In ricordo di Bruno Villata, linguista instancabile

La vita di un grande studioso, autore de "La lingua piemontese", che visse in Canada e amò il Piemonte

Bruno Villata durante un’intervista in Fondazione Enrico Eandi nel 2016.

Laureato in lingue e letterature germaniche all’Università Luigi Bocconi, ha conseguito il dottorato in lingue e letterature romanze a Harvard. Ha seguito corsi di lingua a Parigi, a Cambridge, a Heidelberg. Ha insegnato letteratura italiana e comparata all’Università McGill, a Montréal, per tutta la sua carriera accademica. È autore di libri e di articoli sul bilinguismo. Ha diretto i lavori per la compilazione di dizionari di lingue minoritarie (Walserdeutsch, Occitano, Piemontese). Ha diretto numerosi convegni internazionali sulle lingue minoritarie. È presidente di giuria di diversi concorsi letterari in Piemonte. Oltre alle lingue regionali promuove la comprensione, il dialogo e la pace tra i popoli. Vive nel monastero del Morantone nei pressi di San Benigno Canavese.

Mercoledì, 17 agosto 2022, è mancato Bruno Villata. È deceduto per le conseguenze del Coronavirus.

Ultimamente Bruno e Sylvana, la moglie, vivevano un po’ in disparte. Anche amici molto prossimi, come il bravissimo lessicografo Giacomo Giamello, erano senza sue notizie già da un paio d’anni.

Nonostante gli screzi intervenuti per via di differenza di vedute sulla grafia del piemontese, Bruno è stato per me un caro, indimenticabile amico per molti anni.

Insegnava linguistica alla Concordia University, a meno di mezzo chilometro dalla McGill University, l’università dove io insegnavo letteratura comparata.

Ci siamo conosciuti alla fine degli anni Settanta grazie al comune amico Gianni Corgnati, di Bianzè, allora dirigente dell’ICE (Istituto Italiano per il Commercio con l’Estero) ed appassionato lui pure di piemontese. Bruno allora non era ancora docente, ma vice-direttore dell’Istituto Italiano di Cultura.

Un'immagine attuale della Concordia University a Montreal, Canada.

Passione piemontese

Gianni ed io eravamo nati in cascine, in mezzo alle risaie. Bruno era cittadino, ma negli anni della guerra era sfollato nelle Langhe, diventando anch’egli, di fatto, un “campagnin” di quell’affatato mondo di masche e di vini squisiti. Amava la terra d’adozione con passione, anche se conservava l’accento raffinato, sempre più raro, della capitale. Era buon narratore; Gianni ed io l’ascoltavamo come da piccini stavamo a sentire le fàule nelle stalle durante le vijà invernali.

Bruno era nato alla metà degli anni Trenta. Io e Gianni alla metà dei Quaranta. Ma la differenza di età non si notava affatto: come energie, allegria e voglia di scherzare Bruno aveva molti anni meno di noi. Aveva il gigèt (brio, argento vivo) nel sangue.

La comune lingua ci legò di stretta amicizia.

Si parlava del Piemonte, delle vecchie tradizioni di città e di campagna, delle feste di quartiere e di paese, della storia garibaldina. Ci infervoravamo, ci appassionavamo della nostra terra, della nostra “patria pcita” molto più di quanto avremmo mai fatto se fossimo rimasti in Italia.

Ci incontravamo almeno due volte a settimana, o nel mio appartamento sulla via Drummond, proprio a fianco del Consolato Italiano e dell’Istituto Italiano di Cultura, o a casa di Gianni, in uno spaziosissimo appartamento, con i balconi sul grande parco La Fontaine.

Ci cucinavamo risotti, rolà e altri piatti piemontesi. All’occasione ordinavamo specialità da un ristoratore chiamato “Le piémontais”. Gianni forniva i vini più pregiati delle Langhe e del Roero. Io, che avevo buona voce e strimpellavo, provvedevo alle canzoni del repertorio di Gipo e di quello popolare. Eravamo tutti e tre scapoli, ma non portavamo mai ragazze ai nostri incontri: italiane o straniere, non avrebbero mai capito il nostro mondo. E non era solo una questione di lingue.

