Torino capitale dell'Intelligenza Artificiale

Don Luca Peyron racconta come un'idea si è trasformata in realtà

Don Luca Peyron in un’illustrazione di © Giuseppe Conti.

Fulvio Gatti
Fulvio Gatti

Giornalista, networker e curatore di eventi, torinese per rigore e monferrino per flemma. Scrive da quasi 20 anni su testate locali e nazionali e ha all’attivo svariate pubblicazioni tra fumetto, divulgazione e cultura pop. Dal 2019 è presidente dell’Accademia di Cultura Nicese “L’Erca” di Nizza Monferrato.

Candidare la città di Torino in qualità di sede dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale (I3A) è idea che, in partenza, richiede un’ampia dose di inventiva, coraggio, conoscenza delle risorse disponibili in ambito cittadino e regionale e, non ultimo, quella giusta spruzzata di orgoglio sabaudo. Ma più che di sogni futuri, per una volta, parliamo di sfavillante presente: al bando di luglio del Ministero dello Sviluppo Economico ha fatto seguito, ai primi di settembre, la conferma dell’assegnazione a Torino del centro capofila del network che svilupperà progetti di portata internazionale.

A lanciare la proposta è stato don Luca Peyron, direttore della Pastorale Universitaria della Diocesi di Torino e docente di Teologia dell’innovazione all’Università Cattolica di Milano. Nato a Torino nel 1973, come giurista si è occupato diritto industriale a livello europeo, ha all’attivo diverse pubblicazioni collaborazioni editoriali. Coordina inoltre dal 2019 il Servizio per l'Apostolato Digitale dell'Arcidiocesi di Torino. Lo abbiamo incontrato per conoscerlo meglio e approfondire, con lui, i temi di digitale, cultura e innovazione al servizio della comunità.

Don Luca Peyron

Questo articolo, con ulteriori approfondimenti, è presente anche nel numero 5 cartaceo di Rivista Savej.

 

RICORDA I SUOI PERSONALI PRIMI PASSI NEL MONDO DELL’INFORMATICA E DELLE TELECOMUNICAZIONI?

Il mio primo computer fu un Commodore 64, anche se il primo che avvicinai fisicamente era uno Spectrum ZX. Lo vidi usare a un cugino del mare e mi affascinò, al punto che chiesi un computer come regalo di Natale. Mio padre accettò, precisando come sarebbe stato più divertente costruire i giochi, che passare tempo con quelli fatti da altri. Ricordo che iniziai presto a pasticciare un po’ con il linguaggio di programmazione Basic e a realizzare qualche grafica e animazione.

Entrando anni dopo a lavorare in uno studio di consulenza e proprietà industriale iniziai a utilizzare un computer connesso a Internet. Era il 1996 circa, e il browser presente era NetScape. Il fatto stesso di poter navigare era come l’apertura su un nuovo mondo. Ebbi accesso per la prima volta a un social network quando ero viceparroco. Durante una cena in parrocchia con amici, un gruppo con cui facevo windsurf nel weekend, mi parlarono di questo Facebook. Fino a quel momento me ne ero tenuto lontano. Difficile intuire allora ciò che sarebbe diventato, poiché aveva ancora la funzione per cui era nato: quella di ritrovare i vecchi compagni di classe.

Interfaccia vintage di NetScape.

COME CI HA CAMBIATO, SECONDO LEI, LA TRASFORMAZIONE DIGITALE?

Credo che la trasformazione digitale, insieme a una trasformazione più generale dei media, abbia fortemente veicolato un modello culturale che non ci apparteneva, quello anglosassone o americano. Un percorso che risale a quando ero adolescente, un’onda lunga in cui i social network hanno rappresentato il punto di rottura. Il tutto avviene in un ipotetico “eterno presente” che impedisce ogni forma di progettualità e recupero delle radici. Un modello che non ci appartiene, e che non siamo capaci di gestire, perché il nostro imprinting è diverso. Alla lunga, è inevitabile che si crei un corto circuito.

