Dal territorio alle parole, i toponimi piemontesi

Come nascono i nomi dei luoghi che ci circondano? Un viaggio alla scoperta della loro origine

Alberto Ghia
Alberto Ghia

Astigiano, è dottore di ricerca in Linguistica italiana, cultore della materia presso l’Università di Torino e redattore dell’Atlante Toponomastico del Piemonte Montano. I suoi campi di ricerca sono la dialettologia, la geografia linguistica e l’onomastica. Nel tempo libero viaggia all’insegna della curiosità, per strade di carta o di asfalto, cercando bei paesaggi, storie interessanti, tradizioni quasi dimenticate e formaggio.

Tutti abitiamo in un qualche centro, chi più grande, chi più piccolo, magari ripartito a sua volta in quartieri, borghi; oppure, anche solo su una via, su una piazza, che determina il nostro indirizzo di residenza. Da lì ci muoviamo, talvolta per andare a lavoro, nella stessa città o altrove, oppure per andare in vacanza: in montagna, al mare, in una bella città d’arte o anche solo in campagna, alla ricerca di un po’ di relax. Corriamo, per mantenerci in forma, lungo i viali, oppure in un parco; in montagna d’estate battiamo sentieri salendo verso la cima di una montagna; ogni giorno sbrighiamo una serie di commissioni, spostandoci da una parte all’altra della città, o anche più lontano. A piedi, in bicicletta o in automobile, partiamo da un punto nello spazio per raggiungerne un altro. Il nostro viaggio può essere movimentato da alcune variabili: una chiamata, un dibattito alla radio o una canzone del nostro cantante preferito; e così procediamo, prestando (chi più, chi meno) attenzione a tutti quei cartelli che ci comunicano dove siamo.

Dare un nome allo spazio

Da tempo immemorabile l’uomo usa nomi per indicare lo spazio: è un modo pratico per “addomesticarlo”: ogni porzione – questa più grande, quella più piccola – ha un proprio nome, che usiamo per farci capire dalla persona con cui stiamo parlando. Fin dalle scuole elementari abbiamo imparato nomi di città, fiumi, stati, montagne; abbiamo imparato anche ad associare un nome a una precisa porzione di spazio. Altri li impariamo viaggiando: se siamo in autostrada, verremo informati di quali città possiamo raggiungere prendendo una determinata uscita; oppure scopriamo il nome del fiume che scorre sotto il ponte che stiamo per percorrere. Organizzando un'escursione in montagna, faremo attenzione a quali baite incontreremo lungo il percorso, a quale vetta o punto di osservazione raggiungeremo e, da lì, che cosa potremmo vedere, piccolo piccolo, all’orizzonte sotto di noi.

Nei nostri viaggi troviamo nomi di ogni tipo. Nomi seri, nomi scherzosi, nomi lugubri, nomi maestosi; troviamo nomi che sembrano non voler dire altro che il luogo che designano e nomi invece che evocano concetti comuni, quasi sempre concreti: cosa vuol dire Torino? E Cereseto?

Se vogliamo sapere che cosa vuol dire un nome, sarà la toponomastica a darci una risposta. La toponomastica studia appunto il significato dei nomi di luogo – o, per essere più precisi, studia l’etimologia dei toponimi (parola dotta, di origine greca, composta da topos, luogo e onoma, nome: vuol dire quindi nomi di luogo). Si tratta spesso di un lavoro a ritroso: dalle forme attuali, impiegando le fonti storiche, si cerca di risalire alle attestazioni più antiche di un nome. Da quelle, impiegando gli strumenti della linguistica comparata, si cerca di risalire alla parola da cui si è originato il toponimo. La toponomastica, quindi, è a tutti gli effetti un settore specializzato della linguistica storica.

Alle origini della toponomastica in Piemonte

Generalmente si indica come fondatore degli studi toponomastici italiani un linguista piemontese, Giovanni Flechia (Piverone, 1811-1892), che condusse i primi studi sistematici su ampia scala, concentrandosi in particolare sui nomi di luogo che si rifacevano a un nome proprio di persona e ai nomi delle piante. Da allora, un numero molto nutrito di studiosi, amatoriali o di professione, si sono cimentati in quello che è considerato uno dei settori della lingua più complesso da etimologizzare, sia per l’antichità di certi nomi, sia per le molte modifiche e i molti accidenti che hanno subito i nomi di luogo, spesso del tutto incoerenti con il loro etimo: tra i toponimi infatti sono molto frequenti le paretimologie, cioè le reinterpretazioni del materiale linguistico di cui è sostanziato il nome di luogo.