Bruno non cantava, ma si commuoveva. Gianni era stonato e non voleva mai smettere. Spesso i vicini si lamentavano. Gianni li rabboniva con grosse scatole di gianduiotti e di Rocher: per quella sera almeno il concerto poteva continuare.

Bruno Villata, il primo a sinistra, alla Concordia University nel 1998 insieme a Filippo Salvatore e Don Taddeo.

Tre piemontesi a Montreal

Bruno parlava perfettamente il rumeno (aveva studiato filologia romanza a Bucarest, dove aveva soggiornato per quattro anni) e svariate altre lingue. Io insegnavo letteratura italiana e comparata e per dovere d’ufficio me la cavavo con le principali lingue letterarie. A Montreal, la città poliglotta, finii per imparare anche quelle minori, che ancora non sapevo. Gianni stentava a mettere insieme due parole di francese. Quando lo fermavano per eccesso di velocità (guidava una Bertone color giallo limone) lui, per l’eccitazione, parlava piemontese con le finali francesi. A cavarlo d’impiccio c’era il suo passaporto diplomatico. Anche Bruno ce l’aveva, ma non ebbe mai bisogno di esibirlo.

Ad un convegno a Vercelli, Bruno e io, per non farci capire da una delle organizzatrici locali, la signora Mietta Bavagnoli, abbiamo espresso in russo il nostro disappunto per il riso scotto servito nel ristorante dell’albergo. Dopo qualche minuto la signora ci disse che per il pranzo del giorno dopo eravamo invitati a casa sua: “La mia cuoca prepara degli ottimi risotti.” Era titolare della cattedra di russo all’università di Bergamo.

Gianni decise di comperarsi una bice da corsa e per poco non si mise nei guai anche con il solo piemontese a sua disposizione. Andò in uno dei più grossi negozi di biciclette sull’Avenue du Parc e chiese il prezzo di una bella Bianchi. Era d’importazione. Molto cara. “Andoma via da sì ch’a son mach ëd làder”. Il proprietario gli rispose prontamente: “I soma nen ’d làder. S’a veul na batràcola fàita sì a-j la don për na bala ’d fum.” Gli fece uno sconto straordinario e Gianni comperò la Bianchi. La risposta in piemontese però non se la scordò mai.

La verità è che – al di fuori delle prestigiose istituzioni accademiche, diplomatiche e commerciali in cui espletavamo le nostre funzioni – noi tre pensavamo, ricordavamo e vivevamo solo in piemontese. Vivevamo nella più grande metropoli francese, dopo Parigi, poliglotta e artistica, ma il nostro “coin loin du monde” erano i nostri incontri in vernacolo. Bruno ci dava la baia per il nostro accento villico, noi a lui quando imitava alla perfezione la stranissima “R-L” langarola, facendoci piegare in due dal ridere.

Non sapevamo nulla delle grammatiche, dei dizionari e della letteratura in piemontese. Spesso ci chiedevamo come si potevano scrivere certi suoni, come la “s-c” di “s-ciòde”, o la “n” faucale di “meizin-a”. Avremmo tanto voluto scrivere la nostra lingua, ma non sapevamo come.

Veduta della Downtown di Montreal.

Ma ti ’l piemontèis it lo parle?

Due o tre anni dopo io feci per puro caso la conoscenza di Gianrenzo Clivio, titolare della cattedra di linguistica applicata all’Università di Toronto.

Era il mese di febbraio e a Winnipeg, dove si svolgeva il convegno letterario, faceva trenta gradi sotto lo zero. Nella mensa universitaria, affollatissima, un gigante con barba e capelli lunghi, biondi, e una voce baritonale e possente, si sedette proprio di fronte a me. Tanto per non mangiare in silenzio, mi chiese di che nazionalità ero, poi – saputo che ero italiano – da che regione venivo. Alla parola “Piemonte” rimase in silenzio alcuni secondi e poi mi chiese, con fare quasi minaccioso, “ma ti ’l piemontèis it lo parle?”. Aveva lo stesso accento torinese di Bruno, quello che noi nella campagna chiamavamo “ël parlé fin”.

