Lorenza Zambon, così uniamo il teatro alla natura

L'esperienza della "Casa degli Alfieri" e i nuovi modi di recitare a contatto con l'ambiente

Lorenza Zambon

Fulvio Gatti
Fulvio Gatti

Giornalista, networker e curatore di eventi, torinese per rigore e monferrino per flemma. Scrive da quasi 20 anni su testate locali e nazionali e ha all’attivo svariate pubblicazioni tra fumetto, divulgazione e cultura pop. Dal 2019 è presidente dell’Accademia di Cultura Nicese “L’Erca” di Nizza Monferrato.

Si può fare teatro “fuori dal teatro”, o meglio ancora fuori da qualsiasi cornice che non sia un suggestivo scenario naturale. E si può, così facendo, portare avanti discorsi importanti di coesistenza con l’ambiente, salute individuale e di comunità, contribuendo a immaginare germogli di futuro. Lorenza Zambon, attrice e autrice di origini venete, astigiana dagli anni Ottanta, fa questo e molto altro. Con il gruppo di artisti fondatori della Casa degli Alfieri (oltre a lei Antonio Catalano, Maurizio Agostinetto e il compianto Luciano Nattino), dopo l’esperienza nei teatri internazionali, oggi risiede in un raro e riuscito caso di residenza artistica tra le colline del Monferrato. Proprio qui, negli anni 2000, ha intrapreso un percorso forse unico nel suo genere che l’ha vista creare spettacoli, testi e rassegne in cui la natura va di pari passo con il teatro. L’abbiamo raggiunta per approfondire.

Cosa ti ha portato questo lungo periodo di inevitabile stop agli spettacoli dal vivo?

Locandina dello spettacolo "Storie selvatiche".

Mi sono dedicata al giardinaggio, al di là della messa a dimora delle piante, esplorando in modo approfondito il luogo in cui vivo. La Casa degli Alfieri esiste dal 1994, ma solo ora ne abbiamo scoperto gli aspetti più inattesi. Non è che una conferma, per quanto mi riguarda, che i luoghi non “finiscono” mai: hanno recessi e pertugi, strati in cui possiamo penetrare, dove entrare in contatto con gli esseri che ci circondano.

Per me le lunghe pause hanno significato dedicarmi molto alla scrittura. La situazione in sé mi ha molto ispirato. Ho scritto il nuovo spettacolo Storie selvatiche. Parla di amori profondi tra persone e luoghi e della genesi di esseri complessi, multispecie, in cui l’amore profondo per il vivente è centrale. Inoltre sto lavorando a un’altra storia, legata a una biologa dell’Ottocento che merita di essere riscoperta.

Per la prima volta, tra l’altro, ho poi fatto le prove a distanza con il musicista per l’adattamento del libro La Montagna Vivente di Nan Sheperd. Parla di una donna che penetra nella montagna, offre una visione sia fisica che mistica, profondamente femminile. L’opera ha esordito ad Asti Teatro, ma speriamo di poterla riproporre. La cornice della Casa degli Alfieri, infine, ci ha permesso, essendo in tanti, di portare avanti un po’ di pratica teatrale tra di noi: abbiamo provato, letto, discusso, insomma questa parte si è vivificata.

Cosa ti ha lasciato la lunga esperienza teatrale, a fianco per esempio di Judith Malina del Living Theatre?

Posso dire che mi ha formato moltissimo, e in particolare l’incontro con Judith è stato decisivo. I tour sono durati quasi cinque anni, un periodo di continuità e prossimità molto profonda. Cosa mi ha insegnato? Chi me lo chiede, di solito pensa a qualcosa di tecnico. Ciò che ho appreso da lei è invece la profonda necessità filosofica del teatro. Ricordo che Judith, riferendosi ai suoi maestri, raccontava sempre questo concetto: è teatro quando hai un cerchio di persone, dopodiché una entra all’interno e agisce. Se non hai niente da dire, non ti devi mettere nel centro. Anche se non hai niente da chiedere, aggiungerei: può essere anche un disagio da esprimere, non per forza un messaggio, oppure una profonda necessità.

Judith Malina durante una prova al Living Theatre.

