Natura 

Le praterie piemontesi, un equilibrio sospeso

Alle porte di Biella il territorio unico della Baraggia di Candelo, tra brughiera e savana

Nata eporediese nel 1987, attualmente torinese, in futuro verosimilmente vagabonda. È biologa per formazione e comunicatrice per passione: progetta laboratori didattici e si occupa di educazione ambientale. Cammina per boschi, colline e laghi, fotografa piccole piante infestanti e scrive su un blog. Desidera visitare tutti gli ecosistemi del pianeta, a partire da quelli sotto casa.

Non è alla natura che pensiamo quando guardiamo la Pianura Padana: a prima vista è un luogo senza segreti, soggiogato alle esigenze antropiche fino a perdere ogni specificità, privo di interesse e di mistero. Ma anche qui, a volte, capita di ritrovarsi in luoghi lontanissimi senza mai essersi allontanati da casa.

Nelle Baraggia di Candelo tutto ha un’inconsueta sfumatura calda, non importa che sia mattino o pomeriggio inoltrato, primavera o autunno: le distese d’erba giallo-bruna, le fioriture rosa degli arbusti, la terra rossa e gli alberi solitari e maestosi, color ruggine. È il paesaggio che solitamente si associa alle savane, ai documentari con le gazzelle e i leoni, a toponimi esotici in lingue sconosciute: ma sulla linea dell’orizzonte si intravede il Monte Rosa a settentrione; il Monviso, lontano, a sud-ovest. Le nuvole che avvolgono le montagne, pesanti d’umidità, sono una traccia visibile delle risaie, poco distanti. E la Serra d’Ivrea, inconfondibile, a ovest.

Una delle vedute della Baraggia di Candelo.

In generale, le baragge sono piccole isole di brughiera e prateria nel mare delle coltivazioni, ultima traccia di un paesaggio planiziale seminaturale antico di migliaia di anni, e sono rare: concentrate esclusivamente nella zona occidentale della Pianura Padana, si estendono dal comasco al torinese in minuscole chiazze frammentate. Sono così rare e così poco conosciute che il medesimo ambiente ha nomi diversi a seconda dell’uso locale, perché ancora oggi non vi è un termine che le definisca tutte insieme: sono baragge nel Vercellese, nel Biellese e nel Novarese; vaude nel Canavese, groane in Lombardia. La Baraggia di Candelo è la più grande e paesaggisticamente significativa, e non supera i milleseicento ettari.

Sabbia e fuoco: un po’ di storia

Durante le fasi interglaciali del Quaternario, e infine dopo l’ultima glaciazione, i fiumi depositarono ai confini della Pianura Padana una grande quantità di sedimenti, generando poderosi terrazzi alluvionali prima di procedere, alleggeriti di una significativa mole di detriti, verso la pianura vera e propria. La ghiaia, più pesante, si assestò in profondità; argilla e limo, più fini, in superficie. Il gioco delle correnti rese questi terrazzi particolarmente soggetti all’azione del vento, che vi depositò particelle ancora più leggere di loess. La predominanza di argilla, associata alla presenza costante dell’acqua, rese acido il suolo, la finezza del materiale sedimentario lo rese impermeabile: ne risultarono terre poco fertili, soggette alla formazione di paludi, pozze e stagni più o meno temporanei. Lentamente i fiumi si scavarono la propria strada tra un terrazzo e l’altro, isolando e privando quelle che oggi chiamiamo baragge di una rete idrica propria: altipiani aridi e difficili, dove perfino la grande e ininterrotta foresta planiziale che alla fine delle glaciazioni copriva la Pianura Padana faticava a estendersi.

