Quando il silenzio calò su Maria Teresa Novara

Dal romanzo di Perissinotto ripercorriamo l'omicidio consumatosi tra le colline delle Langhe nel 1969

Immagine di copertina del libro “Il silenzio della collina” di Alessandro Perissinotto.

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso lo University College Cork (Irlanda). Insegna lingua inglese e ha pubblicato diversi saggi sul multilinguismo negli scrittori piemontesi.

“La ragazza, Domenico, la ragazza!”. A biascicare queste parole dal letto di una residenza per malati terminali è Bartolomeo Boschis detto Tomé. Contadino classe 1938, una vita all’apparenza insignificante trascorsa sulle Langhe, e ora, sulle stesse colline, sta esalando gli ultimi respiri. Domenico è suo figlio, popolare attore televisivo che, delle Langhe e del padre, appena poté, non volle più saperne. Ora, dopo anni di silenzi e incomprensioni, ha deciso di ritornare per accompagnare Tomé nei suoi giorni conclusivi.

Maria Teresa Novara è descritta come la tipica tredicenne di provincia: mite, diligente, un po' timida e spesso assorta nei suoi pensieri.

Se Bartolomeo e Domenico, protagonisti del penultimo romanzo di Alessandro Perissinotto, sono personaggi di fantasia, “la ragazza” è invece esistita. Si tratta di Maria Teresa Novara, tredicenne astigiana che il 13 agosto 1969 fu trovata priva di vita in una botola della cascina Barbisa, sui colli tra Canale e Vezza d’Alba. Otto mesi prima, Maria Teresa, che era figlia di contadini di Cantarana (Mario Novara e Angela Cerrato) e frequentava le scuole medie di Villafranca, era stata rapita da due balordi della zona, Bartolomeo Calleri e Luciano Rosso, mentre dormiva a casa della zia, moglie di Pasquale Borgnino, tabaccaio di Villafranca e reputato possidente benestante. Gli zii l’avevano ospitata per evitarle il disagio e il freddo degli spostamenti quotidiani verso la scuola, e a casa di questi, Calleri e Rosso, alla ricerca di bottino, se la trovarono tra i piedi e la sequestrarono. Da quella notte del 16 dicembre 1968 iniziarono mesi di ricerche, purtroppo infruttuose, coordinate dal giudice istruttore di Asti, Mario Bozzola.

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Il primo rapimento di una minorenne nell’Italia repubblicana

La copertina de "Il silenzio della collina", romanzo di Alessandro Perissinotto edito da Mondadori nel 2019.

Il silenzio della collina, penultima fatica del torinese Alessandro Perissinotto, è stata data alle stampe nel 2019, a cinquant’anni esatti dai drammatici eventi intorno ai quali ruota l’intreccio. A dare il via all’azione è la volontà di Domenico Boschis di scoprire l’identità della “ragazza” e, una volta appurato di chi si tratta, capire se suo padre sia coinvolto in una simile, vergognosa vicenda. Dopo una breve parte introduttiva, il romanzo assume i toni di una detective story: il protagonista, quasi dimentico di trovarsi al capezzale del padre, si lancia in una febbrile ricerca di testimoni, indizi e prove. Riuscirà nel suo  intento o sarà troppo tardi?

Perissinotto si era già occupato dell’omicidio di una ragazza nel romanzo d’esordio, L’anno che uccisero Rosetta (1997), anch’esso ambientato in Piemonte. Tuttavia, se allora si trattava di un assassinio fittizio, tale non è il caso di Maria Teresa. “Un caso che avevo in testa da dieci anni”, spiega l’autore.

Cercavo la chiave giusta per raccontarlo, proprio per il fatto che è una vicenda che tocca il nostro territorio, tocca anche delle sensibilità che è giusto che ci siano, qualcuno avrebbe giustamente voglia di archiviare il lutto, ma non volevo che questa storia venisse dimenticata.

