L’Orto Botanico, il cuore verde di Torino

Il luogo che ospita passato, presente e futuro delle piante del mondo

Orto Botanico di Torino (© foto L.M. Mingozzi).

Paolo Patrito
Paolo Patrito

Giornalista, copywriter e storyteller. Collabora con diverse testate locali e nazionali. Si è occupato di diversi temi, dai viaggi al lifestyle, passando per l’arte e la cultura. Attualmente i suoi principali interessi sono la storia e la cultura piemontesi, le case history aziendali, i ritratti di personaggi del mondo creativo e dell’innovazione. Quando non scrive per i giornali aiuta le aziende a comunicare meglio, o almeno ci prova.

Nel cuore del parco del Valentino, all’ombra del castello che fu residenza di Maria Cristina di Borbone e oggi ospita la Facoltà di Architettura, celato alla vista da un anonimo muro di mattoni e da una palizzata metallica, l’Orto Botanico dell’Università è un luogo della città non del tutto noto anche a molti torinesi, nonostante da alcuni anni sia aperto alle visite e sia parte integrante dell’Abbonamento Musei.

Eppure l’Orto, che dipende dal Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, ha una storia antica che affonda le sue origini nei primi decenni del Settecento e si intreccia con quella dei tanti nomi illustri della botanica, non solo piemontese, che nei suoi tre secoli di vita si sono avvicendati tra le sue aiuole e gli alberi ad alto fusto.

Giardino ed edificio dell'Orto Botanico (© foto E. Donadeo).

Oggi, come alle origini, l’Orto Botanico è prima di tutto un luogo di studio, frequentato da docenti e studenti universitari che sciamano tra l’edificio austero che ospita aule e laboratori e il campo con le aiuole, le serre e il cosiddetto “boschetto”, l’arboreto che si estende verso il lato nord del complesso. Passeggiare al suo interno significa immergersi in un piccolo giardino segreto, tra piante rare e belle viste sul Po e sul Castello del Valentino, ma anche compiere un viaggio a ritroso nel passato della città e dell’Università torinese.

L’istituzione della cattedra di Botanica

Proprio dal passato è necessario partire per comprendere ciò che anima oggi questi luoghi: precisamente dagli inizi del Settecento, quando Vittorio Amedeo II di Savoia decise di potenziare l’Università torinese, che era stata fondata nel 1404 per volere del suo avo Ludovico di Savoia-Acaja e aveva vissuto alterne vicende, compresi alcuni spostamenti di sede, inizialmente a Chieri, poi a Savigliano e Mondovì, infine definitivamente a Torino nel 1566. Agli inizi del XVIII secolo Vittorio Amedeo II, divenuto prima Re di Sicilia e poi, con il Trattato dell’Aia, Re di Sardegna, si stava impegnando in un’opera di sviluppo economico, sociale e culturale del piccolo stato sabaudo che aveva appena raggiunto un posto tra le potenze europee con la fine della Guerra di successione spagnola.

Giardino dell'Orto Botanico (© foto V. Fossa).

La nuova posizione in Europa richiedeva un profondo rinnovamento di tutta la società e l’Università, opportunamente rinnovata, doveva costituire un punto di forza. Così venne ridotta l’ingerenza della Chiesa sull’organizzazione e sui contenuti dei corsi e furono introdotte nuove materie di studio, nel comparto umanistico ma soprattutto in quello scientifico. Tra queste, fu istituita la cattedra ordinaria di Botanica nell’ambito del potenziamento delle discipline mediche e scientifiche, cosa che portò con sé la necessità di poter disporre di un orto dove coltivare e studiare le piante che si riteneva avessero funzioni curative. All’epoca, infatti, lo studio della botanica era strettamente legato a quello della medicina e i primi veri Orti Botanici universitari comparsi in Europa nel XVI secolo, primo tra tutti quello di Padova (1545, il più antico esistente oggi tra quelli rimasti nella posizione originale) erano di fatto “Giardini dei Semplici” cioè luoghi, derivati dagli orti annessi ai monasteri medievali, dove si studiavano le proprietà terapeutiche delle piante.

