I diari di Alice Schanzer Galimberti

Da Vienna a Cuneo, la giovinezza ottocentesca di una lavoratrice intellettuale

D’origine savonese ha studiato filosofia all’Università di Genova, ma da anni vive a Cuneo, dove insegna. Si occupa di storia e di letteratura, con un occhio alle figure un po’ dimenticate del territorio, su cui ha pubblicato diversi studi, e una passione per gli archivi e le carte vergate a mano. Le piace camminare in montagna e andare in bicicletta, e spesso, se ha dubbi su un articolo, lascia che il ritmo della pedalata glielo suggerisca.

Alice Schanzer Galimberti ebbe una sorte comune a tante donne, pur colte e produttive (scrisse libri di poesie, saggi, articoli su giornali e riviste e fu anche, per un anno solo, docente universitaria) e cioè dovere la sua (relativa) notorietà al fatto di essere associata a uomini più celebri e “importanti” di lei. Intanto fu la madre di Tancredi Galimberti detto Duccio: eroe della Resistenza cuneese (e non solo) e quindi moglie di Tancredi senior: avvocato di successo, deputato, senatore, ministro, proprietario di uno dei giornali più antichi del Piemonte La sentinella delle Alpi. Ma Alice era, ancora, sorella di Carlo Schanzer, che aveva esordito giovanissimo nel Consiglio di Stato ed era stato poi, nel solco giolittiano, più volte ministro, partecipando alle trattative della Società delle Nazioni nel 1920 e alla conferenza navale di Washington del 1921.

Ecco, Alice in mezzo a questi colossi, sembra ricoprire il ruolo della donna complementare: “fine poetessa” come spesso viene definita nei siti internet o nelle biografie veloci, una sorte di intellettuale umbratile. Eppure, come gli uomini che la circondavano, Alice ebbe per tutta la vita interessi da “spirito forte”: storici, politici, oltre che letterari. Interessi insoliti che a volte le provocarono l’etichetta, da parte dei suoi stessi insegnanti, di possedere “un’intelligenza maschile” (espressione che ovviamente all’epoca era intesa come un complimento!). Se ebbe una sensibilità letteraria, che le permise di pubblicare due raccolte poetiche interessanti, la abbinò sempre a un forte impegno civile e a una grande passione per la storia e la politica.

Carlo Schanzer nel 1908, ministro. © Museo Casa Galimberti del Comune di Cuneo

Tuttavia il carattere più memorabile di Alice, come di molte donne che hanno attraversato quella terra di mezzo sospesa fra l’età del nascondimento e quella dell’emancipazione, è legato alla sua biografia, che lei stessa ci ha narrato, consegnando ai posteri un diario che ne segue tutte le tappe dall’infanzia alla vecchiaia. Una cinquantina di volumi, scritti con una grafia personale e difficile, che non sono stati ancora del tutto scandagliati e che possiedono un grande valore documentario.

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Una famiglia dedita alla cultura

Diciamo intanto, per il lettore per cui è solo un nome, qualcosa di più sulle sue origini e la sua provenienza: Alice Schanzer nasce a Vienna nel 1873 da genitori di origine ebraica (le due famiglie venivano entrambe dalla Galizia austroungarica). Il nonno Grünberg aveva uno studio d’avvocato al centro di Vienna e, sia la madre di Alice, Amalia, che i suoi fratelli, avevano ricevuto un’educazione musicale raffinata: uno di loro diventerà violinista di fama internazionale, mentre la stessa Amalia avrebbe avuto come maestro Franz Liszt. Il padre Ludwig Schanzer era, invece, un’intelligenza più inquieta: anche lui avvocato, intraprese una carriera nelle imprese finanziarie trasferendosi in Italia, dove cercò di organizzare diverse operazioni relative alle bonifiche nel periodo della post-unità, entrando in contatto con membri influenti della nostra classe politica.

Alice Schanzer piccola a Vienna. © Museo Casa Galimberti del Comune di Cuneo

È a Milano che gli Schanzer si stabiliscono negli anni Ottanta dell’Ottocento e sarà fra Milano e Roma, che i tre fratelli più piccoli (Roberto, Alice e Ottone) trascorreranno la gran parte della loro infanzia. Un’infanzia poliglotta, quindi, nella quale si comunicava in almeno tre lingue (tedesco, italiano e polacco). Ma nel 1886 il padre di Alice muore improvvisamente, lasciando la giovane vedova e i figli in una situazione molto precaria, anche perché nessuno di loro ha la cittadinanza italiana (che verrò loro concessa diversi anni dopo). Il vuoto pauroso di questa morte viene in parte riempito con un ulteriore rafforzamento dei legami con i fratelli (anni dopo descriverà come bohème quel periodo), con la musica, e con l’inizio della compilazione da parte di Alice, che ha 13 anni, del diario, che le terrà compagnia per la vita. E i suoi quaderni ci offrono uno spaccato di quello che era la vita sociale e intellettuale di una ragazza della media borghesia romana a fine secolo in un modo spesso molto vivace e godibile. Ecco un esempio di una giornata del 1887:

