. Risultato sono i molteplici vini DOC (Denominazione d’Origine Controllata) e DOCG (Denominazione d’Origine Controllata): dal Barolo e Barbaresco, passando per la Barbera d’Asti fino al giovane Nizza DOCG.

Veduta del Castello Falletti a Barolo (oggi sede del Museo del vino
Veduta del Castello Falletti a Barolo (oggi sede del Museo del vino "WiMu") con affaccio sui vitigni.

Distanze geografiche e differenze economico-sociali hanno però anche come conseguenza, si diceva, la frammentazione dell’identità degli stessi abitanti, a volte persino con rivalità tra chi vive nelle diverse vallate e antipatie che sfiorano il leggendario.

Che si sarebbe potuti arrivare, pur conservando le singole specificità, a un’etichetta comune per un unico sito UNESCO, era impresa che poteva per molti versi apparire impossibile. Eppure, agli albori del nuovo millennio, qualcuno cominciò ad accorgersi che quel qualcosa di molto speciale che si trovava nei sotterranei di Canelli poteva meritare maggiore visibilità. E iniziò così a sognare in grande.

Tutto ebbe inizio a Canelli

Locandina di
Locandina di "Canelli, città del vino" - settembre 2018.
Nel 2000 l’amministrazione comunale ideò la manifestazione “Canelli: Città del Vino”. Per due giorni di seguito era possibile visitare le principali cantine storiche, degustare i vini e incontrare i titolari. Al terzo anno, ci accorgemmo come quelle cantine così uniche, che avevamo fino a quel momento considerato uno strumento di lavoro, potessero invece essere qualcosa di più simile a un monumento, con un valore non solo locale ma addirittura mondiale.

Così esordisce Pier Sergio Bobbio, dell’Associazione Canelli Domani, nel documentario del 2011 Festival del Paesaggio Agrario – Appunti Video. Trattasi di escursione, per voce dei principali relatori, nel convegno organizzato nello stesso anno dall’Associazione Davide Lajolo con svariati partner.

Cattedrali sotterranee

Il passo indietro è però inevitabile per corretta contestualizzazione. Canelli vanta antica tradizione nella produzione di vino e in particolare di Spumante, concretizzatasi in una serie di aziende enologiche con relative cantine e altrettanti marchi di rilievo. La definizione recente è quella di “Cattedrali sotterranee”, per cui ci viene in aiuto nientemeno che Wikipedia:

Le cattedrali sotterranee sono cantine storiche di Canelli scavate nel tufo calcareo nei secoli passati che scendendo sino a 32 metri nel sottosuolo attraversando l'intera collina canellese e l'intera città per oltre 20 km. Sono chiamate cattedrali in quanto creano ambienti surreali e suggestivi e sono veri e propri capolavori d'ingegneria e di architettura enologica.

Secondo passo indietro, anche qui utile alla comprensione, riguarda proprio l’UNESCO. Di che si tratta? Ancora Wikipedia:

L'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (in inglese United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, da cui l'acronimo UNESCO, pron. /uˈnɛsko/ o /uˈnesko/) è un'agenzia specializzata delle Nazioni Unite creata con lo scopo di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l'istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l'informazione per promuovere "il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti umani e le libertà fondamentali" quali sono definite e affermate dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Fondata durante la Conferenza dei Ministri Alleati dell'Educazione (CAME), la sua Costituzione è stata firmata il 16 novembre 1945 ed entrata in vigore il 24 novembre 1946, dopo la ratifica da parte di venti Stati.

Un paesaggio fragile

Pier Sergio Bobbio, nel documentario, rievoca l’idea di proporre il riconoscimento del valore delle cantine all’UNESCO, l’interessamento del sindaco canellese di allora, Oscar Bielli, e il successivo coinvolgimento di Lorenzo Vallarino Gancia, esponente di quinta generazione della famiglia titolare della prestigiosa, e omonima, casa spumantiera. Seguirono contatti con il Ministero dei Beni Culturali, come racconta Bobbio:

Il Ministero si interessò inviando alcuni ispettori. Ci fu proposto di inserire il progetto all’interno di una proposta più vasta, riguardante i paesaggi vitivinicoli italiani. Ci dissero anche che la nostra idea si inquadrava negli obiettivi dell’UNESCO, che non iscrive paesaggi o territorio perché belli o turisticamente attraenti, ma perché unici al mondo, nonché in pericolo di scomparire.
Lorenzo Vallarino Gancia
Lorenzo Vallarino Gancia

Ciò di cui non teniamo conto, quando si tratta di paesaggio, è infatti la sua fragilità. Nel caso di spiagge o montagna, la presenza o meno di un’industria turistica – unita alla raggiungibilità delle aree medesime – ha causato varie forme di trasformazione, più o meno positive per l’ambiente medesimo. La campagna collinare, dal canto suo, è il risultato di una metamorfosi che parte prima del ventesimo secolo. I contadini piantavano viti e alberi, oppure coltivavano i campi, per produrre quanto necessario al proprio sostentamento. Con l’evolvere della tecnica e delle tecnologie, le colline dei vigneti assumevano le forme con cui le conosciamo.