Fondato agli albori del Settecento

L’Orto Botanico dell’Università di Torino fu organizzato secondo l’impostazione tradizionale, sia dal punto di vista dell'impianto geometrico del giardino sia da quello scientifico e didattico, come supporto agli studi di medicina. Per ospitarlo fu scelto un terreno di circa 6.800 metri quadri di pertinenza del Castello del Valentino, donato all’Università da Vittorio Amedeo II, in un’area particolarmente adatta, perché la rete di approvvigionamento idrico era stata da poco rinnovata. I primi documenti storici che fanno riferimento all’Orto risalgono al 1729 e quindi la fondazione dell’Orto Botanico è tradizionalmente attestata in questa data, ma alcune carte manoscritte conservate presso il Dipartimento di Biologia vegetale dell’Università fanno ritenere che esso fu attivo fin dal 1722.

Incisione storica del Giardino Botanico.

Al medico padovano Giovanni Bartolomeo Caccia venne affidata la “Cattedra Ordinaria di Bottanica” e la direzione dell’Orto. Un interessante documento sui temi trattati all’epoca nel corso di Botanica e sul modo di classificare le specie, è conservato presso la biblioteca del Dipartimento di Biologia vegetale: si tratta del manoscritto delle lezioni di “Materia medica” che Caccia tenne nel 1732, trascritte dal suo discepolo, il medico Giovanni Battista Mundino. Da questo scritto si può avere un quadro almeno parziale delle piante autoctone coltivate in origine nell'Orto, almeno 242, destinate ad essere osservate dai futuri medici e farmacisti. Nel suo lavoro, Caccia era supportato da un “giardiniere di botanica” o “erbolaio”, una figura con funzioni di custode e manutentore, ma anche deputata a raccogliere “per le pianure e i monti del paese le piante più degne di essere osservate”. Il primo erbolaio, assunto nel 1730, fu il padovano Sante o Santo Andreoli, che dai primissimi anni di missioni costituì una piccola raccolta di 317 piante essiccate, oggi andata perduta.

Sulle tracce dell’Orto originario

Ma come si presentava l’Orto Botanico in quei primi tempi? Per capirlo dobbiamo affidarci a due rappresentazioni, una del 1730, l’altra del 1732, in parziale contrasto tra loro. La prima, un’incisione di F. B. Weber del Castello del Valentino, mostra uno spazio rettangolare delimitato da un muro al quale è associato qualche piccolo edificio che poteva essere adibito a ricovero invernale delle piante in vaso. Al contrario, nella planimetria del 1732 realizzata dal pittore Giovan Battista Morandi come frontespizio di un’opera che catalogava e illustrava con acquerelli dal vivo le piante allora coltivate nell’Orto, non sono rappresentate strutture come edifici o serre e questo farebbe presumere che all'epoca l'Orto ospitasse esclusivamente specie piantate in piena terra e capaci di sopportare i rigori della stagione invernale. In realtà il titolo dell’opera, andata perduta, Exterarum et rariorum plantarum quae in Horto Regio Academiae Taurinensis excoluntur Imagines ad vivum expressae farebbe pensare alla presenza di piante estranee al territorio che necessitassero di microclimi particolari tali per cui fossero già presenti delle strutture in grado di accoglierle, ma non esistono riferimenti storici che possano provarlo. Di sicuro la rappresentazione di Morandi restituisce la conformazione dell'Orto al tempo: era costituito da due comparti rettangolari, ognuno con una vasca al centro su cui convergevano gli stradini che separavano le aiuole raccordati da altri passaggi trasversali a comporre un disegno che si rifaceva allo schema dei giardini geometrici all'italiana.

Planimetria del 1732 realizzata dal pittore Giovan Battista Morandi.