La trasformazione digitale ha semplicemente accelerato tutto questo. Non dico che il sistema sia da rifiutare, o peggio. Ma ora, conclusa la prima fase in cui siamo stati colonizzati, può diventare interessante arrivare a trasformare la trasformazione digitale stessa. Ritornare a fare quello che abbiamo fatto per secoli: esportare bellezza e socialità. L’Europa colta del passato parlava italiano, in Medio Oriente si suonava l’operetta. Certo, il mondo anglosassone ci denigrava, ma forse perché in fondo si sentiva inferiore. L’Italia è riconosciuta per la supremazia nel cibo? Bene, ora possiamo cominciare a offrire al mondo cibo per la mente.

QUANTO COMPLICA LE COSE OGGI AVERE UN’IDENTITÀ SCISSA TRA “REALE” E “VIRTUALE”?

Credo che questa distinzione esista ormai per gli “analogici”, ovvero le generazioni più grandi di età. I nativi digitali non vedono la differenza. Il bullo farebbe il bullo anche in corridoio. Internet non va che ad amplificare il cattivo comportamento di qualcuno che si sarebbe comportato comunque male, in certe condizioni. Secondo me tendiamo ad amplificare gli atteggiamenti degli imbecilli, ma quelli ci sono sempre stati, solo non li ascoltavamo.

Se io faccio un post su Facebook o LinkedIn, mi interessa di più chi lo condivide o ne approva il contenuto, di quanti siano a farlo. Come prete, nel momento in cui metto qualcosa che cerca di avere una sua densità culturale o spirituale, sono più interessato alla condivisione di chi immagino la pensi diversamente da me, che non all'applauso del vicino. Dire “Gesù ti ama” ha senso fino a un certo punto se arriva alle signore della parrocchia, ma se raggiunge un ateo convinto che fa parte dei miei contatti, per me ha riflesso diverso: sto parlando a qualcuno che normalmente non ascolta. È l’inizio di un dialogo.

Nativi digitali.

CREDE CHE LE NUOVE TECNOLOGIE POSSANO ESSERE USATE PER MIGLIORARE IL MODO IN CUI DIALOGHIAMO CON GLI ALTRI?

È il linguaggio stesso a nascere per il dialogo. D’altro canto però, se viene trasformato in uno strumento di possesso, a un certo punto non può che generare una ribellione, suscitare l’effetto l'opposto, persino la violenza. Il dialogo è parola che si fa ponte. Se io attraverso quel ponte per invadere l'altro, il ponte verrà fatto saltare. Ed è un paradosso della comunicazione “broadcast”, unidirezionale, ma lo è anche nella presunta comunicazione “1 a 1”.

Quando finisci per scoprire di stare dialogando con un “bot”, si tratta di un’illusione. Eppure è normale che le persone si mettano a chiacchierare con assistenti virtuali come Siri. C’è il bisogno strutturale del dialogo, nell'umano, che nessuna forma può cancellare.

Lo stesso dialogo va sviluppato su scala globale, perché il problema della digitalizzazione è l'omologazione. Una macchina per funzionare deve veder collocato ciascun pezzo al proprio posto. La sfida di questo tempo, per le generazioni più giovani in particolare, sta nel saper valorizzare le differenze, anziché cancellarle.

COME COINVOLGERE QUINDI I GIOVANI IN QUESTI PERCORSI?

Nell’oratorio in cui sono parroco, in tempo di pandemia, ci sono gruppi di studenti che partecipano ad “hackaton”, ovvero competizioni digitali. Gli ultimi due sono stati in collaborazione con università canadesi. Riguardano sistemi di machine learning per la prevenzione di incendi, oppure interfacce neurali per persone vittime di ictus. Ai ragazzini delle medie che si preparano alla Cresima insegno a fare voci su Wikipedia a contenuto religioso: imparano a usare il mezzo, a cercare le fonti, a usare il linguaggio religioso in modo comprensibile. Rendono ragione, come nella prima lettera di Pietro, della loro fede, e lo fanno a 13 anni.

Alcuni ragazzi durante un hackaton digitale.

