Storia 

I (falsi) pirati del Lago Maggiore

Le imprese dei fratelli Mazzardi e il mito dei corsari lacustri

Davide Mana
Davide Mana

Laureato in Paleontologia e dottore di ricerca in Geologia, in passato è stato insegnante, ricercatore, conferenziere, venditore di auto usate, interprete, spaventapasseri, riparatore di biciclette. Da alcuni anni lavora come autore, divulgatore, traduttore e creatore di giochi.

Un antico castello, abbarbicato su un’isola, probabilmente infestato.

Un tesoro nascosto.

Una ciurma di pirati sanguinari e spietati.

Donne rapite, prigionieri torturati e uccisi.

E tutto questo non nei Caraibi o lungo le coste dell’Oceano Indiano, ma in Piemonte, in vista delle Alpi.

Ma in realtà è molto più complicato di così.

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I fratelli Mazzardi

I Castelli di Cannero sono tre isolotti al largo della Riviera di Cannero, sul Lago Maggiore, presso la cittadina di Cannobio, e prendono il loro nome dalle rovine che si innalzano su di esse al di sopra delle acque del lago. Le mura e i bastioni che ancora oggi possiamo ammirare sono quelli della Rocca Vitaliana, voluta da Ludovico Borromeo nel 1519. Il castello cinquecentesco sorge sulle rovine di una struttura precedente, la rocca detta Malpaga, che secondo la tradizione fu il rifugio e la base di operazioni di una famiglia di pirati che per oltre un decennio, nel quindicesimo secolo, infestò le rive del lago e istituì un vero e proprio regno del terrore nei territori circostanti: i Mazzarditi, vale a dire “quelli che facevano capo ai Mazzardi”. E il folklore della regione è ricco di storie efferate sulle imprese di questi pirati che, “presero il controllo del borgo di Cannobio fra il 1403 ed il 1404, terrorizzando gli abitanti della regione con i loro atti di violenza e pirateria.” (Wikipedia, edizione inglese)

I Castelli di Cannero all'inizio del XX secolo

Altrove, la storia viene riassunta in termini drammatici:

Agli inizi del XV secolo, i Mazzardi, originari di Ranco (o del lago Ronco sopra Ascona, o di Ronco di Cannobio), approfittando delle tensioni tra Guelfi e Ghibellini, invasero Cannobbio, facendo dell'isolotto di fronte a Cannero, la loro base per compiere ogni tipo di efferato delitto e seminare il terrore su tutto il lago. Finché il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, non inviò un esercito di cinquecento uomini per sconfiggere i cinque fuorilegge. I Mazzarditi vennero annientati, come testimoniano gli atti processuali, la leggenda, però, continuò ad alimentarsi nel racconto popolare fino ai giorni nostri.
Silvia Giannini, Varesefocus, Anno XI, n. 3, 2010

Tra Guelfi e Ghibellini

Solo che non è esattamente così. Il primo dubbio, in tutta questa faccenda, potrebbe sorgerci nello scoprire che i Mazzarditi, una volta sconfitti dalle forze dei Visconti, non vennero giustiziati, come la legge prevedeva per gli atti di pirateria, ma semplicemente obbligati a lasciare il territorio. E in effetti le cronache dell’epoca dedicano più spazio alle efferatezze delle truppe viscontee di quanto ne riservino alle ipotetiche imprese piratesche dei Mazzarditi.

La contrapposizione fra Guelfi e Ghibellini che infiamma l’Italia nel Rinascimento fa da sfondo e da motore per le vicende dei pirati del Lago Maggiore. Nel 1402, con la morte di Giangaleazzo Visconti, il controllo milanese sul territorio dei laghi Maggiore e Como si indebolisce, e questo porta ad una serie di scontri che sono sia politici (Guelfi contro Ghibellini) che legati agli interessi economici di alcune famiglie. Nel territorio di Cannobio i Mazzironi e i Poscoloni, formalmente Ghibellini, si oppongono ai Mantelli, nominalmente Guelfi. In questo stato di guerra civile, si inseriscono i cinque fratelli Mazzardi: Giovanolo, Beltramino, Simonello, Petrolo detto Sinasso e Antonio detto Carmagnola (probabilmente perché ha militato nelle forze mercenarie di Francesco Bussone, Conte di Carmagnola). I cinque, figli di un ricco commerciante della zona, raccolgono un piccolo esercito privato e in breve tempo prendono Cannobio e poi espandono la propria influenza sulla costa del Lago Maggiore, attestandosi in diverse roccaforti, tra le quali anche la fortezza di Malpaga. La prospicente cittadina di Cannero non viene presa con la forza, ma si schiera volontariamente coi Mazzardi.