Venuto a conoscenza del nostro sodalizio montrealese e saputo che Bruno si occupava di cultura e di letteratura, ci invitò al nostro primo convegno di studi sulla lingua e la letteratura piemontese. Non capivamo di che cosa Gianrenzo parlasse, “lingua e letteratura piemontese”, ma due settimane dopo mi arrivò un volume con le poesie di Edoardo Ignazio Calvo, il più grande autore dell’epoca napoleonica, e a Bruno il primo incarico di linguistica: le varianti fonetiche di contado.

Per noi si aprì tutto un mondo di conoscenze umane e linguistiche che fino a quel momento avevamo ignorato. Gianni, saputo che il convegno si sarebbe tenuto ad Alba, da buongustaio, ci seguì e le porte magiche della cultura piemontese si aprirono per noi. L’eccellente cucina e i vini da riserva fecero il resto.

Bruno ritornò da Alba come chi aveva fatto un pellegrinaggio in Terrasanta. Ben presto lasciò l’Istituto di Cultura, si iscrisse ad una prestigiosa facoltà di linguistica (a Ville de Québec, la capitale della provincia omonima) dove insegnava un bravo linguista americano, e il piemontese divenne la sua unica occupazione. Quando dopo tre anni conseguì il dottorato aveva già bene in mente quali sarebbero state le tappe delle sue future ricerche in un campo in cui era destinato a diventare una delle più competenti autorità.

Non passava giorno che non mi chiamasse per farmi parte delle sue idee o passare da me per farmi leggere i suoi scritti. Tutt’e due diventammo dei “permanenti” dei Convegni di Alba, dove ritornammo per parecchi anni, io per passare in rassegna, uno per uno, tutti i classici di quella letteratura di cui avevo fino ad allora ignorato l’esistenza, Bruno per presentare i risultati delle sue ricerche sulla lingua piemontese, presente e passata.

Bruno Villata racconta come è nata l'idea della stesura di una nuova grammatica piemontese, che si trasformerà nel volume "La lingua piemontese" edito da Edizioni Savej.

Animo sportivo

Ma con Bruno ci vedevamo anche per ragioni sportive.

Lui era stato centravanti dell’Albese e si era sempre conservato in ottima forma.

Quando seppe che mi allenavo per il triathlon per ore ed ore, da solo, si offrì di seguirmi in bicicletta. Dapprima solo per tenermi compagnia, come diceva lui. Poi per darmi dei consigli. E quando i consigli diventarono istruzioni dettagliate di cui solo un addetto ai mestieri poteva essere al corrente, venni a sapere della sua carriera calcistica.

Bruno era la modestia personificata. Né per gli studi, né per lo sport, avrebbe mai detto – neppure a persone che già conosceva – che era un “esperto”. Offriva i suoi pareri quasi con timidezza. Fatto sta che dal momento in cui lui si fece carico di farmi migliorare i tempi e di insegnarmi a resistere ben oltre a quelli che credevo fossero i miei limiti personali, incominciai a vincere, nel mio gruppo d’età.

Ben oltre però alle questioni tecniche – muscoli, respirazione, riscaldamento – Bruno era soprattutto un motivatore. Quando capiva con che tipo di persona aveva a che fare cominciava a lavorare sullo stato d’animo. L’animus vincendi lo chiamava lui. “La vitòria a l’é già andrinta ’d ti. It deve mach amprende a portela fòra”. Intuì che sarei riuscito ancora meglio nelle distanze più lunghe, quelle che mi avevano sempre fatto paura. Chilometri di nuoto in laghi profondi e corse lunghe, estenuanti, a rotta di collo, in bici e a piedi, su terreni scoscesi. Se non mi ci avesse trascinato di peso manco per sogno avrei affrontato gare che duravano cinque o sei ore.

Con lui a spronarmi e ad allenarmi seriamente scoprî quanto potevo veramente fare. Mi aveva portato al limite: cominciai a vincere e dopo un paio d’anni sotto la sua guida non c’era gara in cui non salissi sul podio.

