Arte 

Giovanni Battista Quadrone, "iperrealista" dell'Ottocento

Vita, opere e passione per il dettaglio del pittore monregalese noto per i quadri di caccia

Mattinata di caccia, G. Battista Quadrone, 1887.

Laureato in lingue all’Università di Torino, ha una passione per tutto ciò che è cultura, arte, storia e scienza. Al fascino e alla curiosità per tutti i paesi vicini e lontani, e in particolare per quelli di lingua tedesca, unisce l’interesse ai ben più vicini angoli del natio cuneese.

Nel mondo dell’arte, il nome di Quadrone rimanda subito alle scene con cacciatori e cani a seguito, soggetto da lui tanto amato quanto oggetto di sufficienza da parte della critica, che lo vide sempre come fumo negli occhi, “fiammingo del XIX secolo”, iperrealista e tra gli ultimi rappresentanti della ottocentesca pittura di genere. Eppure, oltre ad essere amatissimo dai collezionisti, egli fu un pittore di grandi capacità, riconoscibilissimo per la particolarità dei suoi temi e inoltre un artista fortemente piemontese che seppe anche farsi affascinare dall’“altrove”.

Osteggiato dalla critica

Giovanni Battista Quadrone, anni '60 del XIX sec.

Giovanni Battista Giuseppe Francesco Quadrone nacque il 5 gennaio 1844 a Mondovì, lo stesso paese di Giolitti, di cui era più giovane di due anni, in provincia di Cuneo, e a parte un breve soggiorno a Parigi e le puntate in terra sarda, che dovevano essere fonte per lui di grande ispirazione, svolse tutta la sua carriera tra il paese natio e Torino. Quadrone, che a dispetto del nome e di alcune notevoli eccezioni si dedicò prevalentemente a opere di piccolo formato, era dotato di una tecnica molto realistica ed estremamente minuziosa. Oltre ai già citati quadri a tema venatorio, popolarissimi tra i collezionisti e anche tra i falsari, Quadrone dipinse scene in costume, paesaggi e personaggi della Sardegna e del Piemonte, animali (oltre a cani di ogni razza anche cavalli, bestiame, oche, uccelli selvatici) e, verso la fine della sua carriera, anche alcuni quadri ambientati nel mondo del circo.

Fu piuttosto prolifico: una sessantina le opere realizzate, secondo il pittore stesso, numero però molto sottostimato per la sua tendenza a considerare completi solo i quadri rifiniti fino all’ultimo dettaglio, il che quindi esclude diverse altre opere completate e degne di stare a fianco delle altre. La sua adesione alla pittura di genere, per quanto premiata sul lato economico e forse anche per questo, gli ha alienato le simpatie della critica per oltre un secolo. I critici a lui contemporanei, più attenti forse ad altre correnti maggiormente innovative nella pittura italiana, lo ignorarono e ancora più feroce fu la stroncatura della critica novecentesca che ritenne il suo stile sprecato per i soggetti trattati e constatò con rammarico il perdurare del successo di Quadrone presso i collezionisti “soprattutto per i suoi cani, tanto veri da non mancare che dell’odore!”. Tra gli altri, un altro piemontese d’eccezione, Mario Soldati, scrisse che ”la ricerca dell’aneddoto che piaceva al pubblico, contribuirono a soffocare, nel Quadrone, ogni reale ispirazione artistica”.

Scarse furono le mostre a lui dedicate: a parte una esposizione postuma del 1899, la più importante fu quella del 1949 dove venne commemorato un altro noto pittore suo contemporaneo, l’orientalista Alberto Pasini. Solo di recente la critica si è dimostrata più imparziale e benevola nei suoi confronti e in quelli delle sue opere, segno di ciò sono le due esposizioni, una del 2002 a Mondovì e Torino e una nel 2014–2015 al Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto di Torino (che sull’artista pubblicò parallelamente una eccellente monografia).

Monografia su Giovanni Battista Quadrone pubblicata dal Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto di Torino.