Pur non avendo mai lavorato a un teatro strettamente commerciale, quando ne sono uscita ricordo che l’ambiente iniziava ad avvolgersi su se stesso: ci si abituava a spettacoli realizzati per gli addetti ai lavori, che finivano per esserne gli unici destinatari. Per esempio, una rilettura del Sogno di Una Notte di Mezza Estate il cui fascino sta nelle variazioni alle versioni precedenti. Oppure un’opera scritta per rincorrere questo o quell’anniversario. A mio parere, questo è teatro morto. Il teatro deve creare comunità, parlare con la gente, comprenderla, stare dentro al processo creativo. In pratica deve essere necessario. Il teatro muore se si chiude su se stesso. Nella storia, si è rivitalizzato in tutte le occasioni in cui è uscito da se stesso, toccando la politica o la natura.

Mentre quale è stata, ed è, la chiave della Casa degli Alfieri?

Quando siamo venuti ad abitare qua, non puntavamo per forza all’idea di vivere in campagna. Cercavamo prima di tutto un posto dove fare teatro. Dopo vari tentativi con comuni di tutti i colori politici, abbiamo infine preferito l’autonomia. Inoltre, comprendendo che ci saremmo indebitati per tutta la vita, abbiamo scelto di realizzare sul posto anche le nostre case, dando a residenza e lavoro un’unica sede.

Lorenza Zambon

A quel punto sono successe cose inaspettate. Eravamo tutti cittadini catapultati in mezzo alla natura. Questo ha cambiato il nostro approccio. Da gruppo più tradizionale, almeno nel metodo e nella produzione degli spettacoli, arrivati qui abbiamo cominciato a condividere lo spazio teatrale, pur imboccando ognuno la propria strada: Antonio con le mostre interattive e iterative, Luciano nella ricerca della teatralità popolare, Maurizio con le installazioni fotografiche. Ciascuno portava avanti le proprie idee, ma ci univa il luogo. Non essendo più obbligati a produrre oggetti artistici insieme, l’interscambio si è fatto più informale, quotidiano. La Casa degli Alfieri è stata un’idea feconda da tutti i punti di vista.

Il 2020 e i limiti nei movimenti richiesti hanno cambiato, quindi, anche il tuo rapporto con la Casa degli Alfieri stessa?

Credo che abbia rivelato tutti i suoi doni, con il significato di quello che abbiamo messo in piedi, nel tempo stabilizzato e cresciuto. Abbiamo ringraziato ogni mattina tutti gli dei e tutte le dee per avere avuto quest’idea e per averla portata avanti. All’epoca, quando è nata, si parlava di “comune”; ora la si direbbe cohousing, per noi è un condominio, di fatto una comunità. In lockdown ci siamo resi conto di essere un bioma: tre famiglie che in effetti condividono batteri, cellule umane e non, scambiandole nel tempo quando abbiamo l’influenza e lavoriamo. Abbiamo continuato a comportarci nello stesso modo, pur stando attenti, pur contravvenendo forse a qualche regola: ma è una ricchezza che ci ha salvato la pelle.

Nel luogo giusto può prendere vita persino un festival...

Il primo è stato Naturalmente Arte, in anticipo sui tempi. Nella cornice dei parchi astigiani, iniziammo a cercare altre formazioni artistiche che si sapessero muovere nella stessa linea. Il festival si è poi spostato al Parco Nord Milano. Si è evoluto, oggi è un grande evento sulla biodiversità in cui ancora mi occupo di teatro e natura. Abbiamo portato progetti simili a Genova così come a Roma. Idea centrale, con stili e applicazioni diverse, è sempre stata quella di fare spettacoli all’aperto, in rapporto profondo con i luoghi. Nel 2020, proprio a casa nostra, siamo riusciti a riproporre a La Casa in Collina. È un piccolo festival in cui si crea un’atmosfera molto particolare, chi viene una volta poi ritorna l’anno successivo. C’è un bel clima, una situazione di comunità.

Durante il festival "Naturalmente Arte" a Milano.

Come vivi, oggi, questi due aspetti del tuo impegno artistico, il teatro e la natura?

Per me sono ormai indistricabili, e l’ibridazione tra i due mondi sta al centro. Mi ha permesso nel tempo di dare vita a molti spettacoli, da cui poi ulteriori progetti, festival, audioguide. In questo momento tra l’altro il tutto si è fatto ancora più profondo, al punto che sono convinta che il teatro, se vuole ritrovare pienamente il suo significato, non può che farlo uscendo dai contesti tradizionali. Non è solo questione di spazi, ma di lasciarsi alle spalle la logica strettamente teatrale, ponendosi piuttosto il tema di riunire persone e natura. Politicamente è un passaggio decisivo: dobbiamo capire che siamo nel cosiddetto “antropocene” e ci serve trovare il modo di uscire dallo schema che sta rovinando il mondo e noi stessi. Sarebbe di gran lunga meglio arrivare a concepirsi come parte di un sistema vivente e complesso.

