Torino liberty, quando i palazzi fioriscono

Un itinerario nell'Art Nouveau del capoluogo piemontese

Casa Fenoglio-Lafleur (foto © Fondazione Enrico Eandi)

Laureata in Scienze dei beni culturali, è una guida turistica non convenzionale, nota come La Civetta di Torino specializzata nella valorizzazione storico-artistica della città da un punto di vista insolito tombe, cimiteri, cripte e non solo.

Il 13 agosto del 1843 nacque in una casa di Chesham, cittadina del Sud dell’Inghilterra, un bambino che venne chiamato Arthur. Se questo nome può essere considerato piuttosto comune, la stessa cosa non vale per il cognome del neonato. Quello di Arthur divenne molto famoso nel mondo e, soprattutto, in Italia. Infatti, il suo cognome era Liberty.

Questo articolo, con ulteriori approfondimenti, è presente anche nel numero 6 cartaceo di Rivista Savej.

 

Dalle stoffe al movimento artistico

Sir Arthur Lasenby Liberty apparteneva ad una famiglia di commercianti di stoffe. A sedici anni iniziò a lavorare nel settore con uno zio. Probabilmente, il piccolo paese natio iniziò presto a stargli stretto, così il giovane Arthur decise di trasferirsi nella capitale per cercare fortuna. Fu facile trovare lavoro in una città in piena espansione come Londra. Dapprima apprendista in una bottega di tessuti in Baker Street, nel 1862 Arthur fu assunto nel Great Shawl & Cloak Emporium di Regent Street, i grandi magazzini di Farmer & Rogers noti per la vendita di scialli e mantelli provenienti dalle Indie e della Cina. In dieci anni di lavoro Arthur fece carriera e volle proporsi come socio alla ditta. Dopo aver ricevuto un rifiuto, scelse di mettersi in proprio.

Ritratto di Arthur Liberty, 1913.

Nel 1875 Arthur Liberty aprì il suo emporio, sempre in Regent Street e non lontano da Farmer & Rogers. Il negozio Liberty & Co. si divideva in due settori: l’East India House, per vestiti, scialli e gioielli, e la Chesham House, per tappeti, tende e arredi. Oltre a importare oggetti dall’Estremo Oriente, l’azienda diventò anche rivenditrice di manufatti legati al movimento artistico Arts and Crafts, il cui scopo era la rivalutazione della produzione artigianale contrapposta a quella industriale e seriale. Il movimento Arts and Crafts considerava la natura come principale fonte d’ispirazione e i suoi tratti predominanti, quali

le linee sinuose e continue, la ricorsività di motivi decorativi in cui domina la stilizzazione di foglie e fiori, la bidimensionalità delle figure, il calligrafismo [...].

vennero recepiti da quell’arte nuova e moderna che iniziò a diffondersi alla fine dell’Ottocento.

La natura come ispirazione

Le stoffe fiorate dei grandi magazzini Liberty & Co. ebbero un enorme successo. Nel 1898 furono presenti all’Esposizione Generale Italiana e d’Arte Sacra di Torino. Il critico d’arte Enrico Thovez scrisse in merito:

Quali sono le caratteristiche del nuovo stile? Esso è nella forma fedelmente naturalistico e nella sostanza nettamente decorativo. […] Ha ritrovato nella natura e massimamente nella natura vegetale un tesoro di forme ricche, fresche, agili, acconcissime alla stilizzazione decorativa. […] Nelle tappezzerie, nelle stoffe, nei vetri, nei cuoi, nei gioielli, nelle ceramiche, al vecchio armamentario neoclassico è succeduto un vivace intrico di steli e di foglie, una poetica efflorescenza di calici e di bocciuoli: il tulipano, il crisantemo, l’ireos, il ranuncolo, il rosolaccio, la ninfea, aprono la grazia delle loro forme ed il fascino delle loro tinte. […] È nelle stoffe che la decorazione floreale ha mostrato per la prima volta le sue virtù. È noto oramai a tutti il nome della casa Liberty di Londra che ne ha diffuso il gusto nel continente.

Esempi di disegni e decorazioni in stile Liberty.

Corolle, boccioli, steli, foglie, frutti, viticci, animali, figure evanescenti concorsero a ingentilire edifici sia signorili che popolari, oggetti sia ricercati che prosaici, riviste e libri, monumenti pubblici e funebri. Predominanti erano le linee ondulate e fluide o terminanti in curve eleganti (i cosiddetti “colpi di frusta”). La natura in ogni sua forma divenne protagonista dell’arte nuova.