Leggende senza fondamento

Emergono a questo punto altri elementi che rendono poco credibile la leggenda dei pirati sanguinari. Da una parte, le autorità locali non perdono il loro primato con l’avvento dei Mazzardi: i fratelli lasciano che l’amministrazione dei diversi centri sotto il loro controllo resti in mano ai vicari che l’avevano anche prima. Né questi funzionari locali paiono risentire di alcuna ingerenza negativa da parte dei “pirati”. Pirati (si fa per dire) che intanto organizzano una rete di roccheforti difensive, a cominciare dalla torre campanaria duecentesca situata al centro di Cannobio. I Mazzarditi provvedono a fortificarla e ampliarla, e ne fanno anche la propria prigione. Contemporaneamente, a ovest di Cannobio, in località Duno presso Traffiume, viene costruita una fortezza affidata al comando di Petrolo. Una terza roccaforte è costituita dal borgo del Carmino, abbarbicato su uno sperone di roccia accessibile da un solo lato, che viene fortificato con una cinta muraria. E infine viene creata sulle isole di fronte a Cannero la Fortezza Malpaga, che diverrà il luogo della leggenda.

Torre campanaria a Cannobio.

Un simile impegno testimonia una organizzazione che va al di là del modus operandi di una comune banda di briganti, e allo stesso tempo suggerisce che la popolazione della regione non sia affatto ostile alla presenza dei fratelli Mazzardi. Le ipotetiche efferatezze e gli atti sanguinari non paiono aver turbato la vita quotidiana delle popolazioni rivierasche, e per quanto possano avere dei modi sbrigativi (siamo, dopotutto, nel 1400), i Mazzardi non sono dei comuni predoni, non si comportano come tali, e la popolazione locale ne tollera la presenza per quasi un decennio. È altrettanto significativo che i Mazzardi ricevano aiuto da altri gruppi di “ribelli” che in questo periodo cercano di riaffermare la propria indipendenza da Milano, approfittando della confusione istituzionale. Né il conflitto con i Visconti è continuo ed unilaterale: nel 1412 a Giovanolo Mazzardi viene donata la casa milanese confiscata a Lanzalotto Bossi, e l’anno successivo le autorità viscontee concedono ai fratelli la cittadinanza milanese.

Castelli di Cannero.

In lotta con i Visconti

È solo quando i Visconti cercano di imporre un giuramento di fedeltà ai Mazzardi e alle popolazioni sotto la loro protezione armata, che la situazione torna ad inasprirsi; i Mazzardi cercano supporto presso l’imperatore Sigismondo, avverso ai Visconti, e nel 1414, dieci anni dopo il colpo di mano dei Mazzarditi, Filippo Maria Visconti organizza un contingente militare per riportare il Lago Maggiore sotto il proprio controllo. I fratelli Mazzardi rispondono all’avanzata milanese, e finiscono assediati nella Fortezza Malpaga. Dopo un lungo braccio di ferro con le forze viscontee, i Mazzardi trattano la propria resa. Condannati all’esilio, gli viene comunque riconosciuto il possesso dei propri beni.

Tutto insomma lascia presumere che i cinque fratelli Mazzardi non siano considerati pirati dalle autorità, ma riconosciuti come avversari politici in un’epoca in cui, davvero, la guerra era la prosecuzione della politica con altri mezzi. Non mancano le testimonianze che sembrerebbero indicare che i Mazzardi fossero dediti al commercio e non alla pirateria, e il loro principale crimine nei confronti dei Visconti fosse quindi di natura fiscale, oltre ad una certa resistenza a sottomettersi all’autorità milanese. Successivamente, i Visconti pubblicheranno un documento che riabilita e di fatto perdona i fratelli Mazzardi.

Filippo Maria Visconti

Una montatura dai fini loschi

Ma da dove arrivano allora le storie che vanno a comporre quella che è stata descritta come “la leggenda nera dei Mazzarditi”? Dobbiamo aspettare quasi mezzo secolo, fino al 1459, allorché alcuni membri della famiglia Mantelli, che già avevano militato sul versante dei guelfi, intentano un’azione legale per acquisire i beni della famiglia Mazzardi. Mantelli e Mazzardi si sono scontrati spesso, durante il periodo di “guerra civile” sulle sponde del lago, e i guelfi hanno avuto l’accortezza di essere dalla parte giusta una volta ristabilita l’autorità dei Visconti. È durante il lungo dibattimento legale sollevato dai Mantelli che emergono per la prima volta le storie di uomini e donne rapiti dalla costa del lago e portati alla Malpaga per essere torturati e uccisi, o per subire “un destino peggiore della morte”.

Il rapimento pare essere una delle attività d’elezione dei Mazzarditi. In un caso, una giovane viene rapita dalla propria abitazione dopo una lunga lotta contro uno dei tre fratelli, e preferisce mettere fine alla propria esistenza anziché sottostare alle brame del malfattore. In un altro caso, i fratelli decidono di rapire dei bambini da una villa lungo il lago, allo scopo di allevarli come loro figli. Tra scorrerie, violenze insensate ed atti irripetibili, i Mazzarditi vengono accusati di aver spesso impiccato sui bastioni della Malpaga i propri prigionieri, lasciandone i corpi esposti per giorni. Un tale destino sarebbe toccato anche ad alcuni membri della famiglia Mantelli, e da qui l’origine del loro procedimento per essere rimborsati.

Un’illustrazione degli anni Trenta ricalca la diceria secondo cui i Mazzarditi rapivano abitualmente giovani donzelle e spose.