Il primo periodo e le opere letterarie

La famiglia Quadrone non era del tutto estranea all’arte. I Quadrone erano infatti marmorari di lontane origini lombarde, trasferitisi a Mondovì nel Settecento attirati dai lavori di completamento del santuario di Vicoforte. Col passare del tempo, avevano ampliato la lucrosa attività arrivando a gestire alcune cave nel cuneese e a diventare proprietari di terreni nei dintorni di Mondovì. Sebbene Quadrone non si occupasse mai di persona dell’azienda di famiglia, lasciandone la gestione ai genitori, agli zii e al fratello Francesco, la provenienza da un ambiente agiato gli permise di vivere libero da problemi economici e di non dover dipingere per vivere, contrariamente a molti suoi colleghi pittori, motivo questo anche di qualche invidia.

Dopo i primi studi, nel 1861 entra all’Accademia Albertina, dove studia pittura con l’artista di origini bolognesi Gaetano Ferri, e inizia a cimentarsi nella realizzazione di opere di ispirazione letteraria: tra questi suoi primi tentativi vi sono ad esempio Margherita, del 1867, ispirato al Faust di Goethe, e Eudoro e Cimodocea nel Colosseo nel momento di essere aggrediti dalla fiera dal romanzo storico Les Martyrs di Chateaubriand realizzato nel 1868, anno in cui termina i suoi studi. Gradualmente, l’interesse del giovane artista si sposta verso la rappresentazione di scene in costume dai rimandi più o meno labili a veri fatti storici. Nella sua prima tela di successo, L’agguato, presentata nel 1869 alla mostra annuale della Società Promotrice di Belle Arti torinese, il rimando storico è ancora presente: vengono mostrati infatti gli istanti precedenti l’assassinio del nobile francese Enrico di Guisa (ucciso nel 1588) ma già nelle opere immediatamente successive questa adesione a eventi storici viene a mancare. L’agguato, comunque, viene accolto molto bene e viene acquistato dal municipio di Torino, oggi è visibile alla GAM di Torino.

"L’agguato", G. Battista Quadrone, 1869 (© GAM Galleria d’Arte Moderna).

La breve ma fondamentale esperienza parigina

Il 25 aprile dell’anno dopo, Quadrone parte per Parigi, allora la mecca per la pittura storica e di genere. Il monregalese non è molto fortunato: la sua visita nella capitale francese, da cui dovrà ripartire in tutta fretta appena quattro mesi dopo, coincide con il conflitto franco-prussiano che vedrà l’esercito tedesco cingere d’assedio Parigi. Quadrone fa però in tempo per approfondire il lavoro di Jean-Louis-Ernest Meissonier, che probabilmente conobbe di persona, e del suo allievo, lo spagnolo Eduardo Zamacois y Zabala, entrambi rappresentanti di primo piano della pittura a tema storico e di costume. Quadrone inizia a dedicarsi a quest’ultima, al punto che i suoi quadri in costume gli faranno meritare il titolo di “Meissonier italiano”. La “filiazione” per così dire, è evidentissima soprattutto se si confrontano i dipinti “in costume” del primo Quadrone con le opere del collega spagnolo: i protagonisti di diversi quadri di quest’ultimo sono infatti buffi cortigiani, giullari e nani che ritroviamo anche nelle opere dell’artista piemontese. Soprattutto, rispetto ai personaggi di Meissonnier, più seri ma anche più statici, quelli di Zabala sono immortalati dalla mano benevola dell’artista nel bel mezzo di qualche buffa scenetta, di un aneddoto attorno a cui è costruito l’intero dipinto.

Esempio di dipinto di Eduardo Zamaicos ("Enanos jugando al Cochonnet"), 1868.

Questa ricerca del lato umoristico è presente anche in Quadrone che, evidentemente ispirato dal pur breve soggiorno parigino, per tutto il decennio continuerà con il filone delle scene in costume, riprendendolo saltuariamente negli anni successivi. In questo periodo si definisce il suo stile pittorico, che si fa estremamente dettagliato, al punto da arrivare a considerare come ultimati solo quei suoi dipinti che considerava finiti secondo rigidi criteri personali, con la sua firma a fare quasi da sigillo. Altrettanta meticolosità Quadrone la riserva all’ambiente in cui si muovevano i suoi soggetti:

egli seppe presto farseli da sé quei costumi, come pure una quantità di accessorii, consultando tutte le fonti d’informazione, frequentando le biblioteche e specialmente le Gallerie […] Nelle sue cartelle si moltiplicavano allora le composizioni di quei soldatacci, feroci o comici, scatenati attraverso l’Europa […] indi gentiluomini, i buffoni, i monaci delle Corti, le cabale, i saccheggi, gli assalti, i temi delle guerre di religione, fino a qualche duello burlesco e a qualche interpretazione delle satire di Molière
Calderini Marco, La carriera di G. Battista Quadrone (1844-1898)
"Un giullare", G. Battista Quadrone, 1871.