Riportare a galla la penosa storia della giovane astigiana, seppur filtrata dalla finzione letteraria, è stato utile per diverse ragioni. Innanzitutto, si tratta di una vicenda emblematica: come ricorda Domenico ai suoi amici d’infanzia Umberto e Caterina,

qui, nelle nostre terre, nella nostra bella e pacifica campagna, si è verificato il primo rapimento di una minorenne dell’Italia repubblicana. Qui, non in Sardegna o in Calabria.

Femminicidio, termine da utilizzare consapevolmente

L’episodio di Maria Teresa è significativo anche perché compendia la considerazione che alcuni uomini hanno del genere femminile: sulle nostre “pacifiche e belle colline” soltanto cinquant’anni fa qualcuno ha potuto strappare una bambina alla famiglia per usarla a proprio piacimento – tale, infatti, fu il macabro responso del medico legale, il professor Baima Bollone: decine di abusi sessuali prima della morte per asfissìa. Solo a pensarci vengono i brividi, eppure è successo realmente. Se di femminicidio, termine che entra nel lessico italiano intorno al 2009, si è discusso molto negli ultimi tempi, il fenomeno in sé non è nuovo: recente è soltanto una maggiore consapevolezza. Badiamo, però, a non considerare femminicidio una semplice conquista terminologica né a ridurlo a un sottocaso di omicidio. Come ammonisce Perissinotto:

Gli uomini muoiono per decine di motivi, mentre il 90% delle donne muore perché è donna. Ecco perché ci serve un termine come femminicidio, il risultato di un senso di possesso, di violenza. Cosa non è cambiato, purtroppo, è l’atteggiamento di troppi uomini.
Alessandro Perissinotto, insignito nel 2019 del Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane con "Il silenzio della collina".

Ammettiamolo: quante volte siamo stati tentati di spiegare gli abusi nei confronti di una donna con frasi come “se l’è andata a cercare”, oppure “era in fondo una poco di buono”? A tanto, aggiungendo vergogna al dolore, si spinse una parte dell’informazione dell’epoca: prima, infatti, fu dato credito alla fuga d’amore della giovane; poi, Maria Teresa fu addirittura presentata come una giovane corrotta dai giornaletti rinvenuti accanto al corpo, e pertanto non valeva la pena farne un caso poiché, dopotutto, la ragazza si era prostituita. Purtroppo ciò non deve sorprendere: Perissinotto sottolinea che

da sempre si mette in dubbio la moralità delle vittime quando si tratta di donne. Nelle Metamorfosi di Ovidio le ninfee violentate da Giove sono additate come colpevoli. Anche su questo bisognava essere chiari, nel ricostruire questa vicenda mi sono attenuto agli esiti processuali e soprattutto ho cercato di restituire a Maria Teresa la sua dignità di vittima e il suo statuto di piccola eroina.
La prima pagina de "La Stampa" del 14 agosto 1969, il giorno successivo al ritrovamento di Maria Teresa.

Diverse forme di dolore

L’autore, pur partendo dai fatti contenuti nelle carte della magistratura, ha evitato la strada dell’inchiesta giornalistica optando, invece, per un impianto romanzesco a lui più confacente.

Così, accanto alla storia vera di Maria Teresa, ho ideato quella possibile di Domenico Boschis, di suo padre e del rapporto complesso tra due generazioni diverse. Sono riuscito a raccontare la tragica vicenda di Maria Teresa attraverso altre forme di dolore.

Queste “altre forme di dolore”, come accennato, sono rappresentate dal sofferto rapporto padre/figlio e dell’altrettanto difficile rapporto di Domenico con la propria terra d’origine. Una storia in grado di restituire ciò che più interessa a un romanziere: pensieri ed emozioni che si scatenano intorno a un delitto, oltre al clima “non solo di Langhe e Astigiano di cinquant’anni fa, ma il clima di tutta l’Italia intorno alla fragilità della donna”.