Le cantine sociali

Un fenomeno diffuso nel Piemonte è quello delle “cantine sociali”: realtà cooperative in cui i viticoltori conferivano le uve di stagione, venendo ripagati con un corrispettivo economico. Si tratta di un’alternativa alla produzione e vinificazione interna all'azienda stessa. Laddove però, per varie ragioni, il prezzo delle uve crollava, l’agricoltore era costretto a fare scelte diverse nelle proprie coltivazioni. Fu terribile in questo senso il cosiddetto “scandalo del metanolo”, con la scoperta negli anni ‘80 di vini da tavola adulterati, che portarono a un crollo dei consumi. Ma l’acquisto di bottiglie oppure di vino sfuso in Italia e nell’export estero è mutato nel tempo, con interesse diverso, per esempio, per vini rossi e bianchi.

Cantina sociale di Nizza Monferrato.
Cantina sociale di Nizza Monferrato.

I vigneti potevano, e possono ancora, venire sostituiti da altri tipi di coltivazioni – su tutte, i noccioleti – oppure, in caso di cessazione dell’attività, essere abbandonati e tornare boschi. Questo causa variazioni importanti nel paesaggio, un fenomeno vistoso se si viaggia tra diverse vallate di Langhe-Roero e Monferrato.

Fu proprio questa disparità a diventare, tra il 2006 – data della prima candidatura nella “tentative list” dell’UNESCO – e il 2013 il principale ostacolo sulla strada del riconoscimento. Insieme a un’altra questione altrettanto vistosa.

Tutela e sfruttamento

I nostri fondovalle sono pieni di capannoni. Sono una ricchezza e io spero che crescano ancora, perché vuol dire che il territorio si arricchisce e cresce, come operosità e manodopera. Però deve crescere secondo certi criteri. Dobbiamo pensare, intorno ai capannoni, a sipari di verde in grado di mascherarli all’interno dell’ambiente naturale.
Cascina Adelaide, un esempio di come le nuove architetture delle cantine si integrano nel paesaggio.
Cascina Adelaide, un esempio di come le nuove architetture delle cantine si integrano nel paesaggio.

Lo sosteneva Lorenzo Vallarino Gancia, mettendo in luce l’inevitabile contraddizione tra tutela e sfruttamento delle risorse, d’un tratto cruciale. Poco meno di un decennio trascorre tra momenti di sensibilizzazione, rivolti sia ai cittadini che agli studenti, e incontri tra gli amministratori in cui non manca qualche mugugno. L’UNESCO, spiegano i promotori della candidatura, chiede agli stessi territori la creazione di regole per l’auto-tutela e non manca chi teme che i vincoli nell'edilizia diventino troppo stringenti e costosi.

La tentative list

È del 2008 la firma del protocollo d’intesa tra la Regione Piemonte, le Province di Alessandria, Asti e Cuneo e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Il SITI - Istituto Superiore sui Sistemi Territoriali per l'Innovazione del Politecnico di Torino stila il dossier di candidatura, proponendo un’area vasta che attraversa le tre province di Alessandria, Asti e Cuneo.

La presentazione ufficiale del dossier nel dicembre 2009 a Nizza Monferrato, al centro Alain Elkann.
La presentazione ufficiale del dossier nel dicembre 2009 a Nizza Monferrato, al centro Alain Elkann.

Traccia del fatto che la candidatura originaria potesse voler coinvolgere anche altri territori vitivinicoli d’Italia rimane per breve tempo sul sito ufficiale dell’UNESCO, all'interno della “tentative list”. Qui si parla infatti di “Wine Grapes landscapes: Langhe, Roero, Monferrato and Valtellina”, con la Valtellina aggiunta in coda. Non è un refuso: la scheda indica chiaramente che il sito in questione occupa tre province del Piemonte e una della Lombardia, ovvero Sondrio. Nel testo di presentazione, la descrizione in inglese delle colline langarole e monferrine viene alternata a quella dei terrazzamenti valtellinesi. Gli esponenti istituzionali, interpellati da un allora fin troppo zelante giornalista locale, si mostrano a propria volta perplessi. La Valtellina sparirà presto dai documenti ufficiali.

