Bambole dal Piemonte, storia di una collezione

Non solo Lenci, le "bàmbule" sono la testimonianza artigianale di usanze e tradizioni piemontesi

Bambole Gianduja e Giacometta.

Nata ad Alessandria nel 1962 vive a Solero. Colleziona bambole etnografiche da quando era ragazzina, affascinata dal ricco bagaglio culturale che questi oggetti racchiudono. Ha proposto diverse mostre e conferenze e scritto su giochi e giocattoli. Giornalista pubblicista, ha lavorato per 40 anni presso il giornale ‘Il Piccolo’, scrivendo in particolare, di spettacoli e cultura. È autrice del libro ‘Bambole del mondo. Storie e tradizioni’.

Il mondo del collezionismo offre da sempre l’opportunità non solo di circondarsi di cose antiche, preziose, curiose o stravaganti, ma anche di conoscere oggetti che appaghino nel tempo il nostro desiderio di sapere, sempre più e in maniera il più possibile approfondita, tutto su quel pezzo o quel personaggio, comprese storia e origini. Per quanto mi riguarda ho optato per un genere di raccolta che mi consente di viaggiare per il mondo senza muovermi da casa: colleziono infatti bambole etniche, o in costume, le cosiddette “bambole souvenir”, quelle che si compravano a ricordo di un viaggio, il cui periodo d'oro, come per le bambole più in generale, è stato l’Ottocento, secolo di grandi esplorazioni, viaggi e fenomeni quali colonialismo, nazionalismo, scambi commerciali.

Spesso considerate genere minore e prese in considerazione solo se preziose o realizzate da ditte celebri, queste bambole rappresentano invece, in maniera efficace e diretta, usi, costumi e tradizioni dei popoli della terra che, con materiale più o meno pregiato, riescono non solo a realizzare strumenti da gioco, ma anche pezzi di artigianato, testimonianza concreta del desiderio di tramandare abilità manuali, storie, religioni, folclori. Oggi, nell’era della globalizzazione, sembra quasi anacronistico analizzare aspetti legati a riti e abitudini di culture tanto diverse fra loro. Ma, come dimostrano le mie quasi mille bambole, credo che alla fine sia sotto gli occhi di tutti come la forza di questo nostro pianeta stia proprio nella specificità dei singoli esseri umani e negli elementi naturali che lo caratterizzano. 

Lenci, dal quartiere Crocetta al mondo

Nel 2019 ho pubblicato il libro Bambole del mondo. Storie e tradizioni, con il duplice scopo di raccontare la mia collezione rendendo al tempo stesso omaggio ai 100 anni di una ditta piemontese che, seppure non più attiva, è stata e resta un punto di riferimento per i collezionisti di tutto il mondo: la Lenci. Fondata nel 1919, la Lenci ha creato diversi modelli di bambole, molti dei quali in costume (io classifico così le bambole non etnografiche, cioè non autoctone). Della prestigiosa fabbrica torinese intendo raccontare alcune curiose vicende che si dipanano fra Cuneo e Alessandria, la mia città.

Copertina di "Bambole del mondo. Storie e tradizioni", 2019.

Nel 1980, l’allora direttore del Museo Civico di Cuneo, autorizzò l’esplorazione di materiale di scarto: avvenne un’interessante scoperta. Furono infatti ritrovati sette bauli contenenti ventisette gruppi di bambole Lenci tutte in abiti tradizionali della provincia Granda, un unicum museografico che rappresentava un tentativo assai raffinato di didascalizzazione del folklore locale, ben celebrato in un libro pubblicato dal locale Rotary Club. C'erano l'Abbà e il soldato di Sampeyre, il “poeta agreste” della festa di San Magno Roccavione, il pastore dell’Alta Val Tanaro, la donna di Paesana e diverse coppie di sposi, tra cui quelli di Briga, di Limone, di Acceglio, dell'Alta Val Varaita, la sposa di Frassino e quella di Moretta, costume quest’ultimo che indossa anche una delle mie bambole, realizzata negli anni Novanta da una cooperativa femminile di Saluzzo che ha riprodotto diversi costumi delle Valli Occitane.