Ho un atteggiamento simile nei corsi che tengo all'università, in convegni e conferenze. Perché gli ingegneri informatici dovrebbero essere interessati a quello che ho da dire, dato che non so scrivere un algoritmo? Perché offro uno sguardo sul tema digitale che può essere diverso, ulteriore, complementare. Una narrazione, quella biblica, che ha attraversato l’umanità, è parte della tradizione filosofica che ha costruito l'Occidente. Spesso si tratta la storia del pensiero da Marx in poi, ma c’è molto prima: Agostino, Tommaso, Anselmo. Continuiamo a parlare di scienza e tecnologia immaginando che la conversazione sia nata con la Rivoluzione industriale e il Positivismo inglese, quando era un tema già trattato da Tommaso d'Aquino. Il Medioevo fu un momento di svolta nella concezione stessa di cultura. Il Rinascimento non sarebbe potuto esistere, se non come conseguenza. Duemila anni di storia possono e devono pesare.

“Siccome per vocazione sono un pastore, non ho intenzione di fare la pecora”
Don Luca Peyron

QUINDI QUAL È L’EQUIVALENTE MODERNO, IN EPOCA DIGITALE, DEGLI AMANUENSI CHE PRESERVARONO LA CULTURA ANTICA?

Direi cercare di essere parte della trasformazione digitale, per esempio scrivendo le voci su Wikipedia, ed educare per quanto possibile le persone ad attingere le informazioni là dove sono state generate, e non attingendo a mediatori i cui scopi siano diversi dall’onestà. Questo significa anche non fidarsi sempre dei risultati di Google. Quando leggo dichiarazioni del Papa, riportate, vado a verificarle su Vatican.va. Perché accettare informazioni di terza mano, quando posso risalire alla fonte? Il digitale permette di farlo. Il giornalista, al limite, ha il merito di aver portato la questione alla mia attenzione.

Un altro passaggio sta nel difendersi serenamente dal diluvio informativo. Non tanto accettando il nostro limite, ma gioendo del fatto che noi non siamo chiamati a processare tutte le informazioni, bensì a definire il senso di alcune.

Homepage di Wikipedia

Per ministero guardo le serie televisive, ma mi impongo di vedere una sola puntata al giorno. Questo mi concede il tempo di elaborare quanto visto. Vederlo e poterlo giudicare, e quindi agire di conseguenza. Se mi fermo al primo passaggio, non giudicherò mai e non sarò mai libero di agire. Infine, quando la realtà mi chiederà una posizione, non ne avrò una. Mi accoderò alla posizione che un altro mi ha subdolamente offerto di prendere. Siccome per vocazione sono un pastore, non ho intenzione di fare la pecora.

PROPORRE TORINO COME SEDE DELL’ISTITUTO ITALIANO PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE (I3A) È UN OTTIMO ESEMPIO DI PENSIERO “FUORI DAGLI SCHEMI”. O SBAGLIO?

Ho candidato Torino perché Torino riscoprisse di essere all'altezza. È una città che è capace di mettere al centro i talenti, non le persone, ma per farlo ha bisogno di un obiettivo che faccia emergere questi talenti. Noi piemontesi abbiamo sempre avuto bisogno di sfide. A ripensarci, il Regno di Sardegna si trovava in una posizione insignificante. Nel momento in cui si è dato come sfida l’Unità d’Italia, l’ha portata a termine. Ecco perché politicamente la narrazione della decrescita felice non è compatibile con la cultura di questo territorio: piuttosto, una crescita sostenibile.

Certo, comprendere che non abbiamo bisogno di altre case ha senso. Ma un mondo di decrescita felice, in cui non facciamo figli e ci arrabbiamo se li fanno gli altri, è una contraddizione. L’essere umano è fatto per vivere, non per morire. Puoi promuovere aborto, eutanasia e decrescita felice, ma siamo fatti per generare. Potranno anche imporsi determinate idee, ma il risultato è di ritrovarsi a vivere di Xanax.