Valga come esempio delle opere di questo periodo il dipinto Un giullare, del 1871, dove, accanto al personaggio del titolo che pare uscito dal colorato serraglio di Zabala, figurano per la prima volta diversi cani di varie razze, oltre ad altri animali: un segno del futuro percorso di Quadrone. Queste scene in costume gli daranno notevoli soddisfazioni economiche, grazie anche al rapporto con il mercante d’arte fiorentino Luigi Pisani, con cui collabora dal 1873, concedendogli tramite un contratto l’esclusiva sui suoi quadri ma, anziché ancorarsi al genere, Quadrone continua a sperimentare. Le stesse scene in costume iniziano ad avere una ambientazione via via più moderna, passando dalle corti seicentesche e settecentesche a personaggi del primo Ottocento, come in Ogni occasione è buona! del 1878, fino ad altre dal sapore quasi contemporaneo.

"Ogni occasione è buona", G. Battista Quadrone, 1878.

La passione per la caccia

A partire dal decennio successivo, terminato anche il rapporto di esclusiva con Pisani, Quadrone comincia a cimentarsi con opere a tema venatorio, tema anch’esso di successo e che diverrà un marchio di fabbrica dell’artista monregalese, facendo per il Piemonte quello che un artista più giovane, Eugenio Cecconi, stava facendo nello stesso periodo per il centro Italia con i suoi butteri, i suoi popolani e le battute di caccia al cinghiale. Univa così alla pittura un’altra sua grande passione, la caccia condotta con l’ausilio di cani, che praticava tanto in Piemonte quanto in Sardegna. Così lo commemorava, nell’anno della sua scomparsa, una rivista di caccia:

Egli studiò il cane colla passione dell’artista e del cacciatore e, artista coscienzioso quale era, ne aveva impressa nella mente l’ossatura, la nervatura, le forme tipiche e caratteristiche proprie di ogni razza, tanto che il suo verdetto, nelle Esposizioni canine e nelle Prove sul terreno, era da tutti accolto da riverente approvazione; […] Al sorgere del Pointer e Setter Club, il Cav. Quadrone ne venne, all’unanimità, eletto consigliere, e i suoi suggerimenti riescirono sempre preziosi.
Ferdinando Delor, G.B. Quadrone, in Rivista Cinegetica, n. 48, Milano, 1898
"Fortune diverse", G. Battista Quadrone, 1893.

L’estremo realismo delle sue scene di caccia non dipende però solo dalla sua conoscenza di “prima mano” della stessa, ma anche dalla gran mole di lavori preparatori, disegni e tavole, inclusi dipinti dal vero en plein air che Quadrone iniziò a praticare, nella prospettiva però di usarli solo come fonte di ispirazione. Un altro aspetto mai abbastanza sottolineato è l’incredibile verosimiglianza dei “caratteri” delle scene di caccia. Opere come Fortune diverse del 1893 o Sacco vuoto non sta in piedi dell’anno dopo, che ritraggono entrambe alcuni cacciatori in una osteria (la stessa, verrebbe da dire), stupiscono per i suoi personaggi: i vecchi cacciatori seduti a tavola, il volto rosso per il sole o forse per il troppo vino, la barba scura, l’atteggiamento pensoso, non sono personaggi di fantasia ma autentici esseri umani, che è possibile incontrare, se non lo abbiamo già fatto, in una qualunque delle provincie piemontesi, oggi come ai tempi di Quadrone.

"Il ritorno", G. Battista Quadrone, non datato.

La maggior parte di queste opere non rappresentano tanto la caccia durante il suo svolgimento, ma momenti successivi o precedenti la battuta: cacciatori al ritorno, in mezzo alla neve e carichi di prede come in Ritorno (1890), cacciatori all’osteria come nelle opere sopracitate o in Pranzo democratico (1894), cacciatori in attesa di partire come in Prima della partenza per la caccia (1897), cacciatori che vengono tirati dai cani o che non riescono a farsi seguire da questi. Anche in questi casi, Quadrone non rinunciava all’aneddoto, alla scena dai risvolti comici.

