Invasioni barbariche nei nomi di luogo piemontesi

Quanto influirono le popolazioni germaniche sulla toponomastica del Piemonte?

Assalto dei Germani alle legioni romane. Dipinto di Otto Albert Koch.

Alberto Ghia
Alberto Ghia

Astigiano, è dottore di ricerca in Linguistica italiana, cultore della materia presso l’Università di Torino e redattore dell’Atlante Toponomastico del Piemonte Montano. I suoi campi di ricerca sono la dialettologia, la geografia linguistica e l’onomastica. Nel tempo libero viaggia all’insegna della curiosità, per strade di carta o di asfalto, cercando bei paesaggi, storie interessanti, tradizioni quasi dimenticate e formaggio.

Abbiamo imparato tutti, a scuola, a far coincidere l’inizio del Medioevo con la deposizione di Romolo Augusto e la conseguente caduta dell’Impero romano d’Occidente: era il 476 d.C. e a deporre l’ultimo imperatore d’occidente fu Odoacre, re degli Eruli.

Gli Eruli furono una delle molte popolazioni germaniche (e non) che già da alcuni secoli premevano sulle frontiere dell’Impero romano, riuscendo più volte a penetrarle e a compiere diverse razzie. Giunti in Italia, gli Eruli e il loro re controllarono la penisola per circa un quindicennio, finché non furono sconfitti dagli Ostrogoti (altra popolazione germanica) guidati da Teodorico: questi si sostituirono ai primi e governarono per circa cinquant’anni, prima di essere sconfitti dai Bizantini. Arrivarono poi i Longobardi, che dominarono buona parte della penisola per circa due secoli, quando furono sconfitti dai Franchi guidati da Carlo Magno.

Teodorico sconfigge Odoacre. Particolare del Codice Palatino Vaticano (XII secolo) conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana.

Queste popolazioni germaniche hanno lasciato parecchie tracce della loro dominazione, a tutti i livelli: architettonico, tecnologico, culturale e, quindi, anche linguistico.

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La lingua dei Longobardi

Sono molte le parole italiane e piemontesi che hanno etimo germanico – e a ben pesare i diversi apporti, la lingua dei longobardi è quella a cui dobbiamo di più, tra le germaniche: guerra, zappa, spranga e, in piemontese, masca ‘strega’, vacè ‘guardare’, vatarun ‘zolla’ e molte altre. Hanno lasciato anche diverse tracce a livello toponimico, vediamole insieme.

Come sempre, bisogna tenere a mente alcune premesse: in primo luogo, l’origine di alcuni toponimi che presenteremo è incerta, ragione per cui è possibile che, in altri testi, siano presentati diversamente. In secondo luogo, ricordando il copioso apporto delle lingue germaniche anche al lessico comune del piemontese e dell’italiano, bisogna considerare che la presenza di un toponimo di origine germanica non è indizio sufficiente a supporre la “germanicità” del luogo denominato: il nome di luogo potrebbe essersi creato a partire da una voce comune piemontese che risale al germanico. 

Popolazioni barbariche

Invasione dei Goti: un dipinto del tardo XIX secolo di O. Fritsche ritrae i Goti come cavalieri.