L'Arte Nuova a Torino

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento era quindi in atto un rinnovamento globale, il cui trionfo fu sancito nel 1902 all’Esposizione Internazionale d'Arte Decorativa e Moderna di Torino, tra i favolosi padiglioni effimeri progettati dall’architetto friulano Raimondo D’Aronco. Partendo dalle arti applicate, il nuovo stile investì tutti i campi, compreso quello architettonico, cercando di fondere i concetti di arte e industria, di estetica e funzionalità. Lo stile prese svariate denominazioni a seconda delle aree geografiche: Art Nouveau in Francia, Jugendstil in Germania, Sezessionstil in Austria… In Italia questo nuovo linguaggio fu subito detto Stile Floreale o Liberty (con una preferenza per quest’ultima dicitura, che rammentava per assonanza la libertà propugnata dall’epopea risorgimentale), anche se gli studiosi di oggi prediligono il termine Modernismo. In Italia, Torino ne diventò uno dei centri propagatori, insieme a Milano, Napoli e Palermo.

Manifesto dell'Esposizione Internazionale d'Arte Decorativa e Moderna di Torino di Leonardo Bistolfi, 1902.

Grazie alla presenza di eccellenti professionisti e di una facoltosa committenza borghese e imprenditoriale, la città di inizio secolo ribollì di nuovi monumenti ed edifici, nei quali spiccava l’applicazione di materiali quali ghisa, ferro battuto, vetro, litocemento.

I protagonisti della stagione Liberty torinese reinterpretarono in maniera originale, rivisitandole, tutte le scuole dell’Arte Nuova, da quella franco-belga a quella austro-tedesca [quest’ultima rivolta ad uno stile meno floreale, privilegiante la linea retta, N.d.A.], fino a quella anglosassone o catalana
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Le testimonianze Liberty a Torino sono molteplici e distribuite in varie zone cittadine non sempre vicine tra loro: borgo Crimea, borgo Po, borgo San Donato, Vanchiglia, Crocetta, borgo San Paolo, San Salvario, barriera di Francia, per citare le aree a maggiore densità. Quali sono, dunque, alcuni degli esempi significativi del filone prettamente “fiorito” che il visitatore di passaggio a Torino non deve tralasciare di vedere?

Illustrazioni di Palazzi Liberty a Torino (foto © Fondazione Enrico Eandi).

Pietro Fenoglio, dai petali al melograno

Fiore all’occhiello sono le architetture di Pietro Fenoglio, l’archistar del Liberty torinese. Soltanto nel primo decennio del Novecento ben 140 progetti cittadini portavano la sua firma. Fenoglio dimostrò il suo interesse nei confronti delle linee fluide e del decorativismo floreale di ascendenza franco-belga già prima dell’Esposizione del 1902, come si nota nello splendido graffito bianco su campo azzurro della palazzina Ostorero, edificata nel 1900 in via Beaumont 7.

Oltre alla famosa Villa Scott, immersa nella collina torinese, e al villaggio Leumann di Collegno, il capolavoro dell’architetto-ingegnere è ritenuta la Casa Fenoglio-Lafleur di via Principi d’Acaja 11. Inizialmente progettata per sé e i suoi fratelli, fu venduta nel 1904 all’imprenditore Giorgio Lafleur. Nel 1910 venne donata alla Casa Benefica per poi passare a privati. L’edificio è riconoscibile per le decorazioni incise, dipinte, realizzate a stucco e in litocemento; per i serramenti ad ali di farfalla e per il coronamento a petali, in ferro e vetro giallo, della torre angolare. Quest’ultima è sormontata da un fastigio formato da quattro “lumaconi” fitomorfi uniti da florilegi in ferro battuto. Il profilo inconfondibile di questo palazzo, caratterizzato anche dalla presenza di un bovindo in cui si aprono finestre con vetri cattedrale colorati, contrassegna il tratto iniziale di corso Francia e costituisce una sorta di portale d’ingresso alle numerose dimostrazioni del Liberty presenti nella zona di Cit Turin.

Particolari di casa Fenoglio-Lafleur (foto © Fondazione Enrico Eandi).

Il nome di Pietro Fenoglio è legato anche al “portone del melograno” di via Argentero 4, in zona San Salvario. È stato soprannominato così dai torinesi il portone d’ingresso alla casa del costruttore Pier Vincenzo Bellia, ultimata nel 1908. Sarebbe una normale casa da pigione se non fosse per i battenti dell’entrata completamente percorsi da foglie e rami carichi di melograni, la maggior parte inserita in una flessuosa fascia a coda di pavone. Nel corso degli anni il portone, realizzato in ferro, è passato inosservato, finché un recente restauro l’ha ridipinto con colori squillanti, conferendogli un aspetto “pop” che difficilmente sfugge agli sguardi e che l’ha condotto agli onori della ribalta. Oltre al portone del melograno, in città ve ne sono di altrettanto splendidi, come quello intagliato con stilizzazioni zoomorfe della Casa Basso di via Cibrario 36, o quello della Casa Rey di corso Galileo Ferraris 16, dai battenti lignei a motivi curvilinei e floreali firmati sempre dallo studio Fenoglio.

"Portone del melograno" di Pietro Fenoglio, con dettagli (foto © Fondazione Enrico Eandi).

