Joseph de Maistre, l'ambasciatore che ispirò Tolstoj

A duecento anni dalla morte, le influenze che ebbe il pensatore savoiardo sulla grande letteratura

Joseph de Maistre

Roberto Coaloa
Roberto Coaloa

Storico, biografo di Tolstoj, slavista, traduttore, critico letterario, autore di saggi dedicati al Risorgimento, alla Grande Guerra e ai viaggiatori, come Carlo Vidua, collabora a Il Sole-24Ore e La Stampa. È uno dei più autorevoli specialisti della storia dell’Austria-Ungheria. Si definisce “flâneur esistenzialista”: un instancabile ricercatore di cose rare e amateur di musica.

Torino. Lunedì 26 febbraio 1821, muore Joseph de Maistre, gentiluomo savoiardo. Il conte è il pensatore della grande crisi di fine Settecento: la Rivoluzione francese.

Per i piemontesi, in quel lunedì di febbraio, era morto un fantasma. De Maistre aveva avuto il suo momento di gloria nel 1797, quando uscì in forma anonima il volume Considérations sur la France. Uno dei primi lettori del volume fu il viaggiatore Carlo Vidua, che appuntò sul frontespizio: "L’Auteur est le Comte Joseph Maistre Savoyard, qui a été depuis Ministre du Roi de Sardaigne en Russie". Il conte di Conzano ricordò spesso le sue letture di De Maistre nella vasta corrispondenza in giro per il mondo, dimostrando d’avere compreso alla perfezione il suo pensiero. Per Joseph de Maistre, la Rivoluzione francese non era il frutto del caso. Era un disegno della Provvidenza.

Prima edizione del volume di Joseph de Maistre "Considérations sur la France". Carlo Vidua acquistò il volume a Parigi, durante la sua raccolta di materiale sulla Rivoluzione francese, nel 1814. L’esemplare è conservato nel fondo Vidua, alla Biblioteca Civica Giovanni Canna di Casale Monferrato.

In Italia, a duecento anni dalla morte, il conte Joseph de Maistre è ancora considerato un personaggio “diabolico”, un reazionario, un alfiere del male, troppo non allineato per essere ricordato. Questo accade solo chez nous

Un pensatore controcorrente

Tomba di Joseph de Maistre nella Chiesa dei Santi Martiri di Torino.

Joseph de Maistre fu sepolto nella chiesa di Altessano, da dove, nel 1833, fu trasferito in quella dei Santi Martiri a Torino, dove tuttora riposa in un suntuoso monumento funebre, presso quei padri gesuiti che erano stati i maestri durante la sua adolescenza. Aveva vissuto da esule e si era fatto una fama di pensatore controcorrente. Era tornato a Torino solo nel 1817, considerato come il campione della Restaurazione. Per quattordici anni era stato ambasciatore del Regno di Sardegna a San Pietroburgo. Le sue riflessioni, infatti, avevano fatto nascere allo Zar Alessandro I l’idea della Santa Alleanza, che avrebbe dovuto unire come fratelli i sovrani delle diverse confessioni religiose. De Maistre si era imbarcato da San Pietroburgo il 27 maggio 1817 con la famiglia sulla “Hambourg”, una nave da guerra che faceva parte di una flotta incaricata di rimpatriare i resti della Grande Armée. Alla fine del 1818, De Maistre fu nominato reggente della grande cancelleria del regno e ministro di stato. Questa carica, pur permettendogli di partecipare al consiglio dei ministri, non gli attribuiva un potere reale e lo escludeva praticamente dal governo piemontese.

