Storia 

Colle don Bosco, materialità di un Santo

Sulle tracce materiali e immateriali lasciate da Don Bosco nell'Astigiano

San Giovanni Bosco in uno scatto del 1887

Specializzata in Archeologia medievale all’Università di Firenze, ha partecipato a missioni di scavo in Turchia e Uzbekistan; da diversi anni lavora in Piemonte in attività di scavo archeologico e archeologia preventiva. È interessata soprattutto alla storia dell’archeologia e al mutare della percezione del passato.

Sul Belvedere di Albugnano, il paese più alto del Monferrato, si può vedere il fusto fossilizzato e cavo di un vecchio olmo. È stato trattato per mantenerlo nelle condizioni in cui era quando ha smesso di vegetare e inchiavardato al suolo con placche e bulloni. Non si tratta di una installazione artistica. È la materializzazione di un ecofatto che ingloba una doppia memoria: da un lato, Don Giovanni Bosco; dall’altro, un ciabattino. Don Bosco, in una delle passeggiate autunnali con i suoi ragazzi, capitò al Belvedere e il parroco di allora gli fece notare l’olmo gigantesco, dal diametro di più di due metri e mezzo: una parte del tronco era vuota e aperta e un ciabattino, tale Giovanni Gamba, vi aveva allestito la sua bottega estivo-autunnale per lavorare al riparo e al fresco delle fronde. L'olmo ha vegetato dal 1727 sino al 1981. Forse nessuno oggi ricorderebbe il ciabattino se Don Bosco non l’avesse notato.

Disegno del ciabattino di Albugnano tratto da "Le passeggiate autunnali di Don Bosco" di L. Deambrogio del 1975 e, a destra, l'olmo sul Belvedere.

La "casetta" di Don Bosco

Giovanni Bosco nacque il 16 agosto 1815 alla cascina Biglione, in Borgata Becchi, frazione Morialdo, comune di Castelnuovo don Bosco (già Castelnuovo d’Asti), dove i genitori lavoravano come mezzadri. Una grande cascina ad "elle", abbattuta tra il 1957 e il 1958 per costruire l’imponente santuario del Colle don Bosco. Soltanto le ricerche d’archivio dei primi anni Settanta avrebbero rivelato che Giovanni era nato nella cascina a quel punto ormai demolita.

Nella cascina Biglione il padre di Giovanni, Francesco Luigi Bosco, morì di polmonite acuta nel 1817, a 34 anni. Tre mesi prima, quando aveva saputo che i Biglione avevano intenzione di alienare la cascina, aveva comprato un piccolo rustico distante pochi metri, male esposto a nord: una casetta lunga 12 metri e larga 3, che nell’atto di vendita viene descritta come “composta di stalla e crotta, fenéra superiore dall’alto in basso”. Dopo la morte di Francesco Luigi, la moglie Margherita Occhiena fece sistemare la casetta riadattandola ad abitazione e tre mesi dopo, allo scadere del contratto di mezzadria, vi si trasferì con i figli (Giovanni, Giuseppe e Antonio, quest’ultimo nato dal primo matrimonio di Francesco) e la suocera Margherita Zucca; siamo nel novembre del 1817.

La parte abitata della “Casetta” era composta al piano terra da una piccola stalla e dalla cucina; al primo piano da due camere da letto (in una dormivano Margherita e la suocera, nell’altra i fratelli). La camera dei ragazzi era accessibile dalla cucina, tramite una scaletta, mentre una scala in legno esterna, addossata alla facciata, permetteva di raggiungere la stanza di Margherita. Prima Antonio e poi Giuseppe si sposeranno, lasceranno la casetta e si costruiranno una casa a poca distanza; quella di Antonio verrà distrutta per costruire negli anni 1915-17 il Santuarietto di Maria Ausiliatrice, mentre quella di Giuseppe è ancora esistente, è stata musealizzata ed è visitabile.

