Sevagram: libri fantastici e dove trovarli

In ricordo di Riccardo Valla, uno dei padri della fantascienza italiana

Entrata della libreria Sevagram immaginata da Beppe Conti (Illustrazione © Giuseppe Conti).

Davide Mana
Davide Mana

Laureato in Paleontologia e dottore di ricerca in Geologia, in passato è stato insegnante, ricercatore, conferenziere, venditore di auto usate, interprete, spaventapasseri, riparatore di biciclette. Da alcuni anni lavora come autore, divulgatore, traduttore e creatore di giochi.

Viene spesso osservato come l’età dell’oro della fantascienza sia l’adolescenza. Al di là di questo vecchio, cinico adagio, storicamente si parla di golden age of science fiction per il periodo che va dagli anni Quaranta agli anni Cinquanta del secolo scorso, le ultime due decadi delle riviste pulp, la stagione in cui John W. Campbell e, in misura minore, Horace Gold e Damon Knight, con il loro lavoro per riviste come Astounding, Amazing, Unknown e Galaxy, codificarono il genere.

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La Golden Age in Italia

Ma in Italia è diverso (non è sempre così?) e l’età dell’oro per la fantascienza nel nostro paese inizia negli anni Settanta, e si spinge fino alla fine degli anni Ottanta. In questo periodo la collana "I Romanzi di Urania" di Mondadori, che in Italia è da sempre, nel bene e nel male, sinonimo di fantascienza, arriva a uscire con cadenza bisettimanale per soddisfare il pubblico avido di novità. Esistono case editrici specializzate: la milanese Editrice Nord pubblica in media una trentina di volumi l’anno, e la romana Fanucci ha ritmi paragonabili; e poi ci sono i volumi della Libra (che pubblica anche il trimestrale NovaSF), della MEB etc.

Non meno di cento nuovi titoli pubblicati ogni anno, prevalentemente romanzi, nella stragrande maggioranza in traduzione. Ci sono i club di appassionati, a Milano, Roma, Piacenza, Napoli, solo per citarne alcuni. E si pubblicano riviste e fanzine. A Torino si pubblicano ad esempio Klaautu: parole e mondi fantastici e, per un breve e folgorante istante, una rivista-libro intitolata L’opera al rosso dedicata all’orrore, al gotico, al grottesco. Prima ancora, nel 1967, a Torino era uscita per due soli numeri una fanzine ciclostilata intitolata SEVAGRAM, parola misteriosa che chiude il racconto Hedrock, l’immortale di A. E. Van Vogt (un autore dell’età dell’oro della fantascienza) ed è anche il nome del villaggio dove Gandhi visse i suoi ultimi anni, e significa “villaggio di servizio”.

Copertina e prima pagina di “Sevagram”, numero 1, 15 gennaio 1967.

A Torino, fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, c’è anche la libreria Sevagram. E non è possibile parlare di fantascienza o fantastico a Torino, senza parlare della Sevagram, e di Riccardo Valla.

Le meraviglie della Sevagram

Via Volta 1/H, a forse cento metri da Porta Nuova, è una via breve tra corso Vittorio Emanuele e corso Matteotti. C’è un grosso negozio specializzato in materiale per la danza sull’angolo, ma prima, sulla sinistra arrivando da corso Vittorio, dove si vede un’unica vetrina con una porta stretta, c’era – quasi nascosta – la Sevagram. Un negozio stretto e lungo, come un corridoio, col soffitto a volta di mattoni. Sulla destra, entrando, gli scaffali della fantascienza: i dorsi dorati e argentati della "Cosmo Oro" e della "Cosmo Argento" della Nord, la fantasmagoria di colori dei dorsi della "Fantacollana"; le copertine bianche della Libra, quelle rosse o blu o argentate della Fanucci. Altri titoli, altre collane, occupavano i tavoli al centro della libreria. E poi scaffali su scaffali di paperback in inglese.