Giovanni Flechia

Ad esempio, il parco nazionale del Gran Paradiso, che si estende tra la Valle d’Aosta e il Piemonte, deve il suo nome a una delle vette incluse nel suo territorio; essa però non ha nulla a che vedere con il luogo biblico: si tratta di una paretimologia di un originale gran parèi, grande parete, per i lastroni di roccia lungo le sue pendici.

L’opinione che il Monte Rosa debba il suo nome al caratteristico colore che assume il suo ghiacciaio in certe ore del giorno è falsa: il nome va collegato a una voce alpina, röza, che significa ‘ghiacciaio’. Una cima delle Alpi Cozie, lungo la dorsale tra la Val Chisone e la Valle di Massello (TO), ha il nome di Fea Nera. Parrebbe inequivocabilmente da collegare al piemontese fea neira, pecora nera, ma localmente in occitano la montagna è chiamata Fiounìëro: il nome in realtà si riferisce all’abbondante crescita del fioun, il trifoglio alpino, sulle sue pendici.

Trifoglio alpino (Trifolium aalpinum).

Se consideriamo la toponimia piemontese nel suo complesso è possibile apprezzare alcune costanti, in buona parte condivise su uno spazio geografico molto più ampio.

Gli antichissimi nomi dei fiumi

In primo luogo la nominazione dello spazio avviene perlopiù a livello popolare: sono le persone che abitano e vivono il territorio che, osservandolo e richiamandolo nei propri discorsi, gli danno un nome. Il nome di luogo passa poi di bocca in bocca, di generazione in generazione; nel momento in cui una denominazione si fissa, difficilmente essa viene mutata se, per un qualche accidente, cambia la lingua che viene parlata in un territorio.

Se, ad esempio, pensiamo ai nomi dei fiumi, molti di questi sono antichissimi: la ricerca del loro etimo ha condotto i linguisti a isolare radici sicuramente preromane (mentre più incerta è la precisa lingua a cui le radici fanno riferimento). Uno tra i nomi interessanti da questo punto di vista è stura, primo elemento di diversi nomi di fiumi piemontesi (la Stura di Demonte, CN; la Stura di Ovada, AL; la Stura di Lanzo, TO, che si forma a Ceres dalla confluenza della Stura d’Ala e della Stura di Valgrande e che nel comune di Traves riceve la Stura di Viù; la Stura del Monferrato, AT-AL, che percorre la Val Cerrina). L’idronimo è accostato da alcuni alla radice mediterranea *as-tur- ‘acqua corrente’, ‘fiume’, da confrontare con il basco iturri ‘sorgente’; la radice è stata anche evocata come probabile etimo di torrente. Non mancano altre interpretazioni: l’idronimo è stato anche accostato alle radici indoeuropee *stur- ‘muoversi’ e *sten- ‘risuonare’.

Mappa della Stura di Lanzo.

Nomi di epoca romana

Quale che sia l’origine, dobbiamo immaginarci che il popolo che l’ha nominato ha poi insegnato agli altri popoli che si sono stanziati nella zona a nominarlo; e questi, a loro volta, a chi li ha seguiti. Quando arrivarono in Piemonte, i Romani impararono a nominare il territorio proprio da chi già vi abitava: adattarono i nomi che furono loro trasmessi alla propria lingua; ne aggiunsero anche altri, ovviamente. Tra i nomi più caratteristici dell’epoca romana segnalo i toponimi derivati dai numerali, come Terzo (AL), Quarto (AT), Settime (AT), Settimo Torinese e Settimo Vittone (entrambi TO), Annone (< ad nonum AT), Quattordio (AL), Vesime (< vigesimum AT), Carema (< quadragesima TO), strettamente collegati all’imponente rete viaria che Roma realizzò in tutti i territori conquistati. I luoghi così nominati, infatti, nacquero in prossimità di una lapide miliaria, che indicava la distanza dalla città più vicina, a partire da una stazione di posta o di controllo daziario.

Cartello all'entrata di Settimo Torinese.

… e quelli longobardi

Anche le popolazioni germaniche che si stanziarono nei territori dell’Impero romano, all’indomani della sua caduta (ma anche prima) hanno lasciato tracce nella toponimia: basti fare cenno a due importanti voci del lessico longobardo che trovano ampia diffusione nella toponimia del Piemonte: fara, che inizialmente indicava il viaggio, e poi passò a indicare un insediamento, presente ad esempio nei toponimi Fara Novarese (NO), Farasca a Giaveno (TO) Fariola presso Salussola (BI), Faravella presso Tortona (AL) e Faravellino a Garessio (CN) e sala, che invece indicava un edificio preposto a conservare le derrate alimentari, presente ad esempio nei toponimi Sala Biellese (BI), Salabue (AL), Salasco (VC), Salassa (TO) e Saluggia (VC).

Una delle vie di Fara Novarese.