Non a Torino, ma a Lione, De Maistre fece pubblicare il Du Pape, che fu lodato in Francia da Chateaubriand, De Bonald, Lamartine e La Mennais. A Torino, nell’ultimo consiglio dei ministri a cui partecipò, il conte prese la parola per opporsi a certi progetti e finì il suo discorso sostenendo: “Signori, il suolo trema, e voi volete costruire!”. Era profetico: da lì a pochi mesi sarebbero scoppiati i moti piemontesi, con i militari delle cittadelle di Alessandria, Vercelli e Torino guidati dall’intrepido Santorre di Santa Rosa. De Maistre, tuttavia, restava sereno. Lavorava alla limatura dell’opera Les soirées de Saint-Pétersbourg, ou Entretiens sur le gouvernement temporel de la Providence, che sarebbe stata pubblicata postuma a Parigi da suo figlio Rodolphe.

Parigi ama de Maistre

A Parigi, diversamente che in Italia, del conte si ha una memoria duratura, al di là della moda dell’anniversario. De Maistre è considerato un grandissimo letterato. Nella lingua francese ha lasciato un esempio di stile. Lo storico e felice flâneur può gongolare d’ammirazione per il conte, passeggiando per la Rue Joseph de Maistre, nel magnifico diciottesimo arrondissement, con il cimitero di Montmartre. Le tombe sembrano davvero il teatro ideale per ricordare il conte suddito del Re di Sardegna. C’è quella di Stendhal, lo scrittore che raccontò l’incendio di Mosca e combatté con la Grande Armée nel fatidico 1812. La lapide a Montmartre ricorda anche il suo amore per l’Italia. Proprio nel 1821, Stendhal aveva scritto in italiano l’epitaffio per il suo sepolcro parigino: «Arrigo Beyle Milanese Scrisse Amò Visse». A parte queste considerazioni da amateur e sognatore della Repubblica delle lettere, si può affermare che Parigi ama De Maistre. Il filosofo romeno Cioran, francese d’adozione, vissuto per anni in una mansarda della Rue de l’Odéon, al numero 21, nel Quartiere Latino, scrisse il saggio più profondo sul pensiero del conte savoiardo. Oggi, il suo libro francese su De Maistre è ricercato dai bibliofili e può raggiungere cifre da capogiro con una sua dedica. L’anarchico Pierre-Joseph Proudhon utilizzò per il suo scritto La guerre et la paix delle idee del conte. Infine, Baudelaire non aveva dubbi:

De Maistre è lo scrittore, insieme a Poe, che mi ha insegnato a ragionare.

Dedica del filosofo Cioran allo storico della filosofia Maurice de Gandillac. L'autografo è sull’edizione originale dei testi di Joseph de Maistre scelti e presentati dallo stesso Cioran, per l’editore Editions du Rocher, 1957.

Tolstoj plagiò de Maistre? Due incipit a confronto

La stessa musica anche fuori dalla Francia. De Maistre è considerato un grande scrittore e pensatore da ricordare e studiare. Sir Isaiah Berlin, ad esempio, da raffinato filosofo e pensatore liberale, analizza il rapporto tra Tolstoj e la storia, utilizzando, per primo, con grande acutezza, l’influenza che ebbe De Maistre sullo scrittore russo. Berlin, però, non si accorse del quasi plagio di Tolstoj all’opera Les soirées de Saint-Pétersbourg. Osserviamo da vicino.

Prima edizione di "The Hedgehog and the fox" di Isaiah Berlin del 1953. È un saggio fondamentale per la conoscenza dei problemi che ossessionarono Lev Tolstoj durante il suo lavoro attorno a "Guerra e pace" e sull’importanza che ebbe la visione filosofica del mondo di Joseph de Maistre sullo scrittore russo.

Questo il famoso incipit di Guerra e pace:

Eh bien, mon prince. Gênes et Lucques ne sont plus que des apanages, delle proprietà, de la famille Buonaparte. Non, je vous préviens que si vous ne me dites pas que nous avons la guerre, si vous vous permettez encore de pallier toutes les infamies, toutes les atrocités de cet Antichrist (ma parole, j’y crois) – je ne vous connais plus, vous n’êtes plus mon ami, vous n’êtes plus il mio fedele schiavo, comme vous dites… Be’, intanto vi do il benvenuto. Je vois que je vous fais peur, sedete e raccontate.