Il tempo era instabile, stavamo bene, tranne quel certo malessere d’un tempo umido. Alle dieci è venuto il maestro e m’ha trovato nella veste da camera, piena di polvere, e coi capelli sciolti perché stavo pettinandoli. Mi sono scusata, naturalmente, e lui mi ha risposto che non faceva nulla, ma certo non era piacevole. […] Dopo che se n’era andato (verso le undici) sono andata a suonare; ho suonato fin verso la una.
Dopo pranzo pioveva dirottamente, naturalmente siamo rimasti a casa. Giulio è rimasto da noi fino alle tre incirca, abbiamo riso per King che faceva mille sciocchezze. Dopo ho scritto il diario fino alle cinque pressappoco; allora ho cominciato a suonare a quattro mani con Roberto, ma non ci si vedeva più. L’Annetta ci ha accesso la lampada in camera da pranzo, e io ho ricominciato a scrivere il diario fino a che ho apparecchiato la tavola; allora ho lavorato un poco all’ago torto. Oggi ho suonato abbastanza, scritto non molto, e lavorato pochissimo all’ago torto.

Il primo quaderno "Le mie memorie" di Alice Schanzer del 1887, e alcune pagine interne. © Museo Casa Galimberti del Comune di Cuneo

Dignità e coraggio

Lezioni private da un maestro e poi di piano, ma anche lavoro domestico e “ago torto” (uncinetto). La formazione di Alice avrebbe quindi potuto essere quella di una ragazza dell’alta borghesia, con un’educazione domestica e magari un collegio, ma dopo la morte del padre subì una sorta di ridimensionamento. Si comincia a pensare che potrebbe frequentare la scuola pubblica nell’eventualità che possa poi svolgere una professione e, in realtà, è proprio lei, vedendo il suo amatissimo fratello Carlo già all’opera a poco più di vent’anni per mantenere la famiglia, che non vuole essere da meno: anche lei lavorerà, non attenderà passivamente un marito magari di convenienza. D’altronde la lettura e lo studio sono la sua passione vi si dedica con dedizione assoluta.

Lo penso spesso. Ho quattordici anni e non so nulla, nulla! Debbo prendere un diploma da maestra, ma di che? la mamma dice di canto, ma credo che per insegnar la musica non ho disposizione né pazienza. La strada delle lingue moderne è costosa e difficile, e poi c’è troppa concorrenza per l’insegnamento. Il diploma della “Palombella” e delle scuole normali è per le elementari… se no, si dovrebbe continuare altri 4 anni… Va bene far altro ma io ho 14 anni e non so nulla! Spesso mi vergogno con me stessa… se penso che Roberto ha un anno più di me e fa il Liceo… Se penso a tutte quelle ragazze che stanno molto più avanti! E io non faccio niente, non so niente! Fin quando durerà questa vita senza studio senza serietà? Ho perso troppo tempo, farò la maestra quando avrò i capelli bianchi! È stato che in famiglia, purtroppo, c’erano sempre tante cose che nessuno aveva tempo d’accorgersi dei miei studi e che Borla, il mio maestro, m’ha tenuto in corda per due anni senza insegnarmi nulla. […] Voglio fare il mio cammino nella vita da me sola, sottacendo qualunque colpa della fortuna ma con dignità e coraggio e pronta alla lotta. Farò la maestra, so bene che non è un cammino sparso di rose ma spero di avere il coraggio di percorrerlo senza avvilirmi mai; e poi ho la mamma e dei fratelli che mi amano e che amo!
Alice intorno al 1911 (già a Cuneo). © Museo Casa Galimberti del Comune di Cuneo

La passione per gli studi

Può sembrare strano che la scelta di Alice sulla scuola da frequentare non cada sul liceo, a quel tempo in verità ancora parzialmente chiuso alle ragazze (vi era una sorta di limbo giuridico e molti licei ne respingevano le domande), ma su una scuola femminile fondata a Roma da un’educatrice di origine ebraica, Erminia Fuà Fusinato: una scuola comunale, detta dal luogo dove era situata “La Palombella”, in cui non si studiavano il latino e il greco ma le lingue moderne e anche un po’ di chimica, biologia e matematica. Molto più moderna e liceale, in realtà, delle future scuole “normali” (per maestre). Alla “Palombella” Alice conseguirà tutti i premi possibili (una volta anche dalle mani della Regina Margherita) e poi proseguirà per il Magistero, dove si diplomerà nel 1896. Ma al di là dei suoi successi scolastici, quello che è rilevante nella sua biografia è la passione per lo studio della storia e della letteratura, visto non come svago, ma come conquista progressiva di un ruolo nel mondo culturale. Non senza fatica, però, in quanto persino la sua famiglia, innegabilmente più aperta di altre, guarderà spesso con sospetto al fatto che lei si orientasse a diventare una donna che insegnava, pubblicava articoli e poi addirittura un libro di poesie.