Gruppo di tre bambole: sposa di Moretta, costume della Val Varaita e della Valle Gesso.

La seconda curiosità inerente la Lenci, è il legame con un'altra azienda celebre nel mondo non per le bambole ma per i cappelli: la Borsalino. Come mi ha confermato la nipote della creatrice di bambole, Elena Konig Scavini, ci fu un periodo tra le due guerre, durante il quale la Lenci utilizzò il feltro con cui l’azienda alessandrina realizzava i cappelli amati dai divi di Hollywood, che si rivelò particolarmente adatto per i faccini delle creazioni “made in Torino”. Chissà, forse la mia Bambina (serie 300) che proprio nel 2021 compie 100 anni, è una di quelle.

Storia, leggenda, riti antichi

Sempre a proposito della Lenci, mi piace evidenziare come, a ogni esposizione che propongo, non manchi mai l'Agnesina (bambola in celluloide che negli anni Sessanta veniva regalata con i punti della pasta Agnesi), vestita con il costume del gruppo folcloristico “Famija ‘d Gajoud”, che prende il nome da Gagliaudo Aulari, personaggio leggendario legato all'assedio di Alessandria del 1174 da parte di Federico Barbarossa. L’Archivio di Stato mi ha fornito notizie sull’abito, risalente ai tempi della battaglia di Marengo, che Napoleone combatté contro gli austriaci alle porte della città il 14 giugno 1800. Con una bambola Petitcollin, in celluloide e vestita da Bonaparte, si racconta così una pagina di storia che vide la piana della Fraschetta teatro di un evento decisivo per la scalata al potere politico e militare del Primo Console.

Bambola Petitcollin vestita da Napoleone Bonaparte.

E dopo due imperatori, un generale. Sicuramente curiosa è una figura in feltro, di fabbricazione italiana con le fattezze di un garibaldino. L'ho acquistato per rendere omaggio a Giuseppe Garibaldi che ad Alessandria arringò la folla da un balcone della centralissima via Dante nel marzo del 1867, per poi ritrovarsi prigioniero nella settecentesca Cittadella pochi mesi dopo, a settembre, per ordine dell'allora ministro alessandrino, Urbano Rattazzi.

Sempre a proposito di vicende storiche legate al territorio, ma scendendo a un grado più basso di potere, il signorotto locale di Rocca Grimalda, nell'Ovadese, si accontentava di esercitare lo ius primae noctis, vicenda, tra storia e leggenda, che viene rievocata con lo storico Carnevale della Lachera, il cui senso più autentico si rifà ad antichi riti propiziatori che si celebravano al termine dell'inverno e che vede coinvolti tantissimi figuranti. Con la consulenza del locale Museo della Maschera, un'esperta sarta ha realizzato un costume per un bambolotto vestito da Lacchè, che con il suo berretto fiorito e le sue danze festose, rappresenta speranza e gioia di vivere che si manifestano attorno agli sposi, protagonisti del corteo, espressione di fecondità e vita.

Agnesina della Lenci con abito tradizionale di Alessandria insieme al Lacchè di Rocca Grimalda.

Una Barbie piemontese

Una bambola iconica, venduta in milioni di esemplari in tutto il mondo è la Barbie, a cui il Mudec (Museo delle Culture) di Milano ha dedicato, qualche anno fa, un'affascinante mostra. Io non appartengo alla vastissima schiera di fan (tra cui un medico napoletano, tra i massimi esperti della bambola per eccellenza) che inseguono Barbie & Family. Ho una sola Barbie comprata negli anni Novanta da una sarta di Asti che, in occasione dello storico Palio, affiancava alla realizzazione di sontuosi abiti per i figuranti quella di vestiti minuscoli ma perfettamente simili a quelli “dei grandi”; la mia Barbie spicca tra quelle che richiamano il Piemonte, sontuosamente vestita con i colori del rione San Paolo.

Nate in riva al Lago Maggiore

Coppia di bambole della Ratti di Arona.