Così diceva nel luglio 1805 la famosa Anna Pavlovna Scherer, damigella di corte e intima confidente dell’imperatrice Marija Feodorovna, accogliendo il principe Vasìlij… Questo, il meno famoso incipit di Les soirées de Saint-Pétersbourg (traduzione mia):

Nel mese di luglio del 1809, sul finire di una giornata tra le più calde, risalivo la Neva su una scialuppa insieme al consigliere privato de T…, membro del senato di San Pietroburgo, e del cavaliere di B…, un giovane francese che le tempeste della rivoluzione e una moltitudine di eventi bizzarri avevano spinto in questa capitale.

Nell’opera di Tolstoj la scena iniziale si svolge a San Pietroburgo, negli stessi anni in cui la Russia è l’ago della bilancia nelle alleanze dell’Europa di Napoleone. Tolstoj, ad esempio fa sua la figura del giovane francese descritto da De Maistre, che diventa, nel salotto tolstojano della famosa Anna Pavlovna Scherer, il visconte Mortemart. Non solo. Nei due incipit la scena si svolge a luglio. A questo punto Tolstoj fa qualcosa di davvero strano per un romanziere. Avvisiamo i lettori più attenti che Guerra e pace non è un romanzo, ma piuttosto una fiaba.

Prima edizione parigina dell'opera "Les Soirées de Saint-Pétersbourg" con ritratto dell'autore, 1821.

Nella scena iniziale, Tolstoj descrive il cicaleccio del salotto pietroburghese di Anna Pavlovna Scherer, come il rumore dei fusi delle Parche: "Il ronzio dei fusi era ovunque uniforme e ininterrotto". La Pavlovna è, in realtà, lo scrittore stesso:

come il padrone di una filanda, collocati gli operai ai loro posti, passeggia per lo stabilimento e notando l’immobilità o il suono insolito, stridulo e troppo forte di un fuso, accorre, lo trattiene o gli imprime il movimento dovuto, così anche Anna Pavlovna, passeggiando per il suo salotto, si avvicinava a un gruppo ammutolito o troppo animato e con una sola parola o uno spostamento riavviava il meccanismo regolare e composto della conversazione.

Tutto è irreale nel primo capitolo, come se l’autore volesse avvertire il lettore che “questo non è un romanzo storico”. Tolstoj, infatti, non volle, come in Anna Karenina, che sul frontespizio di Guerra e pace, apparisse l’indicazione “romanzo”.

Ritorniamo al famoso inizio di Guerra e pace. Siamo nel 1805, una sera di luglio, nel salotto di Anna Pavlovna Scherer. Quando dalla dimora escono i protagonisti Pierre Bezuchov e il principe Andrej ci troviamo, però, in una notte di “giugno pietroburghese”, una notte senza buio. Lo slittamento al mese precedente fu inserito da Tolstoj ad arte per accentuare l’inverosimiglianza. Pierre e Andrej conversano, come i protagonisti di Les soirées de Saint-Pétersbourg, durante le celebri notti bianche. De Maistre scrive, con delle metafore che saranno poi care a Tolstoj:

Il sole che nelle zone temperate precipita verso l’occidente lasciando dietro di sé soltanto un crepuscolo fugace, da queste parti lambisce lentamente una terra dalla quale sembra staccarsi con rincrescimento. Il suo disco, circondato da vapori rossastri, rotola come un carro in fiamme sulle foreste oscure che coronano l’orizzonte, e i suoi raggi, riflessi dai vetri dei palazzi, danno allo spettatore la sensazione di un vasto incendio.

Un passaggio del genere pare lo scenario della passeggiata di Pierre e Andrej nelle prime pagine di Guerra e pace.

Lev Tostoj in una fotografia del 1908.