Una volta, a Sainte-Agathe des Sables, a nord di Montreal, nelle bellissime montagne laurenziane, successe quello che pareva irreparabile. Mentre io ero in mezzo al lago, impegnato nella prova del nuoto, con altri tre o quattrocento concorrenti, il pneumatico davanti della mia bicicletta da corsa esplose. Bruno, come sempre, era nel recinto in qualità di allenatore. Ci avevano avvisati che la temperatura dell’asfalto era di 52°. Aveva coperto le ruote della mia bici (leggera come una piuma, fabbricata su misura) con degli asciugamani inumiditi, ma imprudentemente avevamo gonfiato i pneumatici (per andare più in fretta) a più di 8 atmosfere (120 psi). La raccomandazione era di non superare i 110 psi (pounds per square inch).

In qualche modo, prima che uscissi dall’acqua del lago, Bruno era riuscito a trovare una ruota del diametro e della calibratura pneumatica adatta. Fu solo durante la tratta in bicicletta che mi accorsi che la ruota davanti, che andava benissimo, non era la mia. In discesa toccavamo i 90 chilometri all’ora. La ruota fece bene il suo lavoro. Finita anche la prova podistica, chiesi a Bruno cos’era successo.

Era esploso il pneumatico e lui aveva sostituito la ruota.

Ma come? Non me lo volle mai dire.

Volta dopo volta, trovava sempre una soluzione, lì, su due piedi, anche a problemi apparentemente irresolubili. L’oro, per quella lunga gara, avrebbero dovuto darlo a lui. Al ritorno, quando gli chiesi, per l’ennesima volta, come aveva rimediato quella ruota, mi rispose con quel riso sornione che immancabilmente esibiva in quelle occasioni.

Nostalgia di casa

Lo accompagnai all’Università di Laval, nella capitale del Quebéc, quando conseguì con pieni voti il dottorato di terzo ciclo (Ph.D.) in linguistica. Alla cerimonia si commosse. “S’a fussa nen ëstàit pr’ël piemontèis i sarìa mai rivà fin-a sì”. Quel dottorato gli poneva le foglie di lauro non solo sul capo, ma su tutta la sua futura carriera di piemontesista.

Si commosse pure un sabato mattina, di maggio, quando allo spuntar del sole, ad Alba, avevamo preso la via delle colline, ben prima dell’inizio del convegno di studi.

La sera prima, al calar del sole, mentre stavamo per metterci a tavola, Bruno gettò lo sguardo sulle colline tutt’attorno. Lui, che rideva così di cuore e tanto spesso, facendo ridere anche gli altri, ora aveva i lucciconi agli occhi.

“Ëdman a la primalba it vene su për le traversere ch’i sai mi? Is aramboma fin-a an sima, andova as sent mach l’odor ëd j’autin e ’s vëddo mach ij color dle feuje e dla tèra.”

Bruno Villata spiega la lingua usata da Primo Levi nel suo romanzo "La chiave a stella".

Riconosceva i luoghi dove era sfollato da bambino e dove aveva imparato alla perfezione la bizzarra variante del piemontese langarolo, conoscenza che gli permise più tardi di fare l’edizione critica delle opere di Fenoglio e di Pavese, cosparse di termini a lui cari e familiari, indecifrabili per i critici e i filologi che fino ad allora si erano occupati dei romanzi di questi scrittori.

Io trascorsi la notte riscrivendo tutto il mio intervento secondo le norme della grammatica che Camillo Brero, la sera a cena, mi aveva omaggiata. Ai primi albori avevo finito il lavoro. Mai avevo assimilato tanto rapidamente le norme di una lingua. La mia. Quella di Bruno. Quella parlata in quella terra che ora ci apprestavamo a calcare andando per antichi sentieri. Ogni sonnolenza era svanita.

Bruno mi disse: “I l’hai nen sarà n’euj tuta la neuit”. “Mi cò” gli risposi io.

Ci avviammo per le strade ancora deserte e ben presto fummo circondati da vigneti. Io non avevo dormito per via di quella lingua e della sua grammatica, Bruno per via di quella terra che lo aveva accolto come una madre un figlio adottivo. Eravamo giunti in cresta prima che il sole inondasse paesi e valli, gli stessi celebrati da Pavese e Fenoglio, di cui avremmo sentito parlare da lì a poco, ad apertura di convegno.

La diffidenza verso i colleghi

Partecipai con Bruno anche ad altri convegni internazionali, in Italia e altrove.

Portava sempre degli argomenti interessantissimi, ma soprattutto dei programmi di ricerca che i convegnisti accademici non capivano.