Copertine delle collane “Cosmo Oro” e “Cosmo Argento”

Più oltre, ancora meraviglie: libri sui misteri e sul sovrannaturale, sugli spettri e sui dischi volanti, per una città che negli anni Settanta si era scoperta “magica” e “misteriosa”. Libri di storia, libri di magia, libri sulle filosofie orientali. E poi c’era il sotterraneo, che fungeva da magazzino, retrobottega e caverna di Alì Babà dove venivano conservati i testi più preziosi, avvolti in cellophane crepitante, un sacro luogo dove solo pochi potevano avventurarsi. A sinistra dell’ingresso, di fronte agli scaffali della fantascienza, c’era invece il banco della cassa e, dietro di questo, un signore dall’espressione ironica, con la barba e, nella stagione fredda, un cappello di tweed e una pipa spenta.

Riccardo Valla, maestro del fantastico

Classe 1942, Riccardo Valla aveva esordito come traduttore di testi scientifici per Boringhieri nel 1969. Negli anni Settanta l’Editrice Nord gli aveva affidato, insieme con Renato Prinzhofer, la curatela della Fantacollana, che negli anni successivi aveva portato in Italia la sword & sorcery di Robert Howard, Fritz Leiber e Michael Moorcock, le opere migliori di Robert Silverberg (Ali della notte) e Roger Zelazny (Signore della luce), il ciclo di Earthsea di Ursula K. LeGuin e decine di altri testi fondamentali. Valla avrebbe anche collaborato con le altre collane della Nord, e successivamente con Mondadori e TEA e molti altri editori.

Riccardo Valla

Straordinariamente colto e versatile, Riccardo Valla viene oggi ricordato dai più come il traduttore de Il codice da Vinci, del quale, esasperato, migliorò in traduzione la prosa (per cui sì, la traduzione italiana è meglio dell’originale), e per aver vinto cinque premi Italia (l’oscar italiano della fantascienza).

A Riccardo Valla si deve la presenza a Torino di un Museo del Fantastico e della Fantascienza, del quale fu strenuo promotore fin dagli anni Ottanta, e quando finalmente si riuscì a crearlo, servì come presidente del comitato di gestione. Valla era anche stato, nel 1967, fondatore ed editor di quella rivistina ciclostilata chiamata SEVAGRAM. Una “friendzine”, qualunque cosa volesse dire quel termine.

Logo del Museo del Fantastico e della Fantascienza (MUFANT).

Ricordi da un altro mondo

Ma queste sono cose che si trovano anche su Wikipedia. Ciò che invece non si trova su Wikipedia è cosa abbia significato per Torino e per gli appassionati di fantascienza torinesi e piemontesi, la presenza della libreria Sevagram in via Volta. Cercare di spiegarlo è una faccenda personale: significa andare a scavare nei ricordi di chi scrive. La Sevagram la si scopriva per passaparola, come in una caccia al tesoro, come in una specie di Carboneria, e io la scoprii nel settembre del 1981. A quattordici anni. L’età dell’oro della fantascienza.

La frequentai fino alla sua chiusura, nel 1987. Almeno una volta la settimana, più spesso due: facevo il liceo a tre fermate di tram da via Volta, arrivarci era un attimo, una volta imparata la strada. Passavo a vedere le novità (perché come accennato sopra, in quegli anni uscivano una valanga di titoli, e io amavo la fantascienza). “Ah, è uscito, finalmente! Com’è?” E Valla rispondeva “Non è granché, ma è tradotto benissimo”. E poi arrivato a casa, sbucciavi il cellophane e scoprivi che lo aveva tradotto lui. “Ma solo per denaro”, si schermiva a volte. Ma soprattutto, col passare degli anni, mi ritrovai sempre più spesso ad andare alla Sevagram per fare quattro chiacchiere. Per tutti quegli anni, con Valla ci demmo strettamente del lei – e questa pare una cosa da nulla, ma in un’epoca in cui non ci si dava neanche più del lei con gli insegnanti a scuola, per un adolescente sentirsi dare del lei era strano, e vagamente imbarazzante, ma anche e soprattutto gratificante. E c’era, a gravitare attorno alla libreria Sevagram, una piccola comunità, per cui col passare del tempo si stringevano amicizie, si avviavano conversazioni.