“Mi vogliono uccidere con il loro amore”: così si lamenterà una volta Alice a cui sembrava cercassero di impedire di studiare perché non si rovinasse la salute e, se anche Alice non sarà mai una “femminista”, non potrà mai rinunciare allo spazio culturale che si era guadagnato e non cercherà nel matrimonio lo sbocco della sua giovinezza, anzi, cercherà di rinviarlo più possibile.

Alice Schanzer al tavolo di lavoro a Cuneo. © Museo Casa Galimberti del Comune di Cuneo
Che strane fantasie! Dicevo dunque che non per finta dico qualche volta a casa che non mi mariterò, ma perché mi par verosimile. Non sono né bella né ricca, non so se son simpatica: io stessa finora non ho conosciuto nessuno che lontanamente mi facesse battere il cuore. Poi vedo quante esigenze si hanno rispetto a una ragazza che si vuole sposare: anche giuste, non dico di no, e in quanto a me poi, se credo che non me ne importerebbe nulla di fare una vita anche misera purché fossi stimata e amata, non mi adatterei però mai e poi mai a essere considerata come un essere inferiore, come la “femmina” e non donna, come la serva e la bambola se non peggio di mio marito.
Voglio fare il mio cammino nella vita da me sola, sottacendo qualunque colpa della fortuna ma con dignità e coraggio e pronta alla lotta.

Grandi amici dei Giolitti

Uno degli aspetti più curiosi della sua giovinezza, per il lettore piemontese, è il legame che gli Schanzer stringeranno già negli anni Novanta con i Giolitti e che culminerà per Alice in una strettissima e a volte impetuosa amicizia con la più grande dei figli Giolitti, Enrichetta. Due personalità molto diverse, ma entrambe intelligenti, serie, coraggiose, che si ameranno e qualche volta litigheranno per tutta la loro esistenza. A causa di questa amicizia gli Schanzer saranno ospiti a Cavour dai Giolitti nel 1891, ed ecco la descrizione di Alice dei padroni di casa:

La mattina usciva con la signora, mi piaceva vederli così lieti l’un dell’altro come due fidanzati! Durante il giorno Giolitti stava fuori o scriveva o si occupava delle sue rose che sono davvero bellissime. Era tutto contento quando aveva qualcosa che poteva fare e mi piaceva tanto così, con quell’aria robusta e vigorosa, con un cappellone di paglia e senza il tradizionale “palamidone”. La sera andava a chiacchierare con i suoi amici, come il farmacista Bruno, perché non è superbo davvero, come non lo è la sua famiglia. Io lo compiangevo spesso quel povero Giolitti: averci due signore in casa lui che col bel sesso la dice così poco! Non che lo disprezzi, anzi lo rispetta moltissimo; ma non ha mai avuto contatti con nessuna donna, tranne sua moglie, e si trova impaniato se deve occuparsene. È sempre cortese quando parla con una donna ma gli si vede dipinto il desiderio di scappar via.
Enrichetta e Rosa Giolitti, figlia e moglie di Giovanni Giolitti, nel 1895.

Commenti di una certa arguzia sul carattere certo alieno alla mondanità di Giovanni Giolitti. E osservazioni altrettanto acute Alice le scriverà sulla formazione del suo primo governo, o sul celebre scandalo della Banca Romana. Sarà però proprio grazie ai Giolitti che nella sua vita entrerà, quando lei aveva ormai 29 anni e lui 46, Tancredi Galimberti, che in quel momento era Ministro delle Poste del governo Zanardelli e quella giovane donna orgogliosa, irritata dalla vacuità dei suoi coetanei, che guardava con sospetto ogni unione matrimoniale pilotata, si lascerà conquistare da un uomo più vecchio di lei che però ha un approccio con lei decisamente più libero.

Un matrimonio non convenzionale

Galimberti la rispetterà e la desidererà anche per quelle virtù intellettuali che alla sua famiglia sembravano un ostacolo a una sistemazione rispettabile. Le propone un “sodalizio” e non un matrimonio di convenienza. Le chiede di essere la sua “compagna” corteggiandola in modo appassionato. E lei, alla fine, si butta, ha paura quasi della felicità: una dimensione della sua vita che non conosceva, ma si fida.