La casetta, una volta disabitata, fu adibita a stalla e deposito attrezzi; successivamente fu venduta, come le altre proprietà della famiglia, ai salesiani. Don Michele Rua, il primo successore di don Bosco, nel 1901 fece eseguire alcune opere di restauro e mantenimento, suddividendo il portico a fianco della cucina in due vani sovrapposti e chiudendo il fienile a scopo di consolidamento. Nel 1929, quando don Bosco fu santificato, fu effettuato un nuovo restauro dell’edificio con lo scopo di renderlo visitabile dai pellegrini; nuovi lavori e la musealizzazione degli spazi avvennero in occasione del centenario della morte del Santo (1988), con il fine di riportare l’edificio alla situazione di fine Ottocento sulla base delle fotografie dell’epoca; in questa fase fu anche recuperato il fienile e riaperta la finestra citata nell’atto di vendita.

Facciata esterna della "casetta".

Una semplice cascina di campagna

Oggi la “Casetta” è un piccolo edificio in mattoni quasi del tutto privo di rivestimento intonacale, con la facciata protetta da una staccionata in legno che crea uno spazio di distanza e di rispetto. Gli spazi interni non sono direttamente percorribili ma soltanto guardabili da aperture praticate artificialmente nel muro perimetrale posteriore della casa: la casa attigua a sud (cosiddetta casa Cavallo) è stata infatti adattata a spazio didattico e funge da anticamera di osservazione della casa del Santo. La visita dei due livelli della casetta, per ragioni di conservazione e di sicurezza (le stanze sono molto piccole e il passaggio dal piano terra al piano superiore avviene tramite scalette in legno non adatte per un percorso di visita), è quindi di tipo voyeuristico, se così si può dire: non prevede un percorso, un attraversamento della casa, ma soltanto di guardarla attraverso delle piccole finestre create all’uopo.

Gli spazi sono di superficie e altezza molto ridotte, come era d’uso nelle cascine di campagna di quel periodo, per evitare dispersioni di calore; i pavimenti sono in quadrelle laterizie in cucina, in battuto di gesso nelle stanze al piano superiore; i soffitti in pannelli di gesso, tipici delle abitazioni povere di questa porzione del Piemonte tra il XVIII e il XIX secolo. Il sistema di riscaldamento era costruito dai camini: uno in un angolo della cucina e uno nella stanza di Margherita. La camera da letto dei ragazzi, con un pavimento in gesso, il soffitto a volta, è arredata con due lettini, un baule, una sedia e uno scaldaletto. È in questa stanza che Giovanni a 9 anni ebbe il famoso sogno, che gli rimase profondamente impresso per tutta la vita e che segnò la sua vocazione; sognò un uomo venerando, nobilmente vestito, che lo invitava a una missione “impossibile”: prendersi cura dei ragazzi di tutto il mondo, trasformandoli da lupi e animali feroci in docili agnelli.

La camera di Margherita, la camera dei ragazzi e i soffitti in gesso.

Il museo di vita contadina

La casa del fratello Giuseppe, costruita nel 1839, è oggi uno spazio museale e ospita al piano interrato il museo della Vita contadina dell’Ottocento. Al piano terreno ci sono una ricostruzione della cucina di famiglia e della camera da letto di Giuseppe, mentre, al piano superiore, uno studiolo e una camera da letto riservata al fratello Giovanni, con gli arredi originali, e una ulteriore sala che raccoglie il mobilio della famiglia. Anche qui, pavimenti in quadrelle o in piastrelle cementine, che formano decorazioni geometriche, e soffitti in gesso. Alcune stanze sono un poco più grandi e non così soffocanti come quelle della casetta; i due piani sono collegati da una scala in muratura; in qualche modo, si percepisce che è passata una generazione.

Il museo della Vita contadina è ospitato all’interno di un grande salone voltato costruito sotto il livello dell’aia ed espone circa 600 oggetti recuperati nei cascinali piemontesi (come spesso nei musei di questo genere, il contesto esatto di provenienza non è specificato): strumenti di lavoro, utensili di cucina, oggetti d’uso quotidiano, mobili, indumenti raccolti dal salesiano don Teresio Chiesa. Durante i lavori di sterro per la costruzione del museo, lungo il fianco orientale della collina, fu ritrovato l’antico forno fatto costruire da Giuseppe; è stato ricostruito presso l’ingresso al museo. Una sorte simile è toccata alla fontana, localizzata a sud di casa Cavallo e ricoperta a inizio anni Sessanta durante i lavori di sistemazione del piazzale antistante il Tempio.

Interni del Museo di vita contadina.