Non bisogna certo dimenticare che la nostra regione si è distinta per originalità e bellezza espresse non solo attraverso le Lenci, ma anche grazie alla Ratti & Vallanzasca, ditta nata nel 1913 sulle rive del lago Maggiore, ad Arona. A volerla furono due cognati, Antonio Ratti e Giovanni Vallanzasca che, per avviarla, assunsero diversi dipendenti di una fabbrica lombarda di giocattoli che aveva appena chiuso. Per le loro creazioni, vollero lo scultore Giovanni Pannunzio a cui fu affidato il compito di creare i volti di queste bambole non in feltro, ma in polistirolo prima e in polietilene e vinile poi, inventando sempre nuovi modelli che spaziavano da eleganti damine a bambine, ad altre in costumi tradizionali. Più adatte al gioco rispetto alle Lenci, le bambole di Arona sono sempre state realizzate con grande cura: sempre molto ammirata è la mia giapponese con pantaloni e tunica in raso dipinta a mano e originale spillone di madreperla a trattenere lo chignon. Curioso ricordare come, dopo le interruzioni degli scambi commerciali durante la guerra, i primi affari avvennero con imprenditori elvetici alla frontiera: vendere era importante ma fare in modo che si potesse tornare a giocare con articoli così belli, faceva superare anche le difficoltà dovute alla mancanza dei passaporti, non ancora ripristinati.

Bambole della tradizione

Parlando di Piemonte e di Torino in particolare, non si può non accennare a due maschere che molto spesso sono state interpretate da diverse ditte di bambole. Mi riferisco a Gianduja e Giacometta, protagonisti di storiche sfilate a Carnevale e testimonial della città della Mole. La versione più celebre (e anche più ricercata) è quella della Lenci, ma appunto anche altre ditte come la Magis e la Vecchiotti, specializzate nella realizzazione di pregevoli bambole souvenir, ne misero in commercio alcuni modelli, proposti spesso accanto a celebri innamorati come Renzo e Lucia o Romeo e Giulietta.

Bambola Lenci in costume da Lucia Mondella.

Lingue e religioni

Folklore, tradizioni ma anche caratteristiche religiose, linguistiche e culturali: le bambole etniche rappresentano molto più che un silente ricordo di viaggio. Uno dei costumi femminili più ricchi e antichi del Piemonte è quello di Pragelato, di cui l'elemento più particolare è la toqque, la cuffia indossata un tempo da ogni donna del paese, di colore diverso a seconda di condizioni o momenti particolari della vita. A forma di ventaglio aperto, la toqque è costruita su un'anima di cartone molto spesso, foderata di stoffa di cotone o seta damascata, arricchita da nastri e fiocchi. Il tutto fedelmente riprodotto da una bambola anni Settanta, esposta accanto ad altre che, in porcellana Capodimonte una, in cartone pressato l’altra, sono accomunate dell’abito valdese, anticamente senza alcuna connotazione religiosa ma semplicemente indossato nei giorni di festa e, a volte, anche il dì delle nozze.

Bambola in Capodimonte con bambola in costume di Pragelato.

Bambole povere: dal pane alle pannocchie

Non tutte le bambine hanno avuto, in passato, la possibilità di giocare con le bambole, che per quanto di modesta fattura, non erano alla portata di molte famiglie. Ciò non vuol dire però che queste stesse bambine non abbiano avuto una compagna di giochi, da trasformare in principessa o, più semplicemente da proiettare come futura figlioletta da cullare con amore. Il museo del C'era una volta, nella sede della storica Gambarina (caserma risalente al Settecento nel cuore di Alessandria), riproduce per le scolaresche che lo visitano le cosiddette “bambole povere” fatte con rimasugli di stoffa, i capelli in lana, un faccino abbozzato, o altre dette buate ‘d fujachin, realizzate con tutolo, foglie e barba di pannocchia, poche cose che si trovavano in campagna, utili per riempire pance e materassi ma anche alla fine, per far giocare i bambini: le femmine con le buate, i maschi con animaletti fatti di tutolo e fil di ferro. E per tutti, a Natale, c'era un crumbot, dolce povero con sembianze di bambinello, con nocciole, uvetta o scorza d’arancia a renderlo più gustoso: prima ci si giocava un po' e poi era bello assaporarlo tuffandone pezzo per pezzo in una scodella colma di latte.

