Storia di una gabbia

Una falsa memoria dell'ex zoo di Torino

Particolare della gabbia di ferro situata nel Parco Michelotti (© Valentina Cabiale).

Specializzata in Archeologia medievale all’Università di Firenze, ha partecipato a missioni di scavo in Turchia e Uzbekistan; da diversi anni lavora in Piemonte in attività di scavo archeologico e archeologia preventiva. È interessata soprattutto alla storia dell’archeologia e al mutare della percezione del passato.

Sì, doveva essere inverno, e noi avevamo appena finito di prendere il tè, perché ricordo che stavo fumando una sigaretta, quando alzai gli occhi e mi accorsi per la prima volta di quel segno sul muro. [...] Il segno era una piccola chiazza rotonda, nera sulla parete bianca, una quindicina di centimetri o giù di lì sopra la mensola del camino. Come fanno presto i nostri pensieri a sciamare attorno a un oggetto nuovo, sollevandolo un poco come formiche che trasportino con sforzo febbrile un filo di paglia per poi lasciarlo cadere...

È l'inizio di un racconto di Virginia Woolf, Il segno sul muro, pubblicato nel 1921. Forse il segno è stato lasciato da un chiodo, pensa la protagonista. Ma dopotutto no, non può essere, è troppo grande e rotondo.

Potrei alzarmi, ma se mi alzassi per andare a controllare, dieci contro uno che non sarei in grado di capirlo con certezza, perché una volta che una cosa è fatta, nessuno può più dire come sia stata fatta.

E poi non sembra neanche più un buco, forse è più probabile che sia stato lasciato da una sostanza nera, un petalo di rosa rimasto appiccicato. Forse è a rilievo, sembra proiettare un'ombra, e non è neppure circolare.

Pagine interne de
Pagine interne de "Il segno sul muro" di Virginia Woolf.

Per gioco o per noia

Il racconto di Woolf è la narrazione della sequenza di interpretazioni di quel segno sul muro: tutte ugualmente fallaci e tutte pensate da lontano, senza avvicinarsi alla parete. La protagonista indubbiamente si annoia ma non è solo per pigrizia che non si alza: è in qualche modo affascinata da quella macchia che è segno tangibile della concretezza, dell'"l’impersonale mondo che è prova di qualche esistenza diversa dalla nostra"; e dell'allure degli oggetti, nel senso inglese di luce e potere attrattivo, si gode certamente meglio in poltrona. Il racconto di Woolf, che ad alcuni potrà apparire uno scherzo, un gioco, tratta dell'identità degli oggetti e dell'ambiguità della cultura materiale: di quanto sia complesso per noi umani interpretare le tracce che di quegli oggetti rimangono e di come a volte cadiamo nel ridicolo con quelle interpretazioni; in più mi fa pensare, ma questo nel racconto non c'è, alla fallacia della memoria legata alla cultura materiale.

Il passato del Parco Michelotti

Questa è la storia di un malinteso. Da anni – non saprei dire quanti – vedo la gabbia in ferro nei giardini davanti alla Biblioteca Geisser, al Parco Michelotti di Torino, e fantastico. È una gabbia rettangolare nera appoggiata sull'erba in un riquadro dei giardini, accanto a una fontana che non funziona. Misura 6,1x3,5 metri ed è alta 3 metri e mezzo, senza copertura e con un porticina semi aperta nel lato rivolto verso la biblioteca. È bellissima: un manufatto artigianale, costituito da più pezzi assemblati, con diverse decorazioni.

Lo zoo di Torino nel 1965.

Tutte le persone con le quali ne ho parlato mi hanno detto che è una gabbia dell’ex zoo, chiuso nel 1987; la gabbia è stata collocata lì dopo la chiusura e dovrebbe rimanerne l'ultimo ricordo materiale quando l'area, come si attende e si discute da anni, verrà riqualificata, ogni traccia fisica dello zoo scomparirà o verrà trasformata e riadattata a un nuovo uso; oggi permangono inutilizzati e in stato di abbandono non solo edifici di grande valore architettonico come il padiglione per il rettilario e l'acquario, progettato da Ezio Venturelli, ma anche molte delle gabbie e delle aree recintate per animali, che vengono utilizzate come rifugio temporaneo dai senzatetto.