Alcuni toponimi rimandano al nome di un popolo germanico, forse perché di tale popolazione furono le genti che lo crearono. Innanzitutto queste genti furono spesso chiamate collettivamente barbari; e a questa voce si rifà Barbaresco (CN). Ma sotto questa macro-categoria, quali popoli erano inseriti? In primo luogo i Goti, il cui nome si conserva in Godio, borgata di Castelletto Merli (AL) e località a Camagna (AL); gli Amali, una stirpe gotica, il cui nome per alcuni sarebbe alla base del torrente Malone, affluente del Po che attraversa il basso canavese (ma si può vedere anche la radice preromana *mal-); i Franchi, il cui nome è alla base di Refrancore (AT) (< rivum francorum ‘rivo dei Franchi’: probabilmente il Gaminella, teatro della sanguinosa battaglia tra Franchi e Longobardi avvenuta attorno al 663); i Longobardi appunto, il cui nome si conserva in Lombardore (TO; < longobardorum) e in Bardonecchia (TO), a partire da un altro nome con cui erano conosciuti, Bardoni. Altri popoli che lasciarono traccia del loro passaggio furono i Gepidi, in Zebedassi (nome di due località alessandrine, la prima presso Cantalupo Ligure, la seconda presso Montemarzino); i Suabi (Svevi) in Soavia, insediamento che oggi non esiste più, ma che sorgeva nei pressi di Cascina Luisina, nel comune di Vische (TO); i Saxi (Sassoni) in Sassi (TO); i Baiuvari in Bairo (TO). Questi popoli penetrarono al seguito del contingente longobardo, come riporta Paolo Diacono. I Longobardi attrassero con sé anche popoli non germanici, come gli Alani, da cui deriverebbe il nome di Alagna Valsesia (VC); i Bulgari, da cui deriverebbe Belgirate (NO) e i Sarmati, da cui Salmour (CN a. 901 Sarmadorium), Sarmassa, nome di un canale di Bene Vagienna (CN), una cascina nei pressi di Ghidone, frazione di Cherasco (CN), una frazione di Barolo (CN) e una valle nell’astigiano, tra Vinchio, Vaglio e Incisa Scapaccino e Sarmazza, nome di una villa non più esistente, nel territorio di Borgo San Martino (AL).

Il centro abitato di Barbaresco, in provincia di Cuneo. In primo piano la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista con il suo campanile e la vicina torre.

Non va tuttavia dimenticato che, fin dal II–III secolo, l’Impero romano favorì l’insediamento di contingenti barbari alleati entro i suoi confini, chiedendo in cambio a queste genti aiuto militare: anche gli insediamenti che si crearono in questo modo possono essere stati nominati a partire dall’etnico della popolazione stanziata. Per esempio, durante il V secolo sono attestate 15 colonie militari di Sarmati in Italia, soprattutto lungo il corso del Po, una delle quali a Pollentia (Pollenzo, frazione di Bra CN). Non va quindi escluso che alcuni dei toponimi citati, a partire dalla prossima Salmour, vadano collegati proprio a tali colonie.

Insediamento e gestione del territorio

Le popolazioni germaniche portarono con sé i propri metodi di organizzazione del territorio e delle ricchezze. In tal senso è molto importante la voce longobarda fara: essa è legata al verbo faran ‘viaggiare’, che attraverso complesse evoluzioni semantiche arriva a indicare il nucleo fondiario di una stirpe e il villaggio che sorge attorno ad esso. Molti toponimi contengono questo elemento: si vedano, ad esempio, Costafara, nome di due località astigiane, una presso Dusino San Michele, l’altra presso Montafia, all’incirca equidistanti lungo la strada che collega Asti e Torino; La Faletta presso Cigliano (VC); Fara presso Alpette (TO) e Novi Ligure (AL); Fara Novarese (NO); Farasca a Giaveno (TO); Fariola presso Salussola (BI), Faravella presso Tortona (AL); Faravellino a Garessio (CN); Farra a Pont Canavese (TO). Queste località si trovano lungo strade e corsi d’acqua, e probabilmente svolgevano un ruolo difensivo; si riscontra una maggior concentrazione di località così chiamate nelle zone prossime alla Lombardia e in alcune vallate montane laterali e impervie, dove forse trovarono rifugio i Longobardi dopo essere stati sconfitti dai Franchi.

Una delle vie di Fara Novarese.

