Tra castelli e monasteri, il Medioevo piemontese nei nomi di luogo

Villanova, La Morra, Robassomero e altri toponimi rivelano un'origine medievale

Veduta di La Morra. CC BY-SA 3.0, opera derivata.

Alberto Ghia
Alberto Ghia

Astigiano, è dottore di ricerca in Linguistica italiana, cultore della materia presso l’Università di Torino e redattore dell’Atlante Toponomastico del Piemonte Montano. I suoi campi di ricerca sono la dialettologia, la geografia linguistica e l’onomastica. Nel tempo libero viaggia all’insegna della curiosità, per strade di carta o di asfalto, cercando bei paesaggi, storie interessanti, tradizioni quasi dimenticate e formaggio.

Nei capitoli precedenti del nostro itinerario alla scoperta della toponimia piemontese abbiamo raggruppato i nomi di luogo a seconda delle lingue del loro etimo li abbiamo distinti in toponimi di sostrato, se le radici appartenevano alle lingue delle popolazioni che abitavano in Piemonte prima dell’arrivo dei Romani, e toponimi di superstrato, se le radici appartenevano invece alle lingue delle popolazioni germaniche che si installarono perlopiù dopo la caduta dell’Impero romano. Abbiamo analizzato anche alcuni toponimi dello strato latino soffermandoci, in particolare, su quelli che, per diverse ragioni, potevano con maggiore sicurezza essere collegati al periodo antico e tardoantico, in cui il Piemonte era sotto il dominio di Roma.

Ritratto del Duca di Savoia Emanuele Filiberto di Savoia (Giacomo Vighi, 1528).

Si continuò ad usare il latino anche oltre la caduta dell’Impero romano d’occidente, in particolare nei documenti scritti, sia della Chiesa, sia degli stati che dell’impero furono eredi, per un periodo di tempo molto lungo: il latino restò la lingua dell’amministrazione sabauda fino al 1561, quando Emanuele Filiberto, promulgando l’Editto di Rivoli, impose l’uso dell’italiano nei territori a est delle Alpi e del francese in Savoia e Valle d’Aosta per la stesura dei documenti ufficiali. I toponimi che osserveremo in questo episodio si rifanno a istituzioni del mondo medievale, un periodo storico che abbiamo iniziato a osservare considerando i nomi di luogo di origine germanica.

Valgono sempre le ben note precauzioni. Le spiegazioni che proponiamo sono proposte, avanzate alla luce dei contributi scientifici (elencati in bibliografia) che abbiamo consultato; è possibile che, altrove, si trovino proposte diverse. Solo una analisi completa delle attestazioni orali e di quelle scritte può garantire una maggior sicurezza interpretativa. Inoltre, il riconoscimento di un etimo latino non implica che il toponimo sia “nato” in questa lingua: potrebbe anche essere nato in piemontese, lingua neolatina che deriva dal latino.   