E così, quando l’uomo disboscò questa foresta per fare spazio alle prime comunità stanziali, all’allevamento e all’agricoltura, il terreno degli altopiani si rivelò troppo povero per la coltivazione. Poteva essere utilizzato, al più, come pascolo, ma per farlo occorreva evitare che il bosco invadesse la prateria, rendendola inaccessibile al bestiame. Il metodo usato fu, fin dall’inizio, l’addebbiatura: piccole aree di territorio venivano incendiate a rotazione, secondo una ciclicità programmata e costante. Il fuoco rinnova il manto erboso e inibisce la crescita degli alberi, mantenendo aperta la prateria e fermandone l’evoluzione in bosco. Allo stesso tempo uccide i parassiti e scompone i composti organici presenti nell’argilla, favorendo la produzione di sostanze inorganiche: è insieme un fertilizzante e un pesticida.

Un'immagine del 1893 che mostra la pratica del debbio eseguita in Finlandia.

L’addebbiatura è stata praticata ininterrottamente nelle baragge dal Neolitico al Novecento, fino a pochi decenni fa. Il risultato è un ecosistema peculiare e irripetibile, in cui la presenza dell’uomo è parte integrante dell’ambiente naturale: un luogo di equilibri mutevoli, che si trasforma di stagione in stagione. La presenza dell’acqua nelle baragge è temporanea e incostante, legata essenzialmente all’accumulo delle piogge: pozze e acquitrini, che in primavera e autunno punteggiano il paesaggio, d’estate si asciugano lasciando il posto a un ambiente secco e arido, di matrice mediterranea. In inverno il clima è classicamente continentale, simile per certi versi a quello delle steppe nordiche. È un ambiente complesso e legato a doppio filo alla presenza dell’uomo, che da migliaia di anni è garante dell’esistenza stessa delle baragge: senza la sua azione, le praterie si sarebbero lentamente evolute in foreste.

Successioni e climax

La vita colonizza la terra nuda secondo una progressione ordinata e ben definita: dopo un incendio, una frana o un’eruzione il suolo viene a lungo preparato dai microrganismi e dai vegetali che definiamo “pionieri”, per essere poi colonizzato con il trascorrere del tempo da piante via via più esigenti. Con il passare dei secoli l’ambiente si fa più complesso, il suo equilibrio via via più stabile, ospitando un numero crescente di animali e specie vegetali sempre più grandi e pretenziose. In ecologia, la progressione di diverse e successive comunità di piante, animali e microrganismi si definisce come successione: le successioni conducono un ecosistema a uno stadio finale stabile e complesso, che definiamo climax. Se è vero che è fondamentale preservare l’equilibrio finale di un ecosistema, evitandone il collasso, in alcuni casi gli ambienti delle fasi di transizione sono altrettanto importanti: esiste una moltitudine di specie che può sopravvivere solo in tali ambienti, rari e limitati.

Panorami tipici della Baraggia di Candelo.

Questo sono le baragge: un equilibrio sospeso, un sistema in bilico in cui migliaia di anni fa l’uomo ha interrotto il procedere delle successioni prima che il climax fosse raggiunto, preservando artificialmente un ambiente in cui col passare dei secoli ha trovato rifugio una comunità di organismi ben precisa. Se l’uomo mollasse la presa, lasciando le baragge libere di evolversi, cespugli e arbusti sempre più complessi colonizzerebbero la prateria, prima di lasciare il posto a una boscaglia di betulle e pioppi tremuli e infine a un bosco di farnie, carpini e ontani. Le comunità animali e vegetali che ci vivono adesso verrebbero private del loro habitat: la Pianura Padana perderebbe un altro tassello della sua ricchezza, avvicinandosi un altro po’ a diventare davvero l’ambiente senza fascino né sorprese che già immaginiamo.

Non è semplice evitarlo, nonostante questo habitat sia segnalato nella Direttiva Habitat europea del 1992 e nonostante le baragge siano protette a livello regionale dall’anno successivo. La pratica del debbio, che per millenni ha mantenuto sospeso il procedere delle successioni, è ormai illegale. Dagli anni Cinquanta, le baragge sono state abbandonate dai pastori, a parte qualche sporadica transumanza. L’uomo si trova quindi nella paradossale situazione di dover intervenire attivamente sul territorio proprio per preservare un millenario equilibrio naturale: un equilibrio importante proprio perché complesso e perché, spezzandolo, crollerebbe una intricata rete di interazioni tra specie la cui influenza si estende ben oltre i confini del singolo ecosistema.