Collegata alla fara è la sala, voce che indicava la casa padronale, dotata di magazzini per la raccolta delle derrate: essa costituiva probabilmente il cuore della fara. Le attestazioni toponimiche di sala sono altrettanto (e più) numerose rispetto a fara: Sala a Caprie (TO), Domodossola (VB), Giaveno (TO), San Pietro Val Lemina (TO) e Savigliano (CN); Sala Biellese (BI); Salabue (AL); Cascina Salamagna a Borgomasino (NO); Sala Monferrato (AL); Salasco (VC);  Salassa (TO); Sale (AL); Sale Castelnuovo antico nome di Castelnuovo Nigra (TO); Sale delle Langhe e Sale San Giovanni (CN); Saletta, nome di una frazione di Bobbio Pellice (TO), Costanzana (VC) e Lemie (TO); Sali Vercellese (VC); Saluggia (VC); Salussola (BI); Saluzzo (CN) non sono che alcuni esempi. La collocazione delle località il cui nome risale a sala è simile a quella delle località il cui nome risale a fara: se ne riscontrano però maggiormente in Val Susa, zona presto entrata nell’orbita franca, dove fara è pressoché assente. Sorge nella valle Salbertrand (TO), composto da sala e da un elemento nominale, che però, più che ai Longobardi, rimanda ai Franchi. Legati alla difesa del territorio sono poi i molti toponimi legati alla voce guardia, di origine germanica (ma entrata come voce comune sia in italiano, sia in piemontese); citiamo solamente Via Isengarda, a Candelo (BI).

Veduta di Sale delle Langhe.

Altre voci evocano la gestione del territorio: wiffa designava un ciuffo d’erba che, posto su un palo, valeva come segno di riserva della località; a tal voce risalgono i toponimi Ghiffa (VB) e Guiffa, località presso Lugnacco (TO). A una pratica simile potrebbero risalire toponimi legati alla voce ghirlanda, il cui etimo è incerto; la voce per alcuni risale al franco weron ‘circondare, recintare’, ma come etimo è stato proposto anche la combinazione delle voci gairo ‘lancia, asta’ e land ‘terra’: varrebbe quindi complessivamente ‘terra dell’asta’, terra cioè dove è stata piantata un’asta (con segno di bando); alla voce possiamo accostare i toponimi Ghirlandina, piccolo borgo a Montemarzo, frazione di Asti (non distante dalla Gherlasca, località del comune di Azzano d’Asti) e La Garlanda, a Verbania. Gahagi indicava una riserva forestale e alla voce comune si possono far risalire i toponimi Monte Gaggio tra Soriso e Pogno (NO); Gaggiano a Cossato (BI); Gaggiolo a Bellinzago Novarese (NO); Gasio a Rocca d’Arazzo (AT); Gazzina a Condove (TO); Gazzo a Mottalciata (BI) e tra Montaldo Scarampi e Mombercelli (AT); Gazzolo frazione di Guazzora (AL); Caggi a Borgosesia (VC); Cagianolo e il limitrofo Gazza a Fobello (VC). Dal verbo gotico bandwjan ‘mettere un segnale’ deriva il verbo latino bandire, e da essi derivano i nomi di luogo Bandito, frazione di Bra (CN); Bannio Anzino (VB) e il rio Banna, affluente del Po che bagna Poirino (TO) e Santena (TO). L’origine germanica, però, è sicura solo per verbo e non per i toponimi (che potrebbero derivare dal verbo); lo stesso vale per i continuatori del germanico marka ‘terra di confine’, tra cui il piemontese marca ‘segno’, voce a cui rimandano alcuni toponimi, tra cui il Rio Marca, affluente del Po che scorre nel comune di Villamiroglio (AL). Indicava un segno di confine, per i longobardi, anche la voce staffa: ad essa rimanda il toponimo Staffarda, frazione di Revello (CN).

Mappa del torrente Banna.

In alcuni nomi di luogo si sono cristallizzate parole germaniche che designavano cariche di tipo amministrative: Scalenghe (TO) va interpretato ‘luogo di insediamento di uno skarilas’, una sorta di magistrato; Cascina Scaldasole di Camagna Monferrato, se coetimologico con Scaldasole (PV), potrebbe derivare da skuldhaizo ‘giudice a capo di una fara’; lo stesso etimo può forse essere proposto anche per Caldasio, località di Ponzone (AL). L’hariman ‘uomo libero’ longobardo vive nel toponimo Garimanno, località nei pressi di Sessana, frazione di Gabiano (AL).