Dalla casa al Tempio

Nel Colle don Bosco, come in altri luoghi che hanno ricevuto una sacralizzazione e sono diventati dei santuari, traspare un certo gattopardismo, cioè ritorna in mente la famosa frase pronunciata da Tancredi nel romanzo di Tomasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto resti com’è, bisogna che tutto cambi”. E il cambiamento più radicale ma operato per esaltare qualcosa di già presente, di consustanziale al sito, fu quello messo in opera negli anni Sessanta del secolo scorso, con la costruzione del grande complesso della chiesa o Tempio di Don Bosco (1961-1966), costituito da due chiese, una inferiore e una superiore (quest’ultima verrà completata internamente nel 1984); a sud di questa, si estende l’imponente edificio dell’Istituto salesiano Bernardi Semeria, che ospita anche il Museo Etnologico Missionario, nel quale sono raccolti oggetti provenienti dalle missioni salesiane in America Latina, Asia, Africa. Quello del Colle don Bosco è un complesso imponente che contrasta in modo molto netto con la piccolezza e il minimalismo della Casetta.

Nella chiesa inferiore, dietro l’altare, è conservata un’importante reliquia del Santo, in un’ampolla di vetro: una porzione del suo cervello. Oggetto di un rocambolesco furto nel 2017, pochi giorni dopo la reliquia fu ritrovata nella cucina di un pregiudicato pinerolese, in una teiera in rame dentro un armadietto. L’uomo, già noto per piccoli reati e individuato grazie all’osservazione dei video delle telecamere (aveva fatto diversi sopralluoghi) l’avrebbe rubata convinto che il coperchio della teca che la custodiva fosse in oro.

Tempio Don Bosco.

La sacralizzazione del corpo e degli oggetti

Giovanni Bosco è sepolto, dal 1929 anno della sua canonizzazione, in una cappella nel santuario di Maria Ausiliatrice a Torino. Si narra che nei giorni immediatamente successivi alla morte, i ragazzi del suo oratorio avessero il compito di prendere gli oggetti presentati dalla folla, toccare con essi il corpo del santo e poi restituirli – sacralizzati dal contatto – ai proprietari. Dopo la morte gli indumenti indossati da Giovanni, e gli oggetti che erano stati vicino a lui negli ultimi giorni, iniziarono una nuova vita propria: la berretta di maglia con la quale morì, il rosario che portava al collo, o il lenzuolo sopra al quale spirò, composto da due tele cucite una delle quali finì al collegio salesiano Pio IX di Buenos Aires e l’altra a Viedma in Patagonia. Le cose che lui ha toccato, sfiorato, hanno assunto un valore, un’aura che manterranno sempre, senza limitazione di tempo. Lo stesso può valere per gli oggetti posseduti dal Santo e da lui donati, ancora in vita, ad altri: è il caso, ad esempio, di un fazzoletto bianco, esposto nell’area museale adiacente alla Casetta, regalato al sacerdote Antonio Brunetti.

Camera da letto e studiolo di Don Bosco nella casa di Giuseppe.

La salma di Giovanni fu portata nella chiesa dell’oratorio di San Francesco di Sales, trasformata in camera ardente. Quando fu santificato, fu effettuata la solenne ricognizione canonica del corpo, il 16 maggio 1929. Fine della ricognizione era verificare che tutto fosse come era stato lasciato il giorno della sepoltura e mettere in atto degli accorgimenti per salvaguardare lo scheletro e quel che restava del corpo. Vale la pena di rileggere alcuni brani di descrizione della ricognizione come riportati da Molineris (op. cit. in bibliografia, pp. 485 ss.):

I paramenti sacerdotali rivestivano il corpo intero. I piedi erano contenuti nelle scarpe, logoratesi ed aperte in punta per macerazione della cucitura. Accanto al capo giaceva la berretta. (…) I medici (…) passarono a staccare adagio adagio il camice, il colletto, l’abito talare e il rimanente, riponendo ogni cosa in maggiori recipienti di vetro. In altre urne più piccole raccolsero in seguito le parti molli ex carnibus ed ex ossibus. Tutto questo sarebbe stato poi buon materiale per formare reliquie, al quale scopo l’economo generale teneva pronte migliaia di piccole teche.