Ma tutto questo non è mai accaduto, o per lo meno non con le modalità descritte; tanto che i due membri della famiglia Mantelli segnalati come vittime dei Mazzardi risultano essere vivi e vegeti dopo la sconfitta dei Mazzarditi. Si tratta insomma di quella che oggi chiameremmo diffamazione: storie create ad arte per gettare una luce pessima sugli accusati, presentate dagli accusatori, il cui interesse è acquisirne i beni. Storie che naturalmente infiammano l’immaginazione popolare, e ben presto diventano parte di un corpo di leggende ripetute, amplificate e colorate dal passaparola.

Tesori perduti e vascelli fantasma

Così nasce la leggenda dei pirati del Lago Maggiore, che nei secoli successivi si arricchirà di dettagliate descrizioni di crimini e torture mai commessi, che rapidamente lasciano spazio al più puro folklore.

Spinti dal desiderio di potersi appropriare di beni più consistenti decisero di fare irruzione in una villa del luogo. Il piano prevedeva che oltre alle ricchezze, si sarebbero impossessati del nipotino del proprietario. I Mazzardi desideravano crescere un loro degno erede che avrebbe continuato a mantenere alto il loro nome. Quando entrarono nella stanza da letto del bambino, il piccolo era inginocchiato a pregare. Appena uno dei malviventi cercò di raggiungere il piccolo i suoi piedi divennero di pietra. Agli altri fratelli non restò che scappare.
Acquario, MediterraNews, 18 giugno 2020

E non può mancare, in questa serie di leggende, la voce insistente di un tesoro nascosto da qualche parte – perché cos’è una storia di pirati senza un tesoro sepolto? Secondo la leggenda, per sfuggire all’assedio delle truppe dei Visconti, tre dei fratelli Mazzardi si gettarono dai bastioni della Malpaga, portandosi dietro il segreto di dove fossero nascoste le loro ricchezze. Una versione alternativa vorrebbe invece i Mazzardi gettati nel lago con una pietra al collo come esecuzione per i loro crimini, per ordine di Filippo Maria Visconti. Una storia affascinante, che tuttavia non trova riscontri nei documenti ufficiali: i Mazzardi vennero esiliati per quindici anni, e la causa intentata dai Mantelli per acquisirne i beni lascia presumere che le ricchezze della famiglia Mazzardi fossero ben note e facilmente rintracciabili.

Altre voci parlano di un veliero fantasma, che secondo la leggenda – probabilmente alimentata ad arte dal locale ente del turismo – si può scorgere sulle acque del lago nelle giornate di nebbia. Si tratterebbe di un brigantino sul quale le anime inquiete dei cinque fratelli vagano alla ricerca del loro tesoro. Peccato che un veliero a due alberi che stazza dalle 100 alle 300 tonnellate non sia il genere di imbarcazione che abbia mai navigato sul Lago Maggiore, e che per ciò che ne sappiamo nessuno dei cinque fratelli Mazzardi sia morto nelle vicinanze in modo da permettere al proprio spettro di tornare in cerca del tesoro. Altre manifestazioni spettrali includono sagome misteriose avvistate sulla sommità dei ruderi e luci ambulanti, oltre al suono lontano di lame che si scontrano in una eterna battaglia. Se si tratti di spettri legati ai fratelli Mazzardi, a qualche loro seguace o a qualcuno di completamente diverso, non è dato sapere: dopotutto le mura che oggi si possono vedere sulle isolette al largo di Cannobio non sono quelli originali della Malpaga, come si diceva, ma i resti di una rocca costruita quasi un secolo dopo dai Borromeo, e nota come Rocca Vitaliana.

Il vero tesoro: i Castelli di Cannero

La fortezza borromea ebbe una vita breve, e con la morte di Ludovico Borromeo, che ne aveva ordinata la costruzione, venne progressivamente abbandonata. Nel corso dei secoli successivi venne usata come base di operazione da contrabbandieri e pescatori, e secondo alcune fonti, anche di una banda di falsari. Ci ha anche dormito Garibaldi, o così dicono, ma è noto che l’Eroe dei Due Mondi ha dormito in un sacco di posti.

Tra gli anni Novanta e il primo decennio del Duemila, sul Lago Maggiore viene organizzata una regata annuale intitolata ai Mazzarditi: imbarcazioni a vela partono da Ispra e compiono un giro completo attorno ai Castelli di Cannero per poi tornare al punto di partenza. I “pirati del Lago Maggiore” sono anche protagonisti di un’opera teatrale e di una raccolta di racconti.

Oggi, le isole con la loro rocca abbandonata rappresentano uno degli scorci più suggestivi del Lago Maggiore, e da tempo si discute se restaurare gli edifici borromei, o se lasciare la struttura nel suo stato attuale, in modo da non turbare la fauna che ne ha fatta la propria casa: i Castelli di Cannero sorgono infatti lungo un importante corridoio migratorio, e offrono un riparo a cigni reali, cormorani e molte altre specie. Un tesoro autentico, anche se difficile da rinchiudere in un forziere.

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Bibliografia

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