Tra pascoli e boschi

Nei toponimi del Piemonte si sono poi cristallizzate voci longobarde del lessico geografico: ad auja, che indica un ‘terreno verde, acquoso’ potrebbero rimandare i nomi rio Eugio, nel comune di Locana (TO); Occhieppo, nome di due comuni biellesi (O. Inferiore e O. Superiore); Oggebbio (VB); Oggiogno, frazione di Cannero (VB); Olcenengo (VC); Olgia, frazione del comune di Re (VB); Ozegna (TO) e Ozzano Monferrato (AL). A wangjo ‘pendio, prato’ si possono forse accostare  i toponimi Gagna, a Villafranca Piemonte (TO); Gagnago, a Borgo Ticino (NO); Gagnone a Druogno (VB); Cange, nel comune di Rocca d’Arazzo (AT); Cangei, località a Premia (VB); Cangelli, nome di una località dell’Alpe Fei, nel comune di Rossa (VC) e di una località di Varzo (VC); Cangello, alpeggio a Campertogno (VC); Cascina Cangiassa, nel comune di Novi Ligure (AL); Cangio, zona di Pollone (BI) e di Lessona (BI) e Gancia, a La Morra (CN). A waido ‘pascolo’ rimanda il toponimo Gaido: troviamo due località chiamate così, una a Traversella (TO), l’altra a San Germano Chisone (TO) e c’è inoltre una località Gaidi a Carmagnola (TO). A gamundia ‘confluenza’ rimanda Gamondio, antico nome di Castellazzo Bormida (AL); l’antico nome del comune alessandrino sopravvive nello Spalto Gamondio ad Alessandria, così chiamato per l’importanza che ebbe il centro nella costituzione della città.

Panorama di Occhieppo Superiore

Molti sono i nomi di luogo che risalgono alla voce waldu ‘bosco’: Galivalda, nel territorio di Rosignano Monferrato (AL); l’Alpe Vald a Santa Maria Maggiore (VB); Vadarengo, frazione di Villadeati (AL), a ridosso del Bricco Valdarengo; Vadda, a Sale San Giovanni (CN); Vadi, a Ornavasso (VC); l’Alpe Vadione a Beura-Cardezza (VB); Cascina Vaudagna, poco fuori Carignano (TO); Vauda Canavese (TO) e Vauda, frazione di Coassolo Torinese (TO) lungo il torrente Banna. Anche Valdieri probabilmente va collegato a wald, o meglio a una voce da essa derivata, che poteva indicare un custode forestale (valdarius, formato da wald- e il suffisso latino -arius). Altra voce germanica è braida ‘pascolo pianeggiante, aperto’; i toponimi che ne derivano sono diversi: Bra (CN); Braia ad Aramengo (AT), Brozolo (TO), Piovà Massaia (AT) e San Ponso (TO); casa Braia ad Asti, Pamparato (CN), Piozzo (CN), Quargnento (AL), Sale delle Langhe (CN) e Terruggia (AL); casa Braja a Castelletto Uzzone (CN); con concrezione dell’articolo iniziale, casa Labraia a Pezzolo Valle Uzzone (CN) e poco distante Casa Braida. Braida appunto è nome di località in diversi comuni: Almese (TO), Baldissero Canavese, Canischio (TO), Gaiola (CN), Mompantero (TO), Monterosso Grana (CN), Savigliano (CN) e Viola (CN); Brajda a Venaus (TO); Colle Braida a Valgioie (TO); Braidacroce a Valperga; lo troviamo anche al plurale: Braide a La Morra, al confine con Verduno (CN), e a Susa (TO). Breda, che rimanda alla stessa radice, compare a Burolo (TO) e Lessolo (TO).