Alberi solitari tra le distese di prateria della Baraggia di Candelo.

Tra la savana e Cime tempestose

Il suolo della Baraggia non è il massimo per la vegetazione: è acido, povero di sostanze nutritive e non particolarmente profondo. Le piante vi si trovano soprattutto nella loro forma nana: eppure sopravvivono e prosperano, e quello che all’occhio umano appare come una landa desolata brulica di una vita diversificata e fiorente. Meno sostanze nutritive sono presenti nel terreno, più la presenza di piante imponenti, bisognose di grandi quantità di sostanze nutritive, sarà sporadica: a dominare sono quindi piante modeste, prime tra tutte la molinia e il brugo. La molinia, Molinia caerulea, è l’erba della prateria, caratteristica dei terreni acidi e poveri: esattamente quel che ci si aspetterebbe da una terra del genere. Meno prevedibile è il brugo, Calluna vulgaris, l’arbusto di Cime tempestose e delle lande inglesi battute dal vento e dalla pioggia: una pianta tipica dei climi oceanici, che a prima vista non si direbbe adatta alla Pianura Padana. Ma il brugo è una pianta determinata: come altre Ericacee, è in grado di instaurare una solida simbiosi con le reti fungine del sottosuolo, e dunque di scambiare gli zuccheri che ha ottenuto dalla fotosintesi (che i funghi non potrebbero ottenere altrimenti) con le sostanze nutritive così rare in questo tipi di terreni (che i funghi invece estraggono con più facilità). Non solo: sia il brugo sia la molinia reagiscono bene al fuoco, ricoprendo rapidamente le aree rimaste prive di vegetazione.

Vegetazione erbacea tipica della Baraggia, in primavera e in inverno.

Sul tappeto delle brughiere e delle praterie, gli alberi ad alto fusto sono rappresentati soprattutto da esemplari isolati di rovere e farnia: due querce simili nell’aspetto, ma dalle caratteristiche leggermente diverse. La rovere ama i suoli ben drenati e sopporta meglio di altre querce un clima secco: colonizzerà quindi le zone più aride degli altopiani, mentre quelle più umide, più vicine all’acqua di percolazione o più soggette alla formazione di pozze e acquitrini, saranno occupate dalle farnie, che tollerano meglio il ristagno. In questo modo il suolo della baraggia sostiene ovunque una presenza arborea, per quanto sporadica: e la presenza degli alberi è fondamentale per gli animali, che vi trovano protezione, punti di vedetta e nutrimento, e per i funghi, che dal loro legno ottengono una parte dei nutrienti che poi scambieranno con le piante.

L’altrove è dietro l’angolo

La baraggia è un mondo di transizione eternamente in bilico tra uno stato e l’altro, e come ogni equilibrio instabile è un sistema mutevole, soggetto a forze contrapposte che ne modificano continuamente l’aspetto. Verso l’esterno della Baraggia di Candelo, avvicinandosi ai corsi d’acqua, la prateria e la brughiera iniziano a evolvere verso la successione superiore. Il paesaggio si popola quindi di arbusti come rovi di more e lamponi, e poi ginepro, prugnolo, biancospino, rosa selvatica e ginestra dei carbonai, che non a caso prende il nome proprio dalla capacità di resistenza al fuoco (veniva utilizzata per pulire i forni e per ricoprire le carbonaie) che l’hanno resa così adatta a queste zone.

Ai confini della prateria, inoltrandosi nel bosco.