L’Orto Botanico venne ingrandito e abbellito nel corso dei secoli successivi, senza mai alterarne del tutto l’aspetto originario. Già nel 1796 Vittorio Amedeo III donò all’Orto un nuovo appezzamento, che però rimase inutilizzato fino al 1834, quando l’elevato numero delle specie già in coltura rese necessario, per l’introduzione di nuove essenze arboree e arbustive, l’utilizzazione dell’appezzamento. Il terreno venne quindi bonificato, furono costruite con terreno di riporto collinette, disegnati i viottoli e realizzati complessi lavori idraulici. Il bosco parco divenne noto come “Boschetto”. L’inserimento di alberi e arbusti durò parecchi anni e l’impianto rispettò le tendenze dell’epoca che privilegiavano il paesaggio romantico di gusto inglese, con l’inserimento di un centinaio di alberi, prevalentemente di specie esotiche, molti dei quali sono giunti fino a noi. Sul lato del giardino, nel 1831 venne realizzato il viale centrale alberato, per aumentare l’effetto scenografico, e venne costruita una terza vasca.

Tra serre, vasche e aule accademiche

I lavori di miglioramento proseguirono per tutto l’Ottocento, con la costruzione di diverse serre, sostituite successivamente con il miglioramento delle conoscenze tecniche. L’unica visibile ancora oggi è quella cosiddetta “all’olandese”, datata 1843, con riscaldamento, letti caldi e una vasca-serbatoio per l’irrigazione di specie termofile di piccole dimensioni. Restaurata nel 1999, ospita piante provenienti da ambienti umidi delle foreste tropicali, in particolare orchidee. Tra gli elementi più antichi dell’Orto che fanno ancora parte dell’allestimento sono le cosiddette "svernatoie", cassoni delimitati da lastre di pietra di Luserna assemblate da grappe in ferro a coda di rondine e dotate di copertura mobile in ferro e vetro, pensate per l’acclimatazione di specie alpine che venivano così protette durante i periodi più freddi in caso di scarsa copertura nevosa. La fila di cassoni corre lungo il lato del giardino di fronte all’edificio e, ormai priva di coperture, è oggi utilizzata per la coltura delle specie officinali. Di epoca molto più recente, precisamente risalente al 1962–63, è l’alpineto, piccolo giardino roccioso che ospita specie montane e alpine provenienti da diverse catene montuose del mondo.

Serre storiche (© foto P. Piga).

Non è del tutto chiaro quando siano comparse le prime costruzioni attorno al giardino, adibite ad aule e laboratori. Se è vero, come abbiamo visto, che la planimetria del Morandi del 1732 non rappresenta edifici, non significa necessariamente che non ne esistessero. Secondo la Cronistoria dell’Orto Botanico (Valentino) della Regia Università di Torino, redatta da Oreste Mattirolo e data alle stampe nel 1929, nei pressi del terreno che fu poi adibito a Orto, esistevano già nel XVII secolo delle costruzioni, scuderie o rustici, di pertinenza del Castello del Valentino. Tale complesso – sostiene sempre Mattirolo – venne utilizzato dall’Orto come serra fredda e calda, poi più volte modificato e ampliato fino ai grandi lavori di fine Ottocento, quando fu raddoppiato nei volumi, furono costruite aule e laboratori, i locali che ospitano l’Erbario e la severa Aula Magna a emiciclo, rimasta praticamente invariata e in uso ancora oggi.

Esemplari di orchidee del genere Vanda ospitate nell'Orto Botanico (© foto P. Patrito).

Una figura di spicco

La storia tricentenaria dell’Orto Botanico, però, non è solo l’evoluzione della sua dimensione fisica, degli spazi e delle strutture, ma anche, o forse soprattutto, la sequela degli scienziati illustri che hanno passeggiato tra i suoi viali e insegnato nelle sue aule. Detto del primo direttore Giovanni Bartolomeo Caccia, sono tante le stelle che hanno brillato nel firmamento accademico dell’Orto. La più luminosa è forse quella di Carlo Allioni.