Le creazioni in pannocchia e stoffa del Museo del "C'era una volta" di Alessandria.

Un giro intorno al mondo

A conclusione di questo viaggio, voglio fare una considerazione e sollecitare riflessioni, su quanto vasta sia la potenzialità culturale di queste bambole che, come detto,  personalmente non considero solo giocattoli o souvenir, ma espressione di culture dei popoli della Terra, capaci anche di fare del bene, viste le numerose iniziative di solidarietà ad esse legate (come le minuscole bambole che hanno dato una seconda opportunità alle donne scampate alla tragedia dello tsunami). Non c'è angolo del pianeta che io non possa raccontare: scegliendo tra i continenti, ecco per l'Asia il Giappone, dove in onore delle bambole e delle bambine ogni anno si celebra una festa ricca di tradizione e simbolismi. Dopo aver visitato una mostra sugli Inuit, al Museo della Montagna di Torino, tramite una galleria d'arte canadese, ho acquistato un manufatto del popolo dei ghiacci, con il volto in steatite, pietra con cui si fabbricano stufe, utensili per la cucina e appunto giocattoli. Le bambole africane invece, sono molto spesso in legno, stoffa, radici, abbellite da perline colorate o particolari accessori come un copricapo a forma di corna, sagomato con carta bagnata che le donne Herero (Namibia), indossano quando proprietarie di bestiame, quindi potenti. 

Tre bambole "del mondo": una del Perù, l'Inuit canadese con volto in steatite e una creazione in legno con abito fatto a mano dalla Polonia.

E poi c'è l'America che non è solo il Paese della Barbie (le cui origini, fra l’altro, sono tutt'altro che americane): c'è a rappresentare Hollywood il Duca, John Wayne, oppure ecco Raggedy Ann (ispirata a una serie di libri per l'infanzia di Johnny Gruelle), le bambole con il faccino in fili di palmeto dei Seminole, indiani della Florida. E le curiose kachina con penne, piume o denti di animali selvatici, figure fondamentali per gli Hopi (Arizona), o quella in pelle di bisonte dei Sioux, i Nativi americani, così ostacolati eppure tanto presenti nella storia degli States. E l'Europa? Francia e Germania hanno rappresentato e rappresentano nazioni capofila non solo nella realizzazione ma anche nell’ideazione di materiali (prima ancora che di modelli) innovativi di bambole e giocattoli, e da sempre hanno puntato molto anche sulla bambola folkloristica e di tradizione.

Infine l’Italia, che avendo chiuso o ceduto le grandi aziende, per quanto riguarda questo specifico settore resta ancorata all'artigianato, affidando a mani esperte, soprattutto in regioni come Trentino, Sicilia e Sardegna, o a enti come l’Ivat in Valle d'Aosta, la creazione di bambole che veramente sappiano rappresentare l’immane bellezza e ricchezza culturale del nostro Bel Paese che, anche attraverso una semplice bambola, sa ancora regalare grandi emozioni.

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Bibliografia

  • AA. VV., Bambole, tradizioni, costumi, cultura di popoli pubblicato nel Catalogo mostra Ente Premi Roma, Palazzo Barberini, Roma, Ed. La Linea, 1985.

  • AA. VV., First Collections Dolls & Folk toys of the world, s.l., Mingei International Museum, 1987.

  • AA. VV., I costumi regionali d'Italia, Milano, Fabbri Editori, 2004.

  • AA. VV., Bambole e non solo...Lenci, una storia torinese, Torino, Archivio Storico di Torino, 2010-2011.

  • Bottino P., Bambole del mondo. Storie e tradizioni, Alessandria, SO.G.Ed., 2019.

  • Conti C. e Cordero M., Vestire la tradizione. Bambole etnografiche Lenci del Museo Civico di Cuneo, Cuneo, Ed. Rotary Club di Cuneo, 1986.

  • De Amicis E., Il "Re delle bambole", Palermo, Sellerio editore, 1990.

  • Hedrick S. e Marchette V., Dolls & Dresda, s.l., Hobby House Press Inc., 1997.

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