Le Langhe, stereotipo di benessere assoluto

Due aspetti, ben evidenziati dalle pagine del romanzo, rendono ancora più sconvolgente la storia di Maria Teresa. Il primo si riferisce all’idea, atroce, della malvagità dell’uomo comune. Mentre si consumava la tragedia della giovane astigiana, a qualche migliaio di chilometri l’attrice Sharon Tate veniva massacrata, insieme al figlio che portava in grembo e a quattro ospiti, da alcuni componenti della Manson Family; tuttavia, se è tutto sommato concepibile pensare al male incarnato in un folle esaltato e nei suoi seguaci, è spaventoso saperlo in un Bartolomeo Calleri o in un Luciano Rosso qualunque, i quali, per quanto balordi, non sono avvicinabili a un invasato come Charles Manson. Si legge nel romanzo:

il vero horror era scoprire che il Male non era condensato in una sola mente malata, non era manifestazione di un’anomalia, ma il frutto di una collaborazione razionale tra persone normali.
Foto pubblicitaria di Sharon Tate (1967).

L’altro elemento è rappresentato dall’immagine stereotipata e fuorviante spesso associata alle Langhe: oggi, come mezzo secolo fa, quando pensiamo alle Langhe il nostro pensiero va subito al buon cibo e al buon vino, al benessere diffuso e non certamente all’idea di violenza e morte. Eppure, prima del benessere, a dominare quelle terre erano la miseria, il sacrificio e la violenza. Basterebbe, in fondo, leggere con attenzione le pagine di Pavese e Fenoglio per comprendere la “natura profonda di quella terra, all’apparenza così piena di grazia” ma nell’intimo “selvaggia e feroce”. Di ciò si è accorto Domenico Boschis, il quale, pur avendo dovuto leggere i romanzi di Pavese e Fenoglio all’università, li ha poi dimenticati in fretta poiché finivano per ricordargli la propria dolorosa situazione familiare. Solo anni dopo si è reso conto di ciò che subiscono i personaggi femminili negli scritti dei principali cantori delle Langhe: la donna è vittima sacrificale (come la Gisella dei Paesi tuoi), capro espiatorio in una questione tutta maschile come la guerra (si veda la fine di Santa ne La luna e i falò) e merce di scambio senza alcuna libertà come accade alla povera Fede, giovane servitrice ne La Malora, “data in sposa al più giovane dei fratelli Busca”, “tre boia neri come il carbone” ma “proprietari del più bel boccone di terra che ci sia a Castino”. Ancora più indicativo il timore espresso a mezza voce dalla padrona della cascina presso la quale Fede serviva: “ho paura che quei due boia più vecchi abbiano fatto sposar Fede al più giovane per usarla tutt’e tre”.

Una vista di Canale d'Alba.

I fautori del Male

Vicende reali e narrative sono accomunate da un aspetto preoccupante: sia gli esiti giudiziari che la vicenda fittizia di Domenico e Bartolomeo Boschis giungono a verità incerte e velate di dubbi. Tra il rapimento e il ritrovamento di Maria Teresa avviene un imprevisto: all’alba del 5 agosto 1969, nel tentativo di sfuggire ai carabinieri dopo un colpo andato male a un benzinaio nei pressi del Valentino, Luciano Rosso e Bartolomeo Calleri si gettano nel Po: il primo si salva ma viene arrestato, mentre Calleri muore annegato. Pur certamente sapendo, o almeno sospettando, della presenza della rapita alla Barbisa, Rosso rivela identità false del compare e si chiude nel silenzio.

Bartolomeo Calleri a 19 anni finisce in prigione, dopo nove anni è libero e vive di furti e traffici di merce rubata. "Delinquente abituale, senza famiglia, solitario e spietato": così lo definì Mario Bozzola. Luciano Rosso, al momento del rapimento di Maria Teresa aveva una figlia, era sposato ma la moglie aveva chiesto il divorzio l'anno prima. Rispetto a Calleri era un delinquente di secondo piano.