Se è vero che siamo una nazione di santi, poeti e navigatori, il tratto comune è che parliamo di individui per cui il limite non è mai stato un problema, qualcosa da cui non si sono fatti fermare. Uomini e donne che hanno deciso che la trascendenza sia più importante dell'immanenza. Anche quando, per trovarla, è necessario andare “al di là del mare”.

Don Luca Peyron in un incontro al Politecnico di Torino.

IN CHE TERMINI, QUINDI, SI PUÒ PORTARE INNOVAZIONE NEL MONDO COME ITALIANI?

Bisogna partire dal coniugare la cultura greca con quella latina. Dicono che tradurre dal greco apra la mente, che necessiti di uno sguardo diverso. La cultura latina tende a tradurre il testo in azione. La cultura italiana è sintesi delle due. Firenze è stata capitale finanziaria di un continente. Possiamo negare le radici cristiane dell'Europa finché vogliamo, ma continueranno a essere state cruciali.

Oggi c’è chi abbatte le statue. È tutto sbagliato, per il fatto nella storia dell’Occidente ci sono stati atti di violenza? Vorrei che si riflettesse sulla ragione per cui questo è il continente in cui tutto è nato. Non significa essere migliori, ma mettere al servizio degli altri popoli quello che noi siamo. Bellezza che ci è propria, e che può essere patrimonio di tutti. Resto del parere che il Dolcetto di Dogliani sia più buono del Chianti della Napa Valley. Non è nazionalismo, è quello che in termini teologici si chiama vocazione, carisma, talento. Cosa può dare l’Italia al mondo? L’I3A, per esempio; come già Bernini, Botticelli, Dante, Ezio Bosso, Maria Montessori, don Lorenzo Milani.

“Il centro I3A non è al servizio delle eccellenze, né generato da eccellenze. Piuttosto al servizio di un obiettivo eccellente”
Don Luca Peyron

LA DIVISIONE TRA CULTURA SCIENTIFICA E UMANISTICA PENSA SIA DA SUPERARE?

Nessuna nazione può credere di avere un futuro recidendo le sue radici. Non possiamo pensare a un mondo in cui contano solo i numeri e non le lettere. E viceversa. Significativo che gli algoritmi siano formati da lettere e numeri, riuniti insieme. Su questo credo che ormai soltanto gli sciocchi pensino che questa distinzione sia sostenibile. A novembre, alla Biennale di Tecnologia, promossa da un docente di materie tecniche, si è messa in risalto la necessità per i tecnici di indicazioni anche umanistiche. Altrettanto credo sia sciocco pensare che uno studente di lettere, oggi, possa ignorare i big data.

Locandina della Biennale di Tecnologia tenutasi a Torino a novembre 2020.

Dobbiamo ritornare a fare università a partire da una molteplicità di saperi che tendono a un'unità, e finalmente smettere di pensare che il sistema nordamericano sia l’unico efficace. Facciamo un corso universitario di 5 anni dedicato al bullone X? Lo studente uscirà sapendo tutto di quello, e nient’altro.

QUALE SARÀ LA CHIAVE PER PORTARE A TERMINE AL MEGLIO I PRIMI PASSI DELL’I3A A TORINO?

La differenza fondamentale sta nello scegliere tra fare la storia oppure accontentarsi di due righe in cronaca. Una grande impresa presuppone uomini che non si credano più grandi dell'impresa che vogliono fare. Colombo è sbarcato in America, ma con un equipaggio.

Personalmente mi piace poco l’idea delle “eccellenze”. Presuppone che la normalità sia un guaio. Preferisco pensare alla collaborazione tra persone che vogliono fare qualcosa di eccellente. Non me ne faccio niente di 600 geni in un grattacielo. Non credo che l’equipaggio di Colombo fosse fatto dei migliori, anzi probabilmente si trattava di una masnada di disperati. Pur con degli asset di rilievo, il centro I3A non è al servizio delle eccellenze, né generato da eccellenze. Piuttosto al servizio di un obiettivo eccellente, con al centro i principi di sussidiarietà e collaborazione.

👉 Si ringrazia don Luca Peyron per l'intervista e i preziosi spunti di riflessione.

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