Poi gli arbusti cedono il passo alla successione superiore, un rado bosco pioniero di betulle e pioppi tremuli. Infine, ai margini estremi dell’altopiano, si fanno strada le specie tipiche dell’antico bosco planiziale di latifoglie: querce e carpini, che in prossimità dell’acqua si accompagnano ai salici, agli ontani e ai pioppi. In questa struttura, la conformazione del terreno consente a volte la formazione di aree più umide, dove acquitrini e pozze durano più a lungo e i temporali sono sufficienti a garantire un po’ d’acqua anche in estate: vi crescono carici, sfagni e giunchi. Sono minuscoli mondi annidati nel piccolo universo mutevole delle baragge, effimeri e fragili: eppure, nella loro complessità sono fondamentali per la conservazione di un gran numero di specie animali, dagli insetti ai rettili, dagli anfibi agli uccelli.

Una ricchezza discreta

A livello di macrofauna, le baragge non rappresentano una specificità né un’eccezione: vi si possono osservare in gran numero cinghiali e caprioli, come del resto in tutta la pianura piemontese. Si tratta di aree la cui ricchezza è discreta e difficile da osservare ma non per questo meno splendida, o meno importante. 

La prima perla viene dal regno sterminato e brulicante degli insetti, e nello specifico alla classe degli odonati: è una libellula, e come molti degli animali cui non facciamo caso non ha un nome comune ma solo quello scientifico, Sympecma paedisca. Un tempo era diffusa in molte aree d’Europa, dal Sud della Francia all’Europa centrale, dalla Lombardia al Trentino. Ora è estinta in tutte queste zone e sopravvive solo nell’Europa dell’Est, in Germania e in Piemonte, dove si conosce una dozzina di popolazioni relitte: le uniche rimaste a sud delle Alpi. Per il futuro la situazione non sembra destinata a migliorare e la specie è in pericolo critico d’estinzione, a causa soprattutto della perdita del suo habitat: le aree umide in cui vive subiscono un impatto antropico sempre maggiore, l’inquinamento delle acque fa il resto. Sympecma paedisca arriva in autunno per svernare nella Baraggia di Candelo al riparo della molinia e del brugo, dopo essersi riprodotta nelle risaie vercellesi; ora l’uso smodato di pesticidi ne uccide le larve, che non riescono a portare a termine la metamorfosi.

Sympecma paedisca (© Sönke Handersen).

Non è l’unica specie endemica o rara, né l’unica minacciata: solo nella Baraggia di Candelo sono endemici quattro coleotteri (anche loro non hanno un nome comune, ma solo l’austera classificazione ufficiale che li identifica come Agnonium livens, Agnonium ericeti, Bembidion humerale e Catops westi). Vi si trova anche un lepidottero rarissimo in Italia e vulnerabile in tutta Europa, Maculinea alcon, che rappresenta un buon esempio di quanto tutto, in ogni ecosistema, sia interconnesso, e di come sia impossibile slegare i destini della singola specie da quelli dell’intero habitat. La Maculinea alcon abita le praterie di molinia, ed è monofaga: depone le uova esclusivamente su una pianta, la Gentiana pneumonanthe, ed esclusivamente di essa si nutrono le sue larve. La Gentiana pneumonanthe è a rischio estinzione; se scomparisse, anche la farfalla sarebbe condannata.

Maculinea alcon su fiori di Calluna vulgaris.

Dispiegando le ali

Ricchezza di insetti vuol dire, fatalmente, ricchezza di uccelli che se ne cibano. E le baragge sono il paradiso degli uccelli, come spesso accade alle zone in cui il clima e la morfologia disegnano una moltitudine di ambienti diversificati ma attigui. Le praterie, le brughiere e gli acquitrini offrono, oltre agli insetti, semi e cibo di ogni genere; gli arbusti e i grandi alberi solitari danno riposo e riparo. Le estati aride, gli inverni dal clima quasi steppico, le umide stagioni di mezzo offrono una varietà rara per specie stanziali e migratorie dalle caratteristiche diverse e spesso opposte, che finiscono per convivere o darsi il cambio, stagione dopo stagione, in un solo minuscolo territorio.