Il simbolismo vegetale invade la città

Incline a farsi travolgere dallo Stile Floreale fu Giovanni Gribodo. L’ingegnere-entomologo riversò la sua passione naturalistica nella decorazione delle architetture da lui progettate, dalle palazzine residenziali di via Piffetti, a Cit Turin, fino al villino Giuliano di via Gatti 17, in borgo Crimea. Al di là della ricca ornamentazione esterna, dipinta o realizzata a rilievo o in ferro battuto, la presenza della tipica flessuosità degli elementi fitomorfi si riscontra anche nelle componenti strutturali dei suoi progetti, come avviene per le vertiginose scale elicoidali della casa Società Cooperativa Abitazioni Civili del 1908 di via Schina 8 e via Peyron 11.

Una delle palazzine di Via Piffetti (foto © Fondazione Enrico Eandi).

Un’altra opera emblematica del Liberty torinese si trova nel quartiere Crocetta. Si tratta di Casa Maffei in corso Montevecchio 50, realizzato nel 1904 dall’ingegnere Antonio Vandone di Cortemilia. Con lui collaborarono il mastro ferraio milanese Alessandro Mazzucotelli, ideatore degli eleganti ferri lavorati collocati come legatura dei balconi, e lo scultore torinese Giovanni Battista Alloati, autore dei bassorilievi con figure allegoriche raffiguranti le varie fasi della vita umana paragonate alle fasi del sole. Un’analoga decorazione, realizzata dallo scultore svizzero Giuseppe Realini, si ritrova al civico 58, nella vicina Casa Besozzi progettata da Giuseppe Besozzi nel 1904.

Queste tematiche di matrice simbolista, sommate all’influenza simbolico-ornamentale del mondo vegetale e animale, le si può ritrovare anche nel Cimitero Monumentale, luogo in cui

l’estetica Liberty si rivelò perfettamente in grado di interpretare i sentimenti di pietas e di compianto connaturati all’arte funeraria, trasponendo in efficaci metafore e in forme più moderne il tema del trapasso dei defunti in una dimensione ultraterrena.
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Tra le numerose opere presenti in questo museo a cielo aperto, si segnalano in particolare quelle dello scultore Leonardo Bistolfi, tra i promotori e i vicepresidenti del Comitato esecutivo dell’Esposizione del 1902, nonché autore del celebre manifesto dell’evento in cui i movimenti di quattro fanciulle danzanti sono collegati da un velo che forma l’eloquente parola “Ars”.

Cimitero Monumentale, dettagli (foto © Simona De Pascalis).

Un tuffo nella Belle Époque

La stagione Liberty si esaurì nel primo decennio del Novecento, dando nell’immediato ragione ai detrattori di questo stile. Per il critico Mario Praz lo Stile Floreale fu “come un’agave che la ponza cent’anni e poi sfodera tutto in una volta il suo stocco fiorito, il quale indi appassisce e non se ne parla più”. Il poeta Guido Gozzano lo definì “quella rosolia del buon gusto dileguata senza lasciar traccia”, ovvero una momentanea infatuazione per modelli stranieri. Il Liberty fu spazzato via dalla Prima guerra mondiale e dalla preminenza della funzionalità sull’estetica. Tuttavia, questo stile possiede ancora oggi un potere magnetico in grado di farci sognare. Così, può capitare di imbattersi in strabilianti scherzi voluti da estimatori del Liberty. È facile essere tratti in inganno dalla villa Grivet Brancot. Sita in strada Val San Martino 8, è caratterizzata da elementi in litocemento e ferro battuto, nonché da un fregio in cui risaltano rigogliosi fiori rosa misti a foglie verdi. Questa residenza, realizzata con grande perizia filologica, è stata progettata nientemeno che all’inizio di questo secolo dall’architetto Alessandro Celli.

Insomma, ammirando quei gruppi straripanti di fiori e frutti, che da oltre cent’anni fanno capolino dai fregi, dai balconi o dalle finestre dei palazzi risalenti ai primi anni del Novecento, è davvero raro non sentire, almeno una volta, il profumo della Belle Époque.

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Bibliografia

  • Coda Negozio B., Fraternali R. e Ostorero C., Alla scoperta della Torino Liberty. 10 passeggiate nei quartieri della città, Torino, Edizioni del Capricorno, 2017.

  • Imarisio M. G. e Surace D., Torino Liberty, Torino, Daniela Piazza Editore, 1992.

  • Imarisio M. G. e Surace D., Torino. Tra Liberty e floreale, Testo & Immagine, 2003.

  • Thovez E., Il Rinascimento delle Arti decorative, in L’arte all’Esposizione del 1898, Torino, Editori Roux Frassati e Co, 1898.

  • AA. VV., Il Liberty a Torino nella schedatura ufficiale della Soprintendenza dei beni ambientali e architettonici del Piemonte, Torino, Cassa di Risparmio di Torino, 1981.

  • AA. VV., Si prega di chiudere piano. Portoni a Torino, Torino, Edizioni Torino Bella, 1996.

  • www.italialiberty.it 

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