Primo paesaggio culturale vitivinicolo italiano

L’iter della candidatura si ferma quando l’ICOMOS, organo consultivo dell’UNESCO, chiede una serie di chiarimenti in merito al dossier presentato. Così i documenti vengono integrati e presentati nuovamente nel gennaio 2013.

I tagli nelle aree geografiche proposte non vanno considerati come un'esclusione di determinate zone e comuni. Dobbiamo continuare a ragionare di un progetto unico, in cui i benefici per visibilità e flussi turistici, in caso di buon esito, ci saranno per tutta la regione di Langhe, Roero e Monferrato.

Con queste parole, a un incontro pubblico, Annalisa Conti, referente della candidatura per la Provincia di Asti, fa il punto della situazione in un incontro pubblico del marzo 2013. Il nuovo dossier definisce 6 “core zone”, rispettivamente la Langa del Barolo; il Castello di Grinzane Cavour; le colline del Barbaresco; Nizza Monferrato e il Barbera; Canelli e l'Asti Spumante; il Monferrato degli “infernot”. A completare la mappa, una serie di “buffer zone”, comunque fruibili sul fronte paesaggistico ma meno “intatte”, secondo la valutazione, rispetto alle aree principali.

Il 22 giugno 2014, arriva il “sì” definitivo, come da sito ufficiale:

I Paesaggi Vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato è stato riconosciuto come Patrimonio dell'Umanità UNESCO. Si tratta del 50° sito UNESCO italiano e del primo paesaggio culturale vitivinicolo italiano.

Un distillato del passato

La chiave per l’approvazione della candidatura, almeno in base alla percezione generale, sta nel tipo diverso di “patrimonio” che i paesaggi vitivinicoli rappresentano. Sono infatti frutto del lavoro dell’uomo, una trasformazione coerente delle colline, in cui le viti sono state impiantate, coltivate, vendemmiate in un lungo ciclo che continua ancora oggi, portando all’aspetto attuale. Intorno all’opera dell’uomo, quel vasto bagaglio di conoscenze e pratiche, strumenti e sentieri trasmessi di generazione in generazione. Un vero e proprio “paesaggio culturale”, come spiegò Lorenzo Vallarino Gancia:

Perché cosa sono l’ambiente e il paesaggio, se non il distillato del nostro passato? Nel paesaggio si rispecchia la storia delle generazioni, imprenditoriale e contadina, tutte le culture sovrapposte nei secoli. È molto facile che il paesaggio venga deturpato da strade, da costruzioni orribili. Noi tutti vogliamo che il paesaggio venga preservato perché, come l’abbiamo ricevuto, dobbiamo donarlo ai nostri figli.

Oggi il riferimento principale del sito UNESCO piemontese è l’Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato. Ne è presidente Gianfranco Comaschi, vice presidente Annalisa Conti, consigliere Giuseppe Rossetto, direttore e site manager Roberto Cerrato.

※ ※ ※

Bibliografia

  • Bosia R., Gatti F. (a cura di), Il Governo del Territorio – Appunti Video, Associazione Davide Lajolo, 2011.
  • Coletti R., Candidatura Unesco: ecco il dossier, in La Nuova Provincia, 11 dicembre 2009.
  • Gatti F., Unesco, nel dossier spunta la Valtellina, in La Nuova Provincia, 8 febbraio 2011.
  • Gatti F., Si continua a sognare il “sì” dell’Unesco, in La Nuova Provincia, 26 marzo 2013.
  • Pignari L., Gatti F., Vassallo G., Forse il turismo post Unesco darà lavoro ai nostri figli, in La Nuova Provincia, 27 giugno 2014.
※ ※ ※

Questo contenuto è riservato agli iscritti a Rivista Savej on line!

Rivista Savej on line è un progetto della Fondazione Culturale Piemontese Enrico Eandi per la diffusione della cultura e della storia piemontesi.

Se non l’hai ancora fatto, iscriviti ora: la registrazione è completamente gratuita e ti consentirà di accedere a tutti i contenuti del sito.

Non ti chiederemo soldi, ma solo un indirizzo di posta elettronica. Vogliamo costruire una comunità di lettori che abbiano a cuore i temi del Piemonte e della cultura piemontese, e l’e-mail è un buon mezzo per tenerci in contatto. Non ti preoccupare: non ne abuseremo nè la cederemo a terzi.

Registrati

Sei già registrato? Accedi!

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.


Normativa Privacy