La continuità delle comunità rurali

Se la caduta dell’Impero romano provocò una frattura nella trama della “grande storia”, nella vita quotidiana della gente di campagna le cose non dovettero cambiare granché. La vita rurale si modificò lentamente, senza soluzione di continuità; bene illustra questi aspetti Giandomenico Serra, quasi un secolo fa, in un attento studio sulla continuità delle comunità rurali tra mondo tardoantico e medioevo, visto attraverso le attestazioni toponimiche. Al centro della vita rurale ci furono i vici e i pagi, che indicavano delle circoscrizioni territoriali dipendenti dai municipi o dalle città e lentamente acquisirono un’autonomia sempre maggiore. Le voci si sono cristallizzate in diversi toponimi: risalgono a vicus Vico a Cellio con Breia (VC) e Valdilana (BI); Vigo ad Albera Ligure (AL), Codevico ‘capo del vico’ a Gremiasco (AL), Valdivico a Rocca d’Arazzo (AT); risalgono a pagus (e derivati): Paesana (CN) e Rua Paiano a Dronero (CN). Non va dimenticato che paganus ‘relativo al pagus’ e quindi ‘rustico, contadino’ passò poi con il cristianesimo a indicare le genti di fede non cristiana; qualche toponimo potrebbe risalire a paganus con tale significato. Con la caduta dell’Impero romano inoltre le strutture organizzative della chiesa tesero a diventare anche amministrative; tra queste diventa importante la pieve (< plebs): nella toponimia piemontese ricordiamo Piovà Massaia (AT; < plebata), Pieve Vergonte (VB), la Pieve a Montechiaro d’Acqui (AL). Affine è lo sviluppo di villa: originariamente designa la residenza di campagna del proprietario di un fundus, con gli edifici funzionali annessi, e passa poi a indicare agglomerati residenziali (in francese ville significa città). Il nome è abbastanza frequente; ricordiamo qui Villa San Secondo (AT), centro che nasce nel 1313, con il nome di Villa Nova Sancti Secundi; fa parte delle molte ville nove (e ville franche, cioè centri nati dall’affrancamento dal dominio feudale) sorte in seguito all’espansione demografica dei secoli XII-XIII. Ricordiamo in tal senso i diversi comuni chiamati Villanova (Biellese; Canavese TO; d’Asti; Mondovì CN; Monferrato AL; Solaro TO) e Villafranca (d’Asti; Piemonte CN) che si trovano in Piemonte. A forme derivate di villa rimandano invece Villar Pellice (TO), Villar Perosa (TO), Villarboit (AL) e i molti Villar (Acceglio, Bagnolo Piemonte, Elva, Melle, Sampeyre, CN; Ala di Stura, Cumiana, TO) che si trovano perlopiù nell’area montana della regione.

Paesana vista dalla collina di Agliasco.

Il monachesimo

Al Medioevo risale la nascita del monachesimo occidentale: confraternite di uomini che si ritiravano dal mondo e si dedicavano alla preghiera e alla vita di comunità, in monasteri o abbazie, che hanno lasciato evidenti tracce architettoniche e toponimiche. Da monasterium derivano i toponimi Monastero Bormida (AT), Monastero di Lanzo (TO), Monasterolo Casotto (CN) e le piccole borgate nominate semplicemente Monastero presenti a Mondovì (CN), Dronero (CN), Pozzol Groppo (AL); da abbatiam Abbadia Alpina, frazione di Pinerolo (TO), Abbadia frazione di Sezzadio (AL), Abbazia frazione di Masio (AL), Badia di Dulzago, frazione di Bellinzago Novarese (NO), Cascina Badia a Montegrosso d’Asti, probabilmente la Badina località di Lessona (BI) e frazione di Casalnoceto (AL). È interessante notare che abbatiam, oltre al significato di ‘cenacolo monastico’, sviluppa anche quello di ‘vasta estensione di terreni dipendenti da un grosso cascinale’: solo approfondendo la storia dei luoghi così nominati è possibile scoprire che cosa il nome di luogo denominasse in origine. Ad abbatiam e monasterium va poi unita la voce basilicam, da cui deriva Basaluzzo (AL); di origine greca (basilèus è il re), l’aggettivo in latino sviluppa il significato di ‘palazzo sontuoso’ e, in ambito ecclesiastico, la chiesa principale della parrocchia. In età altomedievale passa a indicare la chiesa di campagna e, nelle parlate ticinesi e ossolane, ‘casupola’, come nel toponimo Alpe Baserga, alpeggio a Cossogno (VB).

Veduta di Monastero Bormida, Asti.