È qui che ebbe inizio la diffidenza interiore e viscerale di Bruno per i colleghi universitari e, purtroppo, la sua riluttanza a confidare ad alcuno di loro le opere che di lì a poco avrebbe portate a compimento. Senza il loro beneplacito non sarebbero mai state accettate dagli editori più prestigiosi. Bruno non conosceva compromessi: preferiva tenere le sue opere per sé, convinto della loro fondatezza, piuttosto che affidarle a chi poteva fraintendere del tutto il suo lavoro eteroclito, a volte addirittura eslege, a servizio di una lingua minoritaria.

Una volta (mi pare che fossimo a Chianciano Terme o, comunque, in Toscana) Bruno fece stampare un annuncio che la delegazione commerciale del Perù (con tanto di indirizzo) dava quella sera un ricevimento con vini pregiati e musiche tipiche. Ci andarono in centinaia. In quella viuzza non c’era che un’osteria.

Era fatto così: accanto allo studioso serissimo, all’uomo che si commuoveva ai colori e ai profumi della sua terra, c’era il buontempone, gioviale, che amava vivere in allegria, sempre pronto a fare e a ricevere scherzi.

La lingua piemontese, Edizioni Savej, 2009.

Contributi importanti per il bilinguismo in Québec

Il suo fervore per gli studi linguistici intorno alle origini e agli sviluppi del piemontese lo portarono a formulare delle tesi di grande importanza politica nel Québec di quegli anni.

Bruno aveva già dimostrato la sua capacità di inquadrare delle situazioni linguistiche per fornire delle basi scientifiche per i dibattiti sulle lingue nel Québec.

Erano quelli gli anni in cui il Canada francese voleva staccarsi dal Canada inglese e dimostrare che il bilinguismo a scuola e al lavoro era perfettamente praticabile. Erano queste le correnti moderate. Altri, più radicali, volevano addirittura accantonare l’inglese. Non era a loro che Bruno pensava quando fece le ricerche sul bilinguismo.

Bruno non si occupò mai direttamente di politica, ma studiò i compiti scolastici di centinaia di bambini delle scuole elementari e medie e dimostrò che il bilinguismo non solo era “perfettamente praticabile”, ma che i bimbi che parlavano due lingue in casa avevano più probabilità, più tardi, di imparare meglio le due lingue ufficiali, il francese e l’inglese.

Non solo, ma da sue interviste nell’ambito dei cosiddetti “sibling studies” (studio condotti su fratelli e sorelle di uno stesso nucleo familiare) risultò che i figli di fratelli/sorelle, provenienti da uno stesso casato, e stabilitisi poi permanentemente nell’Ontario e nel Québec, avevano competenze linguistiche ben diverse.

Infatti, i figli dei genitori stabilitisi nell’Ontario: a) parlavano solo l’inglese, b) non parlavano più la lingua dei genitori, c) avevano un lessico di frequenza in inglese inferiore a quello dei cugini nati e cresciuti nel Québec.

I figli dei genitori stabilitisi nel Québec: a) parlavano l’inglese e il francese, b) parlavano in casa la lingua dei genitori, c) avevano un lessico di frequenza in inglese superiore a quello dei cugini nati e cresciuti nell’Ontario.

Erano studi di valore fondamentale per la causa della conservazione del francese a fianco dell’inglese dovunque in Canada. Non un solo linguista accademico si degnò di recensire il volume di Bruno (L’italiano a contatto con il francese e l’inglese). Non l’avevano visto, non l’avevano letto, non l’avrebbero comunque mai capito. Eravamo agli inizi di quegli studi. Bruno era all’avanguardia. Ma le sue idee furono in seguito citate da studiosi che avevano fornito al governo le basi ideologiche e scientifiche per il bilinguismo.

I Sermoni subalpini e la lingua d'oè

Ai convegni d’Alba nel frattempo era esplosa la quérelle tra i più rinomati filologi romanzi (Helmut Lüdtke, Heinz Jürgen Wolf, Marcel Danesi) sull’origine dei Sermoni subalpini.

Chi li attribuiva ad un’altra zona linguistica, al di là delle Alpi, chi li voleva fermamente radicati in Piemonte (anche per ragioni politiche).