Una questione di tempi e di luoghi

Ritorniamo al tema dell’inverosimiglianza per Tolstoj. Lo studioso sa, ad esempio, che nel primo Ottocento, d’estate, la famiglia imperiale russa si trasferiva a Carskoe Selo, e tutta la vita della società della capitale s’interrompeva per spostarsi nelle tenute di campagna (così, infatti, accade nell’opera di De Maistre, Les soirées de Saint-Pétersbourg). Le damigelle d’onore assegnate alla famiglia imperiale facevano parte del seguito della corte, e con essa da giugno si trovavano a Carskoe Selo. Esse non potevano essere sposate, dato che col matrimonio perdevano immediatamente le proprie funzioni; di conseguenza, secondo le severe regole in vigore nell’alta società, non potevano tenere un salotto privato dove ricevere scapoli e fanciulle da marito. Tempo e luogo sono quindi smaccatamente improbabili per il lettore contemporaneo, in questa scena d’apertura come nell’altra che si svolge nel salotto di Anna Pavlovna Scherer il 9 agosto 1812: di nuovo in piena estate, una conversazione di natura politica del tutto irreale in quel luogo e in quel momento.

Tutto gira…

Le tre parche dipinte da Bernardo Strozzi (olio su tela, 1644 ca.).

Ci troviamo di fronte a un “C’era una volta…”; vano è cercarvi le tracce di un passato oggettivamente rappresentato. Le ragioni di un inizio così inverosimile di Guerra e pace sono celate in queste stesse pagine, nel paragrafo fra le conversazioni che si svolgono nel salotto e il brusio dei fusi dei telai. A una prima lettura (così com’è stato notato da molti critici del passato e di oggi) può sembrare che lo scrittore intenda semplicemente rilevare l’insensatezza, la meccanicità di un conversare a vuoto. Eppure c’è dell’altro: il motivo del fuso che gira, e del filare in genere, che ricompare più volte nel corso del romanzo, era nell’antica mitologia attributo alle Parche, che sovrintendono ai destini umani. E al tema della sorte cui l’uomo soggiace rimandano molte altre metafore ricorrenti nei momenti cruciali, legati a oggetti che girano: durante le feste di Natale, ad esempio, mentre Nataša fidanzata del principe Andrej si ritrova a conversare con suo fratello Nikolaj e Sonja, ricorda una scena della loro infanzia, mentre facevano un tipico gioco del periodo pasquale, far rotolare le uova dipinte su un piano inclinato (chi col suo uovo colpiva un oggetto, un giocattolo o un altro uovo, poteva impossessarsene):

E ti ricordi di quella volta che facevamo rotolare le uova nel salone e a un tratto… due vecchiette, e si sono messe a piroettare sul tappeto. È successo oppure no? Ti ricordi che bello…

A girare sono altre cose: la granata che ferirà a morte Andrej, il vorticare degli abiti la sera del famoso ballo, la vite spanata dei pensieri di Pierre prima dell’incontro con Bazdeev, il gomitolo che rotola dal grembo di Nataša, intenta a fare la calza al capezzale di Andrej morente.

Ad ognuno il suo tempo

Dal 1867, il vero tema che impera al centro di Guerra e pace è proprio la sorte, o meglio il rapporto fra l’uomo e il suo destino, con tutto il suo portato d’interrogativi cruciali su libertà e necessità: e Tolstoj presenta e dà la massima rilevanza fin dalla scena d’apertura al nuovo tema, inserendolo in un ambiente astorico, come si addice agli antichi miti.

Audrey Hepburn e Mel Ferrer sul set di "Guerra e pace" del 1955, nei ruoli di Nataša e del principe Andrej.

