Alba Pompeia e le Langhe ai tempi dei Romani

Strade, templi e uomini del territorio albese durante il dominio di Roma

Alba Pompeia

Laureato in archeologia medievale all’Università di Torino e con un master presso la milanese Fondazione Feltrinelli, è docente di italiano e storia nelle scuole secondarie e libero professionista. Dal 2013 collabora con l’associazione Ambiente & Cultura nell’ambito del progetto Alba Sotterranea, nella valorizzazione del museo civico “F.Eusebio” e del centro culturale “San Giuseppe” di Alba. Nato nel Roero nel 1991 ma ormai albese, lettore bulimico e sportivo con non troppa costanza, pur parlando di storia, tenta di essere chiaro senza annoiare le persone che ne leggono o ascoltano le parole.

Anno 173 a.C., le Langhe e il Piemonte sudoccidentale sono sconvolte dalle guerre romano-liguri. Roma era ancora una repubblica e solo molto tempo dopo sarebbe diventata un impero. In quell’anno, non lontano dalla moderna Acqui Terme, sorgeva il villaggio di Carystum, il più grande insediamento dei Liguri Statielli, fiera popolazione preromana che commerciava con Genua, antica città alleata dell’Urbe.

Principali popolazioni liguri nel II secolo a.C.

In quel territorio così lontano dal Lazio, Marco Popilio Lenate, uno dei due consoli in carica, desideroso di imprimere un’accelerazione al processo di conquista dell’area, decise di attaccare l’insediamento in cui, nel frattempo, si era rifugiato l’esercito degli Statielli. Lo scontro vide prevalere le legioni romane, ma il prezzo fu molto alto. Secondo le fonti, diecimila furono i Liguri che persero la vita e settecento coloro che furono imprigionati. Il villaggio fu poi raso al suolo e migliaia di superstiti vennero venduti come schiavi. Nonostante la condanna del Senato, motivata da aspetti più diplomatici che morali, l’anno dopo il console fece ancora in tempo a tornare tra queste colline per uccidere altri seimila liguri. Questa volta, l’assemblea decise di pubblicare un senatoconsulto con il quale decise di allontanare Lenate dal potere e molti di coloro che erano stati venduti come schiavi furono impiegati per colonizzare le regioni limitrofe.

La conquista: legioni, strade e città

Questo episodio costituisce solo uno dei passaggi, probabilmente il più cruento, che portò i romani a sottomettere la zona a sud del fiume Po precedentemente occupata dai liguri, popolazioni di cui si hanno tracce nella toponomastica. In effetti, il processo di sottomissione da parte romana della componente ligure si concluse solo al tempo di Ottaviano Augusto, quasi due secoli dopo il suo avvio.

Tuttavia, accanto al massiccio uso delle legioni, il processo con cui le Langhe divennero parte integrante dell’ecumene romana si articolò in altri tre, fondamentali, passaggi: la creazione di strade; l’organizzazione della campagna, da ripartire tra i coloni centro-italici che avrebbero contribuito a romanizzare queste terre, attraverso il sistema della centuriazione (più che nelle Langhe, le sue tracce sono oggi maggiormente visibili nel Roero, in particolare nel territorio di Santa Vittoria d’Alba); la fondazione di città come Hasta-Asti, Alba Pompeia-Alba, Augusta Bagiennorum-Bene Vagienna e Pollentia-Pollenzo, centri del potere romano, posti comunque al centro di terre più o meno densamente abitate.

Alba Pompeia, acquaforte di Joan Blaeu e Pierre Mortier.

Seguendo le orme delle legioni che conquistarono questo territorio, si intraprende quella che i romani chiamarono via Fulvia, un asse stradale che da Dertona-Tortona, attraverso Hasta, arrivava a toccare i territori dove sarebbero state fondate Alba Pompeia e Pollentia. Attorno ad essa, si svilupparono una serie di percorsi secondari che, per quanto riguarda le Langhe, erano sostanzialmente tre. Il primo era il tratto che, dopo aver attraversato il Tanaro presso Alba, giungeva a Barbaresco, Castiglione Tinella e Santo Stefano; il secondo, invece, che da Alba proseguiva verso Rocchetta Belbo, Castino per poi proseguire lungo la Bormida di Millesimo; il terzo, al contrario, proseguiva verso sud, toccando le attuali Verduno, La Morra, Dogliani, Murazzano, Mombarcaro e Monesiglio, non distante ormai dalla costa ligure, presso l’attuale provincia di Savona, dove i romani avevano fondato diverse città, tra cui Vada Sabatia-Vado Ligure e Albingaunum-Albenga.