I centri monastici, in particolare quelli benedettini e cistercensi, divennero ben presto grandi forze latifondiste. Vi sono altre voci che designano i beni legati ai monasteri: come cella, *granica e morra, la cui storia semantica è interessante. Cella è voce antica, già in epoca romana designava un deposito e con questo significato la parola è stata impiegata in ambito monastico, oltre a sviluppare il significato di ‘stanza del monaco’. Ne resta traccia nei toponimi Celle di Macra (CN), Cellarengo (AT), Celle località di Caprie (TO) e Bellino (CN), Cellamonte (AL), Celle Enomondo (AT) e Sellette a Pontechianale (CN). Granica ha un significato simile, originariamente; la sua diffusione è dovuta all’ordine cistercense. Passa poi a indicare, soprattutto nell’arco alpino, le abitazioni estive temporanee in quota o i casolari per il ricovero di attrezzi e derrate. È presente nella toponimia piemontese, anche se molte occorrenze sono dovute al significato secondario che la voce ha sviluppato: Grange ad Argentera (CN), Grangia a Stroppo (CN), Roccabruna (CN), Cuorgnè (TO), Piatto (BI) e Carmagnola (TO). Morra è voce che, dall’Italia meridionale, dove significa ‘mucchio di pietre’, ‘recinto pastorale’ ma anche ‘gregge’, attraverso il monachesimo benedettino si diffonde anche a nord; alcuni toponimi che risalgono a questa voce sono La Morra (CN), Morra frazione di Villar San Costanzo (CN) e Frinco (AT), Morra San Bernardo e Morra San Giovanni nel comune di Busca (CN), Moretta (CN).

Veduta di Cellamonte, Alessandria.

Tra torri e bastioni

L’incastellamento fu la conseguenza di un periodo di grande instabilità politica. La possibilità che un esercito pronto a razziare invadesse il territorio dapprima spinse la popolazione dalle zone pianeggianti ai rilievi collinari, e poi i signori a creare su questi delle fortificazioni. Iniziarono ad essere edificate torri, castelli e altre tipologie di edifici che hanno spesso lasciato traccia della loro presenza in toponimia. Il primo elemento di Castelletto sul Ticino (NO), Castelletto Uzzone (CN), Castellinaldo (CN), Castellar (CN) rimanda a castello, unito a vari specificatori; Torrazzo frazione di Asti e comune biellese, Torre Bormida (CN), Torre Canavese invece, risalgono a torre, edificio impiegato per avvistare da lontano i nemici, così come il Torrione, borgata del comune di Rocca d’Arazzo (AT). La voce Rocca fu spesso impiegata con il significato di ‘fortezza costruita in un luogo elevato’; oltre all’appena citato Rocca d’Arazzo, ricordiamo Rocca de’ Baldi (CN), Rocca Grimalda (AL), Rocca delle Donne nel comune di Camino (AL), Roccaforte Mondovì (CN) e Roccaforte Ligure (AL). Anche l’elemento forte presente negli ultimi due toponimi rimanda a strutture difensive ed è diffuso in toponimia: si veda per esempio Monforte d’Alba (CN), Belforte Monferrato (AL) e Vicoforte Mondovì (CN), unito all’elemento vico analizzato sopra. All’idea della fortificazione si rifà Moneta < munita, località di Borgo San Martino (AL). Dal germanico *bastjan ‘costruire’ si ebbe il latino bastire da cui bastita, fortezza di forma quadrata, circondata da un terrapieno. La voce è alla base del toponimo Bastia Mondovì (CN) le borgate Bastia di Perrero (TO), Gravere (TO), Balocco (VC), Salussola (BI) e la Bastita, palazzo signorile che, assieme al castello degli Scarampi e alla chiesa di santa Caterina, domina il profilo di Monale (AT); da una forma alterata si ha Bastiglia, frazione di Borgiallo (TO). Citiamo rapidamente il caso di ricetto < receptus, struttura fortificata generalmente di origine collettiva, che sopravvive in alcuni odonimi: Via del Ricetto a Roccaforte Mondovì (CN) e Macello (TO) e nel toponimo Recetto (NO).

Castello di Rocca Grimalda, Alessandria.