Solo nella Baraggia di Candelo sono presenti centoventotto specie, e la loro presenza è anche una cartina di tornasole per verificare lo stato di salute dell’intero ambiente. Le specie di bosco e di boscaglia, ad esempio, stanno aumentando: significa che le successioni procedono, che lentamente la baraggia evolve verso la foresta, e non è un buon segno. Altre specie cambiano le loro abitudini: dodici non hanno nidificato nell’ultimo censimento, e neanche questo è un bel segno. Le presenze degli uccelli di prateria e delle zone aperte, invece, si mantengono stabili: e questo vuol dire che, per quanto minacciata, la baraggia resiste.

E così in lande apparentemente brulle si nascondono specie rare come il succiacapre, l’averla piccola, il saltimpalo e lo strillozzo. Tra le oltre cinquanta specie che vi nidificano ci sono il colino della Virginia, rarissimo, che si pensava estinto e che invece è tornato, e il chiurlo maggiore, che nella Baraggia di Candelo ha uno dei due siti di nidificazione di tutta Italia. Una cinquantina di specie svernano nella zona, venticinque sono quelle migratrici: molti sono estremamente rari in Piemonte, come l’albanella reale, l’averla maggiore, il frullino. È una ricchezza sfuggente, che richiede attenzione per essere colta, e fragilissima.

Equilibrismi

Spesso, l’uomo si batte per salvare angoli di natura selvaggia che la sua stessa presenza ha minacciato: nel caso delle baragge la sfida, al contrario, è mantenere vivo un millenario equilibrio che senza la presenza dell’uomo svanirebbe. Quale che sia la strategia che verrà scelta (molti studi suggeriscono di recuperare la pratica del debbio, affidandola però ai Vigili del Fuoco in modo da non scatenare catastrofi e proteggere gli alberi isolati, fondamentali per l’ecosistema), sarà necessario intervenire attivamente sull’ambiente, impedendone l’evoluzione perché si mantenga intatto. È l’opposto di quanto accade per altre aree, dove la tutela consiste in un’opera passiva di conservazione e di isolamento, ed è un dettaglio importante perché rappresenta un passo in avanti rispetto a una visione limitata eppure ricorrente della natura: l’idea, cioè, che la natura sia altro da noi, e che per salvarla basti tenervi l’uomo lontano. La questione, fatalmente, è più complessa e più ambigua. Fermo restando che la pressione antropica e l’inquinamento andrebbero diminuiti per salvare le baragge, è inevitabile che il futuro di questi centri nevralgici della biodiversità passi attraverso di noi, che senza saperlo abbiamo contribuito a crearli. Così come l’ecosistema stesso, anche la sua tutela è un raffinato gioco di equilibri, un compromesso sottile: e per raggiungerlo è importante che l’uomo accetti di essere parte della natura, senza dominarla e senza fingere, ipocritamente, di esserne indegno.

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Bibliografia

  • Ascoli D. e altri, Developing an Adaptive Management approach to prescribed burning: a long-term heathland conservation experiment in north-west Italy, in International Journal of Wildland Fire, 18(6), ottobre 2009, pp. 727–735.

  • Battisti A. e Bordignon L., L’avifauna del S.I.C. “Baraggia di Candelo IT 1130003”, in Rivista piemontese di Storia naturale, 35, 2014, pp. 285–301.

  • Battisti A., Nuove segnalazioni di Sympecma paedisca (Brauer, 1882) (Odonata, Zygoptera) nel S.I.C. “Baraggia di Candelo - IT1130003” Biella (BI), in Rivista piemontese di Storia naturale, 35, 2014, 93–98.

  • Guglielmetto Mugion L. e Martinetto E., Piante vascolari rare o interessanti nella vauda canavesana (Torino, Italia, NW), in Rivista piemontese di Storia naturale, 16, 1995, 3–16.

    SITOGRAFIA

    Schede IUCN:

    · Sympecma paedisca: http://www.iucn.it/scheda.php?id=-1819975402

    · Maculinea alcon: http://www.iucn.it/scheda.php?id=-382512839

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