Langhe, terre di frontiera

Il passato indipendente e irrequieto delle colline cuneesi tra contrabbando e feudi autonomi

Panorama delle Langhe del Barolo dal Cedro del Libano, La Morra, Cuneo (CC BY-SA 4.0 - Davide Tomatis).

Laureato in archeologia medievale all’Università di Torino e con un master presso la milanese Fondazione Feltrinelli, è docente di italiano e storia nelle scuole secondarie e libero professionista. Dal 2013 collabora con l’associazione Ambiente & Cultura nell’ambito del progetto Alba Sotterranea, nella valorizzazione del museo civico “F.Eusebio” e del centro culturale “San Giuseppe” di Alba. Nato nel Roero nel 1991 ma ormai albese, lettore bulimico e sportivo con non troppa costanza, pur parlando di storia, tenta di essere chiaro senza annoiare le persone che ne leggono o ascoltano le parole.

Anno 1690, Roddi, paese non distante da Alba. Il sergente Domenico Corte, ventenne ufficiale sabaudo addetto alle gabelle, proveniente da una famiglia del patriziato albese, intercetta un carico di vino che i fratelli Domenico e Pietro Giovanni Moscone stanno conducendo al campo militare francese di Carmagnola. In seguito ad uno scontro a fuoco che li vede prevalere, il giovane ufficiale albese si impadronisce del vino e lo consuma in compagnia di un folto gruppo di amici. Durante questo momento conviviale, Domenico Corte non poteva certo immaginare che, due anni dopo, quella sua azione gli sarebbe costata alcuni giorni davvero poco invidiabili.

Tempo di Ancien Régime

In effetti, nel dicembre 1692, i funzionari sabaudi decisero di inviare le truppe di stanza ad Alba, capeggiate proprio da Corte, a Monforte d’Alba, per punire la comunità rea di aver, tre anni prima, costretto il comandante Renaldi e il senatore Castelli, rappresentanti del duca sabaudo, a lasciare il piccolo centro, per sfuggire alla rivolta antifiscale dei contadini e delle élite locali. Nonostante tale fuga fosse stata consentita dai Del Carretto, i feudatari del posto, due anni dopo sarebbe stato proprio un loro rappresentante, Carlo Costanzo, a coalizzare la comunità monfortina contro i soldati sabaudi. Ne scaturì l’uccisione di una dozzina di granatieri, la cattura di una cinquantina di soldati, poi scortati a Cerretto scalzi sulla neve e lasciati liberi di tornare ad Alba, e la cattura di due ufficiali savoiardi, tra cui proprio Domenico Corte. Riconosciuto nel castello dei Del Carretto da Domenico Moscone, il mercante se lo fece consegnare da Carlo Costanzo. Lo tenne prigioniero per una settimana, trasferendolo di cascina in cascina nell’alta Langa, e lo liberò solo dopo il pagamento di un cospicuo riscatto da parte della famiglia del prigioniero.

Monforte d'Alba sotto la nebbia. (Foto di V. Epiney - CC BY-SA 2.0)

Questa vicenda – che ebbe luogo a Monforte, ossia in una terra di frontiera, in cui giustizia imperiale, sabauda e locale spesso si intrecciavano e in cui, quindi, il contrabbando fioriva – la dice lunga sull’atmosfera che si respirava in una terra, la bassa Langa, oggi ben diversa rispetto a quella frequentata da sfrosatori, gabellieri e élites assetate di potere di fine Seicento. A conferma di ciò, pochi anni prima, nel 1689, con queste illuminanti parole, Vittorio Amedeo II descriveva così queste lande oggi così pacificate:

I vari piccoli luoghi delle Langhe sottoposte alla giurisdizione di Sua Maestà Cesarea… sendo posseduti da diversi vassallucci li quali… non riconoscono alcuno in effetto, né seguono quasi altra legge che quella di lor capriccio… per il che voi ben sapete come quei luoghi sono il ridotto dei banditi da stati limitrofi e di canaglia che si pasce di sfrosi e di rapine a danno notabile delle nostre gabelle; anzi vi è noto come quel rifugio e il concorso di quei malviventi è… il principal fomento della cervicosità degli uomini della provincia di Mondovì.

Colline senza giurisdizione

Il punto di vista del sovrano sabaudo traeva legittimazione da una situazione geopolitica estremamente confusa che, recentemente, ha portato gli studiosi ad individuare nelle Langhe una terra di frontiera, ossia uno spazio dai confini poco chiari e caratterizzato da strade e giurisdizioni distinte e intrecciate fra loro. In effetti, sin dal XV secolo, quest’area poteva vantare una posizione intermedia tra la Liguria costiera, la Repubblica di Genova, la Francia e i vari soggetti politici che si alternavano in Piemonte, dai Marchesi del Monferrato a quelli di Saluzzo, dai Gonzaga e dai Visconti ai Savoia.