Bruno assistette impassibile a queste dotte diatribe e poi mi disse che non capiva su che cosa basavano le loro argomentazioni: non esistevano documenti coevi, di sicura ubicazione geografica, che consentissero uno studio comparativo. L’unico modo, secondo lui, era di isolare morfologicamente e foneticamente tutte le forme del discorso per stabilire affinità o eterogeneità tra il testo dei Sermoni e le due possibili lingue cui poteva essere imparentato: la lingua d’oc (l’occitano) e la lingua d’oïl (il francese), così come esse si presentavano negli stadi più pristini della loro evoluzione.

Era il mese di maggio, il mese in cui si tenevano i convegni di Alba. Per quell’autunno Bruno aveva pronte tutte le colonne comparative e le tavole evolutive della lingua tanto contesa dei Sermoni.

In modo irrefutabile aveva dimostrato l’estraneità dei Sermoni alle due lingue transalpine: il linguaggio dei Sermoni non poteva essere indigeno di alcuna di quelle due aree e poiché erano tutti d’accordo che non si trattava di una lingua dei Pirenei catalani, l’unica area che poteva sostenere un substrato fonetico-morfologico come quello dei Sermoni era la zona cisalpina, cioè l’area gallo-italica (Piemonte, Lombardia, Emilia). Ma le varianti lombardo-emiliane non supportavano buona parte dei fonemi. Il suo studio assegnava al di là di ogni argomentazione i Sermoni alla zona pedemontana. Lo citiamo dall’Introduzione al suo studio contenuta nel volume I sermoni subalpini e la lingua d’Oè” (Montréal, Lòsna e Tron, 1996, p. 7):

I Sermoni Subalpini, Edizioni Savej, 2013.
[…] ho pensato di allontanarmi dalla via che i grandi linguisti seguono da oltre un secolo. E così, invece di studiare la lingua, ho deciso di osservare solo una categoria di elementi, grammaticali o semantici, per volta. Ho cominciato ad esaminare gli articoli determinativi e i pronomi personali, poi gli aggettivi possessivi, i dimostrativi e gli indefiniti derivati dal latino totus. Dato che i risultati mi sono sembrati incoraggianti, sono passato all’osservazione della formazione del plurale dei nomi e degli aggettivi, per concludere con delle considerazioni sul lessico e poi sul sistema verbale.

Molto coerentemente egli chiamò questa lingua “la lingua d’oè”, dalla particella affermativa in essa utilizzata.

Instancabile studioso, grande piemontese

Bruno non si perdeva nelle diatribe che opponevano eminenti studiosi, ma andava diritto filato al punto.

Ricordiamo che ha scritto e pubblicato due romanzi storici sulla presenza di battaglioni piemontesi nel Québec, nel Seicento, una trentina di volumi dell’Arvista dl’Academia (contenenti studi importantissimi su tutti gli aspetti, diacronici e sincronici, della lingua piemontese), una dettagliatissima grammatica piemontese descrittiva, un prontuario con la declinazione completa dei verbi piemontesi e numerosissimi articoli in varie riviste.

È stato fuor d’ogni dubbio uno dei più prolifici, geniali studiosi di linguistica applicata.

È un vero peccato che non abbia affidato fin dall’inizio i suoi libri ad editori con una vasta distribuzione, perché dalle grammatiche alle dissertazioni linguistiche ha contribuito libri preziosi per la storia della lingua da lui tanto studiata e amata.

La questione della grafia era l’unica cosa di natura non solo scientifica (da lui appositamente studiata in una carrellata storica pubblicata nell’Arvista), ma sociale, da lui intrapresa. Temeva che coloro che non avevano studiato il piemontese classico non potessero mai riuscire a scrivere con facilità il piemontese. Amava la sua lingua, ma ancor di più il popolo che la parlava. Questo non deve mai farci scordare per chi ha spezzato la sua ultima lancia.

Mentre differisco da lui sulla questione della grafia, mi inchino allo studioso, alla sua instancabile operosità, alla sua indefessa lealtà alla causa delle lingue e delle culture minoritarie.

Provo sincero e profondo cordoglio alla sparizione di un così caro amico, compagno d’avventure culturali, sportive, umane.

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