Il suffisso -ing nel Biellese e nel Monferrato

Oltre a elementi lessicali pieni, piemontese ed italiano ereditano dal longobardo il suffisso derivativo -ing. Con il suffisso si creano aggettivi a partire da nomi: casalingo, maggengo, lugliengo, rorengo ‘abitante di Rorà’, ecc.; in piemontese, il suo esito si confonde con un altro suffisso non latino, -inco, di origine ligure. Tra i toponimi che abbiamo visto finora, abbiamo già incontrato il suffisso in Scalenghe (TO), unito alla voce skarila; appare anche in Montalenghe (TO), che va interpretato in senso prediale: ‘monte di Allo’. In entrambi gli esempi il suffisso si presenta al plurale, mentre sono ben più consuete in toponimia le forme singolari -engo ed -enga. Ci sono zone del Piemonte nelle quali il tasso di presenza del toponimo è particolarmente alto: tra queste, il Biellese. Tutti i toponimi che presentano questo suffisso indicano centri di origine longobarda? Assolutamente no; come ha ben illustrato Corrado Grassi, il suffisso ebbe molta fortuna e fu impiegato a lungo per creare toponimi, anche dopo il termine della dominazione longobarda: Castellengo, frazione di Cossato BI, è di chiara origine posteriore; in altri casi -engo ed -enga sono l’esito della reinterpretazione di altri suffissi, come -ei (< -etu), oppure di plurali metafonetici in -en e dell’aggiunta di una consonante velare parassita: si veda, per esempio, Canvengo, nei pressi di Vigliano Biellese (BI) < canapetum.

Un’altra zona ricca di toponimi in -engo è la valle percorsa dallo Stura di Monferrato, alla destra idrografica del Po. L’altra frequenza di toponimi in -engo in questa zona, unitamente a diverse altri indizi toponimici, ha stimolato la proposta etimologica di “monte delle fare” per Monferrato. Di sicuro era una zona tenuta in gran conto dai Longobardi, e questi insediamenti erano utili a difendere le grandi strade padane. Li si veda in mappa: i luoghi indicati in azzurro indicano toponimi correnti; quelli in viola, invece, fanno riferimento a toponimi attestati nel passato ma non più in uso.

La maggior parte dei nomi di luogo che presentano il suffisso -ing hanno, come radice, un nome germanico: Odalengo (AL) risale a Ôdilo; Zoalengo, frazione di Gabiano (AL) e Solonghello (AL) a Swala. Il suffisso è usato anche unito a nomi personali romani: Martinengo, frazione di Gabiano da Martinus e Murisengo (AL) da Mauritius. Non mancano come basi anche voci comuni: Banengo località di Montiglio Monferrato (AT) fa pensare a un esito di banwjan, per cui si veda sopra; Pozzengo, frazione di Mombello Monferrato (AL), al latino putium ‘pozzo’.

Nomi propri

Dare a un luogo il nome del suo proprietario è un meccanismo ben presente nel mondo romano, che le popolazioni germaniche ereditarono e impiegarono. Troviamo nomi personali semplici, come in Daglio, frazione di Carrega Ligure (AL), da Dagila, Aisone (CN) da Agisa, Tollegno (BI) da Tolwins, di tradizione gotica; e ancora Garino, frazione di Vinovo (TO), da gairo ‘lancia’, Ingria (TO) da Ingrich e Verolengo (TO) da Wirilinc (ma è stato proposto anche il nome Werila, con suffisso -engo). Maggiori sono i toponimi in cui il nome personale germanico è unito al suffisso -ing: a quelli visti prima possiamo aggiungere per il gotico Buttanengo, frazione di Cravegna (VB) Bôtil-iggs e forse Gisfengo, parte inferiore di Marcorengo, frazione di Brusasco (TO), da Geiswins; per il longobardo Barengo (NO; e frazione di Mazzè TO), da Baro, Bollengo (TO) da Bôlo, Bussonengo, frazione di Villarboit (TO) da Buzo, Mucengo, frazione di Pray (BI) da Mozo, Carengo, frazione di Vercelli, da Gairo, modellato su gairo ‘lancia’ come il già citato Garino. Si trovano anche composti ibridi in cui un nome germanico è accompagnato da un generico latino, come ad esempio Castellinaldo (CN), da castrum e il personale Aginwald; Cortazzone (AT), da curtis e Azzo; Mombaldone (AT), da mons e il nome personale Baldo. Di origine gotica è il nome (e cognome) Alfero (da Alfaharijis), presente in Castell’Alfero (AT).

Comune di Castell'Alfero, provincia di Asti

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Bibliografia

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  • http://www.artestoria.net/Indici/Ind_luoghi.php

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