La Sardegna con gli occhi di un monregalese

Fu proprio la caccia a traghettare Quadrone verso un nuovo filone di opere, un tema estremamente originale per l’epoca e di grande interesse ancora oggi. Dal 1876 era solito risiedere in Sardegna ogni anno, dall’autunno fino a poco prima di Natale per la caccia al daino e al cinghiale, ma inizialmente questo non ebbe alcun riflesso sulla sua arte. “Due passioni così grandi come la pittura e la caccia non possono sussistere insieme nel cuore dell’uomo”, diceva. Le cose cambiarono a partire dal 1883, allorché conobbe Giuseppina Rogier, figlia diciasettenne di un industriale cagliaritano. Galvanizzato dalla sua nuova musa sarda, Quadrone mette da parte il fucile per i pennelli e sfrutta la conoscenza del territorio isolano per realizzare una serie di quadri aventi per tema il paesaggio della Sardegna e i suoi abitanti.

"Dopo una battuta", G. Battista Quadrone, 1889.

Dal pennello di Quadrone vediamo così uscire cavallerizzi sardi (Sardo a cavallo, 1884), cacciatori e cani (Ritorno dalla caccia, Sardegna, 1886–1888 e Dopo una battuta, 1889), singoli personaggi (Lo zio Giuseppe, 1886), cascine (Negozianti ambulanti, Sardegna, 1884), gli angoli più selvaggi dell’isola (Paesaggio sardo 1884–1886), tradizioni popolari (lo splendido Processione in Sardegna, 1884). Il pittore monregalese fa insomma per la Sardegna quello che i suoi colleghi francesi, tedeschi e inglesi facevano negli stessi anni per il nord Africa, l’India e l’Estremo Oriente. Quella di Quadrone è una via italiana all’orientalismo, cercato non in paesi lontani, ma negli angoli meno noti della propria nazione. Al di là della novità della tematica, Quadrone fa un altro passo in avanti decidendo di rinunciare all’aneddoto, allo spunto divertente. Anche quando questo potrebbe esserci, come in Due stanchi (1886), in cui un cavallo si fa trascinare malvolentieri dal suo cavaliere, il tono è serio. Lo sforzo di Quadrone di rappresentare in modo quasi etnografico una regione allora ancora poco conosciuta gli meriteranno il riconoscimento di Giovanni Saragat, padre di Giuseppe, che delle scene sarde dirà che “ognuna di esse dice di più di un libro di costumi”, al punto che si è tentati di affiancare il nome di Quadrone a quello di un altro grande piemontese e divulgatore della Sardegna in Europa, Alberto La Marmora.

"Negozianti ambulanti. Sardegna", G. Battista Quadrone, 1884.

Ritorno alle origini

Nonostante tutto, i soggetti sardi non riscuotono il successo sperato né presso la critica né presso il grande pubblico, in Italia come all’estero. Questo non impedirà a Quadrone di continuare con il filone, parallelamente a quello in costume e quello a tema venatorio già ampiamente collaudati, fino alla fine degli anni Ottanta, quando smise di visitare l’isola. L’intero decennio del resto è un periodo difficile per il pittore. La crisi economica internazionale fa ristagnare il mercato artistico e le sue entrate si riducono considerevolmente. Sono lontani i tempi di vacche grasse degli anni Settanta, quando i suoi dipinti in costume trovavano ampissimo mercato. A peggiorare le cose, nella notte tra il sei e il sette settembre 1885, nello studio torinese del pittore in via Santa Teresa, divampa un incendio che distrugge quadri, disegni, studi preparatori e denaro e rischia di mandare in fumo il matrimonio del pittore con Giuseppina Rogier. I due riescono comunque a sposarsi nell’ottobre dello stesso anno a Cagliari, ma dovranno rinunciare al viaggio di nozze.

Quadrone, che nel frattempo è divenuto padre di una bambina, Paola, nata nel 1886, si ingegna per cercare di piazzare i suoi lavori all’estero, contatta intermediari e partecipa a mostre. Londra, Vienna, Buenos Aires, Monaco, Dresda, Budapest, Praga, Amsterdam. I risultati, però sono scarsi. Terminato il filone sardo, si rivolge ai paesaggi attorno alla cascina “Torrero” al Merlo in Mondovì per ispirazione. Già negli anni precedenti, del resto, aveva realizzato qualche opera “piemontese” come Ritorno dal mercato. Inverno in Piemonte (1883) e Un mattino di mercato in Piemonte, presentato assieme ai primi lavori a tema “sardo” nel 1884. Tra i risultati più importanti del rinnovato interesse dell’artista per i luoghi natii c’è Nebbiolina autunnale, che espone alla mostra della Promotrice del 1896, ritraente un agricoltore che conduce due bovini lungo una strada di campagna. Anche in questo caso va sottolineato il grande realismo dell’opera, in particolar modo del paesaggio, che è esattamente quello della campagna attorno a Mondovì, terreno rossiccio incluso.