Poiché la creazione dei toponimi avvenne perlopiù a livello popolare, non ci si deve stupire se l’origine di molti, moltissimi anzi, è dialettale. I toponimi nacquero perlopiù nella comunicazione quotidiana e quindi nella lingua che le persone usavano per la comunicazione orale; quando diventava necessario impiegarli all’interno dei documenti, essi furono adattati – quasi mai tradotti – nella lingua in cui il documento era redatto (latino e, più tardi, italiano). 

Un territorio nascosto nelle parole

Abbiamo detto prima che, generalmente, i toponimi evocano uno o più elementi caratteristici del luogo che essi designano: ma quali sono i più ricorrenti?

Gli elementi del paesaggio naturale sono molto importanti. Le voci che, semplicemente, descrivono la morfologia o la qualità del territorio appaiono con grande frequenza nei toponimi. Il nome di moltissime alture è un nome composto da una forma più o meno italianizzata della voce piemontese bric, ‘rilievo’, come il Brich la Costa (1713 m.), nel territorio di Sampeyre, al confine con Sanfront e Brossasco (CN), il Bric della Ciarma, a Peveragno (CN; il secondo elemento rimanda a ciarma, voce occitana che significa meriggiatoio), il Bric Biola, a Camerana (CN; il secondo elemento rimanda al pi. biula, betulla) e il Bric Paglie (1859) tra i comuni di Donato, Graglia e Netro (BI); altri rimandano alla voce piemontese trüc, dal medesimo significato: il Truc (2263 m.) a Lemie (TO), il Trucco a Cereie, a Valdilana (BI), il Truc del Vento (1897 m.) tra Bussoleno e Chianocco o il Gran Truc (2366 m.), tra Perrero e Angrogna (TO). Il toponimo Bonda, piccolo insediamento del comune di Mezzana Mortigliengo (BI), va collegato a bunda, una voce piemontese, frequente nelle parlate della Valsesia; il nome Moglia (che designa ad esempio un gruppo di case ad Azzano d’Asti; un quartiere di Cherasco CN; una borgata a Bioglio BI) rimanda a möia (< mollia), che indica presenza di terreni ricchi d’acqua.

Sulla cima del Truc del Vento.

Piante e animali che indicano uno spazio

Anche le piante costituiscono un elemento molto ricorrente in toponimia, segno che fossero ritenute un elemento che ben si presta a caratterizzare uno spazio: talvolta sono richiamati esemplari che svettano solitari, come nei nomi di luogo Bioglio (BI), dal pi. biula, betulla; Fobello (VC), dal pi. fo, faggio; Robella (AT), dal pi. ru, rovere, quercia e Vernante (CN), dal pi. verna, ontano; altre volte i nomi evocano macchie di vegetazione, come ci segnalano i suffissi di valore collettivo: ad esempio Albaretto della Torre (CN), dal pi. arbra, pioppo; Cereseto (AL), da ciliegio, Cerreto d’Asti, dal cerro; Nucetto (CN), dal noce e Vanchiglia, quartiere di Torino, dal vetrice (lat. vincus, con un suffisso -ilia di valore collettivo).

Stemma di Cereseto in cui sono raffigurate delle ciliegie.

Nei nomi di luogo troviamo poi spesso implicati nomi di animali: essi possono segnalare la presenza di una certa specie sul territorio, ma anche la specifica destinazione d’uso di un pascolo. Rimandano all’allevamento nomi come Volpedo (< vicus pecudis, AL), Oviglio (< ovilia, da ovis ‘pecora’ AL) e Borgoregio, località di Torrazza Piemonte (TO), un altro altro buon esempio di paretimologia: la più antica attestazione del toponimo è infatti Porcaricia, ed è chiaramente un derivato da porcus. Tra gli animali selvatici più frequentemente richiamati nei toponimi troviamo l’orso, come in Serole (< ursariolae AT) o nel Monte Orsiera (TO); il lupo, come in Lovera, frazione di Bonvicino, o in Paraloup, a Rittana (CN); e l’aquila, come in Punta dell’Aquila (2115 m.) tra Giaveno e Pinasca (TO), o nel Monte Eighier (2574 m.), ad Acceglio (CN), dal nome occitano dell’animale. Troviamo anche altri animali, come il camoscio, in Monte Camoscere (2926 m.) a Prazzo (CN); la marmotta, in Monte Marmottere (2193 m.) a Mezzenile (TO), il gufo, in piemontese ciuc, in Rivera du Cioc, a Lessona (BI), il gheppio, in pi. crivela, in Rio della Crivella, a Castiglione Torinese, e lo sparviero in Roccasparvera (CN).