Busto di Carlo Allioni (© L. Cerrato).

Nato nel 1728 a Torino, città dove si laureò in medicina nel 1747, Allioni è considerato per le scienze naturali tra le figure di maggior rilievo nella scena europea della seconda metà del Settecento. Fu allievo di Caccia e iniziò la sua carriera universitaria sostituendo durante le sue frequenti assenze Vitaliano Donati, il direttore dell’Orto Botanico che proprio di Caccia aveva preso il posto. Negli anni Cinquanta del Settecento diede alle stampe diversi volumi, fu tra i fondatori dell’Accademia delle Scienze e vide la sua fama consolidarsi anche all’estero. Nel 1760 venne nominato professore straordinario di Botanica. Quando Donati scomparve in mare lungo le coste dell’India nel 1763, Allioni divenne professore ordinario e direttore dell’Orto, carica che mantenne fino a fine secolo. Carlo Allioni fu un naturalista aperto a tutti i settori della scienza: è noto come medico di fama, come esperto di insetti, di minerali e di rocce anche se, soprattutto, come botanico. Negli anni realizzò una serie di collezioni che costituivano il suo museo privato, messo all’asta dal figlio alla sua morte e oggi disperso, con l’eccezione del suo vasto erbario (circa undicimila reperti, raccolti da lui e dai suoi collaboratori) che oggi è parte dell’Erbario annesso all’Orto Botanico.

Allioni fu una figura fondamentale non solo per l’Orto Botanico ma per l’Università e per la Città di Torino, sulle quali attirò l’attenzione di tutta Europa. Egli nel 1760–61 pubblicò il primo elenco a stampa delle specie che erano coltivate nell’Orto Botanico, dal titolo Synopsis metodica stirpium Horti Taurinensis. In quest’opera Allioni adottò, per la prima volta in Piemonte e fra i primi in Italia, la nomenclatura binomia (nomina trivialia) proposta da Linneo nel 1753 nell’opera Species Plantarum, ponendo in tal modo l’Orto all’avanguardia in Europa. Amico e corrispondente di Linneo, introdusse in Italia e rese concrete le idee del celebre scienziato svedese. Diede alla botanica la veste compiuta della scienza e suo fu il primo studio sistematico della flora piemontese, confluito nella sua opera principale, la Flora Pedemontana, pubblicata solo nel 1785. In essa sono elencate e descritte circa 2.800 specie individuate sul territorio degli Stati sabaudi in più di vent’anni di esplorazioni floristiche.

Interno di una serra (© foto P. Patrito).

Gli eredi di Carlo Allioni

La strada tracciata da Allioni fu seguita dai suoi allievi che divennero a loro volta figure di grande rilievo nel mondo botanico come Giovanni Battista Balbis, che fu direttore dell’Orto a partire dal 1801. Di idee politiche giacobine e molto vicino all’ambiente napoleonico, Balbis fu un personaggio di grande spicco, ottimo botanico, legato da profondi sentimenti all’Orto, per il quale cercò e ottenne dal Governo cospicui contributi per mantenere ed incrementare le collezioni, aumentando il prestigio scientifico dell’Istituzione. Con il ritorno dei Savoia nel 1814 Balbis fu allontanato dalla direzione e nel 1819 si trasferì a Lione come direttore dell’Orto di quella città e titolare della Cattedra di Botanica.

Busto scolpito dedicato a Giuseppe Gibelli (© foto P. Patrito).