Segue la descrizione minuziosa dello scheletro e delle parti mummificate naturalmente del corpo. La salma fu dichiarata in buono stato di conservazione, furono applicati unguenti per aiutarne la conservazione e furono estratte reliquie. Molto probabilmente è in questa fase che fu prelevata la porzione di cervello oggi conservata nella chiesa inferiore del Colle don Bosco.

Musealizzare i luoghi è giusto?

L’importanza della conservazione materiale del corpo o di quello che ne resta fa da contraltare alla cura messa in campo per preservare la “Casetta” nella condizione più aderente a quella del tempo in cui vi visse Giovanni con la famiglia. Gli spazi abitativi nei quali è vissuta una persona poi diventata celebre vengono musealizzati in ragione della vita che hanno ospitato e del patrimonio immateriale di parole, emozioni, relazioni che hanno contenuto. All’assenza materiale della persona si cerca di sopperire sacralizzando (il termine potrebbe essere usato anche nel caso di contesti laici) le cose e gli spazi in cui quell’esistenza si è svolta. Come fare in modo che il patrimonio materiale, l’unico che resta e che i nostri occhi possono vedere, trasmetta qualcosa di quell’immateriale svanito? Si può decidere di lasciare tutto com’era, ma verosimilmente nel frattempo – come è successo anche nella casetta di Don Bosco – saranno subentrati dei cambiamenti; allora si può provare a ricostruire tutto com’era in un dato momento, almeno plausibilmente: aggiungere oggetti, sostituire quelli perduti con simili.

Il problema “museografico” di spazi che un tempo sono stati abitati costituisce un rompicapo e una sfida di estremo interesse che coinvolge, a ben vedere, ciascuno di noi. Che cosa c’è di più triste di una casa o di una stanza vuota dopo che quelli che ci hanno vissuto sono morti? Ognuno di noi cerca di convivere come può con i lasciti materiali di chi resta. Chi chiude camere per non riaprirle più, chi le svuota, chi le tiene esattamente come l’ultimo giorno di vita delle persone a cui spettavano, chi esalta la malinconia delle cose rimaste e ne fa un santuario come Kemal, il protagonista de Il museo dell’innocenza di Orhan Pamuk: nella casa dell’amata perduta egli crea un museo dopo aver raccolto centinaia di oggetti che in qualche modo hanno avuto a che fare con lei. L’apertura al pubblico di una casa avviene perché qualcuno, come Kemal, ritiene che quello spazio e quegli oggetti privati possano essere importanti anche per altri, rispondere a un’esigenza pubblica. Le stanze diventano una grande reliquia da contatto, la rappresentazione dell’ordine del mondo di quella persona speciale, una testimonianza materiale della sua anima. Così facendo, però, a quegli oggetti e spazi è negata un’altra vita e viene negata anche la morte (almeno temporaneamente). È quello che succede a tutti gli oggetti esposti in un museo, ai reperti archeologici, ai dipinti dell’era pre-moderna: oggetti privati del contesto originario e inseriti in uno spazio nuovo, del tutto contemporaneo. Nelle case-museo è il contesto stesso, quello originale o proposto o ricostruito come tale, ad essere pietrificato in un tempo che si è fermato.

La casa dove si è nati rappresenta la quintessenza della quotidianità, della normalità. Tanto più nel caso di Giovanni Bosco e di altri santi, cresciuti in ambienti poveri e umili che l’agiografia vuole mostrare e rendere palesi, e che faranno da contrasto maggiore con il santuario che sorgerà nelle vicinanze. Al Colle don Bosco questo è sensibilmente evidente: il contrasto è voluto e la ricchezza intesa come valore positivo che simboleggia la grandezza umana e spirituale del Santo; guardato con altri occhi, però, lo scarto può essere ambiguo.

Casa di Giuseppe: cucina e mobili della famiglia Bosco.