La rivincita dei nerd

C’era Marco, che stampava la fanzine Klaatu, c’era Massimo che sapeva tutto del Giappone e parlava il giapponese, Luca con la maglietta dei Cheap Trick e la passione per Tolkien, l’altro Massimo che invece parlava il greco antico come io parlo l’italiano (ma senza accento piemontese), Roberta che studiava lingue orientali e amava Star Trek, Roberto che voleva studiare ingegneria e sapeva tutto di Dune… E per sfatare gli stanchi cliché di quella che oggi si chiama con orgoglio abbastanza irritante e fuori luogo “cultura nerd”, non si passavano i pomeriggi a discutere se fosse meglio il Capitano Kirk o Luke Skywalker, o se davvero Nembo Kid lavasse più bianco. Da adolescente, alla libreria Sevagram, mi ritrovai invischiato in discussioni sulla musica, da Mozart ai King Crimson, sulla letteratura, su cinema, storia, folklore, scienza.

Un numero della fanzine Klaatu.

Perché Riccardo Valla aveva una cultura sterminata, e lo ricordo ancora come se fosse oggi, che strappa una striscia di carta dal registratore di cassa e, usando un pennarello a punta fine, ci spiega rapidamente, con una serie di schizzi, come le tecniche di forgiatura a martello usate in Giappone nel sedicesimo secolo, producessero la deformazione meccanica delle molecole dell’acciaio, rendendo le spade dei samurai più robuste di quelle occidentali. In altre occasioni avremmo chiacchierato dell’uso delle allitterazioni nella narrativa umoristica di Dickens, di poesia cinese di epoca T’ang, de Le mille e una notte, di come gli stati della materia siano essenzialmente rapporti fra spazio e molecole, e delle canzoni di Kate Bush, della mancanza di senso dell’umorismo e dell’intelligenza di Robert Silverberg. Non necessariamente in quell’ordine. E di libri, a decine, a centinaia. Ciascuno contribuiva con le sue competenze grandi o piccole, con le sue curiosità e le sue domande. Non era un club, un circolo culturale o un'associazione. Era un posto dove ci si trovava a chiacchierare, e si veniva presi sul serio.

Una direzione di vita 

Di solito dico che alla Sevagram ci ho fatto il liceo. A trentacinque anni di distanza ho perso di vista tutti i miei compagni di scuola (con una sola eccezione), così come ho perso di vista i commilitoni del servizio di leva e una gran parte dei compagni dell’università (e forse è meglio così); ma sono ancora in contatto con molte delle persone che ho conosciuto nella libreria di Riccardo Valla. Con alcuni ci si sente regolarmente, con altri meno, ma siamo ancora tutti qui. E mi sorprende (ma forse non dovrebbe) come tanti di noi siano diventati traduttori, scrittori di qualche genere, editor e curatori. Per scelta, per caso, per avventura – ma quei lunghi pomeriggi passati a discutere di libri e di dischi e di mille altre cose, ci hanno segnati, e in maniera positiva. E tutti noi continuiamo a leggere – e talvolta a scrivere – fantascienza, e narrativa fantastica. Tutti abbiamo “troppi interessi” a detta di chi ci conosce, e scrolla la testa. Ma in fondo è questo che fa la scuola, giusto? Costruisce amicizie durature e imprime una direzione al resto della nostra vita.

Da dove veniamo 

Riccardo Valla nel 2010, durante la convention Deepcon 11 / Italcon 36.

La libreria Sevagram chiuse i battenti nel 1987, lasciando un vuoto che, per il decennio successivo, cercammo di riempire in qualche modo. “Ho trovato un posto, potrebbe essere la nuova Sevagram", divenne una frase spesso ripetuta, quando ci si incontrava. Ma una nuova Sevagram non riuscimmo mai a trovarla davvero.

Riccardo Valla se ne andò all’improvviso, nel 2013, e fu una notizia terribile. Il 17 ottobre 2020 gli è stata dedicata la piazza davanti al “suo” Museo della Fantascienza e del Fantastico, in via Scialoja angolo via Reiss Romoli. Molti di noi c’erano, altri erano stati bloccati dalla pandemia, ma tutti ci siamo presi un minuto, la mattina del 17, per ricordarci da dove veniamo.

Noi veniamo dalla Sevagram.

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