Il tempio di Alba Pompeia

Per quanto riguarda invece le città, il principale centro delle Langhe fu Alba Pompeia, la più recente fra le città menzionate in precedenza. In quella che oggi è piazza Pertinace, nella zona centrale della città, durante il rifacimento dell’area a inizio anni Duemila, sono emersi imponenti resti delle fondamenta della parte posteriore del tempio. Datato al I sec. a.C., è il più antico tra gli edifici rinvenuti in una città in cui la maggior parte delle strutture fu costruita nel secolo successivo. Inoltre, risulta interessante per la presenza di due corridoi – detti alae – sui fianchi dell’edificio, secondo un’antica abitudine costruttiva centro-italica. L’edificio sorgeva su uno dei lati corti del foro, la piazza principale della città. Sul lato opposto sorgeva la basilica civile, di cui sono emersi alcuni resti sotto la cattedrale di San Lorenzo e, non distanti dai portici che caratterizzavano i lati lunghi della piazza, erano presenti gli altri principali edifici pubblici. In particolare, spiccano i resti un teatro, rinvenuti a inizio Novecento da Federico Eusebio, al di sotto della chiesa di San Giuseppe, oggi sede di un omonimo e molto attivo centro culturale.

I resti del tempio romano in Piazza Pertinace ad Alba.

A chi era, però, dedicato questo tempio? Le ipotesi sono principalmente due. La prima, viste le grandi dimensioni della cella e il ritrovamento ottocentesco della testa di una statua colossale, che forse rappresentava Giunone, rimanda alla triade capitolina; la seconda, al contrario, sulla base di alcuni ritrovamenti epigrafici, attribuirebbe il tempio al culto dell’imperatore.

Storie di uomini

Tra le iscrizioni che ricordano la presenza di uomini deputati al culto dell’imperatore, emerge quella dedicata dal nobile cittadino albese Caio Cornelio Germano a sé stesso e alla propria donna, ricordata in realtà solo nelle ultime tre righe, ma descritta come “ottima moglie”. In questa preziosa iscrizione, realizzata in marmo lunense e datata alla fine del I sec. d.C., l’uomo descrive la propria carriera politica che lo vide, negli ultimi anni, diventare anche flamine, un sacerdote addetto al culto del divinizzato Augusto. Curiosamente, quest’ultima carica, poiché riportata con caratteri più piccoli tra una linea e l’altra, sembrerebbe essere stata aggiunta quando il monumento era già stato concluso. Fa sorridere l’idea di un uomo ormai attempato che, nonostante i successi raggiunti, non guardasse con entusiasmo all’idea di spendere nuovamente un’ingente somma di denaro per rifare il proprio monumento.

Iscrizione in marmo di Caio Cornelio Germano.

Leggendo le cariche che ricoprì, emerge una carriera politica che lo portò ben oltre le mura della città langhetta. In effetti, egli ricoprì la carica di praefectus fabri, ufficiale del genio militare, e di iudex di una delle cinque decurie che tenevano udienza a Roma. Questi incarichi, affidati dal tempo di Ottaviano Augusto al ceto equestre, una sorta di borghesia di età romana, furono ricoperti anche da un altro antico cittadino albese, Marco Carsio Secondo, la cui storia è però più frammentata poiché scolpita su un’epigrafe tagliata e riutilizzata in età medievale. Sicuramente, il successo politico di questi uomini di Alba Pompeia rivela come Alba e le Langhe si fossero ben inserite nella società romana, nel cui alveo diversi individui ebbero modo di fare carriera e, verosimilmente, di migliorare la propria condizione sociale.

Publio Elvio Pertinace

Tuttavia, la persona che maggiormente scalò le gerarchie romane fu un’altra. Nato nel 126 d.C. nel territorio di Alba Pompeia in una famiglia in cui padre era un liberto arricchitosi grazie al commercio della lana, egli ebbe la possibilità di studiare e di arrivare a conoscere molto bene il greco. Dopo alcuni anni nelle vesti di grammaticus, una sorta di professore di alto livello, cominciò una carriera militare che lo portò, col tempo, a diventare il generale fidato di Marco Aurelio. Dopo la morte dell’imperatore filosofo, non fu in buoni rapporti col successore Commodo. Ciò, comunque, non gli impedì di continuare a difendere i confini dell’Impero, di cui visitò i più remoti angoli. Ormai ingrigito, ritornò per alcuni mesi nella sua terra natale, le Langhe, ma, raggiunto da un messaggero, la mattina del primo gennaio 193 d.C., quest’uomo di Alba Pompeia si ritrovava a Roma, di fronte ai senatori, a pronunciare un discorso nelle vesti di nuovo imperatore romano. Il suo nome era Publio Elvio Pertinace. Poco noto nell’immaginario collettivo nonostante il ricordo di Niccolò Machiavelli, egli deve la sua scarsa notorietà probabilmente al fatto che fu ucciso presto, dopo soli ottantasette giorni dalla proclamazione, dai pretoriani.

Almeno localmente, questo nome – Pertinace – sarà però destinato a diventare sinonimo di successo. In effetti, alla seconda metà del II sec. d.C. è datata l’epigrafe di un uomo di nome Cneo Giulio Pertinace che fece una buona carriera politica, fatta realizzare dal padre Gneo Didio Ermes. Ciò che rende interessante questo documento è il cognome greco del padre, un liberto: siamo quindi di fronte alla prova di come, già nell’arco di una generazione, il figlio di uno schiavo potesse migliorare sensibilmente la propria posizione sociale.