In più, la conformazione geografica di impronta collinare di questa zona permise, sin dai secoli medievali, la creazione di numerosi percorsi, difficilmente controllabili, che, a partire dalla costa ligure o dall’arco alpino, risalivano verso nord per raggiungere l’Astigiano e i possedimenti sabaudi. In tutto ciò, come emerge dagli scritti del duca del Chiablese, che nel 1769 fece un viaggio nelle valli del Tanaro, la condizione delle strade che percorrevano le Langhe era talmente pessima che, molto spesso, l’insigne personaggio e il suo seguito furono costretti ad abbandonare le carrozze per proseguire a piedi lungo sentieri tutt’altro che agevoli. Del resto, la rete stradale che si snodava tra queste colline era in gran parte tagliata fuori dalle grandi direttrici che convergevano verso Torino, da cui, tra l’altro, Alba era esclusa.

Piemonte meridionale e Monferrato, ante 1713, incisione acquerellata di Guillaume de l'Isle. Torino, Archivio di Stato.

Il ruolo dei feudatari imperiali

Quando era nata però questa situazione? Sulla scia di alcuni successi ottenuti nell’immediato entroterra ligure nel 1419, il marchese del Monferrato Gian Giacomo nel 1431, mentre le truppe milanesi erano occupate nel conflitto contro Venezia, attaccò la città di Asti, baluardo visconteo nell’attuale Piemonte. Tuttavia, a causa del tempestivo arrivo del duca Amedeo VIII di Savoia, la campagna militare si rivelò un clamoroso insuccesso e, in più, successivamente, le truppe milanesi guidate dai comandanti Niccolò Piccinino e Francesco Sforza invasero il Monferrato.

Stemma del Marchesato del Monferrato.

In questa situazione, per proteggere le proprie terre e i propri diritti, i feudatari delle Langhe, vistisi abbandonati dallo sconfitto marchese del Monferrato, si rivolsero al duca di Milano per stipulare accordi e per fare atto d’omaggio. La prontezza mostrata dai signori di queste colline, tra cui gli Scarampi di Cairo, i Del Carretto di Bossolasco e di Spigno, quelli di Millesimo, Prunetto e Gottasecca, permise loro di ottenere condizioni estremamente vantaggiose che, però, a loro insaputa, avrebbero influito sulla storia di questa regione fino alla metà del XVIII secolo. Infatti, quando il ducato di Milano passò sotto la giurisdizione imperiale, anche i feudi che avevano prestato omaggio al duca cominciarono a fare riferimento all’autorità di Madrid. In verità, sebbene nei decenni successivi, molti di questi territori fossero tornati nelle mani dei marchesi del Monferrato, questi feudi resistettero e, nel 1454, si arrivò ad un accordo che, nonostante l’avvicendarsi dagli attori politici, si mantenne fino al XVIII secolo. Infatti, in virtù di ciò, per secoli i feudatari imperiali delle Langhe si rifiutarono di obbedire all’autorità dei marchesi del Monferrato e ai Savoia, facendo continuamente appello alla giustizia imperiale, prima a Madrid e, successivamente, a Vienna.

Il caso di Monesiglio e La Morra

Pertanto, in questo contesto politicamente e geograficamente confuso, prosperarono quelle famiglie – come i Scarampi, i Del Carretto e i Caldera – che, legittimati da documenti spesso molto antichi, potevano vantare diritti giurisdizionali su queste terre e, di conseguenza, in virtù della loro posizione di forza, cambiare con una certa disinvoltura la loro posizione politica, nell’ottica di sfruttare al meglio le risorse dei rispettivi territori tra cui, in primis, il transito.

Monesiglio, veduta di parte del Castello.

Per comprendere il punto di vista di questi signori, emblematici sono gli scritti di Giovanni Antonio Caldera che, nel XVIII secolo, negli ultimi anni di vita, raccoglie tutta la corrispondenza con avvocati viennesi e milanesi riguardante i contenziosi che agitavano la vita nel suo feudo, quello di Monesiglio, nell’Alta Langa. In particolare, emblematico è il passaggio in cui egli spiega come il feudo di Monesiglio

avendo la libertà di ogni sorte di merci proibite ne stati di S.A.R. (di Savoia) e per ciò servendo molto a contrabbando, viene molto desiderato dalla medesima Altezza, e viene molto considerato dai ministri di Spagna perché molto serve avere occasioni del Reggio Servitio, et per il comercio del Finale, [che all’epoca apparteneva alla Spagna, N.d.A.].

Anche in altre località, come a La Morra, ad inizio Seicento, che per metà apparteneva ai Savoia e, per l’altra metà, al Re di Spagna, il controllo da parte statale era complicato. Infatti, dal punto di vista della fiscalità sabauda, il centro "non concorre in cos’alcuna et è il più grande fondigo de’sfrosi e recettacolo de’ banditi”.