Antichi proprietari di un luogo

Nei toponimi compaiono sovente anche nomi di persona, probabilmente il nome di un antico proprietario del luogo; in questo caso la caratterizzazione avveniva attraverso l’indicazione del possessore. Spesso il toponimo è costituito da un nome proprio e da un suffisso (si dà a tali toponimi il nome tecnico di prediali); nella toponimia piemontese sono particolarmente frequenti il suffisso -asco, di origine ligure, come in Beinasco (TO), Cervasca (CN) e Piossasco (TO); -aco, evoluto in piemontese in -è, come in Bianzè (TO), Cuorgnè (TO) e Mazzè (TO), e -ate, come in Agrate (NO), Biandrate (NO) e Bornate (VC), di origine celtica; -ano, presente ad esempio in Magliano (CN), Ozzano (AL) e Vigliano (AT), di origine latina e -engo, come in Aramengo (AT), Odalengo (AL) e Ternengo (BI), di origine germanica.

Va detto che essi non furono produttivi solo nella loro lingua di origine, ma furono ben presto assimilati e impiegati nelle parlate locali, tant’è che possiamo trovare suffissi celtici o germanici uniti a nomi latini: il nome proprio personale alla base di Agliè (TO), il gentilizio Allius, è lo stesso nome alla base di Agliano (AT); in Murisengo (AL), invece, il suffisso germanico sembra essere unito a un esito popolare del nome mauritius (piemontese Mürisi). L’origine del suffisso, quindi, non è un indizio sufficiente ad attribuire il toponimo (e, di conseguenza, l’insediamento che denomina) a questo o a quello specifico popolo.

Gli esempi non sono molti, ma speriamo siano sufficienti a far intendere quanto possano essere utili i nomi di luogo nel raccontare la storia di un territorio: da chi è stato popolato, come è stato impiegato, quali sono state le caratteristiche principali che l’uomo ha rilevato. Ci proponiamo, però, di riprendere e approfondire il nostro discorso nei prossimi mesi.

Un viaggio in più tappe

A meno di non trasformare la nostra rassegna in un lungo elenco di nomi, pedante ed indigesto, non potremo affrontare e illustrare nemmeno tutti i nomi dei comuni del Piemonte; figurarsi tutti i toponimi! Ne selezioneremo alcuni, quelli che abbiamo ritenuto essere i più interessanti. I percorsi di lettura che vi proporremo sono in larga parte basati su materiale edito: spesso i contributi degli studiosi di toponomastica si disperdono in una serie di note, noterelle, “bricchie”, recensioni, osservazioni edite su pubblicazioni che hanno avuto una circolazione magari locale, e che oggi, a distanza di molto tempo, sono di difficile reperibilità. Il nostro intento è di dare nuova voce agli antichi e ai nuovi maestri, seguendo un taglio divulgativo.

Dizionario di Toponomastica Piemontese di Dante Olivieri, 2002.

Le fonti principali saranno il Dizionario Toponomastico Italiano e il Dizionario di Toponomastica Piemontese di Olivieri, a cui si affiancheranno altri lavori che riporteremo in calce agli approfondimenti. I nomi di luogo che discuteremo invece sono in larga parte nomi estratti dalle carte geografiche (siano esse materiali o digitali): le tavolette della Carta d’Italia, realizzate dall’Istituto Geografico Militare, le carte dell’Atlante Geografico del Piemonte, la Carta Tecnica Regionale, Google Maps e Openstreetmap. Abbiamo scelto di usare queste fonti perché abbiamo preferito riferirci a località e toponimi in cui i lettori possano avere facilmente occasione di imbattersi.

Ovviamente, se ci è possibile, cercheremo di venire incontro alle vostre curiosità. Preferiamo però essere sinceri: il lavoro etimologico è complesso e sbagliare può essere più facile di quanto non sembri. Il nome scritto spesso non basta, servono le antiche attestazioni (non sempre facilmente raggiungibili) e i nomi dialettali per riuscire a elaborare una proposta etimologica se non definitiva, almeno consistente. Tuttavia, un po’ di pratica con lo stato dell’arte può facilitarci nel recuperare le informazioni che cercate, e lo faremo volentieri.

Buona lettura e buon viaggio a tutti!

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Bibliografia

  • AA.VV., Atlante geografico del Piemonte, Torino, Regione Piemonte, 2008.
  • Garancini Costanzo, A., La romanizzazione nel bacino idrografico padano attraverso l’odierna idronimia, Firenze, La nuova Italia, 1975.
  • Gasca Queirazza, G. et altri, Dizionario di Toponomastica. I nomi geografici italiani, Torino, Utet, 1990.
  • Olivieri, D., Dizionario di toponomastica piemontese, Brescia, Paideia,1965.
  • Pellegrini, G. B., Toponomastica italiana. 10000 nomi di città, paesi, frazioni, regioni, contrade, fiumi, monti, spiegati nella loro origine e storia, Milano, Hoepli, 1990.
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