La presenza di persone di un certo rango ad Alba Pompeia è testimoniata anche dalle numerose domus rinvenute nel centro albese, tra cui quella di via Acqui. In rapporto ad essa, sorprende la possibilità di poter immaginare un uomo che, una volta giunto a casa, avesse la possibilità di rilassarsi in una sorta di sala termale privata, le cui pareti erano decorate con la rappresentazione di animali marini fantastici contornati da medaglioni floreali. Queste preziose testimonianze sono visitabili presso il museo civico di archeologia e scienze naturali “Federico Eusebio”, di Alba.

Affreschi della domus di via Acqui ad Alba.

Oltre le mura: tra il Tanaro e le Langhe

Tuttavia, al netto di queste persone facoltose che vivevano in città, per comprendere realmente le Langhe di età romana è necessario uscire dalle mura di Alba Pompeia, note su cinque degli otto lati della città, per seguire il corso del Tanaro e inerpicarsi per le colline.

Stele funeraria di Marco Lucrezio Cresto.

Alle porte di Alba, presso il quartiere San Cassiano, è emerso un edificio di I-II sec. d.C. con all’interno un’ampia fossa per la conservazione di derrate alimentare. Alcuni chilometri più a nord, presso l’attuale centro di Gallo d’Alba, ai piedi del castello di Grinzane Cavour, si elevava un edificio di forma rettangolare che funzionò per circa tre secoli, adibito probabilmente ad azienda agricola. Appena ad est, presso l’attuale Diano d’Alba, sarebbe sorto addirittura un piccolo agglomerato urbano, di cui si conoscono alcune strutture.  Che cosa si produceva in questi insediamenti però? La stele rinvenuta presso la non distante Pollentia ci ricorda la vita di Marco Lucrezio Cresto, un mercante di vini. Rispetto a questa bevanda, occorre ricordare come Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane lodassero, rispettivamente, i terreni argillosi della zona e le abbondanti vendemmie di queste colline. Probabilmente, quindi, allora come oggi, il prodotto più importante era il vino, come testimoniano anche le numerose anfore a fondo piatto ritrovate, ideali per la sua conservazione. Tuttavia, a differenza di oggi, questa bevanda era destinata soprattutto al consumo locale e non all’esportazione. Per quanto riguarda le aree oggi maggiormente accostate al vino come Barolo o La Morra, si segnalano solo alcuni ritrovamenti di parecchi decenni fa. Più conosciuta è invece la presenza romana presso i territori di Barbaresco e Neive, dove sono stati messi in luce resti di insediamenti rurali e, per quanto riguarda il secondo centro, sepolture a cremazione e resti di strade.

Tuttavia, non si viveva di solo vino. Ad Alba Pompeia, sfruttando il terreno argilloso, si producevano diversi materiali in ceramica. A conferma di ciò, il laterizio fu usato in più occasioni dai costruttori romani: usato come rivestimento delle mura, fu impiegato in tutti gli edifici più significativi della città. Ad ogni modo, non ci si limitava alla ceramica se, presso il comune di Gorzegno, è stata trovata un’epigrafe con la rappresentazione di una scena ambientata nella bottega di un fabbro. In più, non va trascurata la grande importanza che anticamente rivestiva il legno, il grande assente a livello archeologico per motivi legati alla sua natura organica. In effetti, le Langhe erano, all’epoca, molto boscose e il fiume Tanaro era navigabile fino alla confluenza col Po. È pertanto immaginabile che, sfruttandone la corrente, i fusti degli alberi fossero trasportati presso i centri abitati per essere poi usati in edilizia.

Alba dopo la fine dell'Impero romano

Alba Pompeia e il suo territorio furono colpiti più precocemente rispetto ad altri centri limitrofi da una crisi economica di cui si ignorano i motivi, ma di cui si percepisce l’entità dato il drastico calo di testimonianze archeologiche riferibili agli ultimi secoli dell’Impero. Tuttavia, anche dopo la caduta di Roma e nonostante le invasioni, mentre altri centri come Pollentia o Augusta Bagiennorum venivano abbandonati, il centro albese sopravvisse grazie alla presenza di una cinta muraria e di una sede vescovile. Tra le colline, invece, emersero centri che, in età romana come oggi, erano secondari, come Cortemilia, Ceva e Castino. La viabilità medievale e di età moderna, così diversa da quella antica, con i suoi folti fasci di strade difficilmente controllabili, condurrà Alba e le Langhe verso un’altra storia, molto diversa, fatta di castelli rurali, torri urbane, contrabbandieri e contadini che, solo molto tempo dopo, e per vie inaspettate, avrebbero portato ai Paesaggi Vitivinicoli, Patrimonio dell’Umanità dal 2014.

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Bibliografia

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