Storia di un malinteso

Torniamo alla gabbia nera, che è il nostro segno sul muro. Qualcuno (che nello zoo c'è stato, da bambino) mi ha persino detto che è collocata esattamente dov'era al tempo dello zoo, ma questa è una memoria sicuramente fallace – ho pensato sin da subito – perché il giardino zoologico non arrivava fin lì, vi si entrava dal grande cancello esistente tuttora qualche decina di metri a destra dell’ingresso della biblioteca, e occupava la fascia del parco più prossima al fiume.

Il mio pensiero principale, ogni volta che vedevo la gabbia, era questo: quale animale vi è stato chiuso dentro? A ripensarci non so bene perché la mia attenzione si sia focalizzata su questo punto. Forse per una predisposizione professionale – in quanto archeologa sono portata a voler sempre legare un oggetto a una specifica funzione e a ritrovarne i legami con chi l'ha manipolato, vissuto, abitato. Come mai – mi chiedevo inoltre – sarà stata scelta proprio questa gabbia e non un’altra, per essere esposta dopo la chiusura del 1987?

Biblioteca Civica Alberto Geisser (fotografia di Paola Boccalatte, 2014 © MuseoTorino).
Biblioteca Civica Alberto Geisser (fotografia di Paola Boccalatte, 2014 © MuseoTorino).

Speravo, più o meno inconsciamente, che fosse la gabbia dello scimpanzé, perché così la sua ricollocazione in quel punto di passaggio, a memoria dello zoo che fu, acquisiva una simbologia importante: come memento di un passato da molti considerato imbarazzante, era stata scelta la gabbia più infamante, quella nella quale l'uomo aveva imprigionato l'animale con il quale ha più affinità (lo dice la genetica ma non solo); la prova più evidente del delitto, insomma, un modo per espiare per bene le proprie colpe e per tacciarsi di infamia per i decenni a venire. Funzionava bene con questa ipotesi anche il fatto che l'edificio che dal 1971 ospita la Biblioteca Geisser, prima sede decentrata della Biblioteca Civica Centrale, sul finire degli anni ’60 era parte dell’Istituto di Antropologia dell’Università e fu sede del Centro di Primatologia e Osservatorio di genetica animale.

Senza spiegazione

A parte l’animale ingabbiato, trovavo interessante la condizione attuale, sostanziale e ontologica, di quella gabbia: posizionata lì, senza una spiegazione, senza una didascalia, a metà strada tra il reperto musealizzato e quello abbandonato; incomprensibile per chi non fosse torinese o comunque non sapesse che lì vicino un tempo c’era stato lo zoo. Una gabbia che non si capisce se è esposta oppure se è solo una cosa vecchia di cui non si sapeva che fare; se non si osa musealizzarla a pieno titolo perché è simbolo di una memoria scomoda, oppure se è stata messa lì – con l'intento di portarla via, come sono stati portati via (non senza fatiche) gli ultimi animali dello zoo – da qualcuno che poi ha deciso di non decidere o è scappato o è morto. La condizione dell'oggetto o dell'edificio che non si osa eliminare e cancellare ma che non si evidenzia né si segnala in alcun modo è propria delle memorie materiali scomode, quelle alle quali sono legati eventi del passato lesivi della nostra identità personale e collettiva ma delle quali non sappiamo o non vogliamo liberarci completamente.

Gabbia di ferro al Parco Michelotti © Valentina Cabiale.