Spazi pubblici, spazi privati

Nelle comunità medievali esistevano degli spazi (boschi o pascoli, generalmente) che venivano sfruttati collettivamente: di solito nei documenti ci si riferisce a questi spazi con l’appellativo terra communia ‘la terra comune’ e tale formula si ritrova in alcuni nomi di luogo. Troviamo Comuna nei territori di Ponti (AL), Roppolo (BI) e Viverone (BI); Trucca la Comuna è un rilievo di Frabosa Sottana (CN), Alpe della Comune ad Armeno (NO); Valle della Comune ad Altavilla Monferrato (AL); Cascina Comunia a Mirabello Monferrato (AL) e la Comunaia sorge a Fabbrica Curone (AL); Comunetese designa una casa isolata a Susa (TO). All’elenco ne vanno aggiunti alcuni che possono essere fatti risalire a munia (< communia, con la caduta della prima sillaba atona): Casa Munatera, a Demonte (CN) e la Munatera a Caraglio (CN) sembrano riprendere la formula che abbiamo citato sopra; troviamo anche Muna a Vesime (AT), Muni a Condove (TO) e  Case Mugna a Fiorano Canavese (TO). Questi esiti sono simili al piemontese munia ‘monaca’, ‘suora’; e poiché talvolta i nomi che leggiamo sulle carte sono traduzioni, e non semplici adattamenti dei toponimi popolari, è possibile che qualche “monaca” presente sulle carte sia in realtà una cattiva interpretazione dell’oralità: ad esempio Valmonaca, a Rocca d’Arazzo, in piemontese è val (da) munia (< vallis communia). Ci sono anche altri modi per indicare le terre sfruttate collettivamente: Apertole, località di Crescentino (VC), deriva da terrae apertae (rispetto alle terre recintate o chiuse).

Bosco delle Sorti della Partecipanza (© Archivio delle Aree protette del Po piemontese).

Dalle terre comuni talvolta si ricavavano appezzamenti che venivano poi assegnati temporaneamente a singole persone per lo sfruttamento. Poiché questa assegnazione avveniva tramite un sistema di sorteggio, spesso tali aree sono individuate con il nome di sorte o sorti: troviamo la Sorte a Castelletto Cervo (BI) e a Pettinengo (BI), in Sorte a Gozzano (NO), Sorte Caggiole (< *gahagi ‘bosco riservato’ che abbiamo incontrato parlando dei toponimi di origine longobarda), Sortellimazze, Sortefarole e Sorte Rampanina, tutti territori boschivi a Serravalle Sesia (VC), Cascina Sorti a Salussola (BI), Casa Sortina a Treville (AL). Ricordano queste pratiche i nomi di due parchi piemontesi: il parco naturale Bosco delle sorti e della partecipanza, a Trino (VC), e la zona naturale di salvaguardia del Bosco delle sorti – la Communa, che si estende tra i comuni di Alice Bel Colle, Cassine, Ricaldone (AL), Bruno, Maranzana e Mombaruzzo (AT). In altri casi, queste terre erano denominate con derivati del verbo prehendere: le Prese a Saluzzo (CN), Prese a Boccioleto (VC), Prati le Prese a Sampeyre (CN), Prese d’Arvia a Coazze (TO), Prese Rivetto a Giaveno (TO), Prese Restelli a Valgioie (TO). Era l’assemblea della comunità a provvedere alla distribuzione delle terre (che poteva anche essere temporanea) e a regolamentarne l’uso. Dalla consultazione di statuti e documenti Serra ricava una serie di voci specifiche relative a tali pratiche: defensa, tensa, fabula (sottinteso inter vicinos), jura; a esse si aggiungono voci di origine germanica (wiffa, bandwjan, wizza) di cui abbiamo già illustrato alcuni continuatori. Le voci latine elencate sopravvivono in alcuni nomi di luogo piemontesi: da tensa deriva il secondo elemento del già citato Comunetese a Susa (TO), Alpe Tensa a Gignese (VB), Motto Tensa a Marano Ticino (NO), la Teisa a San Bernardino Verbano (VB); più incerti i continuatori di fabula: si possono forse citare Rio Folatera a Brondello (CN), Colle Fole a Lessona (BI), Folatone a Vaie (TO), forse Fiola a Cumiana (TO).