E possiamo aggiungere che lo scrittore, al massimo della sua forma intellettuale, esibisce un’impressionante arte dell’illusionismo. In Guerra e pace, Tolstoj indica sempre, nelle scene cruciali, quanti minuti o persino quanti secondi dura l’avvenimento che l’eroe invece vive in un tempo rallentato all’esasperazione, impietrito nella sua attesa. Nel mondo della libertà che è quello di Guerra e pace non è per nulla obbligatorio che lo scorrere del tempo sia eguale per ogni personaggio, che si muove in una sua dimensione temporale, con un suo specifico ritmo. Per quasi tutto il romanzo, ad esempio, Pierre sembra avere sempre la stessa età, mentre il tempo di Nataša scorre in un modo tutto suo: quando incontra Andrej a Otradnoe, nel 1809, è una giovinetta quindicenne, e nello stesso 1809, quando è a Pietroburgo, ha invece sedici anni. E tuttavia questa tendenza a liberarsi della convenzionale misura del tempo convive per tutto il romanzo in una tensione opposta, volta a fissare con una precisione maniacale momenti ed eventi, che spinge Tolstoj a riempire le pagine con indicazioni di date, orari, età. Un lavoro necessario per far vivere in tempi indimenticabilmente lunghi o brevi, la continua ricerca tra le ragioni del bello estetico e della perfezione etica cui aspirano i suoi eroi, che affrontano dall’inizio alla fine del romanzo situazioni difficili, anche quando prevale l’elemento onirico.

L'influenza delle lettere di De Maistre

Se leggiamo Les soirées de Saint-Pétersbourg accanto a Guerra e pace c’è davvero più di un motivo per meravigliarsi della conoscenza approfondita che di De Maistre ebbe Tolstoj. Nel 1864, Tolstoj si era recato a Mosca da Jasnaja Poljana per fare delle ricerche sull’epoca e gli uomini che lo interessavano per costruire Guerra e pace. Lo aiutò l’amico Petr Ivanovič Bartenev, che gli procurerà le opere di De Maistre.

In Guerra e pace al posto di De Maistre e del suo pensiero, attentamente studiato da Tolstoj che, nelle prime versioni, riserva al pensatore un ruolo importante nel salotto di Anna Pavlovna, resta la presenza di un certo abate italiano, sostenitore di una teoria sulla pace universale, la cui figura è presa dalla corrispondenza diplomatica di De Maistre. Nelle prime stesure di Guerra e pace, Tolstoj dota l’ecclesiastico di nome e cognome, nonché di una biografia; poi di lui rimane solo un vago progetto politico, l’appartenenza al mondo massonico e il colorito nazionale.

Lo scrittore, soprattutto, attinge dalle lettere di De Maistre, che si trovano ancora oggi nella biblioteca di Jasnaja Poljana (armadio I, ripiano 1), con molti angoli piegati a indicare i passi salienti, un punto di vista esterno sulle vicende del 1812: la caduta di Speranskij, il comportamento dei russi durante l’invasione napoleonica, gli avvenimenti bellici, il quadro orrendo della ritirata della Grande Armée allo sbando. Dalla descrizione della battaglia di Borodino, Tolstoj ricaverà l’idea del filosofo De Maistre secondo cui l’opinione è regina del mondo, e risulta vincitore chi “crede” di esserlo.

Esterni di Jasnaja Poljana, la casa museo di Tolstoj, a sinistra e lo studio con lo scrittoio, a destra.

Nella decima variante dell’incipit di Guerra e pace, Tolstoj ci descrive l’abate italiano. Le sue idee non erano tuttavia originali perché riprendevano quelle di un altro più famoso abate, Charles-Irénée Castel de Saint-Pierre, detto l’Abbé de Saint-Pierre. Idee arrivate in Russia attraverso diversi canali. Se ne erano interessati gli illuministi già mezzo secolo prima, poi ci avevano riflettuto nel 1821 Puškin e gli amici massoni che si riunivano in casa del generale Michail Orlov a Kišinev, leggendo Les soirées de Saint-Pétersbourg pubblicate proprio quell’anno a Parigi, dopo la morte del conte a Torino. Orlov era stato in rapporti d’amicizia con De Maistre e aveva tenuto una corrispondenza dopo il suo rientro in Piemonte.