Una condizione perfetta, insomma, per una gabbia dell’ex zoo. Sull'onda dei pensieri suscitati dall'immagine dello scimpanzé imprigionato ipotizzavo che la gabbia fosse una memoria imbarazzante di questo genere e mi veniva in mente il paragone, certamente sproporzionato e improprio, con gli ingombranti resti degli edifici nazisti in Germania: ad esempio il famoso campo Zeppelin di Norimberga, quello con la tribuna dalla quale Hitler teneva i discorsi di propaganda. In Germania si discute molto sulla sorte degli edifici, peraltro imponenti, di questo genere, se ristrutturarli o abbatterli; nel frattempo restano dove sono, vanno in rovina molto lentamente e noi li guardiamo e i nostri pensieri sciamano.

Poche gabbie… molta libertà?

L’ho osservata decine di volte. Secondo alcuni era la gabbia del leone, secondo altri di qualche scimmia. Poi ho iniziato a guardare video e fotografie dell'epoca. Se ne trovano molti sul web, sui social, in maggioranza si tratta di riprese amatoriali; una rara eccezione è costituita da un'intervista del 1961 a Walt Disney, in visita a Torino in occasione dei festeggiamenti per il centenario dell’Unità d’Italia. La storia dello zoo, com'è noto, va dal 1955 al 1987.

Walt Disney in visita a Torino nel 1961.

II fondatore e futuro direttore Arduino Terni proponeva come motto del nascente zoo, in un articolo del 2 marzo 1955 su La Stampa: "Poche gabbie, molta libertà per gli animali”. Su La Stampa del 20 ottobre 1955 si leggeva:

le gabbie, le vasche, le abitazioni notturne, le isole degli anfibi hanno fisionomie del tutto diverse da quelle che hanno sempre caratterizzato tali impianti. Le recinzioni, nel limite del possibile, sono ridotte al minimo, grazie anche a particolari accorgimenti i quali, mentre non consentono alcuna possibilità di fuga agli animali, danno al pubblico l'impressione di vederli nella loro vita di libertà

e, riguardo agli animali, sono citati:

cinque leoni, due puma, due leopardi, dieci canguri, due lama, due tigri, una pantera nera, due orsi polari, tre cervi, un elefante, quattro otarie, quattro pellicani, cinque zebre, cento palmipedi, dodici pinguini, quattro struzzi, centinaia di scimmie e centinaia di uccelli delle specie più rare e dai colori più sgargianti.
Intervista a Walt Disney in visita al Parco Michelotti a Torino nel 1961.

Lo zoo dei Savoia

Nessuna notizia riguardo ad eventuali scimpanzé; sappiamo che nel 1958 cinque scimmie non meglio definite fuggirono dallo zoo e bombardarono i passanti (La Stampa del 17 agosto) mentre nel 1962 a fuggire furono 23 scimmie, che finirono a bloccare il traffico in Borgo Po (La Stampa del 28 febbraio).

Foto d’epoca dello zoo di parco Michelotti.

Nella documentazione dell'epoca si possono vedere diverse gabbie ma della gabbia nera davanti alla Geisser non c’è traccia. Non è la gabbia della zebra, né quella del leone o della tigre; tutte le gabbie visibili sono più semplici e lineari, senza fronzoli né decorazioni. Ho contatto la biblioteca (attualmente chiusa per ristrutturazione) e la Circoscrizione 8, senza ricavare informazioni aggiuntive. Finché mi è venuto un dubbio. E se non fosse una gabbia dello zoo? Se fosse più antica, magari – ho fantasticato – appartenuta allo zoo privato dei Savoia a fine ‘800, il primo vero zoo di Torino, che sorgeva in corrispondenza di corso San Maurizio, nell'area del parco sottostante i bastioni. Alla morte nel 1878 di Vittorio Emanuele II, il nuovo sovrano Umberto I volle donare al Comune la collezione di animali viventi ma lo zoo, causa gli alti costi di manutenzione, ebbe vita breve, rimase aperto al pubblico solo fino al 1883 e fu smantellato nel 1886.

Black Villa

Flavio Favelli in occasione di Art City Bologna 2017.
Flavio Favelli in occasione di Art City Bologna 2017.