"Nebbiolina autunnale", G. Battista Quadrone, 1895.

Il filone circense

Gli anni Novanta, gli ultimi della sua vita, daranno a Quadrone qualche soddisfazione in più. Innanzitutto, nel 1889 era divenuto padre del secondogenito Carlo, e nel ‘92 della terzogenita, Anna Maria. Anche gli affari iniziano a prendere una piega più favorevole, grazie specialmente alle vendite in Italia, ma soprattutto la creatività di Quadrone trova nuovi sfoghi. Continuava con le sempreverdi scene di caccia, con qualche scena di genere e aveva avuto modo di approfondire le sue abilità di pittore animalista, con quadri dove traspare forte la sua passione di cinofilo, come Preludio di una Battagliuzza (1897), con uno stuolo di bassotti intenti ad azzuffarsi su una tavola.

"Preludio di una battagliuzza", G. Battista Quadrone, 1897.

Soprattutto, aveva cominciato a esplorare il tema circense, che sviluppò in un paio di quadri a cominciare dal 1891, anno di Le oche ammaestrate al circo. Il quadro più importante di questo nuovo filone, Il circo (o i saltimbanchi), di tre anni dopo, è un’opera ricchissima di personaggi, tra cui lo stesso autore inserito tra il pubblico, che anziché assistere allo spettacolo è intento a leggere il giornale. Per realizzarlo aveva trasformato lo studio

da più mesi ricoperto di tela, con pareti e legname, tal e quale come un vero circo; ed è in questo locale che posarono tutti i suoi modelli, uno a uno, e talora a gruppi
Ugo De Filarte, Esposizione di un quadro del Quadrone, in Gazzetta del Popolo, XXXXVII, n. 193, Torino, 13-14 luglio 1894
"Il circo", G. Battista Quadrone, 1894.

Uno sforzo che gli verrà ampiamente ricompensato dalle 7.000 lire ricavate dalla sua vendita, la somma più alta da lui ottenuta nella vendita diretta di un singolo quadro. Proprio con questo lavoro Quadrone decide di partecipare alla prima Biennale d’arte di Venezia, nel 1895, senza incontrare grande successo di critica. Sfiora la vittoria, arrivando secondo, alla mostra della Promotrice torinese nel 1896, ma trionfa infine l’anno dopo a Firenze, vincendo la medaglia d’oro per il quadro a tema venatorio Il tempo minaccia. La vittoria del “quadrino di Quadrone”, come la definisce il pittore Angelo Torchi, scatena l’attacco contro il “fiammingo del XIX secolo” da parte delle leve più giovani e aggiornate dell’arte italiana. E si tratterà, in effetti, del canto del cigno del nostro pittore: l’anno successivo dovrà abbandonare la caccia.

Il 23 novembre 1898 muore per un’emorragia interna, dopo che gli era stato diagnosticato un tumore. La Promotrice di Torino gli dedicherà una ricca mostra l’anno dopo. In un necrologio pubblicato poco dopo, figurava tra le sue opere anche un falso malamente realizzato ma erroneamente attribuito a lui, uno dei molti realizzati dai falsari a immagine e somiglianza delle sue scene di caccia. E anche dal gran numero di epigoni si può capire il valore e l’influenza di un artista.

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Bibliografia

  • Barbavara G. C., Esposizioni: L'Esposizione postuma delle opere di Giambattista Quadrone, Emporium, Vol. XI, n. 62, p. 129, Bergamo, 1900.

  • Marini G. L., Giovanni battista Quadrone. Un “iperrealista” nella pittura piemontese dell’Ottocento, Torino, Fondazione Accorsi-Ometto, 2014.

  • Soldati M., Catalogo della Galleria d'Arte Moderna del Museo Civico di Torino, Torino, A. Avezzano, 1927.

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