In uno dei dialoghi delle Soirées, ambientate in un salotto della capitale russa nel 1809, i protagonisti riprendevano infatti il dibattito attorno alle possibilità di una pace universale, ricordando l’Abbé de Saint-Pierre e la sua opera, il Projet pour rendre la paix perpétuelle en Europe. De Maistre aveva preso spunto da questo progetto per confutarne la realizzabilità ed esporre la propria idea, sviluppata poi in altre opere, di “una legge mistica tremenda che pretende il sangue degli uomini”, una legge che governa le cose umane e fa sì che la guerra esista da sempre e sia inevitabile. Infine le idee di De Maistre arrivano a Tolstoj anche dalla lettura che ne fa Proudhon nel suo La guerre et la paix, che esce in traduzione russa proprio nel 1864, suscitando grande scalpore. Proudhon, che Tolstoj aveva conosciuto personalmente a Bruxelles nel 1861, sviluppava in questo libro una concezione della guerra simile a quella del conte savoiardo: la guerra vi era presentata come evento divino, inevitabile e necessario, in grado di risvegliare l’energia morale di un popolo.

Pierre-Joseph Proudhon

(Ri)leggere Guerra e pace con occhi diversi

Chi scrive, partendo da queste considerazioni, suggerisce una lettura controcorrente di Guerra e pace, proponendo un’indagine sulla controversa questione del rapporto di Tolstoj con il mondo della massoneria russa, che lo avvicinerebbe sempre di più ai fermenti rivoluzionari nella Russia zarista, a partire dall’esperienza decabrista, fino alla tormentata vecchiaia dello scrittore. “Bezuchov, lui è blu, blu scuro e rosso, ed è quadrato…”. Cosa si cela dietro queste misteriose parole di Nataša Rostova, o dietro la strana allusione del principe Andrej Bolkonskij a dei guanti di donna? Qual è il significato della rinascita di Pierre sullo sfondo dell’incendio di Mosca del 1812? E da dove ha origine l’immagine di Platon Karataev, con la sua rotondità?

Peregrinando nel laboratorio in cui hanno preso forma personaggi divenuti immortali, tra foglietti, appunti, varianti e brutte copie, alla scoperta di manoscritti, testi ermetici, rituali massonici – un materiale ricchissimo, tuttora sepolto negli archivi di Mosca, che ha nutrito l’immaginazione creativa di Tolstoj nei sette anni di gestazione di Guerra e pacechi scrive, un Tolstoved, un vero studioso di Tolstoj (tra i pochi italiani, credo, ad aver perso tempo e denaro in lunghi soggiorni a Mosca, San Pietroburgo e Jasnaja Poljana), ha cercato di svelare come nel tempo siano cambiati l’impianto del romanzo e la tecnica narrativa dello scrittore, proprio sotto la suggestione della scrittura e del pensiero di Joseph de Maistre, tra simbolismo massonico e linguaggio delle scienze ermetiche.

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Bibliografia

  • Berlin I., Tolstoj e la storia, Milano, Lerici, 1959.

  • Berlin I., Il riccio e la volpe, Milano, Adelphi, 1986.

  • Coaloa R., Lev Tolstoj. Il coraggio della verità, Roma, Edizioni della Sera, 2015.

  • Fisichella D., Il pensiero politico di De Maistre, Bari, Laterza, 1993.

  • Fisichella D., Joseph de Maistre pensatore europeo, Bari, Laterza, 2005.

  • Miquel B., Joseph de Maistre. Un philosophe à la cour du Tsar, Paris, Albin Michel, 2000.

  • Tolstoj L., Guerra e rivoluzione (a cura di Roberto Coaloa), Milano, Feltrinelli, 2015.

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