Contrapposti alle terre sfruttate collettivamente si estendono i beni signorili, spesso indicati nei documenti con la voce terra dominica, cioè terra del dominus, del signore. La toponimia conserva traccia della locuzione, ridotta quasi sempre a donia o dona, talvolta reinterpretato donna. Alcuni esempi: Donia abitazione a Valloriate (CN), le borgate Donno e Donna, a Strona (BI), Andonno frazione di Valdieri (CN), Piandonne a Baldissero Canavese (TO), Pradone a Villafranca Piemonte (CN), Mondonio frazione di Castelnuovo Don Bosco (AT), Bisdonio (< buscus domini) e Cantidonio ad Alpette (TO); Pratidonio a Pont Canavese (TO), Brich Vignadonia ad Agliè (TO) e Casa Vadonio a Soglio (AT). Ad essi vanno aggiunti i toponimi che terminano in -(d)onico, come Rondonico a Cannobio (VB).

In viaggio

La frammentazione politica del Medioevo contribuì a far crollare il sistema viario del mondo romano. Le strade romane però non furono abbandonate del tutto: indizio ne è il fatto che i centri che sorgevano lungo di esse continuarono a crescere, fino a diventare borghi estesi. Aumentarono le difficoltà, ma si continuò a viaggiare, per diverse ragioni: i signori muovevano eserciti, i mercanti prodotti e denaro, la chiesa fedeli. Un esempio dello spostamento di mercanti ci viene forse fornito dal Colle del Colombardo (col-lombardo: è dittologia) e dal Colle degli Astesiani, entrambi nel comune di Condove (TO); il nome potrebbe essere legato all’uso che ne facevano mercanti e banchieri astigiani o più generalmente “lombardi” (ricordiamo che lombardo nel medioevo era etnico impiegato ben oltre i confini della Lombardia) diretti verso le fiere d’oltralpe, magari per evitare colli di più facile attraversamento, ma gravati da dazi. Tra le strade principali ricordiamo le vie romee e le strade petrose, cioè lastricate. A tali nomi rimandano per esempio il Rio della Romera, che scorre a Perosa Canavese e forse il Monte Rameriasca (da un originario Romeriasca, secondo Serra), al confine tra i comuni di Baldissero Canavese e Torre Canavese (TO). Resta forse traccia della presenza di vie lastricate (o selciate) nei nomi di luogo Perosa, località a Demonte (CN), Narzole (CN) e Ormea (CN), Perosa Argentina (TO), Perosa Canavese (TO) e Villar Perosa (TO); tali nomi potrebbero però anche riferirsi alle condizioni del suolo.

Scorcio di Villar Perosa

Lungo le strade, come in epoca romana, erano presenti dei luoghi dove mangiare e dormire: sulle vie del pellegrinaggio esisteva una rete organizzata di tali strutture, gestita dai monaci ospitalarii di San Bernardo, i cui centri principali erano sul Mons Jovis (Gran San Bernardo) e sul Mons Jovetus (Piccolo San Bernardo). La presenza di toponimi che richiamano il santo spesso è indizio dell’antica esistenza di strutture gestite dai due centri: a Moncucco Torinese (AT), nei pressi dell’abbazia di Vezzolano, troviamo il Bric San Giovio (< Jovius; San Giovio non esiste) e la Cascina Mongioetto; tra Bairo Canavese e Torre Canavese (TO), lungo il tratto canavesano della Via Francigena, troviamo Via Maggiovetto; Montegiove a Chivasso. Rimandano a strutture ricettive medievali anche altre voci. Da coenaculum ‘locanda’ derivano i toponimi Cinaglio, comune astigiano e regione di Ozzano Monferrato (AL), Sinaccio, frazione di Casale Monferrato (AL) e Sinaglio, gruppo di case tra Alba (CN) e Diano d’Alba; da postcinam ‘dopo cena’, che indicava probabilmente la possibilità di pernottamento, deriva Busignetto frazione di Verolengo (TO); da taberna ‘taverna, locanda’ i toponimi Taverna frazione di Valdilana (BI) e Tavernette frazione di Cumiana (TO); dal verbo bevere ‘bere’, attraverso la forma bevettola, si ha Bettola, che designa ad esempio località nei comuni di Montechiaro d’Asti, Valstrona (VB) e Cellio con Breia (VB), e Bettole, presente a Tortona (AL) e Trecate (NO). Potrebbero forse indicare antiche sedi di locande le località denominate Betlemme: è un nome che troviamo a Moncucco Torinese (AT) e Chivasso (TO); assieme a Cascina Betlemme a Lu e Cuccaro (AL), Bellinzago Novarese (NO) e Carignano (TO). Il nome si inserisce a buon diritto in una sfera semantica dal forte connotato religioso (natività ed epifania di Gesù) sfruttata nel medioevo e nella prima età moderna per nominare le strutture ricettive.