Giuseppe Giacinto Moris, allievo di Balbis, fu nominato direttore dell’Orto nel 1829 e diede una nuova svolta all’organizzazione, portando avanti alcuni dei lavori di ammodernamento di cui abbiamo già fatto cenno. Durante la direzione di Moris l’Orto, con ben 12.000 specie in coltura, raggiunse il massimo splendore. Moris, uomo politico e senatore del Regno, fu un botanico apprezzato a livello nazionale ed internazionale. La sua opera più nota è la Flora sarda (1837–1859) frutto delle prime erborizzazioni da lui compiute nel periodo di permanenza a Cagliari all’inizio della carriera e proseguite grazie alla collaborazione di Domenico Lisa, giardiniere dell’Orto torinese, che compì varie missioni sul terreno nel periodo in cui Moris era particolarmente oberato da cariche amministrative e politiche.

Giuseppe Gibelli, direttore dell’Orto Botanico dal 1883 al 1898, fu uno dei più importanti personaggi della botanica italiana del XIX secolo. Durante la sua direzione fu costruito il moderno edifico con l’Aula Magna e l’Erbario. Quest’ultimo fu arricchito dal dono dell’erbario personale di Gibelli, che contava ben ventimila campioni, e da numerose acquisizioni, fra le quali va ricordata quella dell’erbario di Carlo Allioni, ceduto all’Orto dall’Accademia di Agricoltura di Torino.

Oreste Mattirolo, studioso di grande cultura e di molteplici interessi scientifici e umanistici, che era stato assistente a Torino negli anni 1881–83, prima di vincere la cattedra a Bologna, tenne la direzione dell’Orto torinese dal 1900 al 1932 e fu uno dei personaggi più prestigiosi per l’Istituzione nel XX secolo. Oltre che biologo e micologo di rilievo, fu personaggio attento alla storia: fra le realizzazioni in questo ambito sono da ricordare le celebrazioni per il primo centenario della morte di Allioni. Per l’occasione furono pubblicati numerosi lavori scientifici sull’opera del Maestro e fu collocato nella vasca centrale del giardino un busto in bronzo, opera dello scultore Ettore Ridoni. L’interesse per la botanica farmaceutica indusse Mattirolo nel 1932 a trasformare una delle serre in aula-laboratorio per l’insegnamento di questa disciplina, dotata di exsiccata in eleganti cornici di legno e di modelli di fiori e di altre strutture vegetali. Oggi l’aula è una saletta per esercitazioni attrezzata con microscopi e videoproiettori e conserva alle pareti la maggior parte degli exsiccata di piante medicinali nelle cornici originali.

Un ruolo ancora fondamentale

Oggi l’Orto Botanico, aperto al pubblico dal 1997, è un importante centro universitario e l’attività didattica è sempre predominante, affiancata dall’impegno nei progetti di mantenimento della biodiversità, portati avanti nonostante le perenni difficoltà dettate dalla scarsità di fondi e personale. Un esempio di questa missione è la cosiddetta Serra Nuova, inaugurata nel 2007 in sostituzione di una precedente divenuta obsoleta. È dedicata alla rappresentazione di diversi ambienti del Sudafrica, paese che ospita numerosi hotspot, cioè luoghi ricchi di specie arboree delle quali si sta perdendo rapidamente l’habitat naturale.

La serra del Sudafrica (© foto G. Teppa).

👍 Si ringrazia per la collaborazione tutto il personale del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, in particolare la dottoressa Maria Consolata Siniscalco, Direttrice dell’Orto Botanico, la dottoressa Laura Guglielmone, Curatrice dell’Erbario e la dottoressa Daniela Bouvet.

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Bibliografia

  • Caramiello R., L’Orto Botanico dell’Università di Torino dalla fondazione ai giorni nostri, Torino, Centro Sudi Piemontesi, 2012.

  • Caramello R., Minuzzo C., Fossa V., L’erbario di Carlo Allioni, Torino, Fondazione “Filippo Burzio” – Centro Studi Piemontesi, 2009.

  • Caramiello R., Lomagno P., Universa Botanices - Giovanni Bartolomeo Caccia, Torino, Centro Sudi Piemontesi, 2016.

  • Mattirolo O., Cronistoria dell’Orto Botanico (Valentino) della R. Università di Torino, Torino, Tipo-Lito Luigi Checchini, 1929.

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