Anche questa era un'interpretazione sbagliata; di errore temporale si era trattato, in effetti, ma in tutt'altra direzione, come ho scoperto di lì a poco. Enzo Contini, nel cui blog personale è stata raccolta molta della documentazione reperibile sul web riguardo allo zoo, mi ha suggerito per primo che forse quella gabbia non era appartenuta allo zoo ma piuttosto poteva essere un'installazione artistica moderna; poi, grazie al gruppo Facebook Curiosità di Torino, e in particolare al signor Valter Delladonna che ringrazio, l'inganno è svelato: la gabbia nera è un'opera d'arte, collocata in posto 10 anni fa, nel 2010, opera dell'artista Flavio Favelli.

Black Villa è "un assemblaggio di ringhiere, cancelli, inferriate recuperate e ricomposte in una sorta di recinto-gazebo", viene riportato sul sito del Comune di Torino nella sezione dedicata alle opere d'arte presenti sul territorio; è stata realizzata nell'ambito del progetto "Un PO d'arte" promosso dall'associazione culturale Art At Work, grazie al quale diverse installazioni e opere hanno trovato posto negli spazi verdi lungo le sponde del Po. Favelli ha realizzato diverse gabbie di questo genere, a partire dal 2006, assemblando ringhiere, porzioni di cancellate e ferri vecchi e poi verniciandoli. La gabbia nera è stata collocata nel Parco Michelotti probabilmente per le suggestioni e i rimandi con il luogo. L'artista racconta (il testo è riportato sul sito del Comune):

Quando ho montato con la gru l'opera il conducente del camion mi ha chiesto: Cosa rappresenta? Gli ho fatto presente che eravamo vicino allo zoo e subito mi ha detto: Ah già la gabbia dei leoni! Purtroppo molte persone – istruite e non – hanno una concezione utilitaristica del mondo, tutte le cose servono a qualcosa e se qualcosa non servisse – apparentemente – a nulla? Cosa potrebbe significare una specie di gabbia fatta con ferri battuti di vecchie ringhiere e balaustre (che oggi nessun fabbro è più capace di fare) messa in un parco fra le fontane? Mia madre, professoressa di lettere in pensione, risponderebbe: È per bellezza...

Il segno sul muro

Uno dei murales presenti al Parco Michelotti di Torino.
Uno dei murales presenti al Parco Michelotti di Torino.

Eppure le cose servono sempre a qualcosa e non perché si ha una concezione utilitaristica del mondo, piuttosto perché il legame tra le persone e le cose è una delle basi del nostro stare in quel mondo. Ammesso che possa esistere un oggetto senza significato, possiamo essere certi che a un certo punto ne acquisirà uno, che noi daremo un senso, una funzione, un'origine e una storia, anche, a quell'oggetto. Nessuno guarda e basta; non lo fa Virginia Woolf annoiata sulla sua poltrona in un pomeriggio d'inverno e non lo facciamo noi che passiamo trafelati all'ombra degli alberi del parco Michelotti per andare a lavorare la mattina o per portare a spasso il cane. Non c'è oggetto privo di identità e in assenza di una memoria, possibilmente scritta, che ci soccorra (la memoria visiva è spesso fallace; è noto però quanto quella scritta possa essere tendenziosa), l'identità originaria (funzione, origine, significato) sparisce in tempi molto brevi. La memoria forte del luogo (lo zoo) ha incorporato la gabbia nera davanti alla biblioteca Geisser, ne ha fatto una falsa memoria di sé, ribaltandone la rappresentazione iniziale (che fosse, nelle intenzioni dell'artista e di chi ha promosso l'opera, quella di una generica Bellezza o di un superamento del passato); un ribaltamento aiutato anche dal fatto che non esisteva e non esiste una targhetta che indichi autore e anno di creazione dell'opera. Così quella gabbia per molti è diventata una gabbia del vecchio zoo, la gabbia del leone o quella delle scimmie. C'è chi è fermamente convinto che sia quella davanti alla quale è stato fotografato bambino. Perché "una volta che una cosa è fatta, nessuno può più dire come sia stata fatta". Il segno sul muro di Virginia? Alla fine si è alzata ed è andata a vedere: era una lumaca.

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Bibliografia

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