30 luglio. Abbiamo parlato a lungo, a lungo, a lungo. Lui dice che io gli voglio già bene e solo non glielo dico e tutte le obbiezioni gliele faccio per tormentarlo, e se non di questo dell’altro credo abbia ragione. Eppure ci sono delle difficoltà, ed io le sento e gliel’ho dette. Lui ha una fretta all’altro mondo, e quasi quasi non voleva fidanzamento, e facendolo voleva partire e non vedermi più fino alle nozze; ma gli ho detto che ho bisogno di conoscerlo, che non posso sposarlo dopo tre volte che l’ho visto. È strano questo nostro modo di dirsi tutto così apertamente: ma in fondo risponde a un bisogno dell’anima mia e dimostra a me stessa che potrà esser più vicino al mio cuore della solita gente convenzionale e scettica. Io sento che qualunque altro partito possa offrirmisi non troverei chi mi desideri così ardentemente, così tenacemente, così per me sola: chi in questa unione metta tutta la poesia della vita: almeno se non mente. Ci sono istanti che mi coglie il dubbio che tutto questo sia un di più che ci metto io, che semplicemente voglia una buona moglie, e che l’ajuti nel suo lavoro intellettuale: ma se pure mi vuole per questo motivo di che posso dolermi? Gli altri non l’hanno apprezzato, e questa comunione intellettuale, questa cooperativa, nel senso più alto, come l’ho avuta coi fratelli per tanti anni, non è forse uno dei punti sognati del matrimonio ideale?
Tancredi Galimberti. © Museo Casa Galimberti del Comune di Cuneo

Alice sperava che la carriera politica del marito avrebbe loro permesso di abitare a Roma per gran parte del tempo e che il matrimonio non l’avrebbe obbligata a un trasferimento definitivo a Cuneo. E invece i problemi di Galimberti in quel governo e il suo allontanamento progressivo da Giolitti faranno sì che la coppia rimanga stabilmente a Cuneo, dove Alice crescerà i suoi due figli, Tancredi e Carlo Enrico, nella devozione per i comuni ideali risorgimentali. Gli anni di Cuneo saranno lunghi e non privi di soddisfazioni culturali: lavorerà ai suoi soggetti letterari preferiti, scriverà sul giornale di famiglia ma anche su altre testate, si occuperà di critica d’arte e infine darà le stampe anche un altro libro di poesia. Ma certo saranno anni segnati da un maggiore isolamento sociale.

In memoria di Alice

Da alcuni oggi viene considerata quasi una precorritrice degli studi comparativisti, nel senso che proprio per le sue diverse abilità linguistiche (italiano, tedesco, francese e soprattutto l’inglese studiato solo attraverso i libri, come Pavese) si muoverà bene su diverse tradizioni, prediligendo però il campo della letteratura ottocentesca britannica, i preraffaeliti, Mazzini in Inghilterra, Spenser, su cui scriverà il suo ultimo volume destinato a essere portato a termine dal figlio Tancredi.

Si spegne nel 1936, ancora giovane, mentre il più anziano marito le sopravviverà ancora tre anni. Lascerà tanti ricordi di una vita di studio e ricerca vissuta sobriamente in quella casa borghese, relativamente semplice, che il figlio Carlo Enrico ha generosamente donato al Comune di Cuneo, che ne ha fatto un bel museo. Il grande appartamento che si affaccia sul celebre balcone dove Duccio tenne il discorso del 26 luglio 1943, annunciando che la guerra sarebbe finita solo con lo scontro con i tedeschi.  Uno scrigno che contiene, oltre alla preziosa biblioteca da lei curata, l’archivio di famiglia e una bella quadreria con opere di artisti piemontesi tra fine Ottocento e inizio Novecento (Delleani, Grosso, che l’ha ritratta, col suo velo di tristezza matura e, naturalmente, l’amico Matteo Olivero).

Non una femminista, non una “virago” come lei aveva il terrore di essere etichettata, ma una straordinaria donna piena di energia di lavoratrice intellettuale, di tessitrice di legami, di nodo della memoria.

👉 Si ringrazia il Museo Casa Galimberti del Comune di Cuneo che ha gentilmente concesso l'uso e la riproduzione delle immagini presenti nell'articolo.

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Bibliografia

  • Bernagozzi D., Non mi parlar d’amore. La giovinezza di Alice Schanzer Galimberti, Cuneo, Primalpe 2021.
  • Schanzer A., Motivi e canti, Bologna, Zanichelli,1901.
  • Schanzer Galimberti A., Canti di pace e canti di battaglia, Bologna, Zanichelli, 1931.
  • Al limitare del sogno: poesie e scritti d’arte, Varallo F. (a cura di), Torino, Aragno, 2007.
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