Vista panoramica sulla Morra e sulle Langhe dalla torre campanaria.

Gli "sfrosatori" di Asti e i politici di Alba

In più, nel corso del XVII secolo, l’attività degli sfrosatori, termine con cui erano indicati i contrabbandieri nelle fonti, era facilitato dalla presenza dei feudi pontifici presenti in quella che era la diocesi di Asti, la cui autonomia era sancita dalla Bolla In Coena Domini emanata da Pio X nel 1567. Essi si rivelarono dei veri e propri corridoi che mettevano in comunicazione territori soggetti ad autorità diverse, in cui i poteri statali e, in particolare, quello dei Savoia non avevano alcuna autorità. Alcuni esempi sono forniti dal centro di Cisterna d’Asti – che prosperò "sendovi in esso perpetuo magazeno di sale, tabacco, sappone e ballena di" sfroso – o da quello di Tigliole d’Asti, "altro magazeno di sale e tabacco di" sfroso.

Alba, Via Maestra.

L’ambiguità circa le relazioni con i più alti soggetti politici che, nei secoli, tentarono di dominare quella che, nel 1712, Antonio Gatto, professore di diritto presso l’Università di Pavia, definirà Provincia Langarum, si ritrova anche in una città come Alba. Nonostante il centro urbano rientrasse già nei territori dei Savoia ad inizio Seicento, nel secolo precedente le sue élite si erano distinte per una serie di atti che, nel loro insieme, mostrarono una certa abitudine nel cambiare fronte politico in modo repentino o, addirittura, a sostenere due forze rivali contemporaneamente.

Un valido esempio è costituito dalla famiglia Belli di cui, in quella che allora era detta via magistra e, oggi, via Maestra, si è conservato parte del palazzo e della torre omonima. Il loro esponente di maggiore spicco era Petrino Belli, un importante giurista che visse dal 1502 al 1575. Egli, se da una parte era un vassallo dei Gonzaga di Mantova, dall’altra, non si fece problemi a lavorare come professionista in ambito giuridico per Emanuele Filiberto di Savoia. Lo stesso si può dire per il figlio Domenico che, mentre costruiva una brillante carriera tra i funzionari sabaudi, arrivando persino a ricoprire il ruolo di Gran Cancelliere, non rinunciò mai alle terre di famiglia a Bonvicino e Grinzane, da lui amministrate come vassallo dei Paleologi.

Un territorio conteso

Da queste righe emerge, quindi, l’immagine di un territorio conteso tra diversi stati e diverse autorità in cui, vista la loro cronica difficoltà nel far rispettare le leggi, fenomeni come il contrabbando trovavano un terreno assai fertile. Tale situazione si prolungò nel tempo, fino alla fine del XVIII secolo grazie allo sforzo amministrativo da parte dei Savoia e all’arrivo delle truppe napoleoniche che, oltre ai moschetti Charleville, portarono anche le idee e le prassi amministrative della Francia rivoluzionaria.

Per quanto concerne il primo punto, il territorio in esame fu diviso tra le province di Asti, Alba e Mondovì e furono istituite le figure delle intendenze, al cui interno, i funzionari pubblici erano incaricati di redigere accurate relazioni circa la natura della provincia, con particolare attenzione alle risorse, al sistema economico e al funzionamento delle istituzioni comunali. In relazione a ciò, la monarchia sabauda dimostrò la capacità di comprendere all’interno della propria burocrazia esponenti della piccola nobiltà che, grazie ai propri studi, fu in grado di far rientrare queste terre nell’alveo amministrativo della dinastia sabauda. Per quanto riguarda, invece, le famiglie di feudatari che per secoli avevano ostacolato l’egemonia dello Stato moderno tra queste colline, molti dei loro rappresentanti mantennero le terre di proprietà e, spesso, come nel caso di Filippo del Carretto, furono in grado di costruirsi brillanti carriere all’ombra della dinastia sabauda.

In conclusione, nonostante l’attuale immagine della regione, nei secoli le Langhe si sono rivelate delle terre difficili da controllare, abitate da comunità che spesso si sono mostrate allergiche alle forme di controllo politico, economico e culturale che le diverse autorità, dalla Res Publica romana ai Savoia, hanno tentato di imporre. Lungi dal voler attribuire un DNA ribelle a queste colline, balza all’occhio come le popolazioni succedutesi nei secoli si siano spesso segnalate per un’irrequietezza di fondo, indice della propria volontà di non subire il dominio di poteri esterni, e di una certa capacità di preservare la propria autonomia, anche economica, con attività come il contrabbando, coltivando relazioni con i diversi attori coinvolti.

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Bibliografia

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