L'ordinarietà dello straordinario

È stato scritto che la casa-museo è una “Wunderkammer al contrario (poiché celebra l’ordinarietà)” e questo vale particolarmente per le case dei santi: l’ordinarietà dello straordinario, del sacro, dell’eccezione. Ci si può domandare quanto abbia contribuito a un certo tipo di musealizzazione anche il fatto che molte case-museo, e quella di Don Bosco è tra queste, mostrano una facies materiale (spazi, arredi, suppellettili) molto diversa da quella delle case in cui viviamo oggi. Giovanni Bosco appartiene a un passato relativamente recente ma tra noi e lui passa una frattura profondissima nella cultura materiale: lo testimoniano non solo l’aspetto e i contenuti della sua casa e di quella di Giuseppe, ma anche gli oggetti raccolti nel museo della Vita Contadina. Se non ci fosse stata questa discontinuità, quegli spazi di quotidianità muta ci sembrerebbero altrettanto sacri? Altrettanto poveri, umili?

È passata una quarantina d’anni tra la morte e la canonizzazione di Giovanni. Potremmo immaginare che un uomo morto negli anni Settanta del Novecento divenga oggi Santo; e se noi andassimo a visitare la casa dove questo nuovo santo è morto, e fosse un appartamento in un condominio di periferia, ci farebbe lo stesso effetto della Casetta di Giovanni? La cultura materiale non sarebbe così “altra” dall’attuale ma di certo quello che conta, per molti, è l’aura che quegli spazi hanno assunto ed emanano; conta intra-sentire i segni della spiritualità, che possono essere dappertutto. Quel passato – seppure corto – si fa presente, con lo scopo di annullare il tempo, in pieno uso presentista del passato, nell’accezione proposta dallo storico Hartog: un passato che vale più come sfera emozionale che come epoca differenziata dal presente, e che quindi non necessita di un’analisi, di un’interpretazione e neppure di uno sfondo materiale di un certo tipo. Oppure sì?

La cucina della "casetta".

Viene da chiederselo perché per quanto la selezione degli oggetti e degli spazi che ricevono in sorte la musealizzazione non sia mai neutra né semplice da operare, ed è di certo molto discrezionale, si ha talvolta l’impressione che quelle “cose”, dopo, risultino non del tutto governabili da noi e con un destino non prevedibile. Come se in qualche modo gli oggetti si ribellassero contro l’essere considerati solo dei gregari, la scenografia in fondo al palco, un presente eterno. In qualche modo le eredità materiali di cui non abbiamo voluto o saputo disfarci, quelle che abbiamo scelto di mantenere, di non buttare, ci eludono e, finché resteranno sopraterra, porranno forti dubbi al nostro sentirci completamente laici. Chiudere un oggetto in una teca, arredare una stanza esattamente com’era in un dato momento e non abitarla più, fossilizzare artificialmente un tronco d’albero indicano il superamento di una soglia, di un confine; la creazione di un mondo nuovo, che ci accontentiamo – anzi, pretendiamo – solo di guardare. Cosa sarà di quel mondo, non possiamo saperlo. Per questo il futuro anteriore del tronco dell’olmo del ciabattino al belvedere di Albugnano, il futuro anteriore della casetta di Don Bosco non sono in alcun modo prevedibili.

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Bibliografia

  • De Ambrogio L., Le passeggiate autunnali di Don Bosco per i colli monferrini, Castelnuovo don Bosco, ISBS, 1975.

  • Francesia G. B., Don Bosco e le sue passeggiate autunnali nel Monferrato, Torino, Libreria Salesiana, 1901.

  • Giraudo, G. Biancardi, Qui è vissuto Don Bosco. Itinerari storico-geografici e spirituali, Torino, Elledici, 2004.

  • Hartog F., Regimi di storicità, Presentismo e esperienze del tempo, Palermo, Sellerio Editore, 2007.

  • Marchisio E., Vezzolano e Albugnano. Appunti di storia e leggenda, Buttigliera d’Asti, 1988.

  • Molineris M., Vita episodica di Don Bosco, Castelnuovo don Bosco, 1974.

  • Pamuk O., Il museo dell’innocenza, Torino, Einaudi, 2009.

  • Ricciardi G. M., Impronte. Santi sociali e laici in Piemonte, Ivrea, Priuli e Verlucca, 2008.

  • Sabbion P., La musealizzazione dell’ordinario, in Architettura e ordinarietà, ICAR 65, Percorso multidisciplinari di ricerca, vol. II; Genova 2015, pp. 125-137

    SITOGRAFIA

  • https://bettinadisalvo.wordpress.com/my-books-and-artices/processi-di-musealizzazione-di-una-casa/

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