Quindi quella ambientale è una battaglia politica?

Condivido il pensiero che sia necessario un cambiamento profondo e culturale. Se non riusciamo a sentire noi la connessione con il mondo naturale che ci circonda, sarà difficile indirizzare le scelte politiche a livello nazionale e sovranazionale. Penso che la coscienza della gente, da sola, sia già matura; più della burocrazia di certo. Battaglie come quella per lo “stop al consumo di suolo” hanno prodotto molto. Purtroppo, poi, il disegno di legge si è fermato. Manca sempre quello scatto finale, la capacità di raggiungere la coscienza pubblica collettiva. La classe politica, anche quando ha nuovi fondi a disposizione come nel caso del Recovery Fund, tende a usarli sempre alla vecchia maniera: ma è il modo sbagliato. C’è da lavorare su sviluppo ecosostenibile, istruzione, equità sociale. Ma abbiamo poco tempo, sono decisioni da prendere, per una svolta culturale da fare urgentemente.

Immagine tratta dallo spettacolo "94 passi in giardino", 2017.

In questo, l’abbinamento ormai consueto di cultura e turismo credi sia cosa buona?

Temo tenda a far prevalere un’idea generale di consumo, vedere la cultura come un’offerta ai turisti. Mi dispiace ma la cultura è di più: è la possibilità di riflettere e vivere insieme, fa parte del pensiero, non del commercio. E anche laddove le compagnie teatrali sono a loro modo aziende, il senso della cultura si trova nello spirito di un popolo. È evidente che il turismo è una grande risorsa, almeno quanto è vero che siamo pieni di meraviglie. Ma bisogna capire come si fa il turismo. Meglio quindi le iniziative di cammino lento, tra miriadi di piccole strutture, quegli innumerevoli bed&breakfast meravigliosi sparsi sul territorio. Centinaia di piccoli comuni, uno distinto dall’altro, che devono preservare la propria identità.

Credi che in generale un effetto collaterale dell’emergenza pandemica sia stata una riscoperta del desiderio di conoscere quanto ci sta vicino?

È una contraddizione di questi tempi, direi ormai sempre più evidente. Tramite Internet crediamo di conoscere tutti i luoghi del mondo. In realtà è un’illusione. D’altro canto, mi accorgo che in molti hanno perso l’abitudine a vedere il mondo che hanno sotto casa. In particolare siamo ciechi alle piante, le crediamo esseri inanimati, laddove saper cogliere la vita nel suo complesso è fondamentale.

Per fortuna penso che molte persone, tramite il turismo di prossimità, abbiano saputo cogliere quelle meraviglie che si trovano tra gli orizzonti e i propri occhi. L’altra faccia della medaglia è però una crescita di presenza, a volte anche distruttiva. So di una vallata, in Lombardia, che la scorsa estate ha avuto quasi un’emergenza: venivano invasi la mattina dai SUV, famiglie e gruppi di persone con musica ad alto volume, gli stessi che poi la sera sparivano lasciandosi dietro i rifiuti. Il turismo, in questo senso, è un’industria devastante. In una valle alpina vai a piedi, non puoi sfruttarla come un panorama da consumare e poi abbandonare.

Il problema in fondo non è il consumo, è la penetrazione intima. Su questo si stanno attivando pratiche innovative che prevedono, per esempio, andare a piedi, con calma, a esplorare il boschetto dall’altra parte della valle. Avere pazienza permette di trovare mondi insospettati, e di solito senza prendere un aereo per fare quarantamila chilometri.

Spettacolo "La montagna vivente" al Festival della Biodiversità 2020.

Quale, quindi, lo stimolo finale che vorresti lanciare?

Credo che dobbiamo aprire gli occhi e il corpo verso il mondo. Secondo me quest’ultimo è il punto di soglia, di contatto, con il resto del vivente che ci circonda. Non che l’informatica non sia utile, però è il corpo l’essere pensante. Noi entriamo in contatto con il mondo attraverso il corpo. Dobbiamo rivoluzionare la nostra scala dei valori, per certi versi tornare alle cose fondamentali. Riconoscere come una passeggiata nel bosco può significare di più, per noi, di un viaggio aereo all’altro capo del mondo. Possiamo fare grandi cose come specie, persino evolverci come collettività, ma dobbiamo conservare la capacità di comunicare con il mondo, e farlo come corpo pensante, che dialoga con la realtà vivente. Se preserviamo questa unione, possiamo davvero pensare di diventare una specie nuova.

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