Tavernette, visto dalla Rocca Due Denti.

Le strade potevano essere pericolose per la presenza di ladri e briganti, come ricorda il toponimo Robassomero (TO), ‘ruba - asino’ e ci si poteva perdere facilmente, era quindi conveniente affidarsi a delle guide locali, dette vittoni: ne resta traccia in Settimo Vittone (TO), Vittone frazione di Piode (VC) e di Rosazza (BI), Pian Vittone a Brosso (TO), Borgata Vittone e Meira Vittonello a Frassino (CN).

※ ※ ※

Bibliografia

  • AA.VV., Atlante geografico del Piemonte, Torino, Regione Piemonte, 2008.

  • Gasca Queirazza G. e altri, Dizionario di Toponomastica. I nomi geografici italiani, Torino, Utet, 1990.

  • Lurati O., In Lombardia e in Ticino. Storia dei nomi di luogo, Firenze, Franco Cesati Editore, 2004.

  • Massia P., Per la toponomastica astigiana: ricerche lessicali storiche sul nome locale di Cinaglio, in Rivista di Storia, Arte, Archeologia per la provincia di Alessandria, a. 1 (1917), fasc. IV, s. 3.

  • Olivieri D., Dizionario di toponomastica piemontese, Brescia, Paideia, 1965.

  • Pellegrini G.B., Toponomastica italiana. 10000 nomi di città, paesi, frazioni, regioni, contrade, fiumi, monti, spiegati nella loro origine e storia, Milano, Hoepli, 1990.

  • Rossebastiano A., I Vittoni di Settimo, in Rossebastiano A. (a cura di), Da Torino a Pisa, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2006, pp. 71–89.

  • Rossebastiano A., Comunie e donie nel territorio rurale piemontese, in Rivista Italiana di Onomastica, XXIII, 2 (2017), pp. 453–479.

  • Rossebastiano A., In loco ubi dicitur… Microtoponomastica di un villaggio rurale da inediti consegnamenti del secolo XV, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2019.

  • Serra G.D., Contributo toponomastico alla teoria della continuità nel Medioevo delle comunità rurali romane e preromane, Cluj, Cartea Româneasca, 1931.

  • Serra G.D., Lineamenti di una storia linguistica dell’Italia Superiore, voll. I e III, Napoli, Liguori, 1954.

    SITOGRAFIA 

    http://www.partecipanza.it/

    http://www.parks.it/vr.bosco.sorti.communa/par.php

※ ※ ※

Questo contenuto è riservato agli iscritti a Rivista Savej on line!

Rivista Savej on line è un progetto della Fondazione Culturale Piemontese Enrico Eandi per la diffusione della cultura e della storia piemontesi.

Se non l’hai ancora fatto, iscriviti ora: la registrazione è completamente gratuita e ti consentirà di accedere a tutti i contenuti del sito.

Non ti chiederemo soldi, ma solo un indirizzo di posta elettronica. Vogliamo costruire una comunità di lettori che abbiano a cuore i temi del Piemonte e della cultura piemontese, e l’e-mail è un buon mezzo per tenerci in contatto. Non ti preoccupare: non ne abuseremo nè la cederemo a terzi.

Registrati

Sei già registrato? Accedi!

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.
P.IVA 10168490018