I carabinieri riescono comunque a risalire a Calleri e, pochi giorni dopo, compiono una prima perquisizione alla Barbisa in cerca di refurtiva. Non si accorgono, però, della presenza di due pesanti lamiere che occultano una botola sul pavimento del portico all’interno della quale era tenuta prigioniera Maria Teresa. Solo durante un secondo sopralluogo viene individuato il cunicolo, ma è ormai tardi. Maria Teresa, al suo interno, è ben sistemata e truccata e ha accanto del cibo di pochi giorni prima. L’autopsia rivela che la vittima è morta per soffocamento causato dall’otturazione dei condotti di ventilazione e sopraggiunto solo dodici ore prima del rinvenimento del cadavere. Dunque, con i rapitori fuorigioco, qualcuno si è occupato della giovane nei giorni intercorsi tra il decesso di Calleri e quello della prigioniera. Questi individui, sentendosi in pericolo hanno occluso i tubi dell’aria per evitare guai. Chi erano queste persone?

Il locale dove Maria Teresa fu tenuta segregata. Quando era in casa, Calleri teneva la giovane in cucina, presumibilmente legata a una catena; quando invece Calleri usciva per qualche colpo, la chiudeva nel sotterraneo.

Purtroppo, le indagini all’epoca non riuscirono a individuarle. Rosso fu prima assolto dall’accusa di “ratto a scopo di libidine” per insufficienza di prove, poi condannato a tredici anni per complicità nel rapimento. Per un po’ le attenzioni si concentrarono su Antonio Borlengo, il vicino di casa di Calleri: sostenne di aver visto per due volte Maria Teresa nel cortile del cascinale e di sapere della stanzetta sotterranea. Tuttavia, non parlò “perché non volevo grane”, anche se, secondo il tribunale, non poteva immaginare che la giovane fosse prigioniera e Calleri il suo aguzzino. Amarissimo il commento di Bozzola:

molti sapevano dove si trovava Maria Teresa ma hanno taciuto. Poteva essere salvata ma nessuno parlò.
Il dottor Mario Bozzola, il procuratore della Repubblica che coordinò le indagini del caso di Maria Teresa. È deceduto a quasi novant'anni il 17 agosto 2020 nella casa di riposo di Montiglio (Asti).

Cinquant’anni di silenzi

Dopo anni di oblio, le indagini ripresero grazie ad alcune iniziative editoriali: nel 2011 Marilina Veca fece prima pubblicare La testa dell’Idra, romanzo ispirato alla storia di Maria Teresa; poi, nel 2017, insieme a Stefano Cattaneo, Anatomia di un delitto, libro-inchiesta che provò a fare luce sui punti oscuri della vicenda. Gli autori conlcusero che si trattò di omicidio volontario premeditato con l’aggravante della crudeltà, reato che non cade in prescrizione, e per questo ottennero la riapertura del cold case. Il nuovo sostituto procuratore di Asti, Laura Deodato, si confrontò con chi lavorò al caso e riascoltò gli imputati sopravvissuti, ma nessun colpevole fu individuato.

Copertina di "Anatomia di un delitto" di Marilina Rachel Veca e Stefano Cattaneo, Kimerik, 2017.

La verità sfugge anche ai protagonisti del romanzo. Domenico e i suoi amici d’infanzia, Umberto e Caterina, comprendono che i rispettivi padri sono rimasti coinvolti a vario titolo nella vicenda. I tre approdano a conclusioni verosimili ma non risolutive: ad aver approfittato della “ragazza” potrebbe essere stato soltanto il padre di Umberto, il dottor Ferrero, farmacista benestante con la fissa delle ragazzine; Tomé, insieme ad altri, lo scopre ma non lo denuncia, anzi lo ricatta pretendendo alcuni appezzamenti di terra “buona” in cambio del riserbo. Il farmacista accetta servendosi di Beppe Galletto, il padre di Caterina, sommerso dai debiti di gioco, come intermediario per lasciare meno tracce possibili. Ma chi ha otturato i condotti dell’aria? Il padre di Domenico ha nel frattempo perso definitivamente conoscenza per cercare conferme, ma sarebbe comunque troppo tardi: cinquant’anni di reticenze e silenzi sono troppi per cercare la verità. Oggi come allora il silenzio, su quelle colline, è assordante.

👍 Ringrazio Daniela Peira, giornalista de La Nuova Provincia, per l’aiuto